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AntifascismoResistenza
23 marzo 2008
La Resistenza iugoslava
 

In Iugoslavia la Resistenza si scisse in due schieramenti, divisi da ragioni ideologiche ed etniche: l’uno monarchico e conservatore, a maggioranza serba, capeggiato dal generale Draža Mihailovic; l’altro comunista e rivoluzionario, diffuso soprattutto tra croati e bosniaci, comandato dal maresciallo Tito. La lotta contro i tedeschi si intrecciò alla guerra civile contro gli uomini del regime fascista di Ante Pavelic e dei suoi ustascia, che avevano dato vita al Regno di Croazia.

Le formazioni partigiane comuniste di Tito raggiunsero le dimensioni e la struttura di un vero e proprio esercito, arrivando a contare 600.000 uomini, adeguatamente equipaggiati grazie ai generosi aiuti degli inglesi: si posero così le premesse per il futuro stato socialista della Iugoslavia, ma altresì per la sua autonoma collocazione rispetto a Mosca. La Resistenza iugoslava, monopolizzata dalle formazioni comuniste guidate da Tito, riuscì a portare a termine con le proprie forze la liberazione del territorio dall’occupazione tedesca, sconfiggendo contemporaneamente i regimi collaborazionisti in Croazia e le forze legittimiste in Serbia.




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23 marzo 2008
La Resistenza negli altri paesi europei
 

In Unione Sovietica operò un forte movimento partigiano, che contrastò l’occupazione nazista con atti di sabotaggio e di guerriglia; a questo movimento prese parte circa un milione di persone, compresi i soldati dei reparti tagliati fuori dall’avanzata delle truppe tedesche.

Diverse forme di resistenza si organizzarono in quasi tutte le nazione europee occupate dalle forze dell’Asse. In Norvegia si formò l’organizzazione clandestina Milorg, che compì numerosi atti di sabotaggio e diede costanti informazioni agli inglesi. In Danimarca la nascita della Resistenza avvenne solo nel 1943, quando il governo si sciolse e prese forma un Consiglio danese libero, che operava in clandestinità. Nei Paesi Bassi e in Belgio si formarono alcune organizzazioni clandestine che agirono con azioni di sabotaggio e di contrasto, limitatamente alle condizioni territoriali e politiche dei rispettivi governi.




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23 marzo 2008
La Resistenza polacca
 In Polonia la Resistenza nacque da una duplice necessità: quella di preservare l’identità nazionale, violata da Hitler e da Stalin, e quella di rispondere alle brutalità commesse dai nazisti, che avevano colpito prevalentemente, ma non solo, la popolazione ebraica. La Resistenza polacca visse profonde lacerazioni, divisa com’era tra una fazione moderata, che faceva capo al governo in esilio a Londra, e quella rivoluzionaria di matrice comunista, costituitasi nel 1942 con l’appoggio sovietico e che nel 1944 diede forma al Comitato di liberazione nazionale (PKWN). L’insurrezione degli ebrei del ghetto di Varsavia, distrutto dai tedeschi tra l’aprile e il maggio del 1943, rappresentò un episodio cruciale della Resistenza polacca. La drammaticità della divisione della Resistenza si manifestò in tutta la sua evidenza nella rivolta di Varsavia dell’agosto 1944: organizzata dal governo in esilio a Londra, fu boicottata dai sovietici per ragioni di convenienza politica, così che i tedeschi in ottobre ripresero il controllo della città.



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23 marzo 2008
Resistenza europea
 Lotta militare e politica condotta nel corso della seconda guerra mondiale da organizzazioni clandestine e formazioni militari di volontari contro l’occupazione nazista in Europa e contro i regimi collaborazionisti; si diffuse in tutto il territorio europeo, a partire dal 1942, assumendo differenti e specifici caratteri.

Nei paesi occupati dai tedeschi sin dal 1940, come la Danimarca, la Norvegia e l’Olanda, l’obiettivo era di proseguire la guerra perduta dagli eserciti regolari e di ritornare alla situazione prebellica. In altri paesi, come la Francia, la Iugoslavia, la Grecia, la Polonia e l’Italia, la Resistenza assunse un carattere di scontro politico, anche con risvolti rivoluzionari, pur nell’ambito di una comune strategia militare finalizzata al ripristino della libertà e alla riconquista della sovranità nazionale, e si sviluppò in collegamento con le operazioni di guerra condotte dagli eserciti alleati.

Fu questo il caso anche dell’Italia che, dopo l’armistizio di Cassibile del 1943 con gli anglo-americani, restò divisa in due e vide la nascita di formazioni partigiane nella parte occupata dai tedeschi e organizzata nel regime della Repubblica sociale italiana.




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23 marzo 2008
Dittatura dei colonnelli ( 1967 - 1974 )
 

 

Dittatura dei colonnelli (t? ?α?est?? t?? S??tα?µαtα????), nota anche come La Giunta (? ????tα), è il nome che viene usato per indicare il periodo compreso negli anni dal 1967 al 1974, quando la Grecia venne governata da una serie di governi militari anticomunisti saliti al potere il 21 aprile 1967 con un colpo di stato.Il colpo di stato del 1967, ed i seguenti sette anni di dittatura militare, furono la conseguenza dell’anomala situazione politica sviluppatasi nel dopoguerra. Secondo gli accordi di Yalta, l'influenza politica nella penisola spettava per il 70% agli USA e per il restante 30% ai sovietici (mentre nelle restanti nazioni europee c'era una chiara dominanza dell'una o dell'altra parte). Data tale convivenza di interessi e la mancanza di una casa reale autorevole, gruppi cospiratori di destra e di sinistra fomentarono le tensioni sociali già esistenti, che sfociarono inizialmente n

Dopo l'occupazione della Grecia da parte delle forze dell'Asse Roma-Berlino, nel 1941, si sviluppò un forte movimento di resistenza partigiana organizzato nell'EAM (Fronte Nazionale di Liberazione) e nell'ELAS (Esercito Nazionale Popolare di Liberazione) controllati dal KKE (Partito Comunista greco).
Il movimento partigiano riuscì a prendere il controllo di alcune parti del territorio, soprattutto nelle zone montuose dell'entroterra, istituendo una Commissione Politica di Liberazione (Politiki Epitropi Apeleftherosis, PEEA) con funzioni di governo. Per contrastare le forze partigiane e risparmiare forze del Reich, il comando nazista, in collaborazione con il
governo fantoccio di Ioannis Rallis, istituì nel 1943 i "Battaglioni di Sicurezza" (???µαtα ?sfα?e?α?), squadre armate dai nazisti e agli ordini del capo delle SS in Grecia Walter Simana, che combatterono contro l'ELAS. A maggio del 1944 rappresentanti delle forze politiche della resistenza greca e il governo in esilio si incontrarono in Libano per una conferenza sul futuro governo dopo la liberazione. Ci fu un accordo che prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale di 24 membri, 6 dei quali provenienti dalla PEEA. Nell'ottobre del 1944, dopo la liberazione, il governo di unità nazionale con primo ministro Geórgios Papandréu si insediò ad Atene. Il re rimase al Cairo in quanto si stabilì che sarebbe stato un referendum a decidere sulla monarchia. Nel dicembre del 1944 tutti i membri del governo appartenenti all'EAM si dimisero in segno di protesta per il disarmo dell'ELAS voluto dagli inglesi. Una massiccia manifestazione al centro di Atene fu contrastata dalle forze inglesi con l'aiuto di ex-collaborazionisti del regime nazista facendo 28 morti. Questo fu il primo atto della guerra civile che, dopo un mese di guerriglia urbana, portò alla ritirata dell'ELAS, e successivamente all'accordo del suo disarmo con l'accordo di Varkiza nel febbraio del 1945.

Dopo un breve intervallo la guerra civile riprese a marzo del 1946 e dopo alterne vicende terminò nel 1949 con la sconfitta della sinistra e la messa fuori legge del KKE, che vide molti suo membri costretti all'emigrazione per evitare le dure repressioni interne che seguirono.
Durante gli anni della guerra civile, e fino al 1952, i governi erano formati da coalizioni di partiti di centro con maggioranze instabili, e travagliati da continue accuse di corruzione ed inefficienza che permisero ad enti extranazionali come la
CIA di operare tranquillamente sul proprio territorio. Nel 1952, con l'adozione del sistema maggioritario, al posto del proporzionale fino ad allora vigente, iniziò una serie di governi monocolori di destra.

ella guerra civile greca combattuta dal 1945 al 1949, e successivamente in governi deboli e precari.

Agli inizi degli anni sessanta il governo era ancora in mano alla destra ma iniziavano a evidenziarsi segnali di una richiesta di maggior libertà. Nel 1963 l'assassinio del parlamentare del partito EDA (Sinistra Unita Democratica) Grigoris Lambrakis, da gruppi parastatali di destra, provocò una profonda emozione e anche una serie di manifestazioni di protesta che culminarono con le dimissioni del capo del governo, Konstantinos Karamanlis, nel giugno 1963.
Le elezioni per il parlamento del novembre
1963 videro la vittoria dell'Unione Democratica di Centro con il 42% dei voti, il cui leader Geórgios Papandréu formò un governo con il supporto dell'EDA. Ma vedendo il nuovo corso, rassegnò quasi subito le dimissioni puntando sulla maggioranza assoluta. Nelle successive elezioni a febbraio del 1964, ottenne il 53% dei voti e un'ampia maggioranza in parlamento con 171 seggi su 300. Per la prima volta dal 1952, si presentava un governo non appartenente alla destra e con forte appoggio popolare.

Il giovane e inesperto re Costantino II, succeduto al padre Paolo deceduto nel marzo del 1964, nel tentativo di mantenere il controllo sull'esercito, si scontrò con il primo ministro Papandréu. Nel luglio del 1965, con il pretesto della scoperta, all'interno dell'esercito, di un gruppo di cospiratori di sinistra, rifiutò le dimissioni del ministro della Difesa, carica che Papandréu voleva assumere egli stesso, constringendo alle dimissioni quest'ultimo. Iniziò così una stagione turbolenta, di governi incapaci di ottenere la fiducia in parlamento, e proteste popolari, che culminerà con il colpo di stato del 1967.

Sfruttando i poteri concessogli dalla costituzione, immediatamente dopo le dimissioni (verbali) di Papandréu il 15 luglio 1965, il sovrano nominò primo ministro il presidente del parlamento Georgios Athanasiadis-Novas che, malgrado l'appoggio dei dissidenti dell'Unione di Centro, guidati da Costantino Mitsotakis, e dei conservatori, non riusci a ottenere il voto di fiducia.

Il 20 agosto 1965 Georgios Athanasiadis-Novas fu rimpiazzato da Ilias Tsirimokos che non ebbe però miglior fortuna e che si dimise il 17 settembre non avendo ottenuto la fiducia dal parlamento. In seguito a questi fallimenti, Costantino II indusse alcuni dei dissidenti, guidati da Stephanos Stephanopoulos a formare un governo di uomini del re, governo che resistette fino al 22 dicembre 1966, avversato dai sostenitori di Papandréu e minato da una crescente ondata di scioperi e proteste.

