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AntifascismoResistenza
23 marzo 2008
LIVIO E LIVIA POLETTI
 UN UOMO E UNA DONNA

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Le due famiglie di coloni mezzadri lavoravano due poderi confinanti. Quella dei Poletti, di trentun persone, abitava alla Matiossa vecchia, e quella dei Venturini, rimasti in dopo la morte del padre, stava alla Matiossa nuova. I due fondi, di proprietà dell'Amministrazione degli Ospedali d'Imola, erano situati fra il fiume Sillaro ed il canale Ladello nella Bassa Imolese, più vicini a Balìa che a Sesto.
La terra era divisa in grandi rettangoli delimitati nel verso lungo dai filari delle viti e nel verso corto dalle cavedagne. Vi si coltivavano cereali, barbabietole, foraggi. Attorno alle case c'erano alberi da frutta e vicino al pozzo l'orto protetto da un fitto steccato per ostacolare l'accesso delle galline che razzolavano sull'aia. Nelle stalle ruminavano le mucche, nei porcili grugnivano i maiali sempre in attesa di cibo, mentre nel fienile, al pianoterra, si rincorrevano nelle gabbie i mansueti conigli.
Livia era della famiglia Venturini e Livio della famiglia Poletti. Nel millenovecentotrenta, quando i due si fidanzarono, lui aveva ventidue anini e lei diciassette. Il fidanzamento legittimava agli occhi della gente un amore nato e cresciuto negli incontri prima casuali poi cercati durante il lavoro nei campi.
Questo non fu però il solo evento importante di quell'annata. Il 1930 fu infatti per Livia e per Livio un anno davvero cruciale.
Il giovane, che militava nell'organizzazione comunista clandestina, costituita e diretta da un gruppo di compagni più anziani tra i quali c'era Amilcare il fratello maggiore di Livia, non amava molto parlare, preferiva ascoltare ed agire. Egli era stato uno dei più attivi a mettere le bandiere rosse sugli alberi nella notte precedente il Primo Maggio.
La ragazza condivideva le sue idee. II padre era stato socialista, i fratelli maggiori Amilcare e Gino erano comunisti. Quando, in settembre, i carabinieri, dopo aver rovistato nelle case di Nicola Andalà e di Giulio Gardelli erano andati a fare la perquisizione dai Venturini, ella fu sveltissima a nascondere nel fienile il pacchetto di stampa antifascista depositato provvisoriamente da Amilcare in cantina.
Subito dopo Livia aveva aderito alla cellula femminile. Sempre quell'anno, proprio al suo scadere, nella vita di Livia e di Livio si verificò il primo forzato lungo distacco.
Nella notte precedente il sette novembre i comunisti di Sesto ed Osteriola vollero celebrare la grande rivoluzione socialista di Russia. Quelli di Sesto collocarono una bandiera rossa sul balcone della Casa del Fascio del paese mentre quelli di Osteriola la fissarono su un albero accanto al ponte di Massalombarda all'incrocio tra la San Vitale e la Selice. Livio prese pane all'azione.
In dicembre si scatenò l'ondata degli arresti: 52 compagni vennero portati a Bologna nel carcere di San Giovanni in Monte. Dalle case dei Poletti portarono via Livio coi fratelli Enrico e Guerrino ed il cugino Angelo, dalla casa Venturini presero Amilcare e Gino.
Durante la fase istruttoria "gli imputati di costituzione del PC d'Italia, di appartenenza allo stesso e propaganda" vennero custoditi nel penitenziario di Castelfranco Emilia. Le donne di Sesto ed Osteriola si facevano in bicicletta oltre cento chilometri di strada tra l'andata e il ritorno per il colloquio di un'ora consentito dal regolamento. Anche Livia compì alcune volte quel tragitto per vedere Livio.
Poi il trasferimento al carcere di Regina Coeli a Roma per il processo del Tribunale Speciale e quindi, a sei mesi dall'arresto, le condanne. Mentre Gino Venturini e Angelo Poletti se la levarono in istruttoria con due anni di "ammonizione", Guerrino ed Enrico Poletti ed Amilcare Venturini furono condannati a cinque anni di confino da scontare in paesini della Calabria, il primo a Longobuco, il secondo a Celico, il terzo a Oriolo.
A Livio fu inflitta una delle pene più dure: tre anni e tre mesi di reclusione da scontare nel carcere di Saluzzo di Cuneo.
Per fortuna le pene furono ridotte dall'amnistia concessa nell'Ottobre 1932 per il Decennale della Marcia fascista su Roma. Tutti i confinati e i carcerati di Sesto e Osteriola tornarono alle loro case, naturalmente in stato di vigilanza speciale.
Anche i Poletti e i Venturini vennero rilasciati. Ma essi non poterono più rientrare nei poderi di Matiossa vecchia e di Matiossa nuova tra il Sillaro e il Ladello. Subito dopo gli arresti, l'Amministrazione degli Ospedali di Imola aveva inviato lo sfratto alle due famiglie dichiarando... "di non tollerare famiglie coloniche nel cui ambito abbian potuto prosperare cospiratori e nemici del supremo ordine nazionale".
Nel novembre 1931, il giorno di San Martino, i Poletti si erano trasferiti a Castel Bolognese in un Podere a mezzadria del Conte Ginnasi, mentre i Venturini si erano trasformati in braccianti agricoli traslocando in una casa di via Buttaceci nel Comune di Mordano.
Fu appunto a Mordano che nell'aprile 1933 Livio e Livia celebrarono il loro matrimonio, fu qui che ebbero la boro prima abitazione e fu qui che nacque la figlia Vanda.
Dapprima Livio trovò un'occupazione nei lavori di sterro della ferrovia Imola-Massalombarda, poi riuscì a farsi assumere nel Gruppo Facchini Imolesi. Era un giovane sano, robusto, energico. Il lavoro gli piaceva, i compagni erano simpatici, la paga era migliore.
Lasciarono Mordano per andare ad abitare a Sasso Morelli dove si era trasferito il fratello Amilcare dopo che il podestà, il segretario del Fascio e il Maresciallo dei Carabinieri l'avevano convocato in Comune per dirgli: "Senta Venturini, qui a Mordano di gente come Lei c'è solo Lei. Perciò se Lei se ne va, ci fa un piacere".
Nel 1936 Amilcare fu arrestato per la seconda volta e condannato a cinque anni di confino all'isola di Ventotene con la seguente motivazione: "Irriducibile comunista, s'abbandonò nei locali del Dopolavoro d'Imola a una sfacciata allegria quando seppe della vittoria del Fronte Popolare in Francia".
Livio e Livia andarono a vivere assieme alla moglie di Amilcare e vi restarono fino a quando questa se n'andò coi figli a Varese presso una sorella.
Livio e Livia e la figlia Vanda lasciarono allora Sasso Morelli andando a vivere ad Imola, in via Emilia 284, proprio in quella casa dove c 'è la piccola lapide con l'iscrizione:

