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AntifascismoResistenza
23 marzo 2008
Le zone libere in Italia
 

Soldati americaniDopo la sconfitta tedesca a Cassino e la liberazione di Roma da parte delle truppe alleate, il 4 giugno 1944, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia lancia un appello per un offensiva generale: l’indicazione è quella di creare nelle zone liberate vere e proprie forme di governo amministrativo.

Sorgono così le "Giunte popolari comunali", le "Giunte popolari amministrative", le "Giunte provvisorie di governo", i "Direttori", i "Comitati di salute pubblica", queste alcune delle denominazioni che assumeranno i governi delle repubbliche. In un documento del CLNAI indirizzato ai CLN regionali e provinciali si legge che spetta loro "assumere (…) la direzione della cosa pubblica, di assicurare in via provvisoria le prime urgenti misure di emergenza per quanto riguarda la prosecuzione della guerra di liberazione (…) l’ordine pubblico, la produzione, gli approvvigionamenti, i servizi pubblici e amministrativi".

Si raccomandano inoltre la nomina di un sindaco e di una giunta comunale "in cui siano adeguatamente rappresentate le diverse organizzazioni locali": lo scopo è quello di "realizzare l’effettiva partecipazione della popolazione alla vita del paese per fondare un regime progressivo aperto a tutte le conquiste democratiche e umane".

L’esperienza delle Repubbliche partigiane fu particolarmente significativa, nonostante la breve durata: l’offensiva nazifascista tra fine estate e autunno pose fine alla loro esistenza nel giro di pochi mesi. Le principali Repubbliche partigiane o zone libere si sono costituite per quello che riguarda l’Emilia – Romagna nella Val Ceno, in un zona compresa fra la Val d’Enza e la Val Parma, nella Val di Taro e a Bobbio; in Piemonte nell’Ossola, nelle Langhe, nell’Alto Monferrato, nell’Alto Tortonese, nella Valsesia, nelle Valli di Lanzo e in una zona compresa fra la Val Maira e la Val Varaita; nel Friuli in una vasta zona orientale e nella Carnia; in Veneto nel Cansiglio e in Liguria ad Imperia. Alba nel cuneese fu liberata per quasi 3 settimane.




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23 marzo 2008
Partigiani e territorio
 Riflettere sull'esperienza delle zone libere e delle repubbliche partigiane vuol dire confrontare esperienze molto diverse tra loro. La varietà delle forme assunte dall’organizzazione politica e amministrativa trova peraltro riscontro nella molteplicità dei provvedimenti adottati dalle giunte. Di fronte alla complessità dei problemi da affrontare il movimento partigiano è chiamato a esplicitare le proprie potenzialità progettuali. L’esperienza delle "repubbliche partigiane" ha vita troppo breve perchè se ne possano concretamente misurare gli esiti: in alcuni casi l’azione di governo delle giunte è infatti ancora al livello dell’elaborazione teorica quanto la controffensiva nazista vi pone fine. Entro questo quadro, caratterizzato da una sostanziale fragilità militare e da arretratezza sociale e politica della popolazione, si colloca la limitata partecipazione popolare alla vita civile. E’ possibile riassumere l’esperienza delle zone libere in tre modelli, perseguiti a seconda delle specifiche caratteristiche dei territori, del colore politico delle formazioni e degli equilibri esistenti tra le forze politiche e sociali presenti nella realtà locale: 1) Carattere strettamente militare delle zone libere. In questi casi si assiste alla diretta assunzione dei compiti politici e amministrativi da parte dei comandi partigiani, senza nessun significativo coinvolgimento della popolazione civile. 2) Designazione delle giunte popolari e dei Cln a opera dei commissari politici. In queste situazioni viene attuato un processo di democratizzazione attraverso consultazioni elettorali svolte in modo un po’ empirico, ma che fissano i presupposti per realizzare un maggiore equilibrio tra autorità militari e autorità amministrative. 3) Trasformazione in profondità del controllo militare in organizzazione politica. E’ questo forse il modello più avanzato di "repubblica partigiana", in cui, anche se l’iniziativa è sempre orientata dai comandi partigiani, l’intervento e il ruolo delle forze politiche non è affatto marginale, e consente di dare a queste esperienze un profilo più significativo.

 




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23 marzo 2008
Walter Rossi: 30 settembre 1977
 

La storia di Walter Rossi, giovane romano di venti anni assassinato in un agguato coordinato tra polizia e fascisti, fa parte del lungo elenco di tragedie politiche che hanno caratterizzato e marcato indelebilmente sessanta anni di "democrazia" repubblicana.

Tragici eventi che hanno visto protagonisti servizi segreti civili e militari, forze dell’ordine, fascisti, gruppi stranieri, organizzazioni più o meno segrete, l’Alleanza Atlantica, le basi americane presenti in Italia, il tutto coperto e protetto dalla magistratura e dalla classe politica.



Come tutti sanno, di gran parte di questi fatti di sangue non si conoscono mandanti ed esecutori, di molti altri è stata garantita l’impunità.

La morte di Walter non è stata ritenuta degna neanche di un processo nonostante siano stati individuati i responsabili materiali, i mandanti e le coperture che questi hanno avuto e ricevono tuttora dalle istituzioni.

Il suo assassino, Cristiano Fioravanti, vive libero sotto falso nome, stipendiato dallo Stato, i fascisti che hanno spalleggiato l’assassino non sono mai stati condannati, i poliziotti che erano presenti all’omicidio non sono mai stati giudicati, così come i responsabili delle sedi missine coinvolte nella preparazione e attuazione dell’omicidio, come i dirigenti di polizia presenti da ore sul luogo della tragedia.

Un fatto come tanti di giustizia negata che ha marcato ulteriormente la vita di migliaia di cittadini di questo paese subendo oltre allo strazio di una perdita violenta, l’insulto infame della negazione della verità, arrivando oggi all’imposizione del silenzio, dell’oblio, sotto la logica dell’"equidistanza" tra vittime e carnefici, della pari dignità tra valori di libertà, uguaglianza e solidarietà con quelli di oppressione, disprezzo per i deboli, eliminazione del dissenso.

Le associazioni che da più di quaranta anni combattono con la sola arma della memoria i crimini di questa repubblica, si sono purtroppo moltiplicate, anche se sempre più isolate, tentano di riportare anno dopo anno la questione della giustizia nelle piazze, nelle scuole, nei quartieri, nelle istituzioni.

A lungo si è richiesta giustizia per Walter come per le vittime delle stragi e assassini ai danni di cittadini ignari, di giovani, di operai, di contadini, scontrandosi inevitabilmente con il muro di gomma dello Stato fatto di coperture, insabbiamenti, menzogne, processi farsa e assoluzioni a priori per assassini in divisa, omertà nei confronti di organizzazioni segrete eversive, cosche massoniche e mafiose.

Le speranze che alcuni nutrivano che l’avvento della seconda repubblica potesse finalmente chiudere con la vergogna di un passato indegno di una nazione civile, si sono rapidamente trasformate in pura illusione e la "corruzione del potere" come disse qualcuno, si è manifestata in tutta la sua potenza coinvolgendo tutti, cattivi e buoni, confermando nei primi il servilismo e nei secondi, con poche eccezioni, un generale collaborazionismo.

Il silenzio istituzionale che accompagnava ieri tutti coloro che richiedevano rispetto per gli impegni scritti e sanciti dalla Costituzione e per le regole dettate dalle leggi è diventato oggi derisione.

I valori nati dalla lotta di liberazione sono equiparati a quelli di coloro che hanno collaborato al massacro dei propri concittadini e compaesani, l’ideologia razzista e imperialista a quella della solidarietà e della pace, l’impunità dei potenti alla giustizia sociale, lo Stato totalitario a quello garante dei diritti dei più deboli, il diritto al lavoro alla schiavitù del precariato, la possibilità di integrazione per i cittadini migranti affondata insieme alle loro imbarcazioni nel mare di Sicilia o rinchiusa nei CPT.

Per chi ha vissuto la stagione magnifica della speranza del cambiamento, e la feroce e spietata repressione che ne è seguita, non è difficile comprendere a cosa è servito tutto questo sangue e le enormi menzogne che lo hanno accompagnato.

Gli scopi di allora sono stati raggiunti, lo sconvolgimento radicale del contratto sociale nato alla fine dell’ultimo conflitto, profondamente vincolato dai valori dalla resistenza antifascista, è stato in gran parte compiuto.

