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AntifascismoResistenza
24 marzo 2008
Le testimonianze dei sopravvissuti
 

Le testimonianze dei sopravvissuti

Di fronte alle atrocità della storia, e ai continui revisionismi, il dovere della testimonianza e del ricordo diventa un dovere morale, nella speranza che tali spaventosi eventi non accadano mai più. Mai perdere il coraggio di testimoniare, ma, al contrario, rinnovare la memoria. E la memoria di chi ha vissuto sulla propria pelle la barbarie dei lager (uomini e donne, italiani e stranieri) è lo strumento migliore.


Giorgio PERLASCA, da “La banalità del bene” di Enrico Deaglio
«La notte scorsa è successo un fatto terribile. Hanno preso un gruppo di ebrei del ghetto e li hanno trucidati in piazza Ferenc Liszt e in via Eötvös. Abbiamo prima udito le grida e le suppliche di centinaia di persone, e poco dopo gli spari. All’alba mi sono recato sul posto e ho visto che i morti erano per la maggior parte donne e bambini. (…) Tutta la riva del fiume era ricoperta da neve, ma davanti ai caffè Hungaria e Negresco il colore era diventato rosso sangue. Nel fiume si vedevano i corpi nudi di centinaia di morti, che l’acqua non aveva potuto trascinare con sé a causa della presenza di blocchi di ghiaccio. Mi hanno raccontato che le vittime erano state costrette a camminare per circa due chilometri, in fila per due, con le mani legate, a piedi scalzi e completamente svestite. Le avevano poi fatte inginocchiare sulla riva del fiume e avevano sparato loro alla nuca»

Elie WIESEL, da “La notte”
«Le tre vittime montarono insieme sugli sgabelli. I tre colli furono infilati nei cappi allo stesso momento. Ad un segno del comandante del campo, i tre sgabelli rotolarono… Cominciò la marcia dinanzi alle forche. I due grandi non vivevano più. Le lingue cianotiche penzolavano gonfie. Ma la terza corda si muoveva ancora; così leggero, il ragazzo era ancora vivo… Stette là per più di mezz’ora, lottando tra la vita e la morte, morendo d’una lenta agonia sotto i nostri occhi. E lo dovemmo guardare bene in faccia. Era ancora vivo quando io passai. La lingua ancora rossa, gli occhi non ancora vitrei. Dietro di me, udii lo stesso di prima domandare: “Dov’è Dio adesso?” E udii una voce dentro di me rispondergli: “Dov’è? Eccolo lì – appeso a quella forca… »

Jean AMÉRY, il filosofo austriaco deportato ad Auschwitz perché ebreo
«Chi è stato torturato rimane torturato [...] Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell'annullamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più»

Jean Bruller VERCORS, autore de “Il silenzio del mare”
«Hitler trionfa dappertutto, il mondo intero è contaminato. Senza rimorso si ricorre al delitto, alla menzogna, all’aggressione: ai mezzi che la morale riprova. Rammentare di continuo le ragioni di questa putredine è quanto di più utile possiamo fare per il bene dell’umanità».

Nedo FIANO, deportato e sopravvissuto ad Auschwitz con il numero A5405
«Immagina che cosa vuol dire vivere in un campo dove si bruciavano 10 mila persone al giorno, col fetore di carne umana che ti perseguita giorno e notte. Immagina i prigionieri di Auschwitz, di Treblinka, di Mauthausen, uomini e donne che hanno assistito impotenti alla morte dei loro genitori, delle loro mogli, dei loro figli, dei loro parenti. Mi dirai: ma come si esce da quell’inferno? In quali condizioni? Semplice. Un uomo che è stato nel Lager non esce più dal campo. Un uomo è sempre là».

Primo LEVI, da “I sommersi e i salvati”
«Il sistema concentrazionario aveva lo scopo primario di spezzare la capacità di resistenza degli avversari. Su questo punto le SS avevano le idee chiare, e sotto questo aspetto è da interpretare tutto il sinistro rituale, diverso da Lager a Lager, ma unico nella sostanza, che accompagnava l'ingresso; i calci e i pugni subito, spesso sul viso; l'orgia di ordini urlati con collera vera o simulata; la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la vestizione con stracci»

Primo LEVI, da “Se questo è un uomo”
«Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine “Campo di annientamento”, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo»

Primo LEVI, da “Se questo è un uomo“
«Perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere, è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l'impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso».

Primo LEVI, da “La tregua”
«Sentivamo che nulla mai più sarebbe potuto avvenire di cosi buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed è questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia»

Anna FRANK, dal suo “Diario”
«Nonostante tutto, continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità».

Anna FRANK, dal suo “Diario”
«Con nostro grande dolore e con grande indignazione abbiamo appreso che l’atteggiamento di molta gente di fronte a noialtri ebrei è molto cambiato. Abbiamo udito che l’antisemitismo è penetrato in ambienti dove prima non ci si pensava nemmeno. La causa di questo antisemitismo è comprensibile, talvolta è perfino umana, ma non è giusta. È triste, è molto triste che per l'ennesima volta si confermi il vecchio principio: “Se un cristiano compie una cattiva azione la responsabilità è soltanto sua; se un ebreo compie una cattiva azione, la colpa ricade su tutti gli ebrei”»

Lidia BECCARIA ROLFI, da “Le donne di Ravensbruck”
«A Ravensbruck per vivere bisogna lavorare; è concessa la sopravvivenza solo a chi lavora e produce, e solo fino a quando può lavorare e produrre»

Binjamin WILKOMIRSKI, sopravvissuto, dal romanzo autobiografico “Frammenti”
«A Majdanek non si poteva essere tristi: chi era triste anche solo per un momento si mostrava debole e chi era debole non poteva sopravvivere»

Calel PERECHDONIK, dal libro ”Sono un assassino?“ sul ghetto di Varsavia
«Onore a te, genio tedesco, visto che soltanto tu sei riuscito a intontire gli uomini, a portarli a uno stato di stordimento collettivo tale che essi attendevano i loro carnefici: non si nascondevano nemmeno. Anzi si raggruppavano perché i boia non avessero troppo lavoro»

Jorge SEMPRUN, deportato a Buchenwald, dal volume “La scrittura o la vita”
«Quando quell'angoscia ricompare ci si ritrova al centro di un vortice di nulla, di una nebulosa di vuoto, grigia e torbida. Sotto la splendente superficie della vita quotidiana, questa certezza a portata di mano: niente è vero all'infuori del campo, il resto non è stato altro che un sogno. Di vero c'è soltanto il fumo del crematorio, la fame, gli appelli sotto la neve,le bastonate, la morte, il fetore fraterno delle latrine del campo»

Jona OBERSKI, dal libro autobiografico “Anni d’infanzia”
«Allora vidi i morti. Erano fagotti fatti di lenzuola. Da alcuni sporgevano gambe e braccia. Certi corpi erano nudi. Altri avevano ancora i calzoni. Giacevano lì, gettati disordinatamente uno sopra l’altro, per verso e per traverso. Uno stava rovesciato all'indietro in cima la mucchio, la testa gli penzolava giù. Aveva grandi occhi scuri e braccia penzoloni, molto magro. Un altro giaceva con la testa posata su un braccio teso. L’altro braccio non c'era. Sparsi intorno c'erano anche pezzi staccati, braccia, gambe. Cercai di scoprire qual era mio padre. Piegai la testa in tutte le possibili direzioni, di lato, mi misi a testa in giù per poter guardare tutti quei volti che stavano sbiechi o rovesciati. Ma erano tutti terribilmente uguali. E c'era anche troppa poca luce. Proprio davanti a me c'era, in cima al mucchio, un fagotto di lenzuola. Dalla forma si vedeva benissimo che c'era dentro un corpo. Che fosse mio padre? Vicinissimo, davanti a me c'era un corpo sul pavimento, nudo, voltato a pancia in giù. La testa era voltata di lato. Che fosse quello mio padre? La testa rasata l'avevano tutti. No, mio padre non c'era. Doveva essere ancora nella baracca dell'infermeria. E poi lo avrebbero sepolto»

Aldo CARPI, dal libro autobiografico “Diario di Gusen”
«Ricordo che a Mauthausen, mentre scendevamo lungo le scale che portavano al bagno, han fatto scendere con noi un gruppo di muselmann, come noi li avremmo chiamati dopo, che erano gli uomini mummia, i morti vivi; e li han fatti scendere insieme a noi solo per farceli vedere, perché ci facessimo subito un’idea del lager. come a dirci: diventerete così»

Simon WIESENTHAL, cacciatore di nazisti, da “Gli assassini sono tra noi”
«Non potevano fare a meno di vedere i vicini ebrei che venivano portati via dagli uomini con le uniformi nere delle SS. I loro figli, quando tornavano a casa da scuola, raccontavano che i loro compagni ebrei erano stati cacciati via. Vedevano le svastiche sulle vetrine infrante dei negozi ebrei saccheggiati. Non potevano ignorare le macerie delle sinagoghe incendiate nella notte del 9 novembre 1938. La gente sapeva quello che stava succedendo, sebbene molti avessero paura e preferissero guardare altrove per non vedere troppo»

Giacomo DEBENEDETTI, da “16 ottobre 1943”
«Facessero qualche cosa, sfondassero una porta, una saracinesca, una bottega, almeno si capirebbe il perché. Ma no, sparano, urlano, nient’altro. È come il mal di denti, che non si sa quanto può durare, quanto può peggiorare. Questo non capire è il peggiore degli incubi»