LIVIO POLETTI                         LIVIA VENTURINI
1908-1944                                      1913-1944
CADUTI PER LA LIBERTA

A Imola Livio continuò il suo lavoro di facchino mentre Livia si occupò come domestica ad ore presso una vecchia signora. Il filo della loro vita si dipanò per qualche anno senza strappi particolari. Ogni tanto si recavano con la bambina a Castelbolognese a fare visita ai parenti di lui o a Bubano dove al Pontecosta stavano ora i parenti di lei.
Nel 1940 ci fu l'entrata dell'Italia in guerra. Tutto cambiò nella vita delle famiglie italiane, comprese quelle dei Venturini e dei Poletti. Alcuni fratelli di Livio e di Livia dovettero partire per il fronte, i prodotti alimentari cominciarono a scarseggiare. Vanda frequentava la scuola ed era in piena crescita. E si sa che quando i bimbi crescono occorre nutrirli come si deve. Anche Livio, con quel suo lavoro, aveva bisogno di una adeguata alimentazione.
Poi venne il 25 luglio 1943... Finalmente!
Livio e Livia parteciparono all'esplosione di gioia della popolazione imolese. Con loro c'era anche Amilcare, rientrato a Imola da Varese dove aveva raggiunto la famiglia allo scadere della pena.
Quindi seguì l'8 settembre con l'occupazione tedesca e la rinascita del fascismo in veste repubblichina.
Livio e Livia entrarono nella Resistenza. Livio militò nei primi gruppi armati: fu lui a giustiziare la sera del 6 novembre 1943 in via Luigi Sassi il Console della Milizia fascista imolese Barani.
La sera stessa Livio venne arrestato con altri sei compagni sospettati d'aver compiuto 1'attentato. Stava cenando quando i fascisti repubblichini si presentarono. In una tasca della giacca aveva la pistola.
"Venga con noi". - dissero i fascisti.
"Un momento, mi cambio d'abito e vi seguo". - disse Livio.
Livia capi al volo. Prese la giacca del marito, salì nella stanza di sopra, buttò la pistola dalla finestra giù nel cortile e scese porgendo al marito una giacca diversa.
Livio fu trattenuto in carcere a Bologna e fu sottoposto a numerosi interrogatori nei quali egli negò sempre ogni cosa, finché dopo quaranta giorni venne rilasciato.
In marzo i fascisti tornarono a cercarlo. Stavolta l'accusa era ben precisa e Livio, avvertito in tempo, non si fece trovare nascondendosi presso una famiglia di contadini sulle colline di Castelbolognese.
Qui apprese la notizia del ferimento di Livia nella manifestazione delle donne nella Piazza del Municipio a Imola.