Il terrorismo di stato iniziato alla fine degli anni ’60, ha raggiunto il suo scopo, impaurendo i molti dalla coscienza in vendita, ottenebrando la mente degli altri, impedendo di vedere, giudicare, ragionare, ribellarsi.

La realtà di oggi conferma la volontà di chi, ieri, ha messo bombe, costituito organizzazioni clandestine per un rafforzamento del controllo sociale, per il passaggio da una democrazia formale repubblicana ad uno stato di polizia dove fossero ridotti al silenzio qualsiasi stimolo innovatore e sociale.

Ormai da più parti si denuncia la limitazione crescente della libertà di critica e di pensiero, la limitazione del diritto al voto, l’ignoranza dei diritti costituzionali, l’ineguaglianza delle leggi, l’impoverimento di sempre più ampie fasce di popolazione, la diffusione capillare del controllo sociale. I pochi che tentano di opporsi vengono messi al bando, nelle istituzioni come nei giornali, nelle reti televisive, nei partiti, nei sindacati.

L’uso del terrorismo mediatico, la diffusione dell’insicurezza e della paura prosegue l’opera iniziata con le bombe fatte esplodere nelle banche, nelle piazze, sui treni. Lo stato di emergenza è diventato una costante: emergenza contro le stragi, contro il terrorismo, contro la malavita organizzata, contro la corruzione, l’immigrazione, l’islam, l’aids, la droga, internet, arrivando alla criminalizzazione dei lavavetri e di tutti coloro che possono definirsi "diversi" solo perché poveri e emarginati, a giustificazione della blindatura progressiva del sistema dei privilegi e delle ingiustizie.

Le recenti prese di posizione di sindaci di "sinistra" sul rafforzamento del controllo poliziesco rende, se necessario, ancor più chiaro la deriva giustizialista dell’ex-sinistra e la continuità storica e politica con il processo reazionario iniziato a suon di bombe, maggior controllo dei conflitti sociali, minor stato sociale, più controllo poliziesco. In sintesi la funzione tradizionale di mediazione dello stato nello scontro tra il conservatorismo dei potenti e il progressismo delle masse, si trasforma in pura struttura di repressione.

Per quello che ci riguarda continueremo a denunciare l’omertà perenne di forze politiche, media e magistratura; le responsabilità politiche di ieri e di oggi, l’infamante accordo politico in nome della spartizione bilaterale del potere che calpesta i morti che hanno insanguinato le strade di questo paese per difendere i diritti di tutti.

In questo processo repressivo e reazionario il ruolo delle organizzazioni storiche della sinistra non è stato semplicemente subalterno, debole o incapace a reagire, ha contribuito in maniera determinante con le strutture di controllo e repressione istituzionale.

Non vogliamo discutere qui della sorte di quella sinistra, attendiamo che la deriva centrista iniziata ai tempi di Berlinguer, quando i partiti si sono fatti stato e i sindacati azienda, si concluda al più presto, demolendo le residue illusioni di chi ancora crede stoicamente nell’alternativa riformista.

La continua impunità è stata garantita anche da governi di "sinistra" ai criminali di allora e di oggi, il silenzio continua ad accompagnare lo stravolgimento del Diritto, dove si è imposto il principio inquisitorio, l’applicazione di leggi che puniscono l’intenzione di commettere reati, la corresponsabilità morale, la retroattività delle leggi, il fermo di polizia, la carcerazione preventiva, l’impunibilità dei crimini commessi dalle forze dell’ordine, in pratica la legalizzazione della pena di morte.

Niente contrasta il potere enormemente ampliato delle forze di polizia di perquisire, intercettare, limitare i movimenti fino al confino di fascista memoria, oggi chiamato soggiorno obbligato, le perquisizioni personali senza autorizzazioni del magistrato.

L’introduzione di reati di opinione come "l’associazione a fini di terrorismo e contro l’ordinamento democratico" che si abbina all’associazione sovversiva già esistente, il reato di "insurrezione contro lo stato", sono tutti reati associativi che puniscono il fine anche in assenza del reato e che violano apertamente il principio sancito dall’art. 27 della Costituzione che recita "La responsabilità è personale".

Non leggiamo ne udiamo voci che si alzano per denunciare la vendetta giudiziaria perpetrata con i regimi speciali di detenzione, la vergogna delle carceri speciali dove i più elementari diritti sono concessi e negati in forma premiale e ricattatoria a totale discrezione dell’amministrazione penitenziaria, concetto che peggiora addirittura l’art. 280 del regolamento Rocco del 1931 che prevedeva la decisione del Magistrato di sorveglianza per i regimi di punizione.

Come non abbiamo mai sentito da nessuno sdegno per le torture più volte eseguite su indiziati e fermati nelle caserme, nelle carceri e nei commissariati, sia su detenuti politici che comuni, dagli anni dell’"emergenza terrorismo" a Genova nel 2001.

La difesa dell’ordine democratico è la corta coperta con cui si tentano di celare leggi fatte per garantire impunità ai potenti, e quelle che non si faranno mai per garantirne gli interessi personali; l’impunità di responsabili di stragi e di organizzazione clandestine armate; i mille e più nomi dell’organizzazione P2 che ancora vengono tenuti nascosti, i traditori dell’organizzazione segreta Gladio elevati a presidenti della repubblica, i criminali politici e comuni che siedono in parlamento insieme a fascisti e razzisti.

Come la cosiddetta "democrazia dell’alternanza" nasconde le truffe elettorali, il voto obbligato senza la scelta dei candidati, il bipolarismo, due facce della stessa medaglia, che celano il futuro partito unico, l’inesistente libertà di stampa, il progressivo impoverimento della maggioranza a favore dell’arricchimento smisurato di pochi, l’interesse economico come valore incontrastato, le guerre pacifiste umanitarie, la non sovranità nazionale con l’occupazione militare di padroni stranieri.

In tutto questo non è difficile comprendere che la rivendicazione di Giustizia è lotta di libertà e di indipendenza, per il rispetto dei diritti delle persone, del diritto all’incolumità, del diritto di parola, del diritto alla verità. E’ lotta per la democrazia.

Non abbiamo interlocutori, tanto meno abbiamo bisogno di parole di solidarietà o di simpatia, è da tempo che abbiamo rinunciato a chiedere, sappiamo che la giustizia non passa per le aule dei tribunali, che la verità non viene scritta sui giornali, che i partiti rappresentano solo se stessi.

Quel che è certo è che facciamo parte dell’altra società, quella di chi non ha rappresentanti politici ne voce sui media, quella a cui vengono negati i diritti fondamentali, quella che non può permettersi un futuro perché emarginata dalla condanna del precariato.

Quello che possiamo fare è solo denunciare, anno dopo anno, la deriva reazionaria del sistema politico italiano e sperare nel necessario sovvertimento dell’ordine cosiddetto democratico.

L’evidente irreparabile incompatibilità tra potere e diritti ci porta ormai a chiedere di schierarsi, non ci sono più vie di mezzo, chi continua ad affermarlo, in buona o cattiva fede, per noi ha scelto da che parte stare.

Non è la nostra.