In seguito alle dimissioni di Stephanopulos il re affidò il compito di formare un governo ad interim a Ioannis Paraskevopoulos con la promessa di convocare nuove elezioni per il maggio 1967. Anche questo governo ebbe vita travagliata ed il 3 aprile 1967 fu rimpiazzato da un altro governo ad interim guidato dal leader dell'Unione Radicale Nazionale Panagiotis Kanellopoulos. Le elezioni vennero fissate per il 27 maggio di quell'anno e molte indicazioni facevano pensare che l'Unione di Centro avrebbe ottenuto la maggioranza in parlamento.Intanto già dal 1966, all’interno dell’esercito si formarono vari gruppi di ufficiali che puntavano a varie forme di intervento che avrebbero evitato la presa del potere all’Unione di Centro e le probabili epurazioni che avrebbero seguito. Secondo un’analisi dell’ambasciata USA del maggio 1966, un gruppo di 11 generali, guidati da Georgios Spantidakis, comandante in capo dell'esercito greco, avrebbe studiato un piano che prevedeva la presa del potere da parte dell’esercito e la nomina di Panagiotis Pipinelis (?α?α???t?? ??p??????) politico ultraconservatore fedelissimo al sovrano, come primo ministro. Il re, che fu messo al corrente del piano, diede il suo assenso. Del piano furono informati anche i capi dell’Aeronautica e della Marina, e alcuni uomini politici. Nel novembre 1966, fu elaborato il piano, che si basava sul piano Prometheus che era stato predisposto per contrastare una ipotetica sollevazione comunista, con l’aggiunta dell’arresto di alcuni uomini politici e giornalisti. Il piano si sarebbe attivato su richiesta del re e comunque prima delle imminenti elezioni. Contemporaneamente venne formato, ad un livello più basso, un gruppo di ufficiali capeggiati dal colonnello George Papadopoulos, i quali vennero introdotti ai preparativi del colpo di stato e dislocati al comando di varie formazioni in postazioni strategiche. Il gruppo di Papadopoulos, al quale appartengono il brigadiere Stylianos Pattakos (St???α??? ?αttα???) e il colonnello Nikolaos Makarezos (?????α?? ?α?α?????), di fronte ai temporeggiamenti degli ufficiali maggiori, e temendo l’avvicinamento delle elezioni decide di agire individualmente senza attendere il via libera del monarca.

Nella notte fra il 20 ed il 21 aprile 1967 venne dato a tutti gli appartenenti al gruppo degli insurrezionisti il segnale per agire. Alle 2:00 Papadopoulos, Makarezos e il colonnello Ioannis Ladas (??????? ?αd??) entrarono nella sede dello Stato Maggiore dell’Esercito e annunciarono al comandante in capo George Spantidakis il colpo di stato. Spantidakis non si oppose, anzi facilitò i piani dei colonnelli. Alle 2:30 un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Georgios Konstantopoulos occupò il Ministero della Difesa. Contemporaneamente le truppe al comando del brigadiere Stylianos Pattakos guadagnarono il controllo dei centri di comunicazione, del parlamento e del palazzo reale. Le unità mobili della Polizia Militare (Elliniki Stratiotiki Astynomia ESA) seguendo liste già predisposte dal capo Ioannis Ladas, arrestarono più di 10.000 persone. Dirigenti politici, incluso il primo ministro Panagiotis Kanellopoulos, figure di rilievo ed anche semplici cittadini che avessero mostrato simpatie per la sinistra, furono arrestati o messi nella condizione di non poter comunicare.

L'ambasciatore USA ad Atene Phillips Talbot disapprovò il complotto militare affermando che esso rappresentava uno stupro alla democrazia al che il responsabile della CIA ad Atene, Jack Maury, rispose come è possibile stuprare una prostituta?

I tre dirigenti del colpo di stato fecero visita alle 5:30 della mattina del 21 aprile al re, nella sua residenza estiva di Tatoi che era stata circondata dai carri armati agli ordini dei rivoltosi.
In un primo tempo il sovrano cercò di opporre resistenza e congedò i militari chiedendo loro di ritornare in compagnia di Spantidakis. In seguito, nella stessa giornata, raggiunse il ministero della difesa situato a nord del centro di Atene che era diventato il centro della rivolta. Il re ebbe un colloquio con Kannellopulos, che vi era trattenuto in stato di arresto, il quale cercò di convincerlo a interrompere qualsiasi dialogo con gli insurrezionistii e di denunciarli pubblicamente.
Infine Costantino II decise di collaborare giustificando la sua iniziale indecisione con la motivazione che essendo rimasto isolato e quindi all'oscuro sulla situazione non aveva potuto agire immediatamente. In seguito il monarca cercò di giustificare il suo atteggiamento affermando di aver cercato di prendere tempo per poter organizzare un contro-colpo nei confronti dell Giunta militare.
Comunque, nei fatti, il nuovo governo ebbe un'origine legale essendo stato legittimato dal capo dello stato, circostanza che ebbe un notevole peso sulla definitiva presa del potere da parte dei militari. In seguito Costantino II cercò di ritornare, senza successo, sulla sua decisione. Per molti greci l'atteggiamento di Costantino II lo legò indissolubilmente ai colonnelli, convinzione che giocò un ruolo fondamentale nella decisione finale di abolire la monarchia, decisione sancita nel 1974 attraverso un referendum popolare.

La sola concessione che il re ottenne fu che fosse un civile ad essere nominato primo ministro. Venne scelto Constantine Kollias, un magistrato membro dell'Areios Pagos, la più alta corte di giustizia dell'ordinamento greco, monarchico convinto. Kollias fu comunque solamente un paravento ed il potere effettivo rimase nelle mani dei militari ed in particolare di Papadopoulos che assunse in breve il ruolo di uomo forte della Giunta militare.
Formalmente la legalità fu rispettata in quanto la costituzione greca prevedeva che il re avesse il potere di nominare il primo ministro a prescindere dal voto di fiducia del parlamento.
Fu questo governo, costituito in poche ore nella giornata del 21 aprile, che formalizzò il colpo di stato adottando l'atto costituente, un emendamento, equivalente ad un totale rivolgimento costituzionale, che cancellava le elezioni ed aboliva di fatto la costituzione stessa, che avrebbe dovuto essere sostituita da una nuova definita in futuro e che quindi permetteva al governo di gestire il paese governando per decreto.