Giacomo DEBENEDETTI, da “16 ottobre 1943”
«Prendono tutti, ma proprio tutti, peggio di quanto si potesse immaginare. Nel mezzo della via passano, in fila indiana un po’ sconnessa, le famiglie rastrellate: una SS in testa e una in coda sorvegliano i piccoli manipoli, li tengono suppergiù incolonnati, li spingono avanti coi calci dei mitragliatori, quantunque nessuno opponga altra resistenza che il pianto, i gemiti, le richieste di pietà, le smarrite interrogazioni. Già sui visi e negli atteggiamenti di questi ebrei, più forte ancora che la sofferenza, si è impressa la rassegnazione. Pare che quell’atroce, repentina sorpresa già non li stupisca più. Qualche cosa in loro si ricorda di avi mai conosciuti, che erano andati con lo stesso passo, cacciati da aguzzini come questi, verso le deportazioni, la schiavitù, i supplizi, i roghi. I ragazzi cercano negli occhi dei genitori una rassicurazione, un conforto che questi non possono più dare. D'altronde è questione di tempo: se non li uccidono prima, verrà l’ora anche per questo»

Mimma PAULESU QUERCIOLI, da “L’erba non cresceva ad Auschwitz”
«La mamma le diceva: Arili, i bambini devono dormire. Hanno bisogno di sognare per crescere forti e tranquilli. lo non voglio sognare, se chiudo gli occhi vedo i tedeschi coi grandi stivali che vogliono farmi del I male. E poi ci sono gli urli e questi rumori terribili»

Mimma PAULESU QUERCIOLI, da “L’erba non cresceva ad Auschwitz”
«Un’altra volta all’appello le tennero in piedi tutta una mattina perché mancavano due prigioniere e i conti non quadravano. Si trattava di due ebree triestine che erano andate al gabinetto; la madre era molto anziana e la figlia l’aveva accompagnata. Nonostante piovesse a dirotto, fecero mettere tutte in ginocchio con le braccia alzate e così le tennero per delle ore. Finalmente trovarono le due ebree. Le portarono sul piazzale e, davanti a tutte, iniziarono il pestaggio coi calci fino a che la vecchia mori. La figlia fu portata via con lei e certamente finì al camino»

Mimma PAULESU QUERCIOLI, da “L’erba non cresceva ad Auschwitz”
«Un giorno che come sempre erano schierate per l'appello alcuni nazisti arrivarono con un sacco dentro il quale avevano chiuso un neonato, lo gettarono in alto e spararono come se facessero il tiro al piccione. Arianna restò impietrita, non osò parlare con i suoi compagni, ma pensò: questi non sono uomini, sono mostri»

Edith BRUCK, da “Il tatuaggio”
«Sbucano dalle nebbie e le palandrane grigie come impazzite ci colpiscono alla cieca rompendo la fila guadagnata con pugni e calci e colpi di fucile. Le orecchie sono sorde, le parole le inghiotte il vento che dalle fabbriche di morte porta odore di carne bruciata e cenere sulle nostre teste calve di colpe non commesse»

Tatiana BUCCI, dal volume di Titti Marrone “Meglio non sapere” (Laterza)
«Nel mio ricordo, a differenza che per Andra, Auschwitz è soprattutto il camino. Non so quando, ma a un certo punto sapevo di essere in quel posto chiamato Auschwitz e per me quel nome si legava alla ciminiera. Qualcuno, non ricordo chi, dovette dirmi qualche cosa. Sta di fatto che io sapevo che lì dentro si inceneriva la gente. Uscivano anche fiamme, non solo fumo grigio. Vampate di fiamme, da cui pioveva come una nebbiolina grigia che si posava dappertutto. E si sentiva sempre quell’odore, io non capivo che cosa fosse. Dopo ho saputo che era carne bruciata»



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24 marzo 2008
Giustizia e Libertà
 

Giustizia e Libertà

Giustizia e Libertà
fu un movimento politico fondato a Parigi nel 1929 da un gruppo di esuli antifascisti, tra cui emerse come leader Carlo Rosselli.

Il movimento era composito per tendenze politiche e provenienza dei componenti, ma era comune la volontà di organizzare un’opposizione attiva ed efficace al fascismo, in contrasto con l’atteggiamento dei vecchi partiti antifascisti uniti nella Concentrazione, giudicato debole e rinunciatario.

“Provenienti da diverse correnti politiche, archiviamo per ora le tessere dei partiti e fondiamo un’unità di azione. Movimento rivoluzionario, non partito, “Giustizia e libertà” è il nome e il simbolo. Repubblicani, socialisti e democratici, ci battiamo per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale. Non siamo più tre espressioni differenti ma un trinomio inscindibile”: così si apre il primo numero del periodico pubblicato dal gruppo.

L’obiettivo di Giustizia e Libertà era quindi quello di preparare le condizioni per una rivoluzione antifascista in Italia che non si limitasse a restaurare il vecchio ordine liberale. ma in grado di creare un modello di democrazia avanzato e al passo con i tempi, aperto agli ideali di giustizia sociale, che sapesse inserirsi nella realtà nazionale e in particolare raccogliesse l’eredità del Risorgimento. Riprendendo le idee di Piero Gobetti, di cui era stato collaboratore, Rosselli considera il fascismo una manifestazione di antichi mali della società italiana e si propone quindi non solo di sradicare il regime mussoliniano, ma anche di rimuovere le condizioni politiche, sociali, economiche e culturali che lo avevano reso possibile.

Il movimento Giustizia e Libertà svolse anche un’importantissima funzione di informazione e sensibilizzazione nei confronti dell’opinione pubblica internazionale, svelando la realtà dell’Italia fascista che si nascondeva dietro la propaganda di regime, in particolare grazie all’azione di Gaetano Salvemini, che era stato l’ispiratore del gruppo e il maestro di Rosselli.

La Resistenza in Italia e il Partito d'Azione

Giustizia e Libertà fu attivissima nell'organizzare bande di partigiani dopo l'8 settembre 1943. Numericamente, le bande di GL (dette "gielline" o "gielliste") furono seconde dietro alle bande che si chiamavano garibaldine, riconducibili al partito comunista. I partigiani giellini si riconoscevano per fazzoletti di colore verde. Tra i personaggi più importanti di GL durante la Resistenza si possono ricordare Ferruccio Parri, nominato dal Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) comandante militare unico della Resistenza, Ugo La Malfa, Emilio Lussu, Riccardo Lombardi, nominato nel 1945 prefetto di Milano dal CLN dell'Alta Italia (CLNAI). Nel gennaio 1943 fu costituito il Partito d'Azione, da componenti di GL e da altri uomini politici di orientamenti liberal-socialisti, repubblicani, socialisti e democratici. Durante la guerra partigiana, il Partito d'Azione rappresentò l'organizzazione politica a cui facevano riferimento i combattenti partigiani di GL.

Esso riuscì a presentarsi come un partito che lottava per un cambiamento radicale della società italiana, rompendo con intransigenza ovviamente con il fascismo ma anche con l'Italia pre-fascista, in questo contrapponendosi ai liberali, per una società laica e secolarizzata, contrapponendosi ai democristiani, e per una società democratica progressista ma pluralista e con ordinamenti politici liberali, in questo contrapponendosi ai comunisti in quel periodo ancora saldamente legati all'Unione Sovietica. Per questi motivi distintivi riuscì a raccogliere vasti consensi tra le persone desiderose di combattere contro il nazi-fascismo, caratterizzandosi comunque come un movimento piuttosto elitario. Tuttavia, in questi anni si manifestò sempre più l'eterogeneità ideologica del movimento che portò in seguito a divisioni e alla diaspora. All'interno di GL si possono ravvisare in quegli anni due maggiori correnti, una di sinistra, di idee molto vicine a quelle del Partito Socialista soprattutto in economia, in cui si possono includere Emilio Lussu, Riccardo Lombardi ed ex comunisti come Leo Valiani e Manlio Rossi Doria (usciti dal PCI nel 1939 in seguito al patto Molotov-Ribbentrop), e una di destra, con orientamento più moderato specialmente in economia, con Ugo La Malfa come personaggio più rappresentativo, insieme a Mario Paggi, Alessandro Galante Garrone e altri. Questa divisione interna si manifesterà insanabile a guerra terminata.




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24 marzo 2008
La stampa clandestina durante la guerra
 

L'opposizione antifascista con»uì nel Movimento di Liberazione Nazionale. La stampa clandestina partigiana del Litorale nacque e si sviluppò parallelamente alla nascita e allo sviluppo del Movimento di Liberazione Nazionale. Ancora una volta emerse l'urgenza e il bisogno di disporre di proprie pubblicazioni. I termini «stampa di liberazione nazionale» e «stampa partigiana» testimoniano l'impegno del Movimento di Liberazione Nazionale in questo campo, dettato dalle vive necessità quotidiane.