La mattina del 29 aprile 1944 Livia era scesa appositamente in città da Riviera, una borgatina tra Casalfiumanese e Borgo dov'era andata a rassettare la casa in cui era sfollata la vecchia signora.
Le compagne dirigenti dei Gruppi di Difesa della donna l'avevano avvertita in tempo e lei non voleva assolutamente mancare. La manifestazione era stata indetta per protestare contro le autorità fasciste che non fornivano regolarmente la prescritta razione di grassi alimentari.
Livia arrivò in piazza e fece gruppo con le donne giunte da Sesto Imolese tra le quali aveva parecchie amiche. Assieme a loro gridò le rivendicazioni e attese il ritorno della delegazione recatasi a parlamentare con il Commissario prefettizio Bivona.
Quando la delegazione ritornò dicendo che Bivona era assente, anche Livia urlò più forte contro i brigatisti neri.
Poi la tragedia: l'arrivo sulla piazza dei pompieri, le donne che strappano dalle loro mani il tubo dell'acqua e ne rivolgono il getto contro i militi fascisti, la violenta zuffa con loro, il sopraggiungere degli altri fascisti... che sparano sulla folla.
Livia avvertì un colpo tremendo alla schiena e non poté più reggersi in piedi. Si afflosciò sull'acciottolato. Accanto a sé scorse distesa per terra, gemente, la Rosa Zanotti di Pontesanto, una vedova madre di sei figli. Quando le compagne di Osteriola la sollevarono, Livia sentì un caldo fiotto di sangue inondarle il dorso. Si lasciò condurre sotto il porticato dove fu fatta sedere appoggiata ad una colonna.
Da quel posto ella vide il corpo di Rosa disteso su un carretto che si allontanava mentre una voce diceva: "Non c'è più nulla da fare!".
Ella raccolse tutte le forze per inveire contro gli assassini e incitare le compagne: "Fascisti maledetti, basta con la guerra! Ridateci i nostri uomini! Pane, non cannoni!".
Vide arrivare i gendarmi hitleriani con i grandi elmi, le placche ovali sul petto, i grossi gambali, i fucili minacciosi. Li vide circondare la piazza. Avvertì anche quando la caricarono sull'autoambulanza, poi tutto s'annebbiò, e non vide e non sentì più nulla.
Cominciò per Livia la dolorosa via crucis che si sarebbe conclusa quarantacinque giorni dopo a Bubano. Dapprima all'ospedale d'Imola, poi all'ospedale di Bologna, poi nella casa della sorella Linda a Bubano. Una domenica mattina, in compagnia del fratello Amilcare e del dottor Agostino Mongardi di Sasso Morelli, arrivò il professor Francesco Delitala, primario dell'Ospedale Rizzoli, condotto qui in auto dalla Fantuzza dov'era sfollato. Egli visitò scrupolosamente Livia, la rincuorò, quindi fuori di casa spiegò: "Ha la spina dorsale interamente spezzata, è come un corpo tagliato in due, in un caso simile io sono impotente...".
Durante la sua lunga agonia Livia intravide qualche volta accanto al suo letto il viso di Livio che sopraggiungeva di nascosto sfidando l'arresto, e di Vanda che era ospite della nonna a Bubano.
Quando le sue condizioni peggiorarono Livia venne nuovamente ricoverata all'Ospedale di Imola, e quando il primario professor Sandrini annunciò che era sopraggiunta la fine, fu riportata a Bubano dove spirò il 13 giugno alle tre del pomeriggio. Aveva trentun anni.
Il funerale, in forma civile, si tenne a Bubano il giorno quindici. C'era una grande folla di donne e di uomini, e c'erano tanti fiori, bianchi e rossi. Accanto alla bara camminavano il fratello Amilcare, le sorelle Linda e Rina, le dirigenti comuniste Nella Baroncini, Adelfa Rondelli, Prima Vespignani, Mafalda Contavalli Andalò, Stellina Tozzi, e tante compagne e compagni di Sesto, Osteriola, Mordano, Bubano. Nascosto tra la gente c'era pure Livio.
Il corteo funebre si mosse dalla casa di Via Lume 49 e raggiunse centro della borgata, svoltò per via Chiesa e prese la stradina del cimitero. I fascisti non si fecero vedere. I carabinieri rimasero chiusi in caserma.
La bara con la salma di Livia fu deposta in un loculo del Cimitero di Bubano dove rimase fino al 21 ottobre 1945, quando fu riesumata e trasferita a Imola sulla Piazza del Municipio. E lì, allineata con quelle dei caduti della Trentaseiesima Brigata Garibaldi, la bara di Livia si trovò accanto a quella su cui era inciso il nome di suo marito Livio.
La richiesta di raggiungere i partigiani sulle montagne fu avanzata da Livio subito dopo la morte della moglie. I dirigenti della Resistenza imolese lo accontentarono. Un pomeriggio, alla fine di giugno, salutato dai cognati Amilcare e Linda, dalla sorella Velia e dalla figlia Vanda, egli lasciò la casa-rifugio sulle colline sopra Castelbolognese. Gli fu detto di essere prudente, di non preoccuparsi per la figlia perché di lei avrebbero avuto cura sia i Poletti che i Venturini, e fu abbracciato.
S'incamminò per il sentiero che portava in direzione del tramonto del sole, verso Codrignano, dov'era fissato l'incontro con la guida che avrebbe accompagnato lui e gli altri compagni sulle montagne controllate dalla Trentaseiesima Brigata Garibaldi.
Raggiunta la formazione, Livio venne aggregato alla Compagnia Comando con mansioni di magazziniere. Vedeva spesso il comandante Bob, il capo di Stato Maggiore Bruno, il vecchio Roberto, il Moro, Corrado. Strinse amicizia con Topi, che già conosceva. Nei mesi di Luglio, Agosto, Settembre, visse tutte le vicende della Brigata, ed ebbe naturalmente molto da fare negli spostamenti dal Bastia al Carzolano, da Monte Fabbro a Cortecchio e a Sommorio, e nel trasferimento verso la zona tra la Strada Casolana e la Faentina,
Proprio qui, sulle colline tra le valli del Senio e del Lamone, Livio visse l'undici ottobre la sua ultima giornata.
Il Comando era attestato a Ca' di Gostino nei pressi della Chiesa di Santa Maria di Purocielo. Più in alto, non molto lontano, c'erano già le truppe alleate, e il Comando aveva deciso di sfondare le linee tedesche per raggiungere l'Italia liberata.
Ma il nemico si era mosso per tempo a contrastare il progetto dei partigiani.
...Una colonna di quattrocento tedeschi, saliti nottetempo da Brisighella e Fognano, attaccò alle sei del mattino il Comando di Brigata. Una raffica uccise Attila. Topi, che era di guardia, corse a svegliare quelli che dormivano. Svegliò anche l'amico Livio che aveva la febbre alta, e gli caricò lo zaino sulle spalle pregandolo di mettersi in salvo.
A Ca' di Gostino non c'erano più di trenta uomini, e la loro resistenza durò una mezz'ora. Il colonnello Saba, immobile davanti alla porta, vuotò tutti i caricatori del suo sten prima di morire. Poco discosto cadde l'ex brigadiere dei carabinieri di Casola Valsenio.
Quando i caduti furono di numero pari ai vivi, Bob, con alte grida, chiamò i superstiti accanto alla casa e ordinò la ritirata verso la Casa del Piano di Sopra dove si trovava la compagnia di Tito. Il ripiegamento fu difficile. Gino ci riuscì a sbalzi, assieme a Uragano e a Silvio Melloni che comandava il plotone comando. Anche Bob, Bruno e Corrado ce la fecero. Nerio s'appiattò per un attimo a fianco di Ivo in un avallamento, poi corse una ventina di metri e si buttò a terra. Voltandosi vide quando Ivo, ferito gravemente, si sparò con la pistola alla tempia per non cadere vivo nelle mani del nemico.
Topi corse verso il monte dietro il fienile. Passando nei pressi del pagliaio scorse, distesi l'uno accanto all'altro, in una pozza di sangue, Roberto il vicecommissario, e Livio il magazziniere, già entrambi nel sonno della morte...