30 settembre 2007

tratto da " Associazione Walter Rossi "




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23 marzo 2008
Banda Koch
 Nel periodo della repubblica di Salò organizzò una banda
di sadici paranoici, riconosciuti come "formazione di polizia",
specializzata nella caccia dei partigani azionisti e comunisti


PIETRO KOCH,
IL TORTURATORE FASCISTA
CHE TERRORIZZO' MILANO


di PAOLO DEOTTO
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Un gruppo di repubblichini appartenente
ad una delle formazioni "militari" della Rsi
Milano. Mancano pochi giorni a Natale; ma siamo nel 1944. Non c'è nulla dell'attesa gioiosa, la città è martoriata dai bombardamenti, controllata da tedeschi sempre più rabbiosi e da un numero imprecisato di polizie. Regnano fame, freddo e paura, i problemi quotidiani della popolazione sono ormai quelli della pura sopravvivenza. In questa cupa atmosfera, un regalo di Natale, tanto inatteso quanto sperato, viene fatto ai milanesi da quel governo fantasma che risiede a Salò. All'Hotel Plaza arriva nientemeno che il dottor Renzo Montagna, capo della polizia, quella ufficiale; è accompagnato da cinque uomini, entra nell'atrio, si dirige al bar dell'albergo (incredibilmente, in una città in cui mancava tutto, era possibile trovare tutti i generi di lusso) dove un giovane molto elegante sta sorseggiando un liquore. Montagna fa un cenno ai suoi uomini e in un batter d'occhio il giovane è ammanettato e disarmato; in tasca aveva una pistola tedesca, regalo del suo amico, il capitano SS Saewecke. L'arrestato non batte ciglio, e si limita a far notare che deve ritirare al guardaroba dell'albergo il cappotto e il cappello. Contemporaneamente in via Paolo Uccello una compagnia di militi della Legione Autonoma Ettore Muti, al comando del questore Bettini, fa irruzione nella villa contrassegnata dai civici 17-19, arresta una trentina tra uomini e donne che si trovano nei locali, libera alcuni prigionieri, molti dei quali portano i segni evidenti di torture e sequestra danaro, gioielli, orologi e altri oggetti di valore. I milanesi tirano un sospiro di sollievo: tra i tanti problemi, almeno uno è risolto. La Banda Koch ha cessato la sua turpe attività, c'è qualcosa in meno di cui aver paura. Ma nessuno si illude che Pietro Koch, il giovane elegante arrestato all'Hotel Plaza paghi per i suoi crimini, almeno per ora. In fondo, il dottor Montagna ha arrestato un collega. Infatti Koch dirigeva il Reparto Speciale di Polizia, era considerato un uomo di Buffarini Guidi, il ministro degli interni repubblichino, era in rapporti di amicizia con le SS dell'Albergo Regina. Ma quel Reparto Speciale, ribattezzato dalla voce popolare Banda, a ben significare la sua attinenza col crimine, si era macchiato di tali e tante scelleratezze da suscitare un intervento diretto del Cardinale Schuster presso Mussolini; e il Duce, riluttante perché lui stesso si era servito in passato del Reparto Speciale, non aveva più potuto far finta di non saper nulla.
I tedeschi lasciavano fare; che gli italiani si sbrigassero pure tra loro le loro beghe, mentre il generale SS Karl Wolff, conscio del crollo imminente, aveva già avviato trattative segrete con gli Alleati in Svizzera. Del resto, fin dalla nascita dell'effimera Repubblica fascista di Salò, la linea di condotta dei tedeschi era sempre stata chiara. Ai vassalli italiani non spettava alcuna iniziativa in campo militare, perché la guerra è una cosa seria, ma veniva lasciata libertà di azione nella costituzione di vari corpi armati, utili comunque per tenere a freno con l'arma del terrore una popolazione sempre più insofferente. Con questo atteggiamento germanico, e con l'assenza di un'autorità italiana realmente identificabile come tale, la Repubblica Sociale vide la nascita di un numero incredibile di organismi armati, in un guazzabuglio in cui la funzione militare e quella di polizia si confondevano. Esisteva, al comando del Maresciallo Graziani, l'esercito repubblicano, ma ogni sua attività necessitava del placet del comando tedesco in Italia, mentre l'addestramento per le uniche divisioni destinate al combattimento veniva fatto in Germania. Esistevano poi, come dicevamo, altri corpi, molti dei quali nati da iniziative private di personaggi che pescando nel torbido dello sfacelo cercavano di costruirsi la propria fetta di potere e di arricchimento personale. Emblematico in questo senso era il caso del caporale Franco Colombo che, nel clima di rinascita dello squadrismo che contrassegnò l'ultimo fascismo, creò la Squadra d'azione Ettore Muti, che diverrà poi Legione Autonoma, di cui il caporale Colombo si autonominerà colonnello. Milano, teatro degli avvenimenti che descrivevamo in apertura, aveva il non invidiabile primato del maggior numero di corpi armati. Per meglio renderci conto della situazione, facciamo un veloce elenco delle diverse polizie che operavano nel capoluogo lombardo. Oltre alla Questura e alla Guardia Nazionale Repubblicana, GNR (che aveva assorbito anche l'Arma dei Carabinieri), svolgevano, di fatto se non di diritto, attività di polizia anche la già citata Legione Autonoma Ettore Muti, la Brigata Nera Aldo Resega, l'ISPA (Ispettorato Speciale Polizia Antipartigiani, formato da personale della Pubblica Sicurezza), il CIP (Centro Informativo Politico, una sorta di polizia finanziaria alle dipendenze dirette del comando SS), nonché un reparto di SS italiane e l'ufficio politico della Decima Mas.
Infine, ultima solo per metterla meglio in luce, operava il Reparto Speciale di polizia, al quale il suo capo, Pietro Koch, aveva il vezzo di aggiungere il suo nome, preceduto abitualmente dal titolo di dottor (anche se Koch non aveva mai terminato gli studi universitari). Il Reparto Speciale, ovverosia la Banda Koch, merita un discorso a parte perché fu, seppur totalmente in negativo, un caso assolutamente a sé. Premettiamo una considerazione: la guerra, e soprattutto la guerra civile, col suo inevitabile corollario di tradimenti, delazioni, crudeltà, vendette, è una cosa sporca, e non è possibile fare in modo pulito le cose sporche. La guerra civile nel periodo repubblichino scavò tra gli italiani degli abissi che non si sono ancora, a distanza di quasi sessant'anni, completamente colmati. Ma chi vi prese parte lo fece spesso anche per motivi rispettabilissimi, perché da ambo le parti in lotta non mancavano i legittimi motivi di disgusto verso la parte avversa. Chi è più deprecabile: un Re che fugge tra le braccia di quelli che erano prima i nemici, o un Duce che torna tra le braccia di quelli che prima erano, seppur non amati, gli alleati?
In questo quadro, sciagurato ma che purtroppo fa parte di una storia che potremmo definire normale, l'attività della Banda Koch si distinse per un'anormalità che divenne esasperante, anche in un periodo in cui sembrava che l'uomo avesse già espresso il peggio di sé stesso. Anzitutto, chi era Pietro Koch? Era uno dei tanti tenenti di complemento. Di buona famiglia, tedesco per parte di padre, era nato nel 1918, aveva frequentato il liceo Gioberti a Roma e si era poi iscritto alla facoltà di Giurisprudenza. Il primo richiamo alle armi, nel 1939, aveva fatto sospendere gli studi a questo giovanotto, che fino a quel momento non aveva manifestato nessuna particolare dote ma neanche particolari difetti. Gli piaceva fare un po' il gagà, come usava allora, era un bel ragazzo, godeva di un certo favore col gentil sesso. Posto in congedo provvisorio come tanti altri ufficiali di complemento nel periodo della non belligeranza italiana, anziché riprendere gli studi, cerca di mettersi nel commercio delle automobili, ma non conclude nulla. Ma nella breve attività commerciale incontra un personaggio, che diventerà la sua ombra, con il quale stringe una grande amicizia: l'avvocato folignese
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Un incontro fra Mussolini e le sue "forze militari".
Pensava così di galvanizzare gli uomini
Augusto Trinca Armati. Ricco, tossicomane, psicopatico, l'avvocato Trinca, chiacchierato per le sue abitudini troppo libertine, manterrà corrispondenza con Koch anche quando questi verrà nuovamente richiamato alle armi ed assegnato al secondo reggimento granatieri. Per tre anni il futuro capo del Reparto Speciale fa la guerra, con molta fortuna perché il suo reparto avrà solo sporadici contatti col nemico. Koch non è che un tenente come tutti gi altri, non guadagna in divisa né infamia né lode. Poi arriva l'otto settembre, la svolta per la vita di tanti italiani. Nel clima di confusione che regna nella capitale, Koch fa la sua scelta: starà coi fascisti, e infatti è uno dei primi ad iscriversi al neonato Partito Fascista Repubblicano. Parlavamo prima, e lo ribadiamo, che la scelta di una parte o dell'altra poteva essere rispettabilissima. Il generale Mario Caracciolo di Feroleto, comandante della 5° armata nell'Italia centrale, aveva invece scelto la parte avversa, sentendosi, come molti altri ufficiali, legato dal giuramento al Re. Aveva dovuto però nascondersi per sfuggire alla caccia che i tedeschi facevano ai militari italiani e aveva trovato rifugio nel convento di San Sebastiano. Nessuna autorità italiana si sentiva di violare un luogo sacro, e gli stessi tedeschi preferivano non sporcarsi le mani. Ma il generale Caracciolo era una preda ambita. Koch, che ancora vestiva la divisa dell'esercito, era venuto a sapere del rifugio dell'alto ufficiale. Forse sperava solo in una ricompensa, o forse aveva capito che quella era la sua grande occasione. Sta di fatto che si recò a denunciare il generale al capo della polizia, Tamburini. Questi propose al giovane tenente di eseguire lui stesso l'arresto, sempre che se la sentisse di violare un luogo sacro.