Questi decreti non dovevano essere firmati dal sovrano, che già non aveva firmato l'atto costituzionale e questo permise a Costantino di affermare, in seguito, di non aver mai vidimato alcun documento istituente la Giunta militare. I critici affermarono che il sovrano non aveva fatto nulla per impedire la costituzione del governo militare e soprattutto con la designazione di Kollias aveva di fatto legalizzato il colpo di stato.
Uno dei primi atti del nuovo governo fu confermare l'istituzione della legge marziale, azione annunciata dalla radio di stato durante lo svolgimento della sollevazione.I colonnelli preferivano riferirsi al colpo di stato del 21 aprile come a una rivoluzione per salvare la nazione. La loro giustificazione ufficiale fu che cospiratori comunisti si fossero infiltrati nella burocrazia, nelle università, nei centri di comunicazione ed anche nell'esercito, rendendo quindi necessaria una azione drastica per proteggere la Grecia da un rivolgimento.
Così la principale caratteristica della Giunta fu un implacabile anticomunismo unito alla costante battaglia contro gli invisibili, ma sempre presenti, agenti del comunismo.
Il termine anarcocomunisti (α?α?????µµ????st??) fu spesso usato per indicare tutti coloro con idee di sinistra.
In quest'ottica la Giunta cercò di influenzare l'opinione pubblica non solo con la propaganda ma anche inventando nuove parole che esprimessero i concetti chiave della sua ideologia come palaiokommatismos (vetero-partitismo) e Ellas Ellinon Christianon (La Grecia dei cristiani greci).
La creazione di nemici veri e fittizi fu una pratica usuale.
Ateismo, cultura pop, musica rock, hippies, erano aspetti della cospirazione comunista.
Nazionalismo e moralismo cristiano divennero i valori principali.Durante il periodo della dittatura il governo greco ebbe stretti rapporti di collaborazione e sostegno con diverse formazioni della destra italiana, sia parlamentari, come il Movimento Sociale Italiano, che extraparlamentari, come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, e con certuni ambienti eversivi del SID, i servizi segreti italiani. Giovani neofascisti italiani spesso si recavano in Grecia per studiare, così come i rampolli della nomenklatura fascista greca approdavano nelle università italiane.In breve tempo i rapporti tra il re e la giunta militare si deteriorarono. I militari non avevano nessuna intenzione di spartire il potere con nessuno mentre il giovane re, come il padre prima di lui, ambiva ad avere un ruolo di primo piano nella politica e non intendeva diventare il paravento dell'amministrazione militare.
Benché i colonnelli, apertamente anticomunisti, fossero favorevoli alla NATO e affermassero di vedere negli USA un punto di riferimento, il loro scarso prestigio internazionale, ed anche il dissenso interno, portarono il presidente USA
Lyndon B. Johnson a consigliare a Costantino II, durante una sua visita negli States, nell'autunno 1967, un cambiamento di governo.
Il re prese il consiglio come l'indicazione di organizzare un contro colpo di stato anche se gli USA non collaborarono poi in nessun modo alla sua realizzazione.
Costantino II decise di far scattare la sua mossa il
13 dicembre del 1967. Essendo la capitale, Atene, saldamente in mano al governo militare il re progettò di trasferirsi, in aereo, a Kavala, una piccola città ad est di Salonicco nel nord della Grecia. Qui sperava di essere circondato da truppe fedeli solamente alla corona. Il piano, vago e scarsamente studiato, prevedeva poi di avanzare nella presa di Salonicco, seconda città della Grecia e capitale della Grecia del nord. Il piano prevedeva la formazione di una governo alternativo a quello militare che, grazie al riconoscimento internazionale ed alle pressioni interne costringesse i militari a liberare il campo permettendo al re un trionfale ritorno nella capitale.
La mattina del 13 dicembre, in effetti, il re insieme con la regina Anna Maria e con i due figli, Alexia e Pavlos, con la madre, Frederika di Hannover e la sorella Irene si trasferì usando il proprio aereo personale a Kevala. Insieme al sovrano andò anche il primo ministro Kollias.
Inizialmente il piano sembrò avere successo, il re venne ben accolto a Kevala, che dal punto di vista militare era sotto il controllo di un generale fedele alla corona. Marina ed aeronautica, entrambe fortemente monarchiche, e che non avevano preso parte al colpo di stato di aprile, si dichiararono immediatamente favorevoli al sovrano e si mobilitarono. Altri generali fedeli alla corona tagliarono tutte le comunicazioni tra Atene ed il nord.
Malgrado questi primi, apparenti successi, il piano si rivelò un fallimento a causa della sua eccessiva fiducia nel fatto che gli ordini emessi dai generali venissero immediatamente eseguiti. Altro motivo di debolezza della posizione del re fu il non aver cercato la collaborazione con le forze politiche contrarie al regime.
In pratica, nell'arco di poche ore la situazione si ribaltò, i quadri intermedi dell'esercito arrestarono i generali monarchici e avanzarono verso Kevala con lo scopo di arrestare il re.
Comprendendo che il suo piano era fallito, Costantino lasciò la Grecia insieme alla sua famiglia, a bordo del suo aeroplano per atterrare a
Roma nelle prime ore del 14 dicembre.
Costantino II rimase in esilio volontario fino a quando i militari rimasero al potere (benché fino al
1 giugno 1973 fosse ancora nominalmente re di Grecia) e non rientrò più in patria come re.Quando Costantino II si allontanò da Atene, e poi dalla Grecia, nel dicembre 1967 prese con sé il primo ministro Kollias lasciando quindi il paese formalmente privo di governo, mancando sia il capo dello stato che il capo del governo.
Questa situazione non risultò però particolarmente problematica per la giunta militare, infatti il Consiglio della Rivoluzione, composto da Pattakos, Papadopoulos e Makazeros, fece pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale una risoluzione che nominava il maggior generale
Georgios Zoitakis in qualità di reggente.
Subito dopo la pubblicazione del decreto Zoitakis chiamò Papadopoulos alla carica di primo ministro. La posizione del reggente fu ulteriormente confermata dalla modifica della costituzione varata nel
1968 benché il sovrano in esilio non riconoscesse la reggenza.
Nel 1972 Zoitakis, entrò in scontro con gli altri membri della giunta militare e fu sostituito nella reggenza da Papadopoulos stesso. Nonostante in quegli anni l'effige del re rimanesse sulle monete, negli uffici pubblici ecc., lentamente i militari allontanarono le istituzioni dalla monarchia. Le esenzioni fiscali a favore della famiglia reale furono abolite, la complessa rete di istituzioni controllate dalla corona fu trasferita allo stato, le insegne reali furono rimosse dalle monete, la marina e l'aereonatutica cessarono di essere regie ed i giornali ricevettero il divieto di pubblicare fotografie o interviste a Costantino II.Per guadagnare consenso al suo governo, Papadopoulos fu abile nel proiettare un'immagine ammiccante ad alcuni settori della società greca. Il contadino povero, conservatore, religioso, con il suo rozzo galateo, il suo linguaggio semplice, il suo nome ampiamente diffuso (Georgios Papadopoulos è uno dei nomi più diffusi in Grecia) divenne una figura importante. Papadopoulos stesso si presentò come un amico dell'uomo qualunque. I figli delle famiglie povere delle aree rurali non ebbero altra possibilità di educazione se non attraverso le accademie militari e vennero posti in contrapposizione con gli abitanti delle città, l'elite educata in maniera occidentale.
La musica moderna di origine occidentale fu bandita dalle trasmissioni radiofoniche mentre vennero promosse la musica e l'arte tradizionali.
Oltre a questo il regime avviò una politica economica di sviluppo delle aree rurali spesso trascurate dai precedenti governi che avevano favorito invece lo sviluppo sulle aree industriali urbane.
Le posizioni del regime furono meno ben accette tra i membri delle classi medie ma l'instabilità politica che aveva caratterizzato gli anni precedenti portò molti cittadini a sperare in un governo più stabile, situazione che in effetti si realizzò sotto il regime militare. Nel complesso i colonnelli non ebbero grandi difficoltà nell'estendere il loro controllo su tutto il paese. Sul piano internazionale il regime ebbe il tacito appoggio degli USA impegnati nella
guerra fredda con l'URSS. La posizione della Grecia, ai confini con il blocco orientale, ne fece un'importante pedina nel gioco internazionale. Gli USA, in base alla dottrina Truman fornirono milioni di dollari per sostenere l'economia greca.
L'atteggiamento degli USA verso la giunta fu valutato essere la causa del diffuso sentimento anti-americano che caratterizzò gli anni seguenti alla caduta del regime militare.
L'atteggiamento degli altri stati europei fu meno accomodante e nel
1972 il regime greco decise di uscire dal Consiglio d'Europa allo scopo di prevenire l'espulsione dal suddetto organismo. Molti paesi dell'Europa occidentale, tra cui l'Italia, dettero asilo a profughi politici greci. Il regime però raccolse simpatie nell'estrema destra occidentale: Almirante lo definì dovuto a necessità.Durante il periodo in cui rimase al potere, la giunta militare soppresse le normali libertà civili. I partiti politici vennero sciolti e vennero istituiti tribunali militari speciali. Molte migliaia di supposti comunisti e di oppositori politici vennero imprigionati o esiliati in remote isole dell'arcipelago greco.
Amnesty International inviò, segretamente, osservatori in Grecia e rilevò che la tortura era una pratica usata comunemente sia dalla polizia ordinaria che dalla polizia militare (un osservatore statunitense, membro di Amnesty, scrisse nel dicembre 1969 che un conteggio per difetto di coloro che erano stati sottoposti a torture assommava almeno a duemila individui).Negli anni che vanno dal 1967 al 1972 si andò organizzando l'opposizione al regime dei colonnelli, sia interna che estera. In aggiunta alla prevedibile posizione della sinistra, il regime dovette anche affrontare un opposizione legata ai vecchi partiti della destra fedeli alla corona. A tutto ciò si aggiunse lo scontento degli uomini d'affari danneggiati dall'isolamento internazionale in cui venne a trovarsi la Grecia, oltre a quello della classe media pesantemente danneggiata dalla crisi economica che i militari furono incapaci di affrontare malgrado i consistenti aiuti provenienti dagli USA.
L'unico tipo di risposta che il regime fu in grado di fornire a tutte le opposizioni fu la repressione poliziesca che maggiormente si accanì contro gli esponenti della sinistra. Numerosi furono i casi di incarceramenti senza processo e di uso della tortura.

Gli elementi democratici presenti nella società greca si organizzarono quasi subito nel tentativo di ostacolare la politica della Giunta. Già all'inizio del 1968 si erano formati numerosi gruppi, sia in esilio che in patria, che chiedevano il ritorno della democrazia, tra questi si possono ricordare il Movimento di Liberazione Panellenico (PAK), Difesa democratica, l'Unione Socialista Democratica; gruppi che traevano la loro origine da tutto lo scenario della sinistra greca, grande parte del quale si trovava ormai, come il Partito Comunista, nella clandestinità. Tra le prime azioni contro la Giunta vi fu il tentativo di assassinare Papadopoulos, il 13 agosto 1968.
L'azione ebbe luogo durante il trasferimento dell'uomo forte della Giunta dalla sua residenza estiva a
Lagonisi verso Atene.

Il piano prevedeva l'esplosione di una bomba in un punto della strada costiera dove la limousine di Papadopoulos doveva rallentare. Il piano fallì e l'attentatore Alekos Panagulis venne catturato poche ore dopo mentre cercava di fuggire a bordo di un battello.
Panagoulis venne portato nella sede della polizia militare dove venne percosso e torturato. Il
17 settembre 1968 venne condannato a morte ma la sua condanna non venne mai eseguita nel timore delle reazioni sia interne che internazionali. Dopo la caduta della Giunta, Panagoulis venne eletto membro del parlamento.

Nel 1969, Costa Gavras pubblicò il film Z, basato su un libro del celebrato scrittore di sinistra Vassilis Vassilikos. Il film, sottoposto a censura, presentava un resoconto minimamente romanzato degli eventi che circondarono l'assassinio del politico dell'EDA, Gregoris Lambrakis, nel 1963. Il film venne girato per catturare un senso di rabbia nei confronti della giunta. La colonna sonora del film venne composta da Mikis Theodorakis, imprigionato dalla giunta, e venne introdotta illegalmente nel paese per essere aggiunta alle altre composizioni ispiratrici di Theodorakis.

Il funerale di Geórgios Papandréu Senior, il 1 novembre 1968, si tramutò spontaneamente in una grossa manifestazione contro la giunta. Migliaia di ateniesi disobbedirono agli ordini dei militari e seguirono il feretro fino al cimitero. Il governo reagì con l'arresto di 41 persone.

Il 28 marzo 1969, dopo due anni segnati da una diffusa censura, detenzioni politiche e torture, Giorgos Seferis (che aveva ricevuto il Premio Nobel per la letteratura nel 1963) prese posizione contro la Giunta. Egli rese una dichiarazione al BBC World Service [1], con copie distribuite simultaneamente a tutti i quotidiani greci. In un discorso contro i colonnelli, egli dichiarò appassionatamente che "Questa anomalia deve finire". Seferis non visse abbastanza per vedere la fine della Giunta. Anche il suo funerale, il 20 settembre 1972, venne trasformato in una massiccia dimostrazione contro il governo militare.

La Giunta esiliò migliaia di persone, sulla base del fatto che erano comuniste e/o "nemiche della nazione". Molte di queste vennero sottoposte al confino su isole greche deserte come Makronisos, Gyaros, Gioura o disabitate come Leros, Agios Eustratios o Trikeri. I personaggi più noti erano in esilio all'estero, e molti di essi ebbero un sostanziale coinvolgimento nella resistenza, organizzando proteste nelle capitali europee, o aiutando a nascondere i rifugiati greci. Melina Merkouri, attrice e cantante e, dopo il 1981 ministro della cultura; Mikis Theodorakis, compositore; Costas Simitis, primo ministro dal 1996 al 2004; e Andreas Papandreou, primo ministro dal 1981 al 1989 e nuovamente dal 1993 al 1996, furono tra questi. Alcuni scelsero l'esilio incapaci di sopportare la vita sotto la Giunta. Ad esempio a Melina Merkouri venne permesso di entrare in Grecia, ma rimase lontana per sua scelta.