Alcune testate
giornalistiche
prima
della soppressione
della stampa slovena
in Italia
operata
dal regime
fascista.
In questo senso, il Litorale era attivamente inserito nel resto del contesto nazionale sloveno. La stampa partigiana nel Litorale raggiunse uno sviluppo straordinario. Nel primo periodo della Lotta di Liberazione Nazionale, dagli inizi del 1941 e fino alla capitolazione dell'Italia nel settembre del 1943, operavano nell'area del litorale ben 8 tipografie clandestine. Nel secondo periodo, dalla sollevazione generale del settembre 1943 fino alla liberazione nel maggio 1945, la rete delle tipografie clandestine si allargò ancora di più: si poteva contare su 18 tipografie di fortuna o stamperie a ciclostile e su 2 tipografie professionali. In questo conto non prendiamo in considerazione le numerose tipografie militari che operavano a livello di battaglione, brigate, divisioni, e del IX Korpus. Inizialmente le tipografie clandestine riproducevano gli organi d'informazione ed i giornali principali : Slovenski porocevalec (Reporter Sloveno), Ljudska pravica (Giustizia del Popolo), Kmecki glas (Voce Contadina), Vestnik OF (Bollettino del Fronte di Liberazione), Mladina (Gioventù) . In seguito incominciarono a stampare pubblicazioni prodotte nell'area del litorale: Primorski porocevalec (Corriere del Litorale), Primorski kmecki glas (Voce Contadina del Litorale), Mladi puntar (Giovane Rivoltoso, portavoce dell'Unione Giovanile Slovena per il Litorale), Slovenka (Slovena, portavoce dell'Unione antifascista femminile per il Litorale), Mladi rod (Giovane Generazione, giornale per gli studenti, curato da France Bevk), Uciteljski list (Foglio per i Maestri), Prosveta (Cultura), Uciteljski svetovalec (Consigli per i Maestri), Matajur, Bratstvo-Fratellanza, Delavska enotnost-Unità Operaia, Il Lavoratore, Il Nostro Avvenire, Tedenski pregled (Rassegna Settimanale), Trst tekmuje-Trieste in gara, Bollettino, Naša žena (La Nostra Donna), Mladina (Gioventù) , Partizanski dnevnik (Quotidiano Partigiano).

Parte
della stampa
partigiana
nel Litorale
sloveno.
Nelle tipografie e nelle stamperie del Litorale videro la luce numerose altre pubblicazioni: un estratto del dizionario ortografico sloveno, due opuscoli per il centenario della nascita dello scrittore Josip Jurcic e per i 25 anni della morte di Ivan Cankar , due quaderni di poesie Naši pesniki novemu rodu (I nostri poeti per le giovani generazioni), una carta geografica del territorio sloveno, un estratto della grammatica slovena, il «Pregled zgodovine Slovencev» (Sintesi della Storia Slovena) di Fran Zwitter, l'«Osnutek zgodovine Slovencev» (Rassegna di storia slovena), «Zemljepis Slovenije» (Geografia della Slovenia), di Mara Samsa, due canzonieri scolastici «Otroške pesmi» e «Otroške narodne pesmi» (Canti per bambini e Canti popolari per bambini), il libro illustrato «Našim pionirckom» (Per i piccoli pionieri), diverse raccolte di canzoni partigiane (Partizanska pesmarica, Pesmarica, Pesmi, Partizanske, Pesmi naše borbe, Partizanske pesmi), l'opuscolo stampato «Naj pesem naša zadoni» (Che risuoni il nostro canto), nel centenario della nascita del poeta Simon Gregorcic l'edizione «Izbrane pesmi» (Poesie scelte) su 64 pagine, due pubblicazioni dedicate al maggior poeta sloveno France Prešeren (Uvod h Krstu pri Savici e Zdravljica), un dizionario di parole straniere, la «Zgodovina razvoja cloveške družbe» (Storia dello sviluppo della società umana) e la ristampa delle «Otroške pesmi» (Poesie per bambini) di Oton Župancic nonchè «Leto ob Soci» (Un anno di combattimenti lungo l'Isonzo). Tutte queste pubblicazioni furono stampate o ciclostilate nelle tipografie clandestine slovene. L'elenco è limitato alle pubblicazioni più importanti.

Una rassegna dei giornali sloveni fa riferimento soprattutto all'attività che si è sviluppata a Trieste e a Gorizia. Durante la guerra, in queste due città non esistevano tipografie slovene, la stampa e la riproduzione avvenivano soprattutto in località di difficile accesso. Tuttavia durante la guerra le stamperie clandestine operarono anche nelle città, in primo luogo a Trieste.


La prima pagina
del Partizanski
dnevnik
Con la crescita del Fronte di Liberazione, nell'estate e nell'autunno 1941 emerse anche l'urgenza di disporre di una stamperia clandestina dotata di ciclostile. Oskar Kovacic, il maggiore organizzatore del Fronte di Liberazione in quest'area, incaricò il fratello Lev di predisporre e dirigere una tipografia clandestina a ciclostile che cominciò la propria attività a Trieste il 30 novembre 1941. Era situata nell'abitazione dell'antifascista Michele Thoma in via Mauroner 15. Oltre a Kovacic e Thoma vi lavoravano anche Josip Cerkvenic e Danilo Peric. Vennero stampate varie migliaia di manifesti (di tre tipi) in sloveno e italiano, che furono utilizzati per il volantinaggio durante il secondo processo di Trieste, nella prima metà del dicembre 1941. Ma l'attività di questa tipografia clandestina non durò a lungo: già nel dicembre 1941 e agli inizi del 1942 la polizia l'aveva individuata ed arrestarono i principali organizzatori. Alla fine del 1941 fu avviata la stamperia clandestina di Gorizia, nell'abitazione di Ivan Dornik in via Torriani 5. I suoi più stretti collaboratori furono Srecko Klavcic, Jože Kodermac, Pepi Franinovic, Stanko Macuš, Ivan Princic. Era ben mimetizzata e nota solamente ai dirigenti. Del trasporto delle pubblicazioni erano incaricati Angela e Milan Pavlin, Vandelina Colja, Ivanka Bajt. L'attivista Anton Velušcek-Matevž si rese conto che una sola stamperia non era sufficiente per Gorizia ed incaricò Andrej Kumar di organizzarne delle altre. Tra la primavera e l'ottobre del 1942 diventarono operative due tipografie, una nella località di Vogrsko, l'altra in autunno, sull'Ajševica, dove fu probabilmente stampato l'unico numero dell'organo del Fronte di Liberazione per il Litorale «Naprej zastava Slave» (Avanti, bandiera della Slavia) e furono ristampati alcuni numeri dello «Slovenski porocevalec» nonchè riprodotto l'opuscolo «Zakaj je propadla Jugoslavija» (Perchè la Jugoslavia è crollata). In seguito questa tipografia fu trasferita nel Collio, ma quando la situazione si fece troppo rischiosa, fu trasferita nuovamente altrove. Verso la fine del 1942 e nei primi mesi del 1943 una tipografia operò a Monfalcone presso la famiglia Gambi, in via Galilei 31, da dove la stampa slovena veniva diffusa nella Bisiaccaria e sul vicino Carso. Dopo l'interruzione, bisognava aprire una nuova tipografia clandestina anche a Trieste. Ci riuscirono, nella primavera del 1942, Darko Marušic e Albin Cotar, i due principali dirigenti attivisti di allora, che scelsero un'abitazione di via Carpineto 18 nel rione di Servola. Potevano contare sull'aiuto di Mariano Zudich, Josip Mezgec, Vladimir Žvab. Dalla seconda metà del 1942 fino alla primavera 1943 era operativa anche una stamperia più piccola presso il falegname Dionizij Rumic in via Scuole Nuove a San Giacomo.

Ambedue cessarono l'attività già prima dell'estate 1943. Immediatamente dopo la capitolazione dell'Italia, nel settembre 1943, fu necessario aprirne delle nuove. e dal settembre 1943 fino al gennaio 1944 operò una stamperia a ciclostile presso il fornaio Zafred in Piazzetta Belvedere. L'organizzatore politico era Henrik Ukmar che poteva contare sulla collaborazione di Karel Švara, Mario e Rudolf Zafred, Ivan Strgar.


Ma una diffusione veramente imponente venne raggiunta all'inizio del 1944, quando a Trieste inizio ad operare la tipografia chiamata «Morje» (Mare). L'organizzazione fu affidata al grafico Ladi Trobevšek-Jodi, che fino allora aveva diretto la tipografia «Snežnik». La tipografia Morje operava contemporaneamente e sotto lo stesso nome in due località: a Gretta portava la sigla 0-44, a Domio invece con la sigla 0-44-1. A Domio l'attività iniziò il 17.2.1944 ed in sostanza durò fino alla fine della guerra, anche se per tre volte si dovette cercare una nuova sede (dal 17.2. fino al 14.5.1944 nell'abitazione di Josip Šturman a Domio, dal 15.5. al 2.8.1944 in un bunker sotto San Servolo, da settembre 1944 a maggio 1945 nell'abitazione di Josip Ušenic, non lontano dall'abitazione dello Šturman). A Gretta invece, l'attività iniziò il 2.8.1944 presso Anton Sukljan in Strada del Friuli 107 e si protrasse fino alla liberazione. Dalle relazioni che si sono conservate risulta che furono stampate le seguenti pubblicazioni: Slovenski porocevalec, Kmecki glas, Delavska enotnost-Unità operaia, Bollettino, Lavoratore, Tedenski pregled, Trieste in gara, Trst tekmuje, Borba e inoltre la ristampa del canzoniere Partizanske pesmi (Canzoni Partigiane). Ai giovani erano dedicati i giornali Mladina (Gioventù) e Mladina na delu (Gioventù che lavora). Inoltre furono preparati due opuscoli: Materialismo storico e dialettico nonchè la Dichiarazione del Governo provvisorio della Federazione democratica Jugoslava. I numeri naturalmente non dicono tutto, tuttavia sono abbastanza eloquenti: nella tipografia clandestina «Morje» furono stampate 70.000 copie di vari giornali, 50.000 blocchetti per il Prestito della libertà, nonchè un milione di volantini.