Koch si limitò a sorridere e a chiedere a Tamburini di mettergli a disposizione un plotone; al resto ci avrebbe pensato lui. E ci pensò, arrestando il generale Caracciolo col più chiasso possibile. Non era certo un convento a impressionarlo: Koch aveva trovato la sua vocazione, lo sbirro, visto sotto la peggior angolatura possibile. Tamburini restò colpito dalla decisione mostrata dal giovanotto; era un elemento troppo utile per lasciarselo sfuggire, uno di quei classici personaggi adatti a fare le cose più sporche, perché privi di scrupoli. A maggior ragione, personaggi di tale fatta non vanno mai inquadrati in organismi ufficiali. E il Reparto Speciale nacque così a Roma, su incarico del capo della polizia Tamburini, accettato senza esitazioni dal tenente Koch. Liberato da incombenze militari, Pietro Koch inizia gli arruolamenti, con l'aiuto del fedele avvocato Trinca; è ansioso di mettersi in luce, c'è in ballo anche l'aumento della sua dotazione mensile, che arriverà in seguito fino a due milioni (di allora... ). La sua specialità è la caccia ai membri del partito d'azione e ai comunisti. I frutti non mancano, perché il sistema di indagine è efficace: una volta catturato un avversario politico, lo si tortura finché questi non fornisce altri nominativi. Una prassi normale è anche il sequestro dei beni dell'arrestato, che, se sopravvive, viene poi passato alle autorità ufficiali quando ha detto (e dato) il più possibile. Un arrestato illustre fornirà testimonianze agghiaccianti dei metodi del Reparto Speciale. E' il regista cinematografico Luchino Visconti, che viene rilasciato dopo pochi giorni di arresto perché l'attrice Maria Denis intercede per lui presso Koch, che ci tiene a mostrarsi galante nei confronti della bella amica. Ma è anche l'occasione per Koch per mostrare il suo potere: un suo comando può decidere della vita o della morte di un uomo, nessuno interferisce con la sua attività. In questo periodo nasce anche l'amicizia con l'attore Osvaldo Valenti e con la sua amante, l'attrice Luisa Ferida. Valenti, squinternato e cocainomane, è ufficiale della Decima Mas, ma partecipa anche all'attività della Banda, più che altro perché tra le altre lucrose attività, oltre alla rapina, gli uomini di Koch si sono specializzati anche nel traffico di droga.
L'avanzata degli Alleati spinge a nord anche la banda Koch; dopo un breve periodo a Firenze, il Reparto Speciale prende definitivamente sede a Milano, in quella villa di via Paolo Uccello num. 17-19, che verrà ben presto ribattezzata Villa Triste. Alle dipendenze di Pietro Koch lavorano ormai 116 persone, di cui 16 donne, compresa la sua amante, Dusirella Marchi, detta Desi. L'avvocato Trinca Armati dirige un fantomatico "ufficio legale", vicecapo della banda è un italo argentino, Armando Tela. Uno degli autisti di Koch è Raul Falcioni, già dei GAP. Non manca l'assistente spirituale, assicurata da Don Epaminonda Ildefonso Troja, al secolo Elio Desi, dell'Ordine dei Benedettini. A Milano la Banda celebra i suoi maggiori (e peggiori) fasti. Continuando con efficacia la caccia ai partigiani, Pietro Koch viene apprezzato dai tedeschi e stringe amicizia in particolare con il capitano SS Saewecke. Per i comandi germanici quel giovanotto fa comunque un lavoro utile, e si mostra molto più efficace di altri organi di polizia. Soprattutto, non ha scrupoli morali di alcun tipo, e questo è molto apprezzato. Ma sembra che ormai lo strapotere abbia preso la mano a Pietro Koch. La sua natura malata, quella che probabilmente lo aveva già anni prima oscuramente attirato verso l'avvocato Trinca, viene sempre più a galla.
La tortura a Villa Triste diventa quasi fine a sé stessa; certo, è un sistema per far parlare gli arrestati, ma l'insistenza con cui viene effettuata, la fantasia perversa degli aguzzini, dimostrano quello che dicevamo in apertura, ossia che il Reparto Speciale si distingueva da tutte le altre polizie. Ma si distingueva proprio perché anche la crudeltà della guerra può conoscere dei limiti, ma l'immaginazione di un sadico li supera di continuo. Nel processo che si concluse con la condanna a morte di Koch vi furono numerose agghiaccianti testimonianze, né ci pare il caso di entrare nel dettaglio. Cerchiamo di fare gli storici, e non di dare ai nostri amici lettori emozioni violente e malsane. Basti ricordare che a Villa Triste si usava spesso negli interrogatori far stendere l'arrestato su una specie di letto da fachiro, far bere petrolio, usare scariche elettrice sui genitali, riempire di sale la bocca di chi invocava da bere. Inoltre queste torture venivano abitualmente eseguite da più persone, che si davano di continuo il cambio, chi aiutandosi con cognac, chi con cocaina, a sopportare la loro stessa scellerataggine. Pietro Koch di norma assisteva impassibile, poi, quando la vittima era allo stremo, aggiungeva la beffa alla crudeltà, spiegando con voce suadente che era meglio che parlasse, se no lui forse non sarebbe riuscito a frenare più i suoi uomini, giustamente adirati per la reticenza dell'interrogato. E se l'infelice resisteva, a un cenno di Koch i torturatori ricominciavano, fino a riportare l'arrestato in una cella col soffitto all'altezza di un metro e venti. Dicevamo che lo strapotere ormai aveva preso la mano a Koch. Infatti l'orgia di crudeltà aveva sempre meno senso, tanto più considerando che ormai gli Alleati erano al Po. La guerra era persa, questo lo sapevano tutti, e mentre molti iniziavano a pensare a come salvare la pelle, Pietro Koch si compiaceva di girare per Milano in elegante cappotto di cammello, scarpe lucidissime, con un perenne effluvio di profumo che lo seguiva.
Gli sguardi dei passanti che si abbassavano davanti a lui non erano che una conferma del suo potere, e probabilmente ormai Koch non viveva che per questo, come i ballerini che fino all'ultimo vogliono danzare sulla nave che sta affondando. Solo in chiave psichiatrica si può infatti spiegare la condotta di quest'uomo; se i suoi sgherri, piccoli anonimi mostri, potevano sperare di farla franca, lui, il "dottor" Pietro Koch, era ormai prigioniero della sciagurata notorietà che si era voluto costruire. Come dicevamo in apertura, furono gli stessi fascisti a porre fine all'attività della Banda, con la Legione Muti che si trovò, una volta tanto, nell'insolita veste di riparatrice di torti. Peraltro una quarantina di membri del disciolto Reparto Speciale non restarono disoccupati: vennero inquadrati in quel CIP (Centro informativo politico) che citavamo nell'elenco delle numerose polizie di Salò. Tanta indulgenza aveva una ragione: lo stesso Mussolini aveva utilizzato i servigi della Banda Koch, alla quale aveva commissionato due indagini su due personaggi centrifughi che lo preoccupavano per l'eccessivo potere personale, Farinacci e Junio Valerio Borghese. Le polizie parallele erano una vecchia passione del Duce, che del resto aveva incaricato l'ufficio informazioni della Guardia Nazionale Repubblicana di tenere comunque d'occhio il tenente Pietro Koch. Koch viene internato a Maderno, e successivamente rinchiuso a San Vittore. Ma ha ancora degli amici, e pochi giorni prima del 25 aprile viene liberato dalle autorità fasciste che non si sentono di lasciarlo in mano ai partigiani. Coi capelli tinti di biondo e con documenti falsi che fanno di lui il commerciante Ariosto Broccoletti, potrebbe cavarsela, cercare la fuga all'estero, verso quelle ospitali terre spagnole o sudamericane che offrirono asilo a tanti fascisti e nazisti. Ma c'è in lui qualcosa di oscuro che lo attira addirittura a ridiscendere l'Italia, recandosi a Firenze. Non può certo sperare di passare inosservato in eterno, lui che tanto aveva cercato la notorietà. Nel capoluogo toscano Koch ha notizia che la sua ultima fiamma, Tamara Cerri, è stata arrestata, e allora non ha esitazioni: come se volesse concludere con un bel gesto la sua sciagurata avventura umana, va in Questura e si consegna alla polizia. "Se avete arrestato Tamara Cerri perché vi dica dov'è Koch, potete liberarla. Koch sono io, arrestatemi". Il 5 giugno 1945 Pietro Koch, dopo un breve processo davanti all'Alta Corte di giustizia, venne fucilato a Roma, a Forte Bravetta. In cella aveva chiesto l'assistenza di un prete, che gli fu concessa. Calmo, impeccabilmente pettinato, prima di sedersi davanti al plotone formato da venti Guardie di Pubblica Sicurezza si preoccupò di assestare con la mano la piega dei pantaloni. La scarica di fucileria gli staccò la volta cranica, che volò nell'erba. Tutta la scena venne filmata: regista d'eccezione, Luchino Visconti.