Nelle prime ore del 19 settembre 1970, in piazza Matteotti a Genova, lo studente di geologia Kostas Georgakis si diede fuoco per protestare contro la dittatura del governo di George Papadopoulos. La Giunta ritardò l'arrivo delle sue spoglie a Corfù per quattro mesi, temendo reazioni pubbliche e proteste. All'epoca la sua morte provocò scalpore in Grecia e altrove, in quanto fu la prima tangibile manifestazione della profondità della resistenza contro la Giunta. Georgakis è l'unico eroe della resistenza alla Giunta noto per aver protestato togliendosi la vita ed è considerato il precursore delle successive proteste studentesche, come quella del Politecnico. Il comune di Corfù ha eretto un monumento in suo onore nei pressi della sua casa natale.Con l'obiettivo di risolvere la questione costituzionale e contrastare la crescente opposizione al regime, Papadopoulos varò una nuova costituzione che abolì la monarchia e fece della Grecia una repubblica. Il referendum per l'approvazione della nuova costituzione si tenne all'inizio del 1973 e, grazie anche a brogli e pressioni, dette un risultato quasi unanime a favore del nuovo testo. Dopo il referendum Papadopoulos assunse, il 1 giugno 1973, la carica di presidente della repubblica.Il 23 maggio 1973 il cacciatorpediniere Velos, al comando di Nicholaos Pappas, mentre era impegnato in una manovra coordinata NATO si ammutinò, rifiutando di ritornare in Grecia, come forma di protesta verso il governo militare.
La protesta scoppiò quando, durante un pattugliamento tra la penisola italiana e la
Sardegna, il capitano e gli ufficiali ricevettero via radio la notizia che in Grecia erano stati arrestati alcuni ufficiali di marina che avevano contestato il regime. Il comandante del Velos faceva parte di un gruppo di ufficiali democratici decisi ad obbedire alla costituzione.
Pappas convinto che l'arresto dei suoi compagni avesse negato ogni speranza di poter agire dall'interno, decise di portare la situazione del suo paese all'attenzione dell'opinione pubblica con un gesto clamoroso.
Dopo aver comunicato all'equipaggio le sue intenzioni ed averne registrato l'adesione alla protesta, il comandante del Velos comunicò le sue intenzioni al quartier generale della NATO citando il preambolo dell'atto di costituzione della NATO stessa: ...tutti i governi... sono determinati a difendere la libertà, i diritti e la civiltà dei loro popoli, fondati sui principi della democrazia, della libertà individuale e del governo della legge e dopo aver lasciato la formazione fece rotta verso
Roma. Dopo aver ancorato il Velos di fronte a Fiumicino un gruppo di rivoltosi a bordo di alcune lance, prese terra e direttisi all'aeroporto telefonarono alle agenzie di informazione internazionale, comunicando l'ammutinamento e la decisione di tenere una conferenza stampa il giorno seguente.
L'azione del Velos produsse un notevole interesse internazionale. Il capitano, sei ufficiali e venticinque sottufficiali ottennero asilo politico in Italia. In realtà l'intero equipaggio avrebbe voluto seguire il comandante ma gli ufficiali chiesero loro di rimanere a bordo e di ritornare in Grecia allo scopo di comunicare alle famiglie ed agli amici quanto era accaduto.
Il Velos ritornò in Grecia il mese successivo con un nuovo equipaggio. Dopo la caduta del governo militare il comandante Pappas e gli altri ammutinati rientrarono in patria dove vennero reintegrati nei ranghi della marina.

Il 14 novembre 1973 gli studenti del Politecnico di Atene entrarono in sciopero ed avviarono una forte protesta contro la Giunta. Nelle prime fasi della protesta non vi fu alcuna reazione da parte del governo militare cosicché gli studenti poterono barricarsi all'interno degli edifici e mettere in funzione una stazione radio (usando materiale trovato nei laboratori) che trasmetteva nell'area di Atene. Migliaia di lavoratori e di giovani si unirono alla protesta sia dentro che fuori l'università.

Nelle prime ore del 17 novembre Papadopoulos ordinò all'esercito di porre fine alla protesta. Un carro armato Amx 30 abbatté i cancelli del Politecnico, che era stato completamete privato di illuminazione attraverso lo spegnimento della rete elettrica cittadina, travolgendo gli studenti che vi si erano arrampicati sopra.

Secondo le indagini svolte dopo la caduta della Giunta nessuno studente rimase ucciso dall'azione del carro armato anche se i feriti furono moltissimi, ed alcuni di essi rimasero poi invalidi. Negli scontri che seguirono l'intervento dell'esercito rimasero uccisi 24 civili, tra i quali almeno uno ucciso a sangue freddo da un ufficiale.

Il 25 novembre 1973 a seguito della sanguinosa repressione della rivolta del Politecnico di Atene del 17 novembre, ed alle proteste interne ed internazionali seguite ai fatti, il generale Dimitrios Ioannides rimosse Papadopoulos e tentò di mantenere il potere nelle mani dei militari malgrado il crescere dell'opposizione interna al regime.

Nel luglio del 1974 il tentativo di Ioannides di rovesciare l'arcivescovo Makarios III, presidente di Cipro, attraverso un colpo di stato militare condotto dall'organizzazione filo-ellenica EOKA-B condusse la Grecia sull'orlo della guerra con la Turchia.
Questa infatti, come risposta all'azione greca, invase militarmente la parte nord dell'isola instaurando un governo filo-turco, non riconosciuto dal diritto internazionale.

La prospettiva della guerra contro la Turchia fece sì che una parte degli ufficiali più anziani togliesse il suo appoggio alla giunta ed al suo uomo forte Ioannides. I membri della giunta militare, dopo aver nominato presidente Phaedon Gizikis, convocarono una riunione di uomini politici comprendente Panagiotis Kanellopoulos, Spiros Markezinis, Stephanos Stephanopoulos, Evangelos Averoff e altri con l'obiettivo di formare un governo di unità nazionale che portasse il paese alle elezioni. Essendo stata osteggiata l'originaria ipotesi di affidare l'incarico di primo ministro a Panagiotis Kanellopoulos, il presidente Gizikis infine si risolse a proporre l'incarico a Konstantinos Karamanlis, che dal 1963 risiedeva a Parigi dopo essere stato più volte primo ministro negli anni '50.
Karamanlis accettò e giunse ad Atene a bordo dell'aereo personale del presidente francese
Valéry Giscard d'Estaing.

Le elezioni del novembre 1974 videro la vittoria di Nuova democrazia, il partito fondato da Karamanlis che venne così confermato nel ruolo di primo ministro.

 




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23 marzo 2008
Madri di Plaza de Mayo
 

Le Madri di Plaza de Mayo (in spagnolo Asociación Madres de Plaza de Mayo) è una associazione formata dalle madri dei desaparecidos, ovvero i dissidenti scomparsi durante la dittatura militare in Argentina tra il 1976 e il 1983.

L'emblema delle Madri di Plaza de Mayo dipinto sulla pavimentazione della celebre piazza di Buenos Aires.
L'emblema delle Madri di Plaza de Mayo dipinto sulla pavimentazione della celebre piazza di Buenos Aires.

L'associazione della Madri di Plaza de Mayo è una organizzazione argentina dedita all'attivismo nel campo dei diritti civili composta da donne che hanno tutte lo stesso obiettivo: rivendicare la scomparsa dei loro figli e ottenerne la restituzione, attività che hanno svolto e svolgono da oltre un trentennio. Il loro emblema, un fazzoletto bianco annodato sulla testa, è il loro simbolo di protesta che in origine era costituito dal primo pannolino, di tela, utilizzato per i loro figli neonati. Il loro nome è originato dal nome della celebre piazza di Buenos Aires, Plaza de Mayo, dove queste donne coraggiose si riunirono per la prima volta e da allora, ogni giovedì pomeriggio, esse si ritrovano nella piazza e la percorrono in senso circolare, attorno alla piramide che si torva al centro, per circa mezz'ora. Nel 1986 la associazione si divise in Asociación Madres de Plaza de Mayo, e in Madres de Plaza de Mayo-Linea Fundadora, in seguito a forti divergenze sorte all'interno dell'organismo circa l'opportunità di accettare le riparazioni economiche per la perdita dei loro figli offerte dall'allora presidente radicale Raul Alfonsin. Alcune madri, che allora si trovavano in condizioni economiche decisamente critiche, a causa della perdita dei loro familiari e della crisi economica che stava colpendo l'Argentina, decisero di accettare le riparazioni, e comunque non rinunciando a combattere per la verità e la giustizia. Le madri capeggiate da Hebe de Bonafini, decisero di abbandonare l'organizzazione originaria, che da allora in poi prese il nome di Madres de Plaza de Mayo - Linea Fundadora, e di fondare l'Asociación Madres de Plaza de Mayo. Da allora le traiettorie delle due associazioni cominciarono a differenziarsi gradualmente, pur nella condivisione della lotta per la verità e la giustizia.Il gruppo di cui Hebe de Bonafini è presidente cominciò ad intraprendere un cammino fortemente politicizzato ed ideologico basato su temi ed obiettivi del marxismo più puro e del peronismo sociale degli anni '40. A fianco delle rivendicazioni relative ai trascorsi della repressione illegale di stato sofferta dal popolo argentino durante l'ultima dittatura militare, si è andato formando un attivismo attento ai temi dei diritti degli indigeni e delle popolazioni oppresse in generale. La Asociación Madres de Plaza de Mayo infatti appoggia e si sente vicina ideologicamente alle lotte condotte dagli neozapatisti del Subcomandante Marcos, dal presidente venezuelano Hugo Chavez e da Fidel Castro, a dimostrazione di come la cosiddetta "socializzazione della maternità" di cui sono state protagoniste, le abbia spinte a riconoscere ed aborrire le ingiustizie ovunque queste abbiano luogo.

Sebbene fino ai primi anni del XXI secolo queste madri si siano volutamente tenute lontane dalla politica ufficiale argentina, diffidando profondamente di ogni politico che salisse al governo, negli ultimi 3 anni si è verificato un cambiamento di rotta sostanziale, in seguito alla politica fortemente incentrata sulla difesa dei diritti umani adottata dal presidente Nestor Kirchner. Se è vera ed ineccepibile l'azione svolta dal governo Kirchner in favore dei diritti umani e della lotta all'impunità dei repressori e criminali della dittatura militare, altrettanto certo è il suo intervento poco rispettoso di molti diritti economici e sociali in relazione ai problemi di cui soffre l'Argentina oggi.

Molti osservatori sostengono che questa adesione completa che la madri di Hebe de Bonafini dimostrano nei confronti dell'attività di governo di Kirchner abbia pregiudicato il loro senso critico e la loro tenacia combattiva che le ha portate ad appoggiare campagne internazionali per la difesa dei diritti umani.

Hebe de Bonafini inoltre sostiene che la loro attività sia diretta essenzialmente al futuro più che al passato, e che fino a che tutti i 30.000 desaparecidos non ottengano la giustizia che finora gli è stata negata, loro non s'impegneranno mai in attività di recupero della memoria e del ricordo.

Madres de Plaza de Mayo-Linea Fundadora, come molti storici e critici contemporanei socialdemocratici invece, sostengono che non ci sia futuro senza memoria, e che l'attività del presente, se vuole proiettarsi nel futuro, deve mantenere comunque una relazione privilegiata con il passato, se l'obiettivo finale è che le aberrazioni compiute non si ripetano. La loro attività quindi si differenzia molto da quella dell'Asociación Madres de Plaza de Mayo, nella misura in cui è diretta a diffondere prima di tutto la conoscenza delle condizioni politiche ed economico-sociali interne ed esterne che portarono allo scatenarsi della repressione militare. Il loro lavoro si sviluppa sostanzialmente attraverso gli incontri tenuti nelle scuole e la partecipazione ai progetti di recupero archeologico ed antropologico dei luoghi fisicamente legati alla repressione. Anche qui l'obiettivo principale è la sensibilizzazione e la diffusione di informazioni, sulla base però del ricordo e della memoria, senza che questo significhi rassegnazione.