Per avere una panoramica completa delle pubblicazioni esistenti in questo periodo è necessario ricordare che a Gorizia, nel periodo 1943-1945, anche i «domobranci» e i «cetniki» (collaboratori dei nazifascisti) editavano delle proprie pubblicazioni in lingua slovena. La più importante era Goriški List (Il Giornale di Gorizia), pubblicato tra il 6.5.1944 e il 28.4.1945. Tra le altre pubblicazioni vi erano Tolminski glas (La Voce da Tolmino), Vipavec (L'Abitante di Vipacco), Goriški stražar (La Sentinella di Gorizia), Mlada Primorska (Il Giovane litorale), Narodna Edinost (Unità Nazionale) e Mladost (Giovinezza).


Con la liberazione, nel maggio 1945, I tempi cambiarono radicalmente. La guerra e la clandestinità erano finite, iniziava una nuova era nella quale si poteva finalmente operare in piena legalità. All'inizio del mese di maggio 1945 furono pubblicati gli ultimi numeri del Partizanski dnevnik e il 13 maggio vide la nascita di un nuovo quotidiano, l'attuale Primorski dnevnik.




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24 marzo 2008
Ante Pavelic (il giovane)




 Ante Pavelic (Bradina, oggi Konjic, Impero Austro-Ungarico, odierna Bosnia-Erzegovina, 14 luglio 1889Madrid, 28 dicembre 1959) fu un uomo politico jugoslavo di etnia croata, fondatore del movimento nazionalista degli Ustascia (Ustaše = Insorti) e Poglavnik (Guida) dell'autoproclamato "Stato indipendente di Croazia" (Nezavisna Država Hrvatska, NDH) dal 1941 al 1945.
Hitler e Pavelic
Hitler e Pavelic

Dopo gli studi in legge a Zagabria si impegnò in politica nel "Partito croato dei diritti", un movimento nazionalista che si opponeva alla monarchia unitaria jugoslava e si batteva per l'indipendenza della Croazia. Fu eletto consigliere municipale a Zagabria e deputato al parlamento nazionale di Belgrado nel 1927. Nel 1929 fu costretto all'esilio dalla dittatura pro-unitaria istituita dal re Alessandro I dopo l'assassinio di Stjepan Radic.

Rifugiatosi prima a Vienna, dove prese contatto con ufficiali austriaci anti-jugoslavi, e quindi in Italia, fondò insieme ai membri, anch'essi esiliati, della fazione più estremista del "Partito dei diritti", un nuovo movimento nazionalista, gli "Ustascia" (da ustaš, "insorto", o "ribelle"). Il gruppo si dedicò, sotto l'egida del governo italiano, ad attività intimidatorie, e, nel 1934, riuscì ad assassinare il re Alessandro I a Marsiglia. Con l'appoggio del regime fascista italiano il movimento si ampliò, installando campi di addestramento nella stessa Italia (a Siena ed a Borgo Val di Taro, sugli Appennini di Parma) oltre che in Ungheria.

Il 6 aprile 1941 il Regno di Jugoslavia fu invaso dalle forze dell'Asse e Pavelic divenne il capo dello Stato Indipendente di Croazia (NDH), uno stato fantoccio comprendente anche la Bosnia ed una piccola parte della Serbia, di fatto dipendente dalla Germania e dall'Italia fascista, da cui riprese le istituzioni. La corona di Croazia venne offerta ad Aimone di Savoia-Aosta, che la cinse con il nome Tomislavo II, anche se non mise mai piede nella terra di cui era re. Gli italiani, inoltre, si erano annessi buona parte della costa dalmata, mentre i tedeschi esercitavano il pieno controllo militare sulla zona settentrionale.

Il regime di Pavelic, che basava il proprio fondamento ideologico sulla difesa dell'elemento etnico croato e sul cattolicesimo integralista, attuò una dura politica di repressione nei confronti degli elementi allogeni. Iniziò così una pulizia etnica contro ortodossi, ebrei, zingari e comunisti. Fu anche creata una rete di campi di concentramento, il più noto dei quali, il campo di concentramento di Jasenovac, è oggi monumento alla memoria degli eccidi perpetrati contro i serbi.

Certa storiografia post-bellica calcolava un totale di circa 800.000 serbi uccisi dal regime ustascia, partendo dal numero complessivo di 1.706.000 vittime di tutte le etnie presenti sul territorio jugoslavo nel periodo bellico compreso tra il 1941 ed il 1945. Fino ad anni recenti i dati sono stati accettati, e, ancora nel 1996, il Dr. Bulajic, direttore del "Museo per le Vittime del Genocidio" a Belgrado, attestava che le sole vittime del genocidio attuato a Jasenovac, secondo fonti attendibili, non ammonterebbero a meno di 700.000 vite umane.

Studi recenti sia serbi che croati hanno cercato di ridefinire con maggiore obiettività l'entità delle perdite umane avvenute nel territorio jugoslavo durante la seconda guerra mondiale. Questi studi demografici indipendenti, prima quello del demografo ed esperto di statistica dell'UNESCO, dr. Bogoljub Kocovic, poi quello del demografo delle Nazioni Unite Vladimir Zerjavic, hanno calcolato un numero di caduti rispettivamente pari a 1.014.000 o 1.027.000. Di questi i serbi caduti su tutto il territorio jugoslavo sarebbero 530.000 in base ai calcoli del croato Zerjavic, 487.000 secondo le stime del serbo Kocovic.

Zerjavic calcola inoltre il numero dei caduti in territorio croato, ovvero nello Stato Indipendente di Croazia (NDH) governato da Pavelic, e li suddivide per etnie: 322.000 serbi, 255.000 croati e musulmani, 20.000 ebrei e 16.000 zingari. Compresi in questa cifra ci sono le vittime del campo di Jasenovac, dove sarebbero morti da 48.000 a 52.000 serbi, 13.000 ebrei, 12.000 croati e 10.000 zingari. La cifra totale sarebbe di circa 80.000, e questo è il dato oggi adottato anche dal Museo dell'Olocausto di Washington e dal Centro Simon Wiesenthal.

L'esercito di Pavelic combatteva a fianco delle forze dell'Asse contro il movimento comunista di Tito, membro delle forze Alleate, e contro i "cetnici" (partigiani monarchici serbi).

Nel 1945, dopo aver guidato fino all'ultimo le truppe croate, Pavelic riuscì a fuggire dapprima in Austria, quindi a Roma e infine in Argentina. La Chiesa cattolica di Roma ed il papa Pio XII, che era stato sempre particolarmente benevolo nei suoi confronti, furono sospettati di averne favorito la fuoriuscita.

Nel 1957 un misterioso attentatore esplose contro di lui due colpi di pistola. In seguito, scoperto il suo rifugio, fu costretto nuovamente a fuggire per evitare un'estradizione. Si rifugiò nella Spagna di Francisco Franco, dove morì due anni dopo in seguito alle ferite riportate nell'attentato.

Mentre per anni l'attentato fu creduto opera di un sicario inviato dal governo jugoslavo, il tentativo di omicidio fu confessato, qualche anno fa, da un nazionalista serbo in punto di morte.




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24 marzo 2008
Ustascia
 Il termine ùstascia (in croato ustaša, plurale ustaše, dal verbo "ustati" che significa insorgere), già usato dagli slavi balcanici per indicare coloro che lottavano contro i turchi, venne ripreso dal bosniano Croato Ante Pavelic per designare gli appartenenti al movimento nazionalista croato di estrema destra che si opponeva ad un regno di Jugoslavia federativo nonché dominato da elementi serbi (1928).
Il simbolo degli ustascia.
Il simbolo degli ustascia.

Il movimento trae origine dal Partito Croato dei Diritti (Hrvatska Stranka Prava - HSP), di ispirazione nazionalista e autonomista, fondato nel 1861 dall'avv. Ante Starcevic. Negli anni 1920 Ante Pavelic emerge come figura di spicco, divenendone leader e rappresentante al parlamento di Belgrado. In questo periodo stabilisce i primi contatti con il regime fascista italiano.

Ante Pavelic diede al partito un'impronta insurrezionale, anticomunista, anticapitalista e particolarmente aggressiva. Il metodo con cui voleva ottenere l'indipendenza era quello dell'insurrezione armata, che si tradusse spesso in atti di terrorismo. Con il colpo di Stato di Alessandro I del 6 gennaio 1929, seguente agli spari nel parlamento in cui venne ucciso il deputato croato Radic il 19 giugno 1928, i vertici dell' HSP, tra cui lo stesso Ante Pavelic, espatriarono e si stabilirono in Italia, Austria, Germania e Ungheria. Dall'estero iniziarono una forte propaganda rivolta alle varie comunità di croati sparsi per l'Europa, ottenedo finanziamenti, asilo e strutture (in particolare campi di addestramento) da Mussolini, il quale voleva sfuttare il nazionalismo croato con l'obiettivo di disgregare e destabilizzare il Regno di Jugoslavia. Da questo momento il movimento prende il nome di ùstascia.
La bandiera dello Stato Indipendente di Croazia

La bandiera dello Stato Indipendente di Croazia

Negli anni 1930 gli ùstascia si avvicinarono alla Germania di Hitler, nella quale individuarono un protettore più forte e affidabile, sia economicamente che politicamente. In questo contesto il 9 ottobre 1934 mettono in atto l'assassinio di Re Alessandro a Marsiglia.