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23 marzo 2008
La resistenza civile in Danimarca: il salvataggio degli ebrei danesi.
 

L’anno 1943 fu teatro del salvataggio più spettacolare della guerra: quello degli ebrei di Danimarca. Fin dall’occupazione del Paese nell’aprile 1940, il governo danese, che s’era impegnato nella collaborazione di Stato con Berlino, si era fatto garante dell’integrità della comunità ebraica. Tutto ciò non era una prova di pro-semitismo: l’attitudine governativa era piuttosto fondata su una posizione politica di principio. Prendersela con gli ebrei equivaleva ad una lesione di un elemento fondamentale della costituzione danese: quello dell’uguaglianza di diritti fra cittadini. Il re Cristiano X dava prova della stessa fermezza e minacciava di portare la stella gialla, qualora Berlino volesse imporla agli ebrei. E siccome la Germania ci teneva al mantenimento del governo danese, il progetto della loro deportazione fu respinto più volte. Ma la crisi dell’agosto 1943, che segnò la fine della collaborazione dello stato danese, per via delle dimissioni del governo, riportò la questione all’ordine del giorno. Infatti il Paese passò sotto il diretto controllo dell’occupante e poco dopo Berlino attuò il piano di arresto degli ebrei, senza poter tuttavia contare sulla collaborazione della polizia danese. Ma ci fu una fuga di notizie: tre giorni prima che l’azione si scatenasse, com’era previsto, nella notte del primo ottobre, un funzionario dell’ambasciata tedesca, Georges Ferdinand Duckwitz, preavvisò i responsabili della Resistenza danese. Il progetto di rastrellamento fu comunicato ai dirigenti della comunità ebraica ed a parecchi fra i massimi responsabili dello Stato danese. All’indomani, 29 settembre vigilia dello “Yom Kippur”, il rabbino della sinagoga di Copenhagen preavvisò i partecipanti alla funzione del mattino. La notizia circolò molto in fretta, passando parola ed utilizzando i canali informativi propri della Resistenza o di numerose associazioni. Le recenti dimissioni del governo avevano radicalizzato gli animi e in parecchi erano disposti a "fare qualcosa"” non necessariamente per gli ebrei, ma contro i tedeschi in ogni caso.

Il mattino del 2 ottobre, il commissario del Reich, Werner Best, aveva catturato 475 persone, il 6% degli ebrei danesi. Furono deportatati a Theresienstadt, campo di transito e non di sterminio. Proteste pubbliche contro il rastrellamento non tardarono a farsi sentire: dal Primate della Chiesa danese, all’insieme dei Vescovi, dai principali partiti politici, ma anche da diverse organizzazioni sindacali, professionali, etc.

Tuttavia gli ebrei non erano ancora fuori pericolo: nascosti in Cophenagen e nei dintorni, restavano in condizioni precarie di sicurezza. S’impose perciò la loro fuoriuscita per mare verso la vicinissima Svezia, attraverso il Dund, come la soluzione migliore. In pochi giorni il salvataggio degli ebrei era diventato una questione nazionale per molti Danesi, un modo concreto per sfidare l’ordine nazista.

E così migliaia di persone di ogni ambiente si mobilitarono spontaneamente per far riuscire l'operazione. Il salvataggio prese allora il tono di un'epopea. Uno dei suoi responsabili principali, Aage Bertelsen, un insegnante, ne ha fatto un racconto particolareggiato.

Descrive come uomini e donne, senza alcuna esperienza della clandestinità s'impegnarono spontaneamente in quel servizio: come fu necessario reclutare le imbarcazioni dei pescatori ed assicurarsi che fossero pagati; come toccò vigilare sulla sicurezza degli ebrei quando essi si recavano nei loro punti d'imbarco, ecc. Le principali strade e sentieri che vi conducevano erano sorvegliati da membri della Resistenza, pronti ad aiutare coloro che si perdevano. La stessa polizia danese prese parte al salvataggio guidando la gente verso la direzione giusta.

Ingenti fondi privati furono messi a disposizione, ed anche da banche, per provvedere alle spese, poiché erano numerosi quelli che non avevano il necessario per pagarsi il viaggio. L'operazione fu un successo e fornì la prova che nell'Europa dominata dai nazisti era ancora possibile la solidarietà umana su vasta scale. Questa riuscita testimoniava che un piccolo popolo disarmato poteva spezzare la logica infernale del genocidio, quando era esente da antisemitismo.