I figli delle madri di Plaza de Mayo sono stati tutti arrestati e tenuti illegalmente prigionieri ("desaparecidos" (letteralmente "scomparsi" in spagnolo) dagli agenti della polizia argentina in centri clandestini di detenzione durante il periodo che nella storia argentina viene annoverato come la guerra sporca, così chiamata per i metodi illegali ed estranei ad ogni diritto utilizzati dalla giunta militare, e la maggioranza di loro è stata prima torturata ed in seguito assassinata, e fatta sparire nella più assoluta segretezza.

Le 14 componenti storiche dell'associazione:

  • Azucena Villaflor de De Vincenti
  • Berta Braverman
  • Haydée García Buelas
  • María Adela Gard de Antokoletz
  • Julia Gard
  • María Mercedes Gard
  • Le 4 sorelle Cándida Gard
  • Delicia Córdoba De Mopardo
  • Pepa Noia
  • Mirta Baravalle
  • Kety Neuhaus
  • Raquel Arcushin
  • Sara De Caimi

iniziarono le loro manifestazioni pacifiche di fronte alla Casa Rosada, ovvero il palazzo presidenziale argentino, il 30 aprile 1977. Azucena Villaflor de De Vincenti venne in seguito arrestata e detenuta in una delle prigioni segrete dell'ESMA a partire dal 10 dicembre 1977. Documenti segreti del governo degli Stati Uniti, declassificati nel 2002, provano che il governo statunitense era a conoscenza già dal 1978 che i cadaveri di Azucena Villaflor, Esther Ballestrino, María Ponce e sorella Léonie Duquet erano stati ritrovati nelle spiagge bonaerensi. Questa informazione fu mantenuta segreta e non fu mai comunicata al governo democratico argentino. I militari hanno ammesso l'arresto e la scomparsa di circa 9.000 persone ma le madri di Plaza de Mayo affermano che questa stima è di gran lunga superiore e raggiunge le 30.000 persone scomparse, dopo la caduta del regime militare, una commissione parlamentare nazionale argentina ha ricostruto la sparizione di circa 11.000 persone. L'organizzazione delle Madri di Plaza de Mayo è ben determinata nel ricostruire la storia segreta di queste sparizioni ed ha perduto tre delle sue fondatrici, arrestate e scomparse a loro volta.

A gennaio del 2005 è stato riesumato ed identificato il corpo di Leonie Duquet, una suora di nazionalità francese che supportava il movimento della madri di Plaza de Mayo, scatenando le ire della comunità internazionale contro il regime dittatoriale, nell'agosto dello stesso anno un test del DNA ha permesso di identificare con certezza la salma della Duquet.

I resti di Azucena Villaflor e di altre due fondatrici dell'associazione sono stati riesumati e le sue ceneri sono state sepolte da Madres de Plaza de Mayo-Linea Fundadora ai piedi della Piramide di Maggio nella Plaza de Mayo l'8 dicembre 2005.




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23 marzo 2008
Jorge Rafael Videla ( 1976 - 1981 )
 

Jorge Rafael Videla


Jorge Rafael Videla Redondo (21 agosto 1925) è un ex militare argentino, che fu dittatore e presidente del suo Paese tra il 1976 e 1981. Arrivò al potere con un colpo di stato ai danni di Isabelita Perón. Il suo governo fu contrassegnato dalle violazioni dei diritti umani, e da contrasti frontalieri con il Cile che per poco non sfociarono in un conflitto.

Il tenente generale Videla fu nominato Comandante in capo dell'esercito dalla presidente Isabelita Perón.

Videla capeggiò il colpo di stato del 24 marzo 1976 con cui Isabelita fu sostituita da una giunta militare, formata da Leopoldo Galtieri in rappresentanza dell'esercito, dall'ammiraglio Emilio Eduardo Massera per la marina e dal generale Orlando Ramón Agosti per l'aviazione, dando inizio a quello che essi chiamarono Processo di Riorganizzazione Nazionale. il 29 marzo assunse la carica di Presidente. Collaboratori erano anche Acosta e Alfredo Astiz.Uno degli ultimi motivi di contrasto non risolti tra Argentina e Cile era costituito dal possesso di tre isole nel Canale di Beagle (Picton, Lennox e Nueva). Nel 1977, l'Argentina rifiutò il lodo arbitrale ad essa sfavorevole del Regno Unito e, sul finire del 1978, i due paesi sudamericani furono molto vicini ad un conflitto armato che fu evitato solo grazie all'intervento di Papa Giovanni Paolo II, che iniziò un nuovo processo di mediazione, nominando come suo rappresentante personale il cardinale Antonio Samoré. I contrasti però non cessarono fino al 1984 quando fu firmato il Trattato di pace e amicizia.

Pinochet e Videla 
Pinochet e Videla

José Alfredo Martínez de Hoz guidò l'economia durante tutta la presidenza di Videla. Sebbene poi cercherà di dissociarsi dagli aspetti repressivi del regime, questi furono necessari per evitare ogni possibile resistenza alle sue misure economiche, basate sull'apertura al mercato e sullo smantellamento della previgente legislazione in materia di lavoro.

Uno dei risultati di tali politiche fu che il valore nominale del debito estero aumentò di quattro volte.

Un'altra foto dell'incontro con Pinochet

Un'altra foto dell'incontro con Pinochet


Il processo di riorganizzazione nazionale incontrò gli ostacoli maggiori nel cercare di costruire una sua immagine all'estero. Vari gruppi di oppositori esiliati e alcuni governi denunciarono ripetutamente la situazione dei diritti umani in Argentina. Il governo sudamericano rispose con slogan e attribuendo le critiche ad una "campagna antiargentina".

Già il 19 maggio 1976 Videla fu protagonista di un pranzo molto discusso con un gruppo di intellettuali argentini, Ernesto Sábato, Jorge Luis Borges, Horacio Esteban Ratti (presidente dell'Associazione argentina degli scrittori) e padre Leonardo Castellani, in cui alcuni dei presenti manifestarono la loro preoccupazione riguardo agli scrittori detenuti o scomparsi.

Il campionato mondiale di calcio del 1978 fu lo scenario ideale con cui la dittatura tentò di guadagnare l'appoggio popolare. Il trionfo della nazionale argentina permise a Videla, nel momento della consegna della coppa di ricevere l'applauso della folla radunata allo stadio di River Plate.

Tra il 6 e il 20 settembre 1979, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani visitò il paese e ricevette denunce dai parenti degli scomparsi e dalle vittime di altri abusi ed ebbe colloqui con membri del governo e dell'opposizione.

Nel 1980, il dirigente dell'organizzazione SERPAJ (Servicio Paz y Justicia) Adolfo Pérez Esquivel ricevette il Premio Nobel per la pace, denunciando con forza ancora maggiore le violazioni dei diritti umani in Argentina.

Videla in tenuta ufficiale

Videla in tenuta ufficiale

Come risultato della tensioni tra le tre forze armate per la ripartizione del potere, Videla fu allontanato dal suo incarico e la presidenza fu assunta dal Capo di stato maggiore dell'esercito, Roberto Eduardo Viola.

Due anni dopo il ritorno della democrazia in Argentina nel 1983, fu processato e dichiarato colpevole per l'omicidio e la sparizione di migliaia di cittadini avvenuta durante la sua presidenza e condannato all'ergastolo. Tuttavia, nel 1990 il Presidente Carlos Saúl Menem, su pressione degli apparati militari, gli concesse l'indulto insieme ad altri membri delle giunte militari e capi della polizia della Provincia di Buenos Aires (decreto 2741/90), e al dirigente montonero Mario Eduardo Firmenich (decreto 2742/90).

Attualmente è detenuto - agli arresti domiciliari per motivi di età - perché indagato per il sequestro di minori durante la Guerra sporca.

Il 25 aprile 2007 la Corte penale federale ha giudicato incostituzionale la grazia concessa nel 1990 dal presidente Carlos Menem, a Jorge Rafael Videla e ad Emilio Eduardo Massera. La sentenza rende quindi valide le condanne all'ergastolo emesse nel processo del 1985, che ora dovranno essere scontate.

Videla e Daniel Passarella dopo la vittoria dell'Argentina ai Mondiali del 1978
Videla e Daniel Passarella dopo la vittoria dell'Argentina ai Mondiali del 1978




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22 marzo 2008
Il Cile di Pinochet
 

Augusto Pinochet, dittatore del Cile dal '73 al '90.

Gli anni del regime di Pinochet

La giunta militare, formata dai capi delle tre forze armate più il comandante dei carabineros, aveva assunto il potere con l'obbiettivo di restaurare "la cilenità, la giustizia e l'ordine" compromessi a suo dire dal governo della sinistra negli ultimi anni. Le forze armate si autoproclamarono le uniche entità capaci di salvaguardare e difendere l'integrità fisica e giuridica delle istituzioni cilene; la giunta militare si autonominò autorità suprema della nazione, sommando in sé le funzioni costituenti, legislative ed esecutive. Iniziava per il Cile il periodo nero della dittatura del generale Pinochet, l'ufficiale che solo pochi giorni prima del golpe era stato nominato da Allende a capo dell'esercito, e che il presidente socialista riteneva persona fedele ai principi della costituzione, tanto da fargli pensare, allo scoppio dellla rivolta, che il fedele "Augusto" fosse rimasto tra le prime vittime del golpe.

L'11 settembre stesso iniziavano le persecuzioni e gli arresti di massa; chiunque fosse ritenuto vicino o coinvolto con il governo di Unidad Popular veniva fermato e portato nei centri di detenzione sparsi in tutto il Paese. Caso emblematico è lo stadio nazionale di Santiago che venne trasformato in una immensa prigione; la Croce Rossa stimò in 7000 circa le persone detenute nello stadio nei primi dieci giorni successivi al golpe, dove molti vennero uccisi o torturati. Il messaggio era inequivocabile: nessuna pietà per i "nemici del Cile", nessun ritorno dei militari nelle caserme magari per lasciare il potere a politici "fidati", perché non si trattava solo di sostituire un ceto politico, ma di sbaragliare una presenza sociale della sinistra che era radicale e diffusa. Il 25 dello stesso mese gli USA, che avevano contribuito in maniera determinante all'abbattimento di Allende, riconoscevano ufficialmente il governo della Giunta legittimando così a livello internazionale il colpo di stato dei militari.

La Giunta, o sarebbe meglio dire Pinochet (il capo dell'esercito riusciva infatti ad emergere e ad affermarsi all'interno dell'organo collegiale), procedette con atti normativi a trasformare le istituzioni: sciolse l'Assemblea nazionale, cancellò la personalità giuridica dei sindacati, illegalizzò i partiti legati a Unidad Popular e procedette al sequestro dei loro beni, vennero infine distrutti i registri elettorali, si istituirono norme che permettevano di togliere la cittadinanza cilena e di espellere dal Paese cittadini indesiderati.