Costituito il Partito unico dello Stato indipendente di Croazia (1941), con l'aiuto dei nazionalisti, del regime fascista italiano e la benevolenza della Germania nazista, gli ustascia commisero spaventose atrocità sterminando centinaia di migliaia di persone, per quanto le stime siano controverse, tra serbi, ebrei, zingari e dissidenti politici.

Il primo obiettivo degli ustascia era ripulire il territorio dalla presenza di serbi, uccidendone un terzo, convertendone un altro terzo in cattolici e cacciando l'ultimo terzo dai balcani[citazione necessaria].

Pavelic e i suoi ripararono in Austria nel 1945 di fronte all'avanzata di Tito e dagli Alleati. Un monumento sulle macerie del lager di Jasenovac ricorda i sanguinosi eventi di quegli anni.

Durante la dittatura Ustascia era proibita alla stampa la pubblicazione delle omelie fatte dal cardinale Alojzije Viktor Stepinac, arcivescovo di Zagabria (personaggio controverso, da alcuni considerato come criminale di guerra e da altri come salvatore degli Ebrei); il quale denunciò il comportamento antimorale e anticattolico del Povglavnik Pavelic e facendo omelie a favore dei perseguitati Serbi Ortodossi e degli Ebrei. Riguardo al collaborazionismo delle gerarchie vaticane con il regime, la storiografia del dopoguerra è unanime: il frate Miroslav Filipovic-Majstorovic era il comandante del complesso di Jasenovac, dove i serbi vennero sterminati a migliaia o da lui convertiti al culto della Chiesa di Roma. Il Vaticano nell'immediato dopoguerra appoggiò anche la fuga degli ùstascia: lo stesso Pavelic si rifugiò in un monastero in Austria spacciandosi per un monsignore, quindi scappò in Argentina dopo aver fatto tappa in Italia.




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24 marzo 2008
Concetto Marchesi



Nato a Catania l'1 febbraio 1878, morto a Roma il 12 febbraio 1957, latinista, rettore dell'Università di Padova.

Il 9 novembre 1943, in occasione dell'apertura dell'Anno Accademico lanciò agli studenti dell'Ateneo di Padova e a tutti i giovani italiani un appello a prendere le armi contro il fascismo e contro l'oppressione nazista. Un gesto senza precedenti, che ebbe enorme risonanza in tutte le Università dell'Italia occupata.
Riparato in Svizzera per sottrarsi alla rabbiosa reazione nazifascista,  Marchesi rientrò nell'ottobre del '44 in Italia, deciso a "ricongiungersi ai compagni di lotta".
Militante socialista fin dal 1893, fu tra i fondatori del PCd'I nel 1921. nel dopoguerra fu membro del Comitato centrale del PCI, deputato alla Costituente e poi nelle legislature che iniziarono nel 1848 e nel 1953. Polemista tagliente, si schierò nel corso dell'VIII congresso del PCI a favore di Stalin, contro le denunce di Krusciov: "Tiberio, uno dei più grandi e infamati imperatori di Roma - disse in un memorabile intervento - trovò il suo implacabile accusatore in Cornelio Tacito, il massimo storico del principato. A Stalin, meno fortunato, è toccato Nikita Krusciov".
L'Università di Padova è decorata della Medaglia d'Oro al Valor militare per il suo contributo alla Resistenza..

Il 9 novembre 1943, in occasione dell'apertura dell'Anno Accademico,  Concetto Marchesi, insigne latinista allora rettore dell'Ateneo, lanciò agli studenti di Padova un appello a prendere le armi contro il fascismo e contro l'oppressione nazista. Un gesto senza precedenti, che ebbe enorme risonanza in tutte le Università dell'Italia occupata.
"Una generazione di uomini, disse Marchesi,  ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine; voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l'impeto dell'azione e ricomporre la giovinezza e la Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall'ignavia, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano. (...)
Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga ancora della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo".
L'auspicio di Concetto Marchesi divenne realtà: moltissimi studenti padovani accolsero il suo appello, e il 12 novembre del '45, a due anni da quello storico discorso, il gonfalone dell'Ateneo fu decorato con la Medaglia d'Oro al V.M.


 




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24 marzo 2008
"Grazie di aver combattuto per la libertà". Parola di Alleati
 

Basta rileggersi il diploma rilasciato ai partigiani dagli alleati (con tanto di stemma americano e inglese) per capire quale fu e qual è la verità della Resistenza italiana.
Ecco il testo: «Nel nome dei governi e dei popoli delle Nazioni unite, ringraziamo.... di aver combattuto il nemico sui campi di battaglia, militando nei ranghi dei Patrioti tra quegli uomini che hanno portato le armi per il trionfo della libertà, svolgendo operazioni offensive, compiendo atti di sabotaggio, fornendo informazioni militari. Col loro coraggio e la loro dedizione i patrioti italiani hanno contribuito validamente alla liberazione dell’Italia e alla grande causa di tutti gli uomini liberi. Nell’Italia rinata i possessori di questo attestato saranno acclamati come patrioti che hanno combattuto per l’onore e la libertà.» Così recitava il « Certificato al Patriota» (il nostro è il numero 50991) che veniva rilasciato ai partigiani combattenti. Ogni certificato era controfirmato da un ufficiale alleato e da un comandante partigiano. Dopo la Liberazione e il disarmo dei partigiani, i diplomi vennero consegnati dalle autorità di governo, insieme ad una misera pensione, alle migliaia e migliaia di combattenti che, in tutte le città d’Italia, fra torture e fucilazioni, si erano coraggiosamente battuti contro i nazisti e i fascisti di Salò.

(tratto da W. Settimelli, L'Unità, 25 aprile 2003)

 




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24 marzo 2008
Russia: Naziskin uccidono una ragazza ·
 

ALLARME NAZISKIN IN RUSSIA, AUMENTANO OMICIDI RAZZIALI 24/3/08
È un fenomeno in preoccupante aumento, quello dei gruppi giovanili ultranazionalisti protagonisti di azioni violente contro i “chiorni”, immigrati di pelle scura quasi sempre musulmani dell’ex Urss, ma anche studenti africani, ebrei, omosessuali, giovani di estrema sinistra. 653 le aggressioni a sfondo razzista nel 2007, 73 le vittime. Protagonisti anche gruppi di vera e propria ispirazione nazista. Il potere, per ora, tollera.

Lunedi’ 24 Marzo 2008
MOSCA – Una serie di coltellate e poi la gola tagliata, sotto gli occhi di molti passanti inerti, a nord di Mosca. Lei, il nome non è noto e forse mai lo sarà, veniva dal Tagikistan, la più povera tra le ex repubbliche dell’Urss, probabilmente come tante connazionali si occupava dell’immondizia in un condominio della capitale. Parlava il russo imparato a scuola ma, coi suoi occhi allungati e la pelle ambrata, era “straniera” e dunque indesiderata per il gruppo di giovani skinhead che, venerdi notte, l’hanno uccisa brutalmente. Non è passata neppure una settimana da quando a Kitai Gorod, alle spalle del Cremlino, il 21enne Aleksei Krilov è stato colpito mentre faceva la fila per un concerto punk. Russo il nome, meridionali i tratti, ma soprattutto Aleksei era un “antifa”, militante dei gruppi antifascisti che protestano contro la xenofobia dilagante in Russia. L’attacco era stato concepito e pianificato sul forum web dei fan dello Spartak. Una “moda” crescente: darsi appuntamento su internet per la ‘caccia allo straniero’, e talvolta girare un video dell’aggressione da diffondere sempre per via elettronica.
È un fenomeno in preoccupante aumento, quello dei gruppi giovanili ultranazionalisti protagonisti di azioni violente contro i “chiorni”, immigrati di pelle scura quasi sempre musulmani dell’ex Urss, ma anche studenti africani, ebrei, omosessuali, giovani di estrema sinistra. Lo segnalano i rapporti del Sova Centre: 653 le aggressioni a sfondo razzista nel 2007, 73 le vittime. Nel 2006 erano 62. 40 attacchi nella sola Mosca dall’inizio di quest’anno, oltre 100 in tutta la Russia con 17 morti e 92 feriti. E sarebbero almeno 50mila gli aderenti a gruppi skinhead nella Federazione. Mosca, Pietroburgo dove qualche anno fa a morire fu una bambina tagika di nove anni, ma anche Urali (a Nizhni Novgorod fu presa di mira la sinagoga) e Siberia: a luglio scorso è assaltato un campeggio ecologista ad Angarsk, muore un giovane. Sempre piu impuniti: e quando arrivano in tribunale, vengono qualificati come semplici “atti di teppismo”.
Tra i gruppi più noti c’è l’“ufficiale” Movimento contro l’Immigrazione Illegale, più o meno tollerato dal Cremlino. L’Unione Popolo Russo riunisce monarchici e ultraortodossi. Hanno vera e propria ispirazione nazista l’Unione Slava e la Società Nazional Socialista (NSO) che ogni 20 aprile “festeggia” con raid violenti il compleanno di Hitler, e organizza campi di addestramento. A ottobre hanno sfilato a Mosca in 3mila nella Marcia Russa, tra saluti nazisti e grida “morte agli ebrei”.
Un fine settimana di sangue in Russia, che ha visto cadere anche Ilya Shurpaiev e Gadzhi Abashilov, due giornalisti daghestani uccisi a Mosca e Makachkala. Niente movente razzista, ma un segnale allarmante che la sicurezza nel paese non è precisamente sotto controllo.