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23 marzo 2008
Quando fui cacciato dalla scuola
  Ricordo ancora quella mattina, avevo poco più di sette anni; ne sono passati cinquantotto... come fai a dimenticare certe cose. Era iniziato l'anno scolastico 1938/39, frequentavo la seconda elementare nel quartiere romano della Garbatella, dove vivevamo. Andavo nella scuola, che oggi si chiama "Cesare Battisti", allora intitolata a Michele Bianchi, il primo segretario del partito fascista, che nel 1922 aveva guidato con Mussolini la marcia su Roma. Come tutte le mattine, recandomi a scuola intravidi da lontano, fermi all'ingresso, un gruppo di bambini controllati dagli insegnanti in camicia nera. Non feci in tempo ad avvicinarmi che uno di loro mi schernì dicendo: Ecco un altro ebreo! E mi unisce al gruppo già formato. Trascorse ancora del tempo, l'attesa sembrava non finire mai; non capivamo che cosa stesse accadendo. Quando, tutti i bambini "di razza ebraica" furono arrivati, ci fecero entrare per un ingresso secondario e ci misero tutti in una sola classe non facendo differenza di età. Fu così che imparammo a conoscere il significato della parola Pluriclasse. Perché dovevo essere separato dai miei compagni, con i quali avevo studiato e giocato fino al giorno prima, ma soprattutto era difficile comprendere il motivo per cui proprio i miei coetanei mi scansavano e non mi si rivolgevano più chiamandomi per nome o cognome, come si usa a scuola, ma usando l'appellativo che sarebbe risuonato troppo spesso alle mie orecchie in quegli anni tristi: Ebreo. Un bambino di sette anni questo non può capirlo. E capisce ancora meno se, alcuni giorni dopo, gli dicono che non può più frequentare la scuola statale perché, oltre ad essere ebreo, è anche figlio di un antifascista. Cosa potevo conoscere della politica? Che Mussolini fosse un dittatore e che il fascismo fosse il regime che aveva tolto agli italiani ogni libertà non lo capivo certo; ma che i fascisti ci stavano facendo del male, questo era chiaro anche agli occhi di un bambino. Certo, li vedevo come gli orchi, come i malvagi delle favole, ma purtroppo non erano personaggi della fantasia, questa era la realtà. Nel giro di pochi giorni la mia vita familiare subì un cambiamento forzato a seguito dell'entrata in vigore delle leggi razziali: mio padre venne licenziato dalle poste e perdemmo la casa a cui aveva diritto in quanto dipendente. Ricordo ancora i militi delle poste, vestiti in grigioverde con la camicia nera, che senza una semplice parola di comprensione ci cacciarono da quella che era stata la nostra casa. Il fascismo e le sue leggi non avevano ancora inflitto alla nostra famiglia il colpo più duro, quello che avrebbe lasciato la ferita più profonda. Mia sorella Virginia aveva appena quattordici anni, si trovava in cura nel convalescenziario di Fara Sabina per una malattia polmonare. Anche a lei venne negata la possibilità di essere curata perché ebrea. La portammo con noi anche se sapevamo di non poterle fornire né le cure necessarie, né il minimo sostentamento. Mio padre, aiutato da amici e antifascista, riusciva, sotto falso nome, a lavorare saltuariamente alla Siette. come tecnico radiotelegrafista. Io ero stato assunto come fattorino in un negozio all'ingrosso di proprietà di un cattolico. In realtà non si può dire che guadagnassi realmente il mio stipendio, ero troppo piccolo, e certamente la mia assunzione era un modo per aiutare la mia famiglia che si trovava nella più completa indigenza. Dopo tre mesi il mio datore di lavoro venne convocato ed ammonito nella sede del fascio di Palazzo Braschi, poiché non poteva avere come dipendente il figlio di un antifascista e per di più ebreo. Vivevamo alla giornata; era difficile ormai trovare il più piccolo lavoro che ci desse la possibilità di curare mia sorella, le cui condizioni si andavano sempre più aggravando. Aveva solo quindici anni quando perse la vita. I sette anni che seguirono quel triste giorno videro un bambino precocemente trasformarsi in adulto. Due motivazioni mi legano sentimentalmente ai ricordi di quei giorni: la lotta resistenziale sostenuta dalla mia famiglia contro il fascismo fin dall'inizio, fino ad arrivare al periodo più oscuro e cruento, durante la guerra e la lotta di liberazione. Dopo che fui arrestato assieme a mia madre nel 1944 entrai a far parte del movimento antifascista "Fronte della Gioventù". Ricordo ancora quel motto e quel giuramento che mi è stato sempre di guida nella vita: I giovani del Fronte della Gioventù vogliono combattere per l'indipendenza nazionale, vogliono ricostruire libera la patria nel combattimento e nel lavoro. Procederemo uniti con ogni unione antifascista e democratica. In questo anno ricorre il cinquantenario dalla fondazione della Repubblica e della promulgazione della Costituzione. Abbiamo il dovere di celebrare e ricordare tutti coloro che sacrificarono le loro vite per ottenere la democrazia, un bene che non ci è dato in assoluto ma è piuttosto una meta verso la quale si è sempre in cammino. Ogni volta che il seme della secessione, della xenofobia, della discriminazione, dell'intolleranza nei confronti di ogni diverso al quale si dovrebbe rispetto; ogni volta che l'avidità, la violenza, la corruzione prendono piede e dilagano in un Paese, questo non riesce più a garantire una solida democrazia. Ieri il razzismo fu di Stato, oggi è di gruppi che si agitano nel mondo sobillando, terrorizzando, violentando e uccidendo esseri inermi, il cui diritto all'esistenza non può essere assolutamente violato. Alle soglie del duemila non dobbiamo permettere che violenze simili non vengano evidenziate e denunciate. Rinnoviamo il patto di solidarietà con coloro che mostrano di aver bisogno del nostro aiuto; non dimentichiamo che così facendo renderemo al Paese e alla società uno dei migliori servizi.

Adolfo Perugia




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23 marzo 2008
Ricordo di tre bambini ebrei
  La mia è la testimonianza di un bambino, che nel settembre 1943 aveva poco più di sette anni, e che ha stampate nella memoria e nel cuore quelle esperienze sue e dei suoi familiari.. Tutto quello che era avvenuto con l'emanazione delle leggi razziali del 1938 aveva comportato per la mia famiglia disagi non indifferenti, derivanti anche dall'impossibilità per mio padre di continuare - in un piccolo centro come Fiume - la sua professione di avvocato. L'esser stato egli prescelto quale Segretario dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, fu l'occasione per il nostro trasferimento a Roma nell'estate del 1939 e, sicuramente, la ragione della nostra salvezza dalle deportazioni di cui, invece, furono vittime mia nonna e gli altri familiari rimasti a Fiume, scomparsi nei forni della Risiera di San Saba a Trieste o in quelli di altri campi di sterminio. Ricordo quelle squallide scene alla scuola Enrico Pestalozzi - presso la quale era stata istituita una sezione per gli ebrei - di decine di bambini "che non potevano stare con gli altri bambini ", contornati di gagliardetti, inquadrati nel corridoio a cantare gli inni del regime salutando romanamente. Non appena proclamato l'armistizio, papà - temendo quello che sarebbe potuto avvenire - ci disperse tutti: fu quello il momento in cui si realizzò nei fatti quella solidarietà latente che i miei genitori avevano già sentito attorno a loro. Fui condotto dalla signora Bianca che abitava vicino a casa nostra e viveva molto modestamente con suo marito: mi accolse con amore ed affetto, dividendo con me quel poco che avevano. Il fatto che qualcuno mi avrebbe potuto riconoscere, se mi fossi affacciato dalla finestra o dal balcone, con il rischio che ciò comportava per lei e per il marito, evidentemente aveva un peso inferiore al valore della salvezza di una vita. Rimasi lì diversi giorni, poi mia madre mi portò in un minuscolo appartamento dove ritrovai, senza poter uscire e solo per pochi giorni, tutta la famiglia e poi fui condotto in collegio diventando Franco Derenzini battezzato nella cattedrale di Budapest dove potevano esserlo solo i discendenti dei re d'Ungheria: ma mia madre ignara di questo fatto, così aveva dichiarato nella richiesta della fede di battesimo smarrita! E’ evidente, che, come suol dirsi, mi avevano lavato il cervello: ma vai a convincere un bambino di sette anni che non era un gioco e che, tra le altre cose, non doveva rispondere se si sentiva chiamare con il vecchio nome, che se chiamava la mamma "mamma" e non zia Annetta", quelle poche volte che sarebbe venuta a trovarlo, rischiava di non vederla mai più ed altre amenità del genere. Vedevo abbastanza spesso in collegio i tedeschi, ma i religiosi che avevano accolto presso di loro sia me che diversi altri ebrei, riuscirono sempre ad evitare pericolose situazioni fingendo di servir messa, di farci fare la Prima Comunione e la Cresima e facendoci cantare con gli altri gli inni liturgici. Rimasi in collegio fino alla liberazione. Mio fratello era stato prima presso la famiglia di un impiegato di banca e poi mi aveva raggiunto in collegio dividendo le mie esperienze, evidentemente con molta maggiore consapevolezza dall'alto dei suoi nove anni: per tutta la nostra vita, ancor oggi, tende ad avere un atteggiamento protettivo nei miei confronti, come allora. Per mia sorella (10 anni) era stato trovato rifugio nella casa del Maestro Mistruzzi, scultore e medaglista molto caro al Papa, che non ebbe dubbi nel mettere a repentaglio i suoi privilegi in nome di valori di ben altra natura. A dicembre anche lei fu accolta in un collegio dove rimase fino alla liberazione. la breve storia di 3 bambini molto, molto fortunati. Non è la storia di tanti altri, bambini e non, cui non fu consentito altro che la disperazione, la sofferenza, la morte. La nostra esperienza è emblematica di un diffuso atteggiamento tra i romani che, malgrado un ben più diffuso sentimento di indifferenza, non ebbero dubbi nel dare aiuto e conforto con il loro calore umano a tanti loro simili che non vedevano "inferiori", resistendo alle lusinghe di una maggiore tranquillità in un momento già tanto colmo di difficoltà e, soprattutto, di pericoli. Non tutto era così semplice: l'ambiente era comunque sempre ostile ed è ciò che rende ancor più grande il loro gesto di persone, non per vocazione come i religiosi (e senza con ciò sminuire quello, spesso, di eroico che questi hanno fatto), ma espostesi al pericolo per pura bontà e solidarietà umana. E’ questo l'atteggiamento di cui dobbiamo ricercare e recuperare tutte le tracce attraverso le testimonianze di tutti coloro che ne hanno vissuto i momenti, talvolta lieti e troppo spessi tristi e dolorosi. Tutti sappiamo che la storia è fatta non solo di gesti eclatanti ma anche, e forse soprattutto, di piccoli eroismi che ne formano il tessuto connettivo, più vicini ai sentimenti dell'umanità. E’ su ciò che sono basate le nostre speranze.