Accanto alle modifiche legislative Pinochet adottò la violenza fisica come strumento organico della propria azione di governo. La violenza e la scomparsa forzata di persone in Cile non fu causata da qualche individuo che aveva "ecceduto", ma si manifestò in quello che si può definire "terrorismo di stato", con la tortura sistematica dei prigionieri e la desapariciòn, la scomparsa di persone arrestate dal regime. Tra gli episodi di questa pratica ricordiamo l'assassinio di un gruppo di prigionieri a Cerava da parte dei carabineros, di 13 persone ad Osorna, di 19 a Laja e San Rosendo, 18 campesionos uccisi a Paine, l'assassinio di 6 prigionieri nel campo di prigionia di Pisagua, di 4 studenti universitari a Cauquenes, di 13 campesinos a Mulchen, di 9 dirigenti delle ferrovia a San Bernardo, 23 persone a Paine, di 72 prigionieri politici arrestati in varie città (la Serena, Copiapò, Antofagasta e Colanoda) in quella che è stata definita "la carovana della morte", un raid di un gruppo di militari guidati dal generale Sergio Orellano Stark.

Si annoverano anche omicidi eccellenti compiuti dalla dittatura al di fuori dei confini del Cile. Nel 1974 venne ucciso il generale Prats e la moglie a Buenos Aires, nel 1975 Bernardo Leighton, ex vicepresidente della repubblica, sfuggì ad una attentato a Roma, nel 1976 Orlando Letelier, ex ambasciatore del Cile negli Usa, venne assassinato a Washington. Con il regime cileno collaborano le forze armate di altre paesi confinanti in cui erano al potere i militari, come ad esempio le forze armate argentine. Il 25 luglio 1975 la stampa argentina e brasiliana pubblicava una lista di 119 cileni desaparecidos "uccisi in Argentina in seguito a lotte intestine nelle formazioni della sinistra cilena". Successivamente si scoprì che si era trattato di una operazione congiunta dei governi cileno, argentino e brasiliano, e le numerose testimonianze raccolte riferirono che i cittadini indicati nella lista erano stati catturati in Cile.

Con la dichiarazione dello stato d'assedio o dello stato d'emergenza si realizzarono le condizioni perché l'apparato militare potesse attuare "legalmente", per via amministrativa. La repressione venne demandata alla giurisdizione penale ordinaria che si basava non sul codice penale del 1874 in vigore nel Cile pre-golpe, ma su una serie di leggi speciali emanate dalla Giunta. Del resto il potere giudiziario era conservatore e aveva mal convissuto con il governo Allende e il suo programma sociale ed economico, e così si era adattato senza troppe difficoltà al nuovo governo dei militari; quest'ultimo, tranne una opportuna epurazione nei primi mesi dopo il golpe, fondamentalmente non ebbe mai la necessità di intervenire presso i giudici, rispettosi delle leggi emanate dal generale. Basti pensare che nel marzo del 1975 il presidente della Corte suprema manifestò la propria convinzione che i desaparecidos erano persone che, o volontariamente avevano scelto la clandestinità come strumento di lotta contro il governo, oppure avevano abbandonato il Paese.

La repressione "illegale", veniva gestita autonomamente dalle forze armate. La tortura in Cile fu una pratica portata avanti efficacemente con l'aiuto di professionisti stranieri o con cileni formati all'estero; c'erano ad esempio medici esperti sui limiti della resistenza umana, così da poter assicurare una tortura graduata e controllata per ottenere il massimo risultato. La tortura perse molto della sua tradizionale natura inquisitoria (mezzo per acquisire informazioni) per assumere una nuova valenza intimidatoria e repressiva. Così come per le altre dittature che ci sono state nei paesi dell'America Latina, anche in Cile ci furono dei luoghi deputati alla tortura e alla detenzione di prigionieri politici gestiti direttamente dalla polizia politica: "Josè Domingo Canas?uot;, "La discoteca", "Venda Sexy", "Villa Grimaldi", "Londres 38".

Autori di studi sui desaparecidos cileni (la Commissione istituita nel 1990 dal presidente Aylwin arrivò a contarne almeno 2229) hanno individuato due fasi nella gestione della repressione da parte del regime. Un primo periodo andava da settembre a dicembre del 1973: la responsabilità degli arresti e delle scomparse era da ricondurre soprattutto all'esercito e ai carabineros che agirono spesso congiuntamente e accanto ai quali attuarono, nelle settimane immediatamente successive al golpe, anche dei civili (di solito appartenenti ad organizzazioni dell'estrema destra); le azioni consistettero in esecuzioni sommarie o omicidi delle persone sequestrate, disfacendosi poi del corpo (buttandolo in un fiume o seppellendolo clandestinamente), il tutto seguito dalla negazione dei fatti o dal rilascio di false versioni sull'accaduto. Un secondo periodo andava dal gennaio 1974 al novembre 1989: le operazioni venivano compiute principalmente dalla polizia segreta attraverso un preventivo lavoro di informazione e un adeguato e organico dispositivo operativo per effettuare la cattura.

Gran parte degli omicidi furono compiuti appunto dalla Dina (Direcion Nacional de Inteligencia) la polizia segreta creata dal regime nel 1974. La Dina operò con ampi poteri in vari centri segreti e di detenzione distribuiti in tutto il Paese facendo riferimento al Ministero degli Interni. Nel 1977 venne sciolta e sostituita con il Cni (Central Nacional de Informaciòn) che svolgeva gli stessi compiti con gli stessi uomini. La modifica, di pura facciata, fu dettata dalla evidente implicazione di uomini della Dina nell'omicidio dell'ex diplomatico Letelier negli Usa, dove aveva perso la vita anche un cittadina americana, la segretaria del diplomatico cileno. La Cni era sotto il controllo del Ministro della Difesa. Tra la fine del '74 e la metà del '75 l'apparato repressivo cileno si scagliò in modo particolare contro il Mir e a ottobre ne venne assassinato il segretario generale: Miguel Enriquez Espinoza.

Nel corso della dittatura Pinochet adottò un modello liberista molto spinto, mutuato da Milton Friedman e dalla scuola di Chicago, contando sul pieno appoggio dell'oligarchia e della classe media, ed anche su quello delle multinazionali, cui andò il controllo delle imprese precedentemente nazionalizzate. Grazie alla libera importazione di prodotti, il mercato fu invaso di merci straniere, il che comportò licenziamenti, la perdita del potere d'acquisto e l'accentuarsi delle differenze sociali.

In una situazione di pieno controllo della situazione, nel luglio del 1977 il generale Pinochet iniziò un processo volto alla trasformazione della dittatura cilena in una "democrazia protetta" sotto la sua guida, "la nuova democrazia", come ebbe a definirla. Nel gennaio del 1978 l'Onu condannava il Cile per violazione dei diritti umani. L'iniziativa spinse Pinochet a indire un referendum in difesa della "dignità" del Cile, per dimostrare al mondo il consenso popolare di cui godeva il suo regime e ottenne il 75% dei voti a favore, in una consultazione senza registri elettorali e senza la minima garanzia di segretezza del voto. Nel 1980 il regime emanava la legge di amnistia, che prevede l'impunità per tutti quelli che avevano commesso reati, gli autori, i complici e quelli che occultarono i crimini dal giorno del golpe sino al 10 marzo del 1978. Nello stesso anno un plebiscito approvava la nuova costituzione, con il 67% dei consensi, in completa assenza di garanzie democratiche sotto uno stato di assedio proclamato alcuni giorni prima della consultazione. Il progetto prevedeva Pinochet a capo della Giunta per altri otto anni al termine dei quali la stessa Giunta avrebbe indicato il futuro candidato unico, confermato da un plebiscito. Se il plebiscito fosse stato negativo, dopo un anno di attesa sarebbero state indette le elezioni del parlamento e del presidente. Il testo definiva come illecito e contrario all'ordinamento della repubblica ogni atto destinato a diffondere la violenza o una concezione di società fondato sulla lotta di classe. Le organizzazioni, i movimenti e i partiti politici, che per fini e attività dei suoi aderenti avessero perseguito tale visione della società, erano per ciò stesso incostituzionali. L'undici marzo 1981 Pinochet giurava fedeltà in qualità di Capo dello stato ed entrava nella Moneda, otto anni dopo averla bombardata.

La rinascita dell'opposizione

La politica neoliberale portata avanti dalla Giunta golpista portò tra le altre cose ad un abbassamento dei tassi di importazione, dal 1977 al 1982, che raddoppiarono le importazioni Usa, e, aggiunte alle privatizzazioni, portarono ad una diminuzione del 15% della produzione industriale. Il Cile subì un indebitamento vertiginoso con il FMI e le banche internazionali,e fu costretto a svalutare provocando il collasso del sistema creditizio privato nel gennaio 1983. Da quel momento in poi la situazione economica andò sempre più peggiorando.

Alla fine del 1982 si ebbero una serie di manifestazioni contro il carovita e nei primi mesi dell'83 il clima di scontento sociale crebbe fino al punto da indurre la CTC, il sindacato dei minatori del rame a direzione democristiana, a convocare per l'11 maggio 1983 uno sciopero generale. Si trattò della prima giornata di protesta cui, visto il successo, ne seguirono molte altre, caratterizzate dalla ribellione di una nuova generazione di attivisti che era nata nella povertà delle poblaciones (le baraccopoli che circondavano santiago) e che non esitavano a scontrarsi con gli apparati della dittatura anche con costi elevatissimi (morti, feriti, migliaia di arresti). In questa nuova fase di radicalizzazione sociale la sinistra e specialmente il Pc crebbe molto rapidamente lanciando una strategia di "ribellione popolare" che aveva qualche punto di ambiguità dato che comprendeva allo stesso tempo il ricorso alla lotta armata e la rincorsa dell'opposizione moderata capeggiata dalla Dc.

Pinochet, nonostante il crescente isolamento anche presso la sua stessa base sociale, riescì però a resistere a questa ondata di rivolta popolare alternando momenti di dura repressione (stato d'assedio dal 1984 al 1985) a finte negoziazioni che immobilizzavano l'opposizione moderata nella speranza di una qualche riforma della dittatura. Questa dinamica, unita agli errori della sinistra, che approfondiremo in altro momento, fece sì che il dittatore riuscisse in qualche modo a mantenere il suo programma di costruzione di una democrazia autoritaria e a imporre nel 1988 la sua figura come candidato unico alla presidenza. Qui però sbagliò i suoi calcoli: lo scarto tra sì e no fu troppo alto per permettere brogli. Il 54,685% dei cittadini si espresse nel plebiscito del 5 ottobre per il no.

Il 14 dicembre del 1989 alle elezioni presidenziali, vinceva il democristiano Alwyn con il 55,2%, la destra pinochetista con Hernan Buchi otteneva il 29%. Pinochet restava a capo dell'esercito. Il Cile cercava faticosamente la via verso un regime diverso da quella dittatura che per ben 16 anni aveva conosciuto e che aveva interrotto nel settembre di quasi trentanni prima il sogno di un Cile socialista.