A liberazione avvenuta, il 21 ottobre 1945, le bare con le salme di Livia e Livio vennero trasportate assieme alle altre dalla Piazza del Municipio di Imola fino al cimitero del Piratello e collocate nel Sacrario dei Caduti della Resistenza una accanto all'altra.
La pace era stata conquistata. Il fascismo era stato sconfitto. Una nuova pagina di storia iniziava per il mondo e per l'Italia. E si sa che la storia, fatta dagli uomini, per gli uomini, coinvolge i destini personali dei singoli uomini.

Il racconto è nato costruito utilizzando una
testimonianza orale di Amilcare Venturini,
il saggio di Sergio Soglia "Le donne imolesi insorgono",
un brano del libro di M. e N. Galassi
"Resistenza e 36.ma Garibaldi".

Le circostanze vollero che io, allora bambina, non vedessi morire mio padre e mia madre. Lo seppi a voce, per entrambi, dai parenti. Fui sempre vicino a mia madre nei quarantacinque giorni successivi al suo ferimento mortale. In quei tristissimi giorni di agonia, mio padre veniva spesso a trovarci, sempre di notte per sfuggire all'agguato del brigatisti neri di sorveglianza nei dintorni. Io lo sapevo, e senza dire niente a nessuno, stavo spesso anche più di un'ora ad aspettarlo dopo il tramonto, seduta sul ponte dove la strada proveniente da Mordano incontra quella di Bubano.
Erano le uniche volte in cui ormai potevo vederlo: i fascisti lo cercavano e dove si nascondesse non lo sapevo. Era giugno. E il tredici di quel mese la mamma morì.

Dalla testimonianza di Vanda - in "L. Morini: Per essere libere..."

"... Il tredici Livia morì. Mezanòt mi incaricò di andare a Imola a ordinare i garofani rossi, ma per ordine dei fascisti i fiorai non potevano tenere in quei giorni i garofani rossi. Lo riferii a Mezanot che mi fece tornare a Imola ad ordinare fiori bianchi. E con quelli facemmo il funerale...".

Dalla testimonianza di "Maria" - in "L. Morini: Per essere libere..."

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Livio Poletti a Mulino Boldrino

I funerali di Livia Venturini a Bubano nel giugno 1944
I funerali di Livia Venturini a Bubano nel giugno 1944




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23 marzo 2008
Luigi Emer

  Luigi Emer
nato a Dermulo (TN) nel 1918, residente a Bolzano


Arresto
effettuato dalle SS, il 26 luglio 1944 a Cavalese (TN) durante un'operazione del battaglione partigiano da lui comandato

Carcerazione
- a Trento: Carcere di Via Pilati
- a Bolzano: Comando della Gestapo

Deportazione
nei Lager nazisti d'Italia: a Bolzano, matricola n. 9.861.

Liberazione
avvenuta il 30 aprile 1945, in seguito all'abbandono da parte dei nazisti del Lager di Bolzano e all'intervento della Croce Rossa e del Comitato di Liberazione Nazionale 

Mi chiamo Luigi Emer, nome di battaglia Avio, perché ero in aviazione.Sono nato a Dermulo, comune di Taio, provincia di Trento, il 27 agosto 1918.

 Sono stato arrestato in seguito ad un combattimento contro un presidio nazifascista che si trovava a Cavalese. Partimmo di notte e arrivammo nel villaggio vicino a Molina. Nella Val di Fiemme avevamo incontrato un'altra formazione di partigiani, comandata dal povero Aldo Iseppi, e altri compagni, Franco Franch e Quintino Corradini, si eravamo uniti per attaccare questo presidio. Verso le dieci di sera una bomba a mano mi scoppiò fra le gambe e mi fratturò completamente la gamba destra e l'ulna del braccio sinistro. Le schegge mi riempirono per tutto il corpo provocandomi profonde lacerazioni e ferite. Come caddi i compagni volevano sospendere l'azione, ma io diedi l'ordine di proseguire e di portarla a termine. Portarono a termine l'azione e cercarono di portarmi in salvo caricandomi sopra un carretto e trascinandomi fino al villaggio Stramentizzo. Fra di noi c'era la regola per cui i feriti gravi che si rendevano intrasportabili dovevano essere fatti fuori con un colpo di pistola. Toccando il caso mio, si prepararono per spararmi il colpo di pistola alla testa, ma un compagno tuttora vivente a Bolzano disse "è inutile sparare, questo è morto". Avevo perso i sensi. Convinti che fossi morto se ne andarono di notte attraverso le montagne e mi abbandonarono sopra questo carretto. Il 26 agosto 1944 durante la notte ripresi i sensi, cercai aiuto ma nessuno rispondeva. Silenzio assoluto, buio pesto e cielo sereno. Io guardavo le stelle. Verso l'alba si avvicinarono alcuni partigiani paesani del posto, di Stramentizzo, fra i quali una ragazza, una certa Sabina che fungeva da staffetta. Vedendomi in quelle condizioni chiamò un medico il quale arrivò, mi fasciò la gamba destra e scappò subito via in motocicletta per paura di essere catturato. Questa ragazza cercò di alimentarmi dandomi un bicchiere di latte e una coperta che prelevò dalla stalla. Avevo soldi e armi addosso, li buttai su un cumulo di legna. Notai che la gente curiosa che si era avvicinata al carretto si stava allontanando. Alzai il capo e vidi che ero accerchiato dalle forze tedesche, dalle SS. Fui preso e catturato. Mi portarono alla caserma di Cavalese. Lì dalla mattina fino alla sera fui sottoposto a lunghi interrogatori, senza essere curato, fasciato e senza essere alimentato. Alla sera con la scorta armata mi portarono nel carcere di Trento, dove fui sottoposto a interrogatori, torture e sevizie. Continuamente svenivo, mi facevano delle iniezioni e come rinvenivo altre scudisciate. Questi interrogatori si protraevano per giorni e giorni, anche di notte. E così dall'agosto fino ai primi di ottobre. I primi di ottobre un giorno si presentò in cella un detenuto politico, un ex maestro che faceva l'infermiere. Mi sbarbò, mi lavò e mi diede qualche casacca da indossare. Tutti sospettavano che venissi condannato a morte. L'indomani mattina nel corridoio del carcere sentii dei passi ferrati, le SS entrarono nella mia cella e chiesero subito se riuscivo a stare in piedi. Io dissi che non ce la facevo. Mi caricarono su una barella e mi portarono fuori. Mi diedero un panino e una coperta, mi caricarono sopra un furgoncino, senza dirmi per quale destinazione, e mi portarono alla stazione di Trento. Lì mi caricarono sopra un vagone merci e fui trasferito alla stazione ferroviaria di Bolzano, dove mi portarono all'ospedale civile in via Fago, a Gries. Fui messo in una stanza assieme ad altri detenuti politici, fra i quali il povero Francesco Rella, l'avvocato Ferrandi, il dottor Lubich, l'avvocato - allora studente - Giorgio Tosi, e l'avvocato Steiner di Lana. Qualche giorno dopo mi trasportarono in sala operatoria e mi operarono la gamba destra e l'ulna del braccio sinistro. Rimasi ingessato per alcuni mesi, sempre sottoposto ad interrogatori da parte del Procuratore del Tribunale speciale l'avvocato Elsi, il quale era abbastanza burbero, ma non osò mai usare metodi violenti. Il secondo giorno che avevo la gamba ingessata mi fornirono un paio di stampelle e due agenti di scorta. Al mattino mi accompagnarono verso i servizi a lavarmi, e uno mi disse "tra poco verranno quelli delle SS'. Come mi scortarono in stanza, con le stampelle, dopo qualche istante entrarono quattro ufficiali delle SS. "Emer Luigi?" "Sì". "Rella Francesco?" "Sì". "Tutti e due condannati a morte". Il Tribunale speciale il 12 dicembre 1944 aveva confermato la nostra condanna a morte. Avevo sempre negato e taciuto su tutto ciò che sapevo, però di fronte alla morte ho dovuto dare le mie vere generalità. Da queste generalità una pattuglia risalì al mio paese d'origine, e voleva incendiare la casa dove risiedeva mia madre con i miei fratelli e sorelle, cosa che non avvenne per intercessione di alcune persone.