Giovanni Polgar




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23 marzo 2008
Testimonianza di Piero Terracina : "Io, deportato ad Auschwitz."



Il racconto di Piero Terracina, ebreo, ex deportato del lager di Auschwitz - Birkenau. 

Auschwitz. Perché ricordarlo? Perché fu progettato per sterminare con cinica intelligenza ed efficienza.
10.000 persone al giorno venivano uccise e date alle fiamme. Ad Auschwitz secondo alcune stime morirono circa 1.500.000 di ebrei, 1.000.000 di prigionieri politici, oltre agli zingari, gli omosessuali, ed i testimoni di Geova.

Era una fila interminabile, uomini donne e tanti bambini che venivano inviati ogni giorno alle camere a Gas. Vi rendete conto di  cosa significa vivere in quelle condizioni? Giorno e notte uscivano fumo e fiamme dai forni crematori.. con scintille ben visibili. Era una fila interminabile di uomini di tutte le regioni d'Europa.. che erano figli, sorelle, padri, madri, tutti con una propria vita, tutti che dovevano ugualmente morire.

Auschwitz era il posto dove chi sopravviveva, veniva privato di ogni diritto. Non poteva avere ricordi, anche il ricordo dei familiari, il senso della famiglia veniva schiacciato dall'esigenza di sopravvivere."

Questo Terracina non se le è mai perdonato. Questo sentimento  accomuna tutti quelli che hanno fatto ritorno. Quando è arrivato è arrivato con la sua famiglia di 8 persone. Sono tutti morti ad Auschwitz.

"Ad Auschwitz il prigioniero non aveva nome, gli internati non erano contati come persone ma come pezzi. Ai prigionieri veniva tolto ogni dignità. Di quelli usciti dal campo vivi, pochissimi sono riusciti a sopravvivere, e a tornare ad essere persone degne di essere chiamate tali.

L'efficiente  macchina bellica tedesca, non sprecava nulla. Anche dopo la morte tutto veniva usato e riciclato , la pelle, i capelli, dei prigionieri...

Auschwitz non è solo colpa della Germania. Anche altri governi furono carnefici di questo male. Il governo francese dopo l'armistizio ha consegnato tanti ebrei ai nazisti. Eppure in altri  paesi come la Danimarca questo non è successo. Il Re si oppose alla deportazione. Si mise anche lui la stella che contrassegnava gli ebrei,  fece pressioni sul popolo e questo blocco la deportazione degli ebrei danesi.

Perché questo in Italia non accadde? Anche in Bulgaria.. [un governo fascista che aveva adottato la politica sulla razza adottata dal governo fascista italiano], gli ebrei furono salvati dallo sterminio. Perché questo in Italia non accadde?

SE QUALCUNO CHE POTEVA SI FOSSE OPPOSTO, NON CI SAREBBE STATE NESSUNA DEPORTAZIONE.

In Italia gli ebrei sono presenti da circa 2300 anni. Eppure questa civiltà fu negata. Agli ebrei era vietato non solo l'avere ma anche essere."

Piero racconta: "Ero un ragazzo felice, l'ultimo di una famiglia di otto persone, protetto dall'affetto di tutti. Tre giorni prima avevo compiuto 10 anni. il 15 novembre come tutti gli altri giorni entrai in classe e mi diressi verso il mio banco ed ebbi la sensazione che i miei compagni mi osservassero in modo insolito. L'insegnante fece l'appello ma non chiamò il mio nome; soltanto alla fine mi disse che dovevo uscire e alla mia domanda: 'Perché? Cosa ho fatto?' Mi rispose : 'Perché sei ebreo.
Mi sentii smarrito, provavo rabbia e mi rendevo conto che stavo subendo una terribile ingiustizia. Ero stato educato all' amore per lo studio e mia madre non tralasciava occasione per ricordarmi che riuscire nello studio era il mezzo per riuscire nella vita e pensai subito alle sue parole. Andai con il pensiero al mio futuro e mi vedevo costretto a dover svolgere i lavori più umili per vivere. E poi gli amici. Erano tutti lì in quella classe. Avrei potuto averli ancora come amici? No, non fu possibile. Non è mai arrivata una telefonata di un genitore per avere notizie. Tutti spariti. Ci sarà pure stato qualcuno che non era fascista, eppure nessuno ha mai mostrato indignazione per quello che stava accadendo ma neppure solidarietà. Evidentemente era una cosa che non riguardava la gente,ma riguardava gli altri e gli altri eravamo noi Ebrei.

Passai subito alla scuola ebraica che era stata organizzata in tutta fretta per accogliere quel gran numero di ragazzi cacciati dalle scuole di ogni ordine e grado (anche non governativa, recitava la legge). Non fu certo difficile formare un corpo insegnante molto valido per il fatto che tutti i docenti ebrei dalle elementari all'università avevano dovuto abbandonare anch'essi la scuole pubbliche e si erano improvvisamente trovati senza lavoro.  

Il primo anno, in quinta elementare, fu un anno di transizione. Molti disagi anche per la mancanza di spazi adeguati. Nacquero però subito tra i correligionari, che in precedenza non avevo mai frequentato tranne i miei cugini, delle nuove amicizie e alcune delle mie amicizie di oggi sono ancora quelle nate allora. Poi l'anno successivo le medie, in quella che era certamente una scuola diversa, non solo per la capacità che gli insegnanti dimostravano nella disciplina che erano chiamati ad insegnare, ma anche per la loro qualità di educatori. Alcuni conoscevano le nostre famiglie e se lo ritenevano necessario ci seguivano anche al di fuori della scuola. Ho un ricordo molto bello dei miei insegnanti e in particolare del preside, il professor Cimino, un giovane professore non ebreo che era stato nominato dal Ministero. Entrava spesso nelle classi e ci incitava a studiare perché, diceva, voi e soltanto voi dovete e potete dimostrare che, malgrado quello che vogliono far credere non siete inferiori agli altri giovani della vostra età e queste parole erano per noi uno stimolo molto importante.

Ma quella scuola funzionò soltanto fino all'anno scolastico 1942/44. Poi con l' 8 settembre e l'occupazione tedesca ci fu il precipitare degli eventi: la fuga dalle nostre case braccati dai fascisti, la consegna, me e i miei familiari insieme a migliaia di nostri correligionari, ai loro alleati tedeschi per essere portati a morire per gas nei lager dell'est e per essere dati alle fiamme nei forni crematori. Fummo traditi per 5000 lire a persona da un ragazzo fascista che tra l'altro corteggiava mia sorella. 8 persone totale 40.000 lire. A quei tempi era una bella cifra. Vennero  7 SS in pieno assetto di guerra, urlando cose incomprensibili. Eravamo tutti insieme per festeggiare la pasqua ebraica.

Fummo portati a Fossoli,  e poi ad Auschwitz. "Visitando il campo di Fossoli questa mattina, [Ndr. il museo di Carpi , nella piazza centrale. L'ex- campo di Fossoli è nella periferia di Carpi.] Piero è rimasto sorpreso vedendo fra i 15.000 nomi incisi nelle pareti della "sala dei nomi" del museo a caso, per primo il nome della sua mamma. Questa cosa l'ha molto colpito.

Non possiamo raccontare tutto quello che ha raccontato ma la cosa più grave per lui e per tutti e l'indifferenza che ha visto negli altri, i che non fecero caso a questi treni merce riempiti all' inverosimile, dove uomini donne e bambini furono rinchiusi sette giorni, senz'acqua in mezzo ai loro escrementi. Nelle stazioni nessuno che li degnasse di un solo sguardo, anche distratto.Tutto nella indifferenza.. Nessuno fece nulla.

Piero ad un certo punto si ferma. Dice: "non vi racconto le altre sofferenze perché  secondo me, esiste un limite alla credibilità dell'orrore".

Dopo l'incontro Piero risponde a microfoni aperti ad alcune domande:

Dopo un esperienza come questa come è stato il suo ritorno alla vita?

Quando siamo stati liberati, pesavo 38 chili. Io camminavo, ma erano tanti quelli che non si tenevano in piedi. Dopo un po' li crollai, dopo fui portato dai russi in un ospedale militare.  In seguiti fui portato nell''ospedale di Leopoli. Li..ripresi a piangere e presi coscienza di quello che era stato perpetrato da persone normali ai nostri danni.