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22 marzo 2008
FAUSTO E IAIO, 30 anni dopo
 
 Fausto                                                   



          Jaio

intervista con Maria Iannucci, sorella di Iaio e intervento di Danila Angeli, madre di Fausto.


18 marzo 1978. Mentre la situazione politica in Italia è tesissima (due giorni prima è stato rapito a Roma Aldo Moro) a Milano vengono uccisi due giovani simpatizzanti della sinistra alternativa. Si chiamavano Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, ma nell'immaginario collettivo di chi ancora attende giustizia per il loro omicidio i loro nomi resteranno scolpiti come Fausto e Iaio.
Nel dicembre 2000 il GUP di Milano Clementina Forleo dispone l'archiviazione del fascicolo. Pur riconoscendo di essere in presenza di indizi concreti a carico di esponenti della destra eversiva, al giudice "... appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi...". (la citazione della disposizione del GUP è tratta, come le successive, da "Fausto e Iaio. La speranza muore a 18 anni", di Daniele Biacchessi.
Questi due passaggi racchiudono l'inizio e (per il momento...) la fine della vicenda. Ma in mezzo ci sono anni di inchieste, ufficiali e "alternative" (riassunte molto bene nel succitato libro di Biacchessi); inchieste purtroppo viziate dai "consueti" depistaggi.
Infatti, fin dall'immediatezza, la versione della Questura di Milano parlerà di una "faida fra i gruppi della nuova sinistra, o inerente il traffico di stupefacenti". In realtà la dinamica dell'omicidio, nonché il numero, la freddezza e l'esperienza dimostrata dagli esecutori, parlano chiaro. L'omicidio viene consumato in modo rapido e professionale: un commando di tre persone (cui sono da aggiungere almeno altri due elementi, come supporto logistico) avvicina i due giovani in via Mancinelli, e li uccide con otto colpi sparati a distanza ravvicinata, per poi darsi alla fuga.
E' vero che Fausto e Iaio stavano svolgendo indagini sullo spaccio di droga nel quartiere Casoretto e sui rapporti tra spacciatori e fascisti, nell'ambito di un dossier che verrà pubblicato a cura del Centro Sociale Leoncavallo e dei Collettivi Autonomi, ma saranno le indagini della Magistratura a liquidare la prima teoria della Questura come infondata. Il giudice Armando Spataro, a proposito degli assassini, disse: "Non potevano essere solo spacciatori di eroina. C'era dell'altro. Le prime indagini si erano mosse proprio in questa direzione ma ben presto mi accorsi che era un omicidio politico, dove la costruzione del libro bianco del Leoncavallo c'entrava poco o nulla". Un omicidio politico, dunque; un messaggio lanciato alla sinistra extraparlamentare, per scatenare la tensione a Milano (a cominciare da un quartiere storicamente fertile per la sinistra), magari per innescare una spirale di ritorsioni.
Mauro Brutto, un giovane cronista dell'Unità, sarà tra i primi a cercare di fare luce sulla morte di Fausto e Iaio. Finirà ucciso il 25 novembre 1978, investito da un'auto pirata. Un incidente la cui strana dinamica fa pensare all'incidente "costruito". E anche in questo caso, come per l'omicidio dei due ragazzi, possiamo parlare di uno schema che può essere messo in atto solo da organizzazioni che vantino spietatezza e struttura professionale. 


Fonte: http://www.ecomancina.com/



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22 marzo 2008
Valerio Verbano
 

Un omicidio anomalo.

Avevo un figlio Valerio, che riempiva la nostra vita e me lo hanno ammazzato. È caduto sul divano in quell’angolo, aveva la testa dove adesso c’è quel gattino di pezza. Sono stati i fascisti, forse per vendetta perché Valerio faceva parte di Autonomia o forse per paura. Valerio era un loro nemico giurato, stava raccogliendo un dossier sui fascisti del quartiere, chissà ? Ma da quel giorno viviamo con uno scopo, scoprire la verità su nostro figlio. Dare un nome ai tre assassini che ce l’ hanno ucciso davanti agli occhi. Se la sua morte rimarrà un mistero. Mio figlio sarebbe ucciso per la seconda volta


Roma 22 febbraio 1980
"Siamo amici di suo figlio e vorremmo parlargli". Il 22 febbraio del 1980 a Roma tre ragazzi armati e con il volto coperto fanno irruzione in casa Verbano, al quarto piano di Via Montebianco 114 al quartiere Montesacro. Legano e imbavagliano il padre e la madre e attendono l’arrivo del loro unico figlio Valerio, 18 anni, attivista di Autonomia Operaia, che in quel momento è ancora a scuola. Ai genitori dicono che devono solo fare delle domande a Valerio, vogliono sapere dei nomi. Sono le ore 13 circa.

Passano 50 minuti, durante i quali gli assassini rovistano nella camera da letto di Valerio, 50 minuti in cui la madre spera che il figlio faccia un incidente con la vespetta e non rientri a casa. Ma Valerio torna. Appena apre la porta i genitori sentono i rumori di una colluttazione, le grida del figlio e uno sparo soffocato. I tre assassini scappano di corsa per le scale, quasi subito accorrono i vicini che slegano i genitori e soccorrono Valerio, ma ormai non c’e’ più niente da fare, l’unico proiettile e’ entrato nella spalla sinistra, dall’alto verso il basso e ha reciso l’aorta uccidendo il ragazzo. Nella fuga i banditi lasciano un paio d’occhiali da sole, un bottone, una pistola con silenziatore e quasi inspiegabilmente un guinzaglio per cani.

L’omicidio di Valerio Verbano è uno dei grandi enigmi degli anni di piombo. Un assassinio dalle mille ipotesi rivendicato sia da destra che da sinistra, che apre squarci improvvisi su anni inquieti  e che rimane ancora oggi insoluto. “ Molti sono stati i pentiti di destra e di sinistra che hanno cercato di ricostruire le dinamiche che avvenivano in quegli anni. Solo alcuni omicidi non hanno trovato una paternità nonostante le numerose confessioni rese da moltissime persone e tra i pochissimi quello di Valerio Verbano” (Antonio Capaldo, magistrato).

Le rivendicazioni
Lo stesso giorno dell’omicidio arrivano due rivendicazioni la prima è di una formazione di sinistra “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” che afferma di aver ucciso Verbano perchè è una spia, un delatore, un “servo della polizia” anche se dicono “è stato un errore, volevamo solo gambizzarlo”. Un’ora dopo verso le 21 arriva una seconda rivendicazione dei “Nuclei Armati Rivoluzionari, avanguardia di fuoco” (NAR), la sigla di punta dell’estrema destra:

“Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. In tarda serata arriva un'altra telefonata del Movimento Popolare Rivoluzionario, una formazione di destra.

Il giorno dopo arrivano le smentite la prima è del “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” con un volantino, poi quella dei NAR: “Non avevamo nessun interesse a suscitare una guerra tra movimenti rivoluzionari”. Un altro volantino recapitato verso mezzogiorno, sempre dei NAR (“comandi Thor, Balder e Tir”), non parla esplicitamente di Verbano ma del “martello di Thor che ha colpito a Montesacro”. Dieci giorni dopo compare un altro volantino a Padova ancora a firma NAR che smentisce categoricamente qualsiasi coinvolgimento nel delitto Verbano. Ma per gli inquirenti la rivendicazione più probabile è la prima telefonata dei NAR, che fa a riferimento al calibro 38. Quando arrivò quella telefonata infatti non c’era ancora la conferma del medico legale sul calibro che aveva ucciso Valerio. Come potevano saperlo?

Valerio
Valerio era figlio unico, si interessava di politica, ma in casa, ricorda la mamma Carla , non se ne parlava mai. I genitori non erano dunque a conoscenza del coinvolgimento e del grado d’impegno di Valerio. Il rapporto in casa era comunque tranquillo Valerio studiava, usciva con gli amici, aveva la sua fidanzata: un ragazzo normale come tanti.

La militanza politica di Valerio Verbano comincia nel 1975 al liceo scientifico Archimede sezione D. Una militanza attiva che non evita lo scontro fisico e diretto con l’avversario. Valerio va in palestra pratica il judo e il karate dall’età di otto anni. I suoi interessi comprendono anche la musica: i Beatles i Pink Floyd e la Roma, la sua squadra, una vera fissazione. La fotografia è una sua altra grande passione che metterà presto al servizio del suo impegno politico.

Ma il 20 aprile 1979 lo arrestano, viene sorpreso in un casolare abbandonato insieme a quattro amici mentre fabbricano ordigni incendiari. Le istruzioni sono contenute nel libro Il sangue dei Leoni edito da Feltrinelli nel 1969, un manuale di guerriglia urbana molto diffuso all’epoca. Nella perquisizione della sua stanza gli agenti trovano anche una pistola: una berretta 765 con la matricola limata. I genitori cascano dalle nuvole quando vedono la pistola. "Le armi all’epoca giravano, ne giravano parecchie, era facile procurarsele. Era difficile non accorgersene" ricorda un amico. Valerio sconta sette mesi a Regina Coeli. Quando entra in carcere ha diciotto anni e due mesi, è forse il detenuto più giovane di tutto il carcere romano.


Il Dossier di Valerio
Durante la perquisizione gli agenti trovano infatti anche una grande quantità di materiale, un archivio con centinaia di foto e nomi di militanti dell’estrema destra romana. Un lavoro iniziato nel 1977 quando Valerio aveva soltanto sedici anni. Valerio aveva formato il collettivo autonomo dell’Archimede, un gruppo che si specializza, ricorda un amico : “ nella controinformazione, documentavamo, fotografavamo..…eravamo organizzati come un piccolo servizio segreto, nel nostro piccolo estremamente efficiente. Ci avvicinavamo a manifestazioni dell’estrema destra o ai loro luoghi di ritrovo. Scattavamo foto e poi cercavamo d’identificarli…veniva fatta la raccolta di tutti gli articoli di giornale che parlavano dell’estrema destra, degli arresti. Avevamo un archivio fotografico e uno storico con tutti i fatti dell’estrema destra e degli informatori infiltrati negli ambienti dell’estrema destra. Tutto finiva in un quaderno in cui venivano catalogate tutte queste persone…in quel momento c’era la sensazione che ci potesse essere da un momento all’altro un colpo di stato della destra in Italia. Quindi ci si doveva preparare a contrastarlo in qualche maniera. Avevamo l’esempio del Cile, dell’Argentina. I dati servivano se succedeva qualcosa”.

Dell'esistenza di questo "dossier" è a conoscenza, e probabilmente lo ha tra le mani, anche un giudice che indaga sull'eversione nera, Mario Amato. Il giudice Amato morirà per mano dei NAR il 24 giugno 1980 a Roma in Viale Jonio a pochi passi dall’abitazione di Valerio Verbano. 