Lucia Sgueglia

Messaggero




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23 marzo 2008
Attentati a Benito Mussolini
 

Dopo essere divenuto capo del governo, Benito Mussolini fu fatto oggetto di una serie di attentati. Già il giorno della «marcia su Roma» il 31 ottobre 1922 Mussolini rischiò di morire: mentre egli si trovava a Milano un euforico squadrista inciampò e fece partire un colpo di fucile che gli sfiorò un orecchio.

Il primo attentato fu ideato il 4 novembre 1925 dal deputato socialista e aderente alla massoneria Tito Zaniboni e dal Generale Capello, ma l'organizzazione segreta dell'OVRA [1] sventò tempestivamente la minaccia.

Il 7 aprile 1926 Violet Gibson, una donna anziana irlandese definita poi una squilibrata, esplose un colpo di pistola in direzione di Mussolini, mancandolo di poco. Un repentino balzo all'indietro salvò il duce dalla morte, lasciandolo con solo una lieve ferita al naso.

L'11 settembre 1926 l'anarchico Gino Lucetti lanciò un ordigno esplosivo contro l'auto del Primo Ministro. La bomba rimbalzò contro lo sportello della vettura e esplose in strada ferendo 8 persone.

La sera del 31 ottobre 1926, durante la commemorazione della marcia su Roma a Bologna, il quindicenne Anteo Zamboni spara, senza successo, un colpo di pistola verso il capo del governo, sfiorandone il petto. Additato dai gerarchi fascisti, fu linciato sul posto dalle camicie nere di Leandro Arpinati con numerose coltellate. Secondo alcune recenti ricostruzioni, l'attentato sarebbe stato in questo caso il risultato di una cospirazione maturata all'interno degli ambienti fascisti contrari alla «normalizzazione» inaugurata da Mussolini, contrario a ulteriori eccessi rivoluzionari e allo strapotere delle formazioni squadriste. Secondo tali ipotesi, il colpo di pistola non sarebbe provenuto da Anteo Zamboni, che sarebbe stato una vittima delle circostanze.

Mussolini evitò altri attentati: nel 1931 e nel 1932, rispettivamente dagli anarchici Michele Schirru e Angelo Pellegrino Sbardellotto, che furono condannati a morte per aver complottato contro il capo del governo.

 Azioni antifasciste

Gli attentati a Mussolini

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Michele Schirru

Le frange più radicali dell'antifascismo (da Gl agli anarchici) non escludevano tra i mezzi della lotta il tirannicidio. E inffatti Mussolini fu fatto oggetto di una serie di attentati. Il primo fu ideato (novembre 1925) dal socialista e massone Tino Zaniboni, ma le spie dell'O.V.R.A. (Opera di Vigilanza e di Repressione dell'Antifascismo) lo evitarono. Il 7 aprile 1926 un'anziana signora irlandese, Violet Gibson, sparò a M. durante una cerimonia al Campidoglio, ma il proiettile gli sfiorò appena il volto. L'11 settembre 1926 l'anarchico carrarino Gino Lucetti scagliò una bomba contro la macchina del duce  nei pressi di Porta Pia a Roma; l'ordigno scivolò sul tetto della vettura ed esplose a terra quando l'auto si era già portata a distanza di sicurezza, non provocando a Mussolini se non un bello spavento e ferendo lievemente soltanto un passante. Sempre in quell'anno, nell'ottobre, un altro attentato fu attribuito a un giovane (Anteo Zamboni) che avrebbe sparato, senza successo, sfiorando appena il bersaglio, e che fu subito dopo pugnalato a morte dai legionari fascisti.

 

I tentativi di attentato di Schirru e Sbardellotto

M. si salvò da altri due attentati progettati e non eseguiti per ingenuità o per mancanza di determinazione nel 1931 e nel 1932. In questi casi il Tribunale Speciale, servendosi delle leggi eccezionali introdotte dallo Stato fascista nel novembre del 1926 dopo "l'attentato Zamboni", che reintroducevano in Italia la pena di morte abrogata nel 1888, estendendola agli attentatori contro il capo del governo, e che equiparavano l'intenzione di commettere il reato al reato compiuto,  condannò a morte i "colpevoli" mediante fucilazione.

L’anarchico sardo Michele Schirru partito dall’America per attentare alla vita di Mussolini (proposito che non attua e probabilmente decide di non attuare più), venne arrestato il 3 febbraio del 1931 con una pistola e poi fucilato a Forte Braschi, a Roma, per avere progettato di uccidere il capo del governo.

Come ha osservato acutamente Giuliano Vassalli: "Nella sentenza di morte pronunciata contro Michele Schirru il 2 maggio 1931 si legge testualmente "Chi attenta alla vita del Duce attenta alla grandezza dell'Italia, attenta all'umanità, perchè il Duce appartiene all'umanità". Tra l'altro - come è noto - Schirru non aveva neanche attentato, ma aveva - forse - pensato di attentare. Ricordo che l'Osservatore Romano del 1° giugno 1931 comunicava in breve la notizia ai propri lettori che era stato condannato a morte e fucilato Michele Schirru, ritenuto colpevole di aver avuto "l'intenzione di uccidere il capo del governo". La polemica, anche se sottintesa, era più che evidente".

Un altro anarchico, Angelo Pellegrino Sbardellotto, giunto dal Belgio, venne arrestato il 4 giugno del 1932 con un passaporto falso, una pistola e un’ordigno e confessò di avere avuto l’intenzione di uccidere Mussolini. Viene condannato a morte e fucilato il 17 giugno, lo stesso giorno di Domenico Bovone, genovese emigrato in Francia che organizza alcuni attentati dinamitardi senza vittime, arrestato dopo che lo scoppio di materiale esplosivo uccide sua madre e lo ferisce.  

 Angelo Pellegrino Sbardellotto

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Quintogenito di undici figli, era nato il 1 agosto 1907 a Villa di Villa, frazione di Mel (BL), piccolo paese costruito su una collina posta sulla riva sinistra del Piave, tra Feltre e Belluno. Nei primi mesi del 1924, ancora minorenne, aveva seguito nell'emigrazione il padre, Luigi: prima in Francia, poi in Lussemburgo, infine in Belgio, lavorando come minatore e come operaio meccanico. È questo certamente il periodo in cui il suo antifascismo maturò nel senso di una entusiastica adesione all'ideale anarchico. Nel 1928 la madre, con l'ausilio della maestra, gli scrisse per convincerlo a tornare in Italia, dato che era arrivata la cartolina per la chiamata alle armi. Angelo rispose con una lettera assai polemica nei confronti dell'esercito e del fascismo, dichiarando la sua fede anarchica e affermando di volere sottrarsi alla coercizione militare. La madre, Giovanna, cattolica osservante e di mentalità tradizionalista, trasalì quando la maestra le lesse la risposta del figlio, e chiese consiglio al parroco del paese. Uno di questi due – il parroco o la maestra – pensò bene di segnalare alle autorità il contenuto della lettera: così si ricava da una informativa del 1929 spedita a Roma al casellario politico centrale dal prefetto di Belluno. Fu allora che Sbardellotto venne iscritto nel registro dei renitenti alla leva e nella Rubrica di Frontiera, schedato come anarchico, segnalato tra i 270 antifascisti italiani più pericolosi del Belgio e sottoposto a sorveglianza a Seraing, in provincia di Liegi (Belgio), dove risiedeva (in una pensione sita in Rue de Marai 91) e dove lavorava (nella miniera di carbone di Ougrer Marihai). Gli ambienti degli antifascisti italiani in esilio all'estero, dei "fuoriusciti", come venivano chiamati allora, pullulavano di spie, di confidenti della polizia politica fascista, di infiltrati: per gli anarchici, come per gli altri gruppi antifascisti, era difficile sottrarsi ai tentacoli dell'Ovra.

Rientrato in Italia, venne arrestato il 4 giugno del 1932 con un passaporto falso, una pistola e un’ordigno e confessò di avere avuto l’intenzione di uccidere Mussolini. Dopo la confessione o presunta tale si svolse una rapida istruttoria di due soli giorni (11-13 giugno 1932), condotta dal procuratore generale Vincenzo Balzamo. La mattina del 16 (dalle 9.00 alle 11.15) nella famosa aula della IV sezione del palazzo di giustizia di Roma, Sbardellotto venne rapidamente e sommariamente giudicato colpevole dei reati ascrittigli dal Tribunale Speciale presieduto da Guido Cristini e condannato a morte. Nelle ore successive alla lettura della sentenza egli evitò di presentare la domanda di grazia. "Ma che pentito e pentito, io rimpiango solo di non averlo ammazzato", pare abbia detto all'avvocato d'ufficio che lo aveva invitato ad elemosinare pietà al duce. All'alba del giorno seguente, alle ore 5.45 del 17 giugno, dopo aver rifiutato il prete, Sbardellotto fu fucilato a Forte Bretta da un drappello di militi capitanati da Armando Guia.