Dopo qualche tempo fui mandato in un sanatorio nel mar Nero. Li ho ripreso ad avere amicizie, lì sono nati alcuni affetti come quell' infermiera che mi ha curato. Sono rientrato in Italia dopo un anno. Fu in Unione Sovietica che ripresi a vivere ..ricordo ancora oggi la mia prima partita a pallone...

Arrivato in Italia mi sono sentito solo con il peso della solitudine. Amici ebrei mi hanno offerto un lavoro, allora non sapevo fare nulla, ma ne avevo bisogno, alcuni cugini scampati mi hanno offerto il sostegno. Quello che è stato determinante per il mio recupero sono stati gli amici, che mi hanno fatto sentire un ragazzo come loro. Uno che è stato ad Auschwitz non può più essere una persona normale. Ho ripreso a lavorare, questo mi ha fatto fare dei progressi.

Pensando a me stesso.. le gioie le apprezzo di più degli altri. I dolori li accetto..ma non accetto ancora la perdita della mia intera famiglia ad Auschwitz.

Cosa pensa degli storici revisionisti, cioè chi nega l'olocausto?

Ne conosco diversi, comunque io li definirei pseudo-storici. Io sono la prova che l'Olocausto è successo. Sulla storia della deportazione degli ebrei italiani dal '43 al '45 verso i campi di sterminio, un contributo risolutivo è rappresentato dal "Libro della memoria" di Liliana Picciotto Fargion, frutto di una ricerca decennale, rigorosa e sistematica documentazione dedicata agli ebrei italiani sterminati nei campi nazisti; ha il grande merito di aver restituito un volto ed una storia ad ognuna delle migliaia di vittime. I deportati ebrei dall'Italia tra il '43 e il '45 furono 8566 oltre un numero imprecisato di ebrei stranieri o italiani che non erano iscritti alle comunità ebraiche che portano il totale a ben oltre 9000.

Vivevano in Europa 9.000.000 di ebrei, dopo la guerra ce ne erano 3.000.000. Dove sono andati gli altri?

Cosa pensa delle altre minoranze perseguitate?

Li metto tutti al stesso piano. Il popolo zingaro è un popolo di grande cultura, che che se ne dica. Oggi è vero alcuni di loro si sono dati al furto. Siamo stati noi a fare scomparire i loro mestieri. Il creare recipienti di rame era il lavoro degli zingari. Gli abbiamo sempre perseguitati . In questi giorni è stato data la cattedra a Trieste a Santino Spinelli di  lingua e cultura zingara. Se gli diamo la possibilità di emergere non c'è nessuna razza, non c'e' la razza inferiore o razza superiore. Diamogli il tempo e la possibilità. Ho visitato un campo zingari a Roma ed ho avuto l'impressione di essere tornato ad Auschwitz. Non cerchiamo di emarginarli ancora.

Ad Auschwitz ho visto morire 9000 zingari in una notte. Famiglie che vivevano insieme nel campo affianco al mio separati da fili spinati elettrificati,[ per loro non era stata decisa la soluzione finale], loro avevano tutti i capelli, cantavano, c'era gioia nel loro campo, ..eppure è bastata una notte.. e dopo il silenzio.. tutto il loro blocco era stato evacuato. Quella notte in 9000 erano stati mandati nelle camere a gas. Per fare spazio ad altri prigionieri... Ogni giorno non sapevi se saresti stato tu il prossimo...Funzionava così ad Auschwitz.

Qual'era il rapporto tra la chiesa cattolica, il clero in generale riguardo all'olocausto ? Alcuni sostengono che la chiesa poteva avere un ruolo in primo piano nel limitare i morti, altri sostengono invece che la chiesa cattolica fece tutto quello che poteva fare. Lei che ha vissuto questi anni cosa ne pensa?

Quando io e la mia famiglia era braccata dai nazisti, abbiamo chiesto rifugio bussando a diverse porte. Abbiamo trovato un convento cattolico, che ci avrebbe ospitato. Ma voleva una retta. Non se ne fece niente per motivi famigliari. La nostra famiglia era di 8 persone. Era difficile andare avanti in quel periodo. Non potevamo svolgere nessun lavoro.

Alcuni persone buone ci ospitarono, ricordo un custode di un palazzo che ci fece dormire nelle cantine e ospitò alcuni miei famigliari anziani.


Gli ebrei di Roma furono portati nel collegio militare, e prima di essere deportati, rimasero lì due lunghi giorni.
Se il pontefice Papa Pio XII, fosse uscito e fosse andato davanti al collegio militare (distante 200 metri)  , e avesse allargato le braccia come fece in altre occasioni, e avesse detto qualcosa sul salvare quelle persone, [come invece fu fatto dal re della Danimarca o dal governo fascista Bulgaro]..lui non avrebbe subito nulla e almeno 1008 persone sarebbero state salve.
[ Tra le 1008 che furono prelevati, ci fu anche un bambino nato la notte prima. Fu uno dei tanti bambini senza nome che morì ad Auschwitz.] Di queste 1008 persone che partirono per Auschwitz ..tornarono vivi in sedici.

La storia dice che Kappler fece partire il convoglio dei deportati romani due giorni dopo aver comunicato ad Himmler che non c'era stata nessuna reazione. NESSUNA REAZIONE.

La storia ci dice che in Germania prima dell' eccidio degli ebrei, si voleva fare una prova tecnica di sterminio contro i 70.000 handicappati. Questo sterminio fu fermato grazie all'intervento della chiesa Luterana e cattolica. Questo intervento non ci fu quando si parlò dell'eccidio degli ebrei. Questo è un dato significativo.

Ha conosciuto dei deportati Testimoni di Geova ad Auschwitz?  [Domanda fatta a microfoni spenti dopo l'incontro]

No. So che due italiani testimoni di Geova furono uccisi nei campi di concentramento. Sicuramente nel campo c'erano dei testimoni tedeschi, ma io non ho avuto l'occasione di conoscerli.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 23/3/2008 alle 20:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
23 marzo 2008
La Resistenza francese
 

La Francia fu il paese in cui si formarono i primi gruppi partigiani, che ebbero un punto di riferimento nelle forze militari di France libre, costituitesi sotto la guida di Charles De Gaulle nei territori d’oltremare. Nella prima fase l’organizzazione della Resistenza francese fu estranea ai partiti tradizionali, pur avvalendosi di uomini che da questi provenivano; si trattò prevalentemente di un movimento spontaneo, dettato dalla coscienza individuale. A partire dal 1941 le diverse anime partigiane iniziarono invece a organizzarsi in una fitta rete di gruppi di lotta: nel Nord, cioè nella zona sotto il diretto controllo tedesco, agì il raggruppamento del Fronte nazionale, voluto dal Partito comunista francese, con la partecipazione anche di socialisti e radicali; nel Sud furono attivi i movimenti Combat, Libération, quest’ultimo a base popolare, e Franc-Tireur, che raccoglieva i sostenitori nella borghesia moderata.

L’espansione dell’occupazione tedesca pose la necessità di unificare i diversi gruppi sotto un’unica direzione: nel 1943, grazie all’instancabile opera di Jean Moulin, fu istituito il Consiglio nazionale della Resistenza, organismo di coordinamento, voluto da De Gaulle e presieduto, dopo l’improvviso arresto e uccisione di Moulin, da Georges Bidault. I partigiani francesi pagarono un alto prezzo di sangue e svolsero un ruolo militare importante in occasione dello sbarco alleato in Normandia, nell’estate del 1944.




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23 marzo 2008
La Resistenza greca
 La Resistenza greca costò un numero elevato di vittime (circa 400.000), anche perché si spaccò in due organizzazioni contrapposte, l’ELAS (Esercito popolare di liberazione nazionale), filocomunista e l’EDES (Unione nazionale greca democratica), filomonarchica. Formatesi dai gruppi partigiani che già combattevano clandestinamente contro il regime dittatoriale del generale Ioánnis Metaxás, le due organizzazioni non riuscirono però a trovare un’intesa comune nella lotta contro gli occupanti e la guerriglia reciproca divenne nel tempo sempre più aspra. Dopo la liberazione del paese nel dicembre del 1944, la spaccatura diede luogo a una guerra civile che vide il fronte delle organizzazioni di sinistra (i partigiani dell’ELAS) sollevarsi contro l’esercito e il governo monarchico di Papandreu, appoggiato dagli inglesi (dicembre 1944).



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