Ci prelevarono dall'ospedale ai primi del febbraio 1945. Facevo per prendere le stampelle, ma mi dissero "queste non servono più". Facevo per prendere qualche indumento da portare con me, ma dissero "non servono più". Francesco Rella aveva gli occhi bendati, era mezzo cieco. Ci sollevarono tutti e due e ci caricarono sopra una macchina, con la scorta, che arrivò fino al corpo d'armata. Al corpo d'armata fecero scendere il povero Francesco Rella che venne fucilato, massacrato negli scantinati. Sapendo qual era il mio destino aspettavo il mio turno, sennonché continuavo a rimanere in macchina. A un certo punto vidi che trascinavano per terra il corpo di un giovane, pesto e sanguinante, e lo caricarono in macchina. Era Walter Pianegonda di Schio, aveva la mamma e tre sorelline internate nel campo di concentramento e il papà, che era capo partigiano, era stato fucilato. Chiesi se potevo parlare, e il comandante disse "parlate pure". Chiesi dove stavamo andando, ma l'ufficiale non rispose. Walter Pianegonda disse "io vengo dal campo di concentramento, chissà che non ritorniamo lì". Pensavo ci avrebbero portato a Castel Flavon, dove avvenivano le esecuzioni, invece ci portarono veramente nel campo di concentramento di Bolzano in Via Resia.Io fui ricoverato all'infermeria, ma prima fui portato all'ufficio della fureria, dove mi presero in forza e mi consegnarono un triangolo rosso col numero da portare obbligatoriamente sulla casacca. Il mio numero di immatricolazione era il 9.861. All'infermeria fui messo in un lettino dove ebbi occasione di conoscere il Professor Meneghetti, Rettore dell'Università di Padova, e il Professor Virgilio Ferrari, primario all'ospedale di Garbagnate e Milano, il colonnello Andreani di Verona e altri detenuti politici. Un amico che lavorava presso la falegnameria del campo mi fornì due stampelle. Un prigioniero pilota italoamericano di origine trentina, avendo saputo che ero trentino e potendo loro ricevere dei pacchi - mentre noi non potevamo ricevere niente - mi fece avere un paio di uova. E' un particolare a cui tengo. Prima di consumarle qualcuno mi disse "nel blocco E c'è il conte Volkenstein che sta per morire di fame, potresti portarle a lui?" e così gliele portai. Il regalo di due uova era come un lingotto d'oro. Che siano state le uova o altro, il conte Volkenstein del Castel Toblino si rimise in sesto e uscì anche lui dal campo. In seguito mi ospitò nel suo castello al lago di Toblino e mi fece conoscere il figlio. Mentre ero ricoverato all'infermeria, dovevo stare attento, molto attento e nascondermi alla vista dei famosi aguzzini, i due ucraini. Questi due ucraini erano sempre ubriachi, e quando vedevano uno di noi questo veniva torturato, massacrato, picchiato, insomma scene strazianti che è doloroso e triste rievocare. La gente era intimorita e paurosa, ma gran parte delle persone erano anche rassegnate al loro destino. Il mio destino era stato questo, - la storia è stata ricostruita in seguito - il Tribunale speciale, subito dopo la morte del partigiano Francesco Rella, infermo e cieco, disse alle SS "avete fucilato un infermo, volete fucilare un altro infermo?" Così il tribunale speciale era riuscito a commutare la mia condanna a morte in ergastolo, destinato ai blocchi di eliminazione in Germania. La vita nel lager di Bolzano di Via Resia è indescrivibile. La gente soffriva e penava affamatissima, andava a rovistare persino nelle immondizie per cercare qualche buccia di patata. Bisognava cercare di evitare l'incontro con gli ucraini o con la Tigre. Nel campo erano deportati anche dei religiosi, ricordo Don Guido Pedrotti e Don Luigi Longhi, mi pare si chiamassero così, e altri religiosi che erano stati catturati non so dove. Nel campo un giorno incontrai un mio carissimo amico, Quintino Corradini, soprannominato Fagioli, il quale era ferito ad un occhio e fu destinato al blocco celle. E' riuscito a sopravvivere. Nel blocco celle era detenuta anche Nella Mascagni. Moltissime erano le donne, oltre alla famiglia di Walter Pianegonda c'era Laura Conti, una dottoressa della quale mi sfugge il nome, poi una certa Cicci, che faceva da capogruppo alle donne, moglie di un certo Novello da Garda, e - particolare curioso - c'era anche la prima moglie di Indro Montanelli. Poi naturalmente c'erano famiglie di ebrei coi bambini.