Storia del mancato attentato di Angelo Sbardellotto, l'anarchico veneto che dal Belgio scese tre volte in Italia con l'intenzione di uccidere Benito Mussolini

I fatti certi

Alle ore 15.30 del 4 giugno 1932 a Roma, nei pressi di Piazza Venezia, davanti al bar Mondiale, un individuo venne fermato per accertamenti dall'agente di polizia Paolo Ciancolini, affiancato subito dopo dal collega Anselmo Solfanelli. Il passaporto che il fermato consegnò loro era intestato ad Angelo Galvini, cittadinanza elvetica, residente a Bellinzona, di professione commerciante. Poiché l'individuo in questione risultò privo del documento di soggiorno, venne portato dai militi nel vicino Palazzo Buonaparte dove fu sottoposto ad una perquisizione, nella quale gli furono trovate nascoste una pistola (Mab 6.35) e due bombe: una fiaschetta d'acciaio con miccia contenente 80 grammi di cheddite, con un raggio d'azione di cinquanta metri, e un tubo di ferro piegato ad arco, anch'esso con miccia, contenente 400 grammi di dinamite, con un raggio d'azione di cento metri. Nelle tasche gli vennero inoltre trovate 385 lire, 100 marchi e una scatola di fiammiferi svedesi. Smascherato, l'individuo dichiarò le sue vere generalità ed intenzioni: si chiamava Angelo Pellegrino Sbardellotto, era italiano ed era giunto in Italia con l'intenzione di uccidere Mussolini. Tradotto immediatamente in questura, fu interrogato; due giorni più tardi scrisse il memoriale già ricordato, nel quale accusava come suoi complici: Vittorio Cantarelli, anarchico italiano residente a Bruxelles, al quale per primo avrebbe parlato dei suoi propositi tirannicidi e che avrebbe fatto da tramite per i successivi contatti; Emidio Recchioni, anarchico italiano residente a Londra - individuo che a Sbardellotto sarebbe stato presentato sotto lo pseudonimo di "Nemo" e il cui riconoscimento sarebbe avvenuto durante l'interrogatorio tramite foto -, il quale gli avrebbe dato i soldi necessari alle spese di viaggio e al suo mantenimento nei mesi precedenti l'arresto; un altro individuo di cui non conosceva il nome - individuato anch'egli più tardi tramite foto in Alberto Tarchiani, uno dei responsabili del movimento Giustizia e Libertà -, il quale lo avrebbe rifornito del passaporto falso e, per così dire, del nècessaire da viaggio.
Angelo Sbardellotto era già noto alla polizia fascista, e anche questo è un fatto certo. Quintogenito di undici figli, era nato il 1 agosto 1907 a Villa di Villa, frazione di Mel (BL), piccolo paese costruito su una collina posta sulla riva sinistra del Piave, tra Feltre e Belluno. Nei primi mesi del 1924, ancora minorenne, aveva seguito nell'emigrazione il padre, Luigi: prima in Francia, poi in Lussemburgo, infine in Belgio, lavorando come minatore e come operaio meccanico. È questo certamente il periodo in cui il suo antifascismo maturò nel senso di una entusiastica adesione all'ideale anarchico. Nel 1928 la madre, con l'ausilio della maestra, gli scrisse per convincerlo a tornare in Italia, dato che era arrivata la cartolina per la chiamata alle armi. Angelo rispose con una lettera assai polemica nei confronti dell'esercito e del fascismo, dichiarando la sua fede anarchica e affermando di volere sottrarsi alla coercizione militare. La madre, Giovanna, cattolica osservante e di mentalità tradizionalista, trasalì quando la maestra le lesse la risposta del figlio, e chiese consiglio al parroco del paese. Uno di questi due – il parroco o la maestra – pensò bene di segnalare alle autorità il contenuto della lettera: così si ricava da una informativa del 1929 spedita a Roma al casellario politico centrale dal prefetto di Belluno. Fu allora che Sbardellotto venne iscritto nel registro dei renitenti alla leva e nella Rubrica di Frontiera, schedato come anarchico (3), segnalato tra i 270 antifascisti italiani più pericolosi del Belgio e sottoposto a sorveglianza a Seraing, in provincia di Liegi (Belgio), dove risiedeva (in una pensione sita in Rue de Marai 91) e dove lavorava (nella miniera di carbone di Ougrer Marihai). Gli ambienti degli antifascisti italiani in esilio all'estero, dei "fuoriusciti", come venivano chiamati allora, pullulavano di spie, di confidenti della polizia politica fascista, di infiltrati: per gli anarchici, come per gli altri gruppi antifascisti, era difficile sottrarsi ai tentacoli dell'Ovra, come ha documentato recentemente lo storico Mimmo Franzinelli in una sua poderosa ricerca (4).
Dopo la confessione o presunta tale si svolse una rapida istruttoria di due soli giorni (11-13 giugno 1932), condotta dal procuratore generale Vincenzo Balzamo. La mattina del 16 (dalle 9.00 alle 11.15) nella famosa aula della IV sezione del palazzo di giustizia di Roma, Sbardellotto venne rapidamente e sommariamente giudicato colpevole dei reati ascrittigli dal Tribunale Speciale presieduto da Guido Cristini e condannato a morte. Nelle ore successive alla lettura della sentenza egli evitò di presentare la domanda di grazia. "Ma che pentito e pentito, io rimpiango solo di non averlo ammazzato", pare abbia detto all'avvocato d'ufficio che lo aveva invitato ad elemosinare pietà al duce. All'alba del giorno seguente, alle ore 5.45 del 17 giugno, dopo aver rifiutato il prete, Sbardellotto fu fucilato a Forte Bretta da un drappello di militi capitanati da Armando Giuia.