Roma: i quartieri  Montesacro e Trieste
La Roma di quegli anni è una città dura e violenta dove ogni giorno si scontrano ragazzi di destra e di sinistra armati e pronti allo scontro. I quartieri su cui ruota questa storia e anche molte altre di quel tragico periodo sono due: Montesacro, zona rossa per eccellenza e Trieste roccaforte dei giovani di destra di Terza Posizione, nel mezzo quasi a segnare una divisione ideologica e geografica scorre un piccolo fiume l’Aniene, affluente del grande Tevere.

Ci si accanisce contro le sezione dei rispettivi partiti di riferimento: PCI e MSI. Centinaia di azioni intimidatorie da l’una e l’altra parte per il controllo del territorio, per non permettere al nemico di prevalere.

All’interno di questi confini dal 1976 al 1983 si consumano ben nove omicidi a sfondo politico: Vittorio Occorsio magistrato, 45 anni, 10 luglio 1976, ore 8.15, via Mogadiscio; Stefano Cecchetti, studente, 19 anni, 10 gennaio 1979, ore 19.30, Largo Rovani ; Francesco Cecchin, 17 anni, studente, 28 maggio 1979, ore 24, Via Montebuono ; Valerio Verbano studente, 18 anni, 22 febbraio 1980 ore 14.00, via Montebianco; Angelo Mancia, fattorino, 27 anni, 12 marzo 1980, ore 8, Via Federico Tozzi; Franco Evangelista, appuntato di Polizia, 37 anni, 28 maggio 1980 ore 8.10, Corso Trieste; Mario Amato, 42 anni, magistrato, 23 giugno 1980, ore 8.00, Viale Jonio; Luca Perucci, studente, 18 anni, 6 gennaio 1981 ore 17.15, Via Lucrino; Paolo di Nella, studente, 20 anni, 2 febbraio 1983, ore 22.45, Viale Libia.



Le indagini
Gli inquirenti sembrano partire con il piede giusto. Un vicino di casa ha visto quei ragazzi, viene costruito un identikit. Afferma anche di aver visto Valerio parlare proprio a quei ragazzi il giorno prima dell’omicidio davanti alla sala giochi. Ma questa preziosa testimonianza verrà poi ritrattata, l’uomo telefona al padre di Valerio e si scusa: “Mi dispiace, ho un figlio di quindici anni…”, forse è stato minacciato. Dopo poco tempo comunque cambia casa e se ne va dal quartiere.

Il padre di Valerio Sardo Verbano, comunque non ha intenzione di aspettare gli eventi: è un assistente sociale che lavora per il Ministero degli Interni e pochi mesi dopo la morte del figlio decide di svolgere delle indagini in proprio. Nasce così una sorta di memoriale in cui fa tre ipotesi precise sulla morte di suo figlio Valerio.

La prima ipotesi
Un primo possibile movente, scrive Sardo, potrebbe essere legato allo scontro avvenuto il 19 settembre 1978 a Piazza Annibaliano al quartiere Trieste tra quattro autonomi e un gruppo di Terza Posizione facente parte dei Nar e della cosiddetta “Legione”. Valerio per difendere un compagno aggredito ferisce con una coltellata un ragazzo di destra Nanni De Angelis . Valerio riceve una martellata nel petto. Dopo la colluttazione tutti fuggono, ma rimane a terra la borsa di tolfa di Valerio. Secondo Marcello de Angelis, il fratello di Nanni, in quella borsa non c’era nulla che potesse far risalire al proprietario: solo un goniometro e una penna. Secondo la madre di Valerio c’erano i documenti del figlio e così gli aggressori hanno potuto sapere chi era e dove abitava.

Il padre di Valerio dopo l’assassinio chiede un incontro con Nanni De Angelis, che accetta, dal dialogo i genitori si convincono che De Angelis non abbia nulla a che fare con la morte di Valerio.

La seconda ipotesi
Un altro movente che ipotizza il padre Sardo è legato a quel dossier che Valerio stava preparando sui NAR, Terza Posizione e sull’estrema destra romana. Forse vennero a sapere del dossier dopo l’arresto di Valerio nel 1979. Riapparso e poi scomparso, che cosa ci fosse in quel dossier e che importanza avesse per la destra eversiva non è ancora chiaro. Degli appunti di Valerio Verbano restano solo delle fotocopie, l’originale è stato sequestrato dagli inquirenti nel 1979 al momento dell’arresto, poi è scomparso.

Dalle poche fotocopie fatte dalla Digos è possibile comunque ricostruire una mappa della Destra a Roma. Un materiale prezioso che avrebbe potuto portare gli inquirenti sulla pista giusta.

Nel 1981 nell’ambito delle indagini sulla strage di Bologna vengono fuori quasi per caso delle informazioni interessanti anche per il caso Verbano. A parlare è Laura Lauricella, compagna di un personaggio di spicco dell’estrema destra di quel periodo Egidio Giuliani. La Lauricella decide di parlare tra le cose che racconta fa riferimento a un silenziatore che il Giuliani avrebbe dato all’assassino di Verbano. Lo scambio avvenne al poligono di Tor di Quinto a Roma, dove molti neofascisti si incontrano. La Lauricella racconta che Giuliani le avrebbe confidato che lui stesso aveva costruito quel silenziatore e che lo avrebbe dato a un ragazzo che quel giorno sparava vicino a lui . Quel ragazzo è Roberto Nistri membro di spicco di Terza Posizione.

Il giudice Claudio d’Angelo che indaga sull’omicidio Verbano interroga sia Nistri che Giuliani entrambi negano ogni addebito e chiedono un confronto con la Lauricella, ma quel confronto non ci sarà mai. Il 30 settembre 1982 Walter Sordi, ex terrorista dei Nar pentito, fa nuove rivelazioni sul delitto Verbano dice di aver raccolte le confidenze di un altro esponente dei Nar Pasquale Belsito : “ fu Belsito a dirmi che a suo avviso gli autori dell’omicidio Verbano erano da identificarsi nei fratelli Claudio e Stefano Bracci e in Carminati Massimo. Il 25 gennaio 1984 nell’unico interrogatorio a cui è sottoposto Claudio Bracci nega ogni addebito e smentisce di conoscere Pasquale Belsito. In ottobre Massimo Carminati rilascia identiche risposte.

Ai pentiti e ai collaboratori si unisce anche Angelo Izzo, detenuto dal 1975, per i fatti del Circeo. Izzo afferma di aver raccolto in carcere le confidenze di Luigi Ciavardini, militante di terza Posizione poi passato a i Nar. “Luigi Ciavardini mi disse che l’omicidio era da far risalire a militanti di Terza Posizione, mi disse che il mandante era sicuramente Nanni de Angelis, per quanto riguarda gli esecutori mi disse che sicuramente si trattava di componenti del gruppo capeggiati da Fabrizio Zani. Solo un pasticcione come Zani poteva perdere la pistola durante la colluttazione con Verbano”.

Ma anche le parole di Izzo non trovano nessun riscontro. Da tutta questa serie di pentiti non uscirà nessun elemento concreto tutti gli indiziati verranno prosciolti nel 1989, l’inchiesta è chiusa.
 
La terza ipotesi
Il padre di Verbano indica anche un altro possibile movente : “ nei giorni precedenti al suo assassinio, mio figlio Valerio, potrebbe essere venuto a conoscenza di un gruppo composto da autonomi e neofascisti che svolgevano traffici di armi e droga. Questo gruppo venuto a conoscenza che Valerio indagava su di loro avrebbe inviato i tre assassini per interrogare Valerio e sapere quali nomi e fatti conoscesse”. Nel memoriale Sardo Verbano scrive un nome che è la perfetta sintesi di questa alleanza criminale tra rossi e neri, si tratta di Marco Guerra , un informatore di Valerio.

Sentito dal giudice il 20 marzo del 1987, Marco Guerra dichiara: “All’epoca dl delitto Verbano facevo parte di un gruppo di giovani che si riconoscevano nel Movimento Comunista rivoluzionario, fino al 1978 avevo militato nella destra extraparlamentare, ma poi confluimmo nel movimento comunista rivoluzionario”. Prima di aderire all’estrema sinistra Marco Guerra frequenta il gruppo di estrema destra capeggiato da Egidio Giuliani e Armando Colantoni. Secondo gli investigatori questo gruppo avrebbe tentato un approccio con formazioni del terrorismo rosso per esaminare la possibilità di una strategia comune.

Questa terza ipotesi non è stata mai presa in considerazione e non c’è comunque nessuna prova che Valerio Verbano sia stato ucciso da un gruppo misto rosso e nero, uniti per eliminare un ragazzo troppo curioso che forse aveva scoperto troppo.

Un altro elemento…trascurato dagli inquirenti.
Il 28 maggio del 1980 tre mesi dopo l’omicidio Verbano un commando dei NAR uccide Franco Evangelista, detto "Serpico", agente di guardia davanti al liceo Giulio Cesare. Da queste indagini esce un elemento che potrebbe essere significativo anche per l’omicidio Verbano . Durante le indagini finisce nella rete un ragazzino di sedici anni Elio De Scala, soprannominato “Kapplerino”, nella sua abitazione viene trovato un vero e proprio arsenale: tre pistole , dieci silenziatori centinaia di pallottole, sul comodino le chiavi di un auto rubata usata per due sanguinose rapine.

Ma c’è un elemento che non quadra: la rivendicazione di quelle due rapine sono firmate dai NAR, ma la rivendicazione del furto di quell’automobile era stata firmata dalla sigla “Proletari Organizzati. Gruppo Valerio Verbano” in un linguaggio intriso del linguaggio dell’estrema sinistra. Il gruppo “Proletarii organizzati” scrivono i giornali è una sigla per depistare le indagini. E’ una novità che potrebbe gettare luce sul delitto di Via Montebianco. Eppure non si muove nulla, non ci sono indagini mirate, interrogatori nel fascicolo dell’istruttoria non c’è alcun riferimento.

La lettera della madre di Valerio a Pasquale Belsito
Ma la madre di Valerio non si arrende ancora, ha deciso di scrivere all’ultimo irriducibile dei Nar Pasquale Belsito, arrestato nel 2001 in Spagna e estradato in Italia nel 2005, per chiedergli aiuto:

Durante questi anni non ho mai perso la speranza di poter conoscere la verità sull’omicidio di mio figlio, mi rivolgo a lei Pasquale Belsito perché ha conosciuto e frequentato gli ambienti di estrema destra: Nar, Terza Posizione. Chi meglio di lei conosce la storia di quel particolare momento. Lei ha oggi quarantaquattro anni, gli stessi che avrebbe il mio Valerio, è in carcere da quasi quattro anni e mezzo, non so quanta pena debba scontare complessivamente, credo però che ne passeranno molti prima che possa riprendere la sua vita. Spero che lei sappia qualcosa e che abbia voglia di raccontarlo a una madre in cerca della verità. Non voglio vendetta ma solo giustizia, quella che è stata negata fino ad ora dal silenzio assordante che ha coperto l’assassinio di mio figlio. Credo che la decisione di raccontare le cose come stanno potrebbe portare sollievo anche a lei”. 
                                                                                       (Pina Carla Verbano).



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