Noi dal triangolo rosso, politici e partigiani, eravamo i più perseguitati, i più presi di mira. Io riuscii a nascondermi più volte, a farla franca, a scantonare, ma altri furono picchiati, torturati e seviziati. Nel campo tra noi deportati la solidarietà si manifestava in conforto, un conforto morale e spirituale, perché quello che ci aspettavamo tutti era di essere condannati da un momento all'altro, o portati nei campi di eliminazione in Germania. Noi non potevamo ricevere niente, né posta né pacchi. Dall'esterno arrivavano solo messaggi, soprattutto Laura Conti teneva questo contatto con l'esterno, ad esempio con il CNL e con Franca Turra. Solo il blocco degli Italo americani poteva ricevere pacchi.Sono rimasto dentro fino alla liberazione, che è avvenuta tramite l'intervento della Croce Rossa Internazionale e del Comitato di Liberazione Nazionale sia di Milano che di Bolzano. Oltre ai politici e agli ebrei, c'erano altri tipi di detenuti, renitenti al lavoro e tedeschi disertori che rifiutarono di prestare servizio nella Wehrmacht. Il giorno che ci hanno liberati eravamo tutti increduli, sembrava di affacciarsi su un altro mondo, vedere altra gente, vedere un po' di movimento era una realtà che non conoscevamo più e che avevamo dimenticato. Fui ospitato in una famiglia delle Semirurali a consumare un pasto.

Nel campo riuscivo a tenere un blocco di appunti, che mi avevano procurato quelli che lavoravano in una tipografia. Lo conservo ancora come ricordo di quei mesi. Per esempio c'è un santino che mi ha dato il prete venuto a celebrare la Pasqua del 1945. Sopra ci sono i nomi di molti detenuti politici, tra cui un tedesco. C'era il dottor Leoni, il colonnello Andreani, Padre Ghino Andreani. Ci tengo anche una tessera della cellula clandestina del partito comunista del campo di concentramento. E poi la tessera che mi è stato consegnata al mio rilascio. C'è scritto "Comitato di cooperazione nazionale, campo di concentramento di Bolzano. Il Signor Emer Luigi, matricola 9.861 è un ex detenuto politico proveniente dal campo di concentramento di Bolzano. Egli merita perciò l'aiuto di tutte le autorità civili e militari e di tutti i cittadini dell'Italia liberata. Il possessore di questa tessera deve essere subito munito del documento di scarcerazione".




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23 marzo 2008
Da Monchio a Montefiorino
 Verso i primi di novembre un gruppo di giovani parte da Sassuolo e si rifugia nella valle del Dragone dove, dopo aver preso contatto con altri gruppi che si stanno raccogliendo spontaneamente sull'Appennino, iniziano la lotta armata. I primi scontri con carabinieri e militi della Guardia nazionale repubblicana avvengono, tra novembre e dicembre, a Massa di Toano e a Gusciola di Montefiorino. Si tenta di impedire il rastrellamento di renitenti alla leva, molti dei quali si uniranno ai partigiani. L'azione dei "ribelli" comincia ad assumere un'aura quasi leggendaria per la popolazione della montagna. Un contributo importante alla lotta di liberazione è dato da partigiani stranieri: si tratta di soldati fuggiti dai campi di prigionia e, in qualche caso, di disertori dell'esercito tedesco. Un ruolo particolarmente significativo è svolto dal Battaglione russo del comandante Pereladov. In primavera l'unificazione delle formazioni modenesi e reggiane permette operazioni sempre più efficaci e importanti combattimenti, come quello di Cerrè Sologno. La risposta dei nazifascisti, spietata, non si fa attendere. Il 18 marzo 1944 le forze tedesche, chiamate dal presidio di Montefiorino, cannoneggiano i paesi di Monchio, Susano e Costrignano. Le case vengono saccheggiate e incendiate, centotrentasei persone massacrate. Il 20 marzo anche il paese di Cervarolo viene distrutto e sono fucilate ventiquattro persone. Gli attacchi sempre più frequenti ai presidi della Guardia nazionale repubblicana determinano l'abbandono della zona da parte dei fascisti. Quando il 18 giugno 1944 cade anche il presidio di Montefiorino, le formazioni partigiane controllano un vasto territorio fra le province di Modena e Reggio. Dopo la creazione della zona libera si rende necessario riorganizzare gli effettivi e formalizzare l'avvenuta unificazione tra le forze modenesi e quelle reggiane. Verso la fine di giugno si costituisce il Corpo d'Armata Centro Emilia. Sono circa settemila uomini, inquadrati in sei divisioni, al comando di Mario Ricci "Armando", del commissario generale Didimo Ferrari "Eros", del vice comandante Riccardo Cocconi "Miro", del vice commissario Osvaldo Poppi "Davide", del capo di stato maggiore Mario Nardi, dell'intendente Libero Villa.



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23 marzo 2008
i partigiani vanno avanti ...
 A ricordo di Luigi Erba, partigiano lissonese


Luigi Erba ci ha lasciati: a lui avevamo consegnato, nel 2006, la tessera onoraria dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia.

Lo stavamo a sentire con attenzione quando, qualche anno fa in biblioteca, ci raccontava la sua esperienza di partigiano combattente.
Luigi-Erba.jpg

Cresciuto in una famiglia di antifascisti, Luigi, classe 1923, all’età di 21 anni era stato tra i partigiani della Repubblica dell’Ossola.

La Repubblica dell’Ossola, nata nell’agosto del 1944, durò solamente 33 giorni. Era un vasto territorio occupato dai partigiani che diventò un vero e proprio Stato con un governo, un esercito e una capitale: Domodossola. Fu un esperimento democratico che stupì il mondo intero perché venne realizzato all’interno di un paese in guerra.

Lui era tornato, mentre un altro partigiano lissonese, il diciannovenne Attilio Meroni, catturato dai tedeschi in un’azione di rastrellamento, venne fucilato e il suo corpo rimase disperso tra quei monti.

Le Repubbliche partigiane si fondarono su quei principi di democrazia, libertà, giustizia, solidarietà che saranno poi inseriti nella nostra Costituzione repubblicana.

Piero Calamandrei, partigiano e membro dell'Assemblea Costituente, rivolgendosi ad un gruppo di studenti universitari milanesi, diceva:

“Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, voi giovani dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, … che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta… . Non è una carta morta, questo è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità; andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì e nata la nostra Costituzione”.

Quest’anno ricorrono 60 anni dall’entrata in vigore della nostra Carta costituzionale; cadono in uno dei momenti più difficili della storia recente del nostro Paese: morti sul lavoro, emergenza rifiuti, mafia, intolleranza: eppure è proprio in quegli articoli che si nasconde la soluzione per uscire da una crisi che è sociale e politica ma anche morale.

In quegli articoli sono custoditi gli ideali per cui molti italiani si sono battuti, tra cui anche Luigi Erba.

tratto dal sito anpi-lissone




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23 marzo 2008
Il grande rastrellamento
 Nonostante l'enorme afflusso di nuovi partigiani, non è pensabile una guerra di posizione a causa dell'inesperienza in fatto di guerriglia, della generale penuria d'armi e della mancanza di collegamenti radio fra le formazioni. Viene quindi predisposto l'ordine di sganciamento in caso di attacco in forze dei nazifascisti. Inizialmente i tedeschi propongono un patto che prevede il rispetto della zona libera in cambio della cessazione di attività militari lungo le vie di comunicazione, ma il comando partigiano rifiuta. Il 29 luglio 1944 i tedeschi assaltano il territorio della Repubblica, seguendo tre direttrici principali: da nord lungo il Secchia e la strada delle Radici, da ovest contro Carpineti e Villa Minozzo, da sud contro Sant'Anna Pelago, Ligonchio e Piandelagotti. I combattimenti si protraggono per tre giorni. La resistenza più accanita è opposta nel settore di Monchio, Monte Santa Giulia e Saltino, probabilmente ad opera di partigiani locali che tendono poi a rimanere occultati in zona. La maggior parte delle formazioni sfugge all'accerchiamento, passando nell'attigua valle del Panaro o sconfinando in Toscana ed è pronta di lì a poco a riprendere la lotta.



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23 marzo 2008
L'azione civile nei territorio
 Nel breve periodo di vita delle zone libere, le giunte popolari devono garantire alle formazioni partigiane tutti i mezzi necessari per il proseguimento della lotta, e riorganizzare nel contempo tutti i campi della vita civile. Vengono fissati i prezzi di calmiere per le merci e stabilite tariffe e retribuzioni per i lavori agricoli, stimati i danni di guerra subiti dagli abitanti e distribuiti i sussidi alla popolazione, riorganizzate le attività produttive e gli scambi commerciali con i territori limitrofi. Nelle zone libere dove mancano organismi civili che controllano l’intera area si registra però una disparità di decisioni tra un comune e l’altro, in particolare nella determinazione dei prezzi. Scelte significative e qualificanti sono compiute nel campo fiscale. Vengono introdotti elementi di equità nella tassazione, con l’assunzione di criteri di progressività del prelievo e con l’abolizione di tributi iniqui (come quelli sui celibi e sui sindacati). In Carnia la volontà di realizzare un sistema fiscale improntato a criteri di reale equità porta all’applicazione di un’imposta patrimoniale straordinaria che tassa in modo progressivo la ricchezza e non, come di consueto, consumi e redditi. Molto importanti sono anche le realizzazioni nel campo della scuola e della giustizia. In alcuni casi vengono costituite commissioni per studiare l’attuazione di una riforma scolastica che consenta ai giovani di ricevere una preparazione adeguata entro la cornice di un nuovo e libero ordinamento politico e sociale. Sul terreno dell’organizzazione della giustizia hanno luogo profonde trasformazioni, con la creazione di tribunali partigiani, molti dei quali continueranno a funzionare anche dopo la scomparsa delle zone libere.



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23 marzo 2008
L'occupazione tedesca: nasce la Resistenza
 La Repubblica sociale tenta il reclutamento di nuove forze per proseguire la guerra. Le chiamate alle armi si fanno sempre più minacciose, ma sono efficacemente contrastate dall'opera di propaganda svolta dai Comitati di liberazione nazionale, formati da rappresentanti dei partiti antifascisti. Dalla metà di settembre si costituiscono nelle provincie occupate Comitati di liberazione, che saranno poi coordinati dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia operante a Milano. Non tutti i soldati italiani sono disposti ad accettare l'occupazione senza reagire. La determinazione di non arrendersi ai tedeschi costerà la vita a diecimila di loro a Cefalonia, mentre in Germania oltre seicentomila italiani preferiscono la prigionia all'arruolamento nell'esercito fascista. Finiscono nel sangue i tentativi di resistenza opposti dai militari di stanza al Palazzo ducale di Sassuolo e alla caserma Zucchi di Reggio Emilia; rimasti isolati, si disperdono invece gli allievi ufficiali dell'Accademia militare di Modena. Il movimento di resistenza si diffonde sulle montagne emiliane, dove vengono accolti renitenti alla leva, prigionieri alleati evasi e partigiani. Di grande importanza risulta il contributo dei sacerdoti locali: parroci come don Nino Monari, don Sante Bartolai, don Elio Monari, don Pasquino Borghi e tanti altri, molti dei quali subiscono torture, deportazioni, qualche volta la morte.



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23 marzo 2008
La controffensiva tedesca contro le zone libere
 

La sopravvivenza delle zone libere si scontra con un oggettivo limite di fondo, rappresentato dalla conformazione territoriale dell’Italia centro-settentrionale, fatta di vallate montane facilmente isolabili e di grandi pianure attraversate da una fitta rete di vie di comunicazione. Queste condizioni del territorio favoriscono lo scatenarsi - dopo la sospensione dell’offensiva alleata contro la linea Gotica e il peggioramento delle condizioni climatiche nell’inverno 1944-45 - di rastrellamenti organizzati dai comandi tedeschi per impedire il consolidamento delle zone libere e la realizzazione in esse di un’esperienza politica alternativa, in grado, se ulteriormente protratta nel tempo, di erodere la già debolissima base di autorità della Rsi.

La controffensiva militare nazifascista agisce principalmente sul rapporto tra movimento partigiano e popolazione civile, attraverso l’uso sistematico della rappresaglia e della strage, al fine di introdurre elementi di frattura e di divaricazione e di incrinare la fiducia nelle forze della Resistenza. Le difficoltà di rapporto con la popolazione risentono anche di un elemento di intrinseca debolezza delle zone libere, cioè la limitata presenza della rete dei Cln e delle organizzazioni antifasciste, che priva l’esperienza delle zone libere di uno degli strumenti fondamentali che avrebbe consentito un rapido processo di riorganizzazione civile. Alla fine del 1944 l’esperienza delle zone libere può dirsi conclusa. Ma nonostante lo sganciamento delle formazioni partigiane e la durezza della repressione, i territori occupati dai tedeschi ritornano in molti casi sotto il controllo partigiano che ridà vita alle giunte popolari, in situazioni però militarmente meno stabili e di maggiore difficoltà nei rapporti con la popolazione.

 




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23 marzo 2008
La riorganizzazione delle formazioni partigiane
 

Dopo il rastrellamento di agosto il Corpo d'Armata si scioglie: modenesi e reggiani operano separatamente, collaborando in singole azioni. L'offensiva alleata tarda a sfondare il fronte, mentre aumenta il numero dei reparti tedeschi sull'Appennino. Ai primi di novembre, nella zona di Benedello, si svolge una delle più dure e cruente battaglie della resistenza modenese. Nei mesi successivi al rastrellamento nasce un'accesa polemica sull'indirizzo da dare al movimento partigiano: da una parte i comunisti sono favorevoli ad una espansione di massa del movimento, dall'altra i democristiani ritengono necessario operare una rigida selezione e riduzione degli effettivi. Nel reggiano tra agosto e settembre si costituiscono il Comando unico della montagna, la brigata Fiamme Verdi e il battaglione della montagna. Più complessa la situazione nel modenese. Nello stesso periodo le formazioni rimaste nella zona di Montefiorino e quelle spostatesi nella valle del Panaro si organizzano nella divisione Modena.

Nei mesi successivi diverse brigate passano la linea del fronte. In dicembre le poche centinaia di uomini rimasti nella zona di Montefiorino costituiscono nuove brigate e battaglioni. Il numero limitato dei partigiani e la maggiore agilità dei reparti permette alle formazioni di sottrarsi ai rastrellamenti tedeschi del mese di gennaio e di riprendere di lì a poco l'attività offensiva. Tra la fine del 1944 e gli inizi del 1945 i lanci di materiale da parte degli alleati diventano più regolari, favoriti anche dalla presenza di alcune missioni inglesi e americane. Se fino a quel momento le armi in dotazione erano soprattutto fucili e moschetti modello 91, mitra Beretta e Maschinenpistole catturate ai tedeschi, gli alleati procurano in seguito mitra Sten, efficaci però solo in combattimenti ravvicinati, ed anche armamenti di reparto come mitragliatori Breda italiani, Bren americani e mortai.




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23 marzo 2008
Le Repubbliche partigiane: l'Ossola
 

È la più conosciuta tra le Repubbliche partigiane e dura dal 10 settembre al 23 ottobre 1944. Data la vicinanza con la Svizzera è seguita con attenzione anche dalla stampa internazionale. La sua storia è breve ma ricca di esperienze politico-sociali. Nel suo territorio si trovano 35 comuni con 85.000 abitanti. I centri principali sono Domodossola, Bognanco, Crodo, Pieve Vergante, Villadossola.

Nel giorno stesso dell’occupazione di Domodossola, il 10 settembre 1944, Dionigi Superti, comandante della divisione Val d’Ossola, insedia la giunta di governo. La giunta dà in breve tempo prova dell’ampiezza dei settori sui quali intende intervenire. Non si limita alla normale amministrazione, ma si muove lungo linee profondamente innovatrici, riflettendo "una visione non municipale dei problemi". Anche nella riorganizzazione del sistema giudiziario ogni provvedimento viene inserito in un progetto di ampio respiro che non solo rimuove la legislazione fascista, ma afferma con chiarezza i principi democratici su cui intende fondarsi.

La responsabilità della giustizia venne affidata ad un avvocato di formazione socialista, Ezio Vigorelli, che si dimostrò sempre attento a garantire i diritti degli imputati, compresi i fascisti di Salò. I prigionieri, radunati a Druogno in Val Vigezzo, erano trattati senza durezza, come testimonia la "Tribune de Genève", una delle tante testate internazionali che hanno seguito con interesse l’esperienza ossolana.

In campo scolastico e pedagogico, grazie alla collaborazione di intellettuali antifascisti come Gianfranco Contini, vennero sviluppati programmi molto avanzati, fondati su un ciclo iniziale di formazione comune a tutti e sulla successiva distinzione tra studi liceali e studi tecnico-professionali. Molti progetti restano però sulla carta, data la brevità dell’esperienza maturata nella zona liberata. La controffensiva di tedeschi e fascisti provoca la caduta della piccola repubblica il 23 ottobre, dopo giorni di duri combattimenti.




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