Angelo Sbardellotto

Testimonianze, ipotesi, ricordi

 Il punto più intricato di tutta questa vicenda è, come abbiamo già ricordato, la confessione di Sbardellotto. Anzitutto, non è chiaro il motivo che spinse l'anarchico veneto a rilasciarla. Magrì, ad esempio, che riporta correttamente diverse ipotesi, ritiene in ogni modo che tra di esse la più probabile sia quella di un crollo psicologico causato dal fallimento della missione (5). Di diverso avviso fu invece Aldo Garosci – la cui versione dei fatti è comunque intrisa di inesattezze –, che scrisse: "Sotto tortura, Sbardellotto raccontò, in parte, la storia di alcuni suoi tentativi" (6). Va rilevato che le due ipotesi non si escludono vicendevolmente; né ci è dato di sapere se la polizia fascista abbia fatto qualche promessa all'arrestato per indurlo a "cantare". In ogni caso, il rifiuto della grazia fu un atto di grande coraggio, tale da riscattare eventuali - e comunque umani e comprensibili - precedenti cedimenti. Per quanto riguarda la confessione, lo stato attuale delle conoscenze non consente di esprimere un giudizio certo; tuttavia, si possono fare alcune precisazioni e considerazioni. Da una parte, si può notare ad esempio come la versione di Sbardellotto sia molto particolareggiata, anche troppo precisa nelle date degli incontri con i presunti complici e di tutti gli spostamenti nei mesi precedenti l'arresto. L'anarchico veneto raccontò che quello nel quale era stato arrestato non era che l'ultimo di tre tentativi: per ben tre volte egli aveva varcato la frontiera ed era sceso sino a Roma nella speranza di sopprimere il tiranno.
Sostenne di aver confidato al compagno Vittorio Cantarelli (7) i suoi propositi tirannicidi in una riunione anarchica tenutasi a Bruxelles il 18 o il 19 marzo 1931 presso un albergo della Gran Palace, nella quale si era discusso della raccolta di fondi a favore di due anarchici italiani espulsi dal Belgio e delle iniziative per ricordare l'eroico sacrificio di Michele Schirru. Cantarelli, preso in parola il giovane, avrebbe fatto da tramite per il primo incontro di Sbardellotto con Emidio Recchioni (8), che l'anarchico veneto avrebbe conosciuto con lo pseudonimo da questi usato, "Nemo": l'incontro sarebbe avvenuto, sempre a Bruxelles, nel luglio del 1931. Una volta accertatosi dell'affidabilità della persona, "Nemo" avrebbe proposto a Sbardellotto, come data ideale per compiere l'attentato a Mussolini, il 28 ottobre, nono anniversario della marcia su Roma.
Il secondo incontro tra Sbardellotto e "Nemo" si sarebbe svolto invece a Parigi dal 21 al 24 ottobre. A questo appuntamento avrebbe presenziato anche un altro individuo, di età compresa tra i trenta e i trentacinque anni, stempiato, capelli brizzolati, miope, con occhiali a stanghetta. Dalla conversazione Sbardellotto avrebbe capito che l'individuo in questione aveva abitato a Roma, nei pressi di Piazza Navona, e che aveva svolto un mestiere che aveva a che vedere con la tipografia. Mentre "Nemo" gli avrebbe dato oltre 2000 franchi, lo sconosciuto lo avrebbe rifornito di passaporto falso, bombe, pistola e una valigetta. Durante i giorni di detenzione precedenti al processo, Sbardellotto riconobbe - o credette di riconoscere, o fu indotto a riconoscere - nella foto di Alberto Tarchiani (9) l'enigmatico personaggio.
Per motivi di spazio e anche per il fatto che si tratterebbe di ripetere cose già ricordate recentemente (10), non ripercorreremo qui per esteso gli spostamenti e gli incontri di Sbardellotto tra il 24 ottobre 1931 e il 4 giugno 1932 (giorno dell'arresto), così almeno come risulta dal suo memoriale. Ci basterà dire che i due tentativi precedenti a quello dell'arresto, sarebbero avvenuti a Roma rispettivamente il 28 ottobre 1931, in occasione dei festeggiamenti del nono anniversario della marcia su Roma, e il 1 aprile. In entrambe queste due occasioni, come nella terza - Sbardellotto aveva cercato di colpire anche il giorno precedente l'arresto - l'anarchico di Mel sostenne di non essere riuscito ad avvicinarsi al duce, a causa dell'imponente servizio di sicurezza, nei luoghi in cui Mussolini presenziava a manifestazioni e commemorazioni pubbliche; affermò, inoltre, che erano stati vani anche gli appostamenti più o meno casuali di fronte ai luoghi solitamente frequentati dal dittatore. Nei mesi a cavallo tra un tentativo e l'altro, disse di essersi frequentemente spostato tra diverse nazioni europee (Belgio, Lussemburgo, Olanda, Germania, Francia), per evitare di essere localizzato e sorvegliato dalla polizia. Asserì di essere stato quasi sempre ospitato da compagni: Enrico Zambonini e Hem Day a Bruxelles, Ernesto Bruna a Dusseldorf. Gli incontri con Tarchiani e Recchioni sarebbero avvenuti a Parigi nei giorni precedenti e seguenti ad ogni tentativo.
Nei giorni e nei mesi successivi al processo, il regime fascista cercò in ogni modo di infamare l'anziano anarchico marchigiano e il militante di Giustizia e Libertà, accusandoli di essere i mandanti di Sbardellotto, e, attraverso questa operazione, tentò di screditare tutta l'opposizione antifascista in esilio, accusandola di terrorismo. Entrambi gli interessati respinsero con decisione le accuse. Tarchiani inviò tra l'altro il 19 giugno del 1932 una lettera alla "Libertà" di Parigi, che era l'organo della Concentrazione antifascista (un raggruppamento che comprendeva i partiti "aventiniani" e la L.I.D.U., la Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo), nella quale asserì che Sbardellotto era stato imboccato ad arte dai suoi inquisitori: cosicché le "rivelazioni" dovevano essere ritenute nulla più che vaneggiamenti della polizia e delle magistratura fasciste (11). Tarchiani, nella missiva, sostenne in particolare di essere in grado di documentare ampiamente il fatto che nei giorni di uno dei supposti incontri con Sbardellotto egli si trovava in Germania (12). Nel dopoguerra, divenuto ambasciatore italiano negli Stati Uniti, l'ex membro di G.L. si guardò bene dal ritornare su una vicenda che certo non poteva giovare alla sua immagine: un passato di cospiratore, per di più dinamitardo, non è certo un curriculum ideale per un diplomatico. Recchioni, dal canto suo, non solo negò il fatto ma pure vinse una causa per diffamazione contro il "Daily Telegraph", che aveva sostenuto senza prove la tesi della sua responsabilità, ottenendo dal quotidiano inglese 1.177 sterline di risarcimento.
Le reticenze dei due erano in ogni caso obbligate: se innocenti, perché ingiustamente coinvolti in una vicenda che non li riguardava; se colpevoli, perché era loro diritto difendersi e soprattutto evitare di compromettere la lotta antifascista presente e futura.
In assenza di documenti che attestino con sicurezza le responsabilità nel tentativo tirannicida di Sbardellotto da parte di Recchioni e di Tarchiani, altro non si può fare se non capire, quantomeno, la verosimiglianza o meno dell'accusa mossa dall'anarchico veneto nel suo memoriale. Sotto questo profilo, servendosi di alcuni dati storici e di alcune recenti ricerche, si può senz'altro affermare che l'ipotesi di un coinvolgimento dei due ha quantomeno un saldo fondamento logico, storico e politico.
Emidio Recchioni, anarchico di vecchia data, già amico e collaboratore di Malatesta, morì in un ospedale di Neully, nei pressi di Parigi, nel 1934, in seguito all'ennesima operazione alla gola per un male di cui soffriva da tempo. Da sempre generoso finanziatore della stampa anarchica, dopo l'avvento del fascismo mise a disposizione del movimento libertario buona parte del discreto capitale che aveva accumulato in anni di attività commerciale, per azioni, diciamo così, più pratiche. In un suo necrologio apparso su l'"Almanacco Libertario", che si pubblicava a Ginevra, l'anonimo e commosso articolista scrisse: "Il fascismo lo ebbe sino all'ultimo avversario acerrimo ed attivo, tanto che all'occasione degli attentati di Schirru e di Sbardellotto contro il 'duce', il suo nome fu citato nella stampa ed al processo, ed il fascismo tentò di valersene per rovinare la sua situazione finanziaria. Chi scrive lo ricorda sempre ardente di fede e di passione rivoluzionaria, pronto ad ogni momento a suscitare e secondare le iniziative, specie sul terreno dell'azione ch'egli considerava come la cosa più urgente e più importante, nonostante le preoccupazioni non lievi che gli derivavano dalla sua azienda e dal suo male, e le cure ch'ei doveva alla sua famiglia che aveva particolarmente cara" (13).
Recchioni del resto, nei mesi successivi alle "rivelazioni" di Sbardellotto – che furono anche i suoi ultimi mesi di vita – si era preoccupato più di togliersi di dosso la nomea costruitagli dalla stampa fascista del mandante privo di scrupoli che aveva spedito allo sbaraglio un giovane incosciente piuttosto che di respingere l'accusa di aver aiutato l'anarchico di Mel. In un articolo firmato Nemo comparso su "L'Adunata dei Refrattari", il glorioso settimanale anarchico in lingua italiana di New York che cessò le pubblicazioni solo nel 1971, egli sottolineò giustamente che tra gli anarchici non può instaurarsi un rapporto del tipo mandante-sicario. Recchioni difese l'onore di Sbardellotto (e forse anche il suo) scrivendo che "la mala pianta del sicario non alligna in terreno anarchico"; Sbardellotto, "uomo di fede purissima ha pagato colla vita un'intenzione tanto più eroica in quanto poteva celarla" (14).
Recentemente, un articolo comparso sul settimanale "L'Espresso" si è occupato della figura di Recchioni, fornendo particolari inediti che confermerebbero la complicità nella vicenda Sbardellotto dell'anarchico romagnolo, naturalizzato inglese nel 1929 dopo l'avvento al potere del partito laburista. Nell'articolo in questione, si cita tra l'altro un rapporto dell'Home Office su Recchioni, stilato in seguito ad una indagine voluta dal ministro Sir Herbert Samuel, su pressione del ministero degli Affari Esteri italiano che chiedeva insistentemente l'estradizione dell'anarchico accusato da Sbardellotto: indagine ordinata proprio allo scopo di verificare se le date degli spostamenti a Parigi di Recchioni coincidessero con quelle dichiarate da Sbardellotto. Nel rapporto menzionato si può leggere il seguente passaggio: "Recchioni era in Francia nelle date menzionate da Sbardellotto. Dalla verifica delle date di viaggio sembra probabile che sia la persona che ha consegnato le bombe" (15). Dai documenti risulterebbe inoltre che il capo di Scotland Yard, Lord Trenchard, e lo stesso ministro Samuel, una volta scoppiata la causa tra Recchioni e il "Daily Telegraph", abbiano ordinato al colonnello Philips Carrè Carter, in servizio a Scotland Yard, l'agente che da anni sorvegliava Recchioni e che era stato chiamato a testimoniare dal quotidiano inglese, di non presentarsi in aula. Perché? È possibile che Recchioni, come sostiene Bernabei nell'articolo in base ad una esplicita lettera a riguardo dello stesso Trenchard, godesse di influenti amicizie nel partito laburista, forse di quella dello stesso primo ministro MacDonald. Se anche così fosse, nulla di male. Anzi. È una piccola consolazione, in questa storia di dolore, immaginare la rabbia provata dai vertici del regime fascista e dall'agente Carter, uno zelante funzionario che aveva tentato in tutti i modi di opporsi alla naturalizzazione di Recchioni, uno spione che probabilmente mandava all'Ovra rapporti confidenziali su Recchioni e sugli antifascisti italiani (16).
C'è un filo rosso e nero che lega, alla fine degli anni venti, Emidio Recchioni a Camillo Berneri e questi agli esponenti di punta di Giustizia e Libertà. Non è assurdo pensare che sia stato proprio Berneri il tramite per la collaborazione tra Recchioni e i membri di G.L.; una collaborazione che potrebbe benissimo essere proseguita nei mesi seguenti al complotto ordito ai danni di Berneri dall'infiltrato trentino Ermanno Menapace, a causa del quale l'anarchico di Lodi fu costretto a defilarsi momentaneamente dall'attività antifascista più militante ed anche in conseguenza del quale egli allentò i contatti con i membri di G.L. per qualche anno (17).
Nell'agosto del 1929, dopo una clamorosa fuga in motoscafo dal confino di Lipari organizzata dallo stesso Tarchiani la notte del 27 luglio, erano giunti a Parigi Carlo Rosselli ed Emilio Lussu. Fu questo un fatto decisivo per i successivi sviluppi della lotta antifascista degli esuli politici italiani. Occorre ricordare che, eccettuati gli anarchici e alcuni individui di area socialista, repubblicana e liberaldemocratica, le forze antifasciste erano contrarie alle azioni individuali, ai tentativi di uccidere Mussolini in Italia mediante missioni "suicide". Soprattutto nei primi mesi dopo la sua costituzione, invece, G.L., fondata quello stesso 1929 a Parigi, si caratterizzò, avvicinandosi in questo agli anarchici, per una propensione a lottare contro il fascismo anche tramite azioni "terroristiche", individuali o di gruppo. Così Aldo Garosci, uno degli attivisti del movimento, ricorda l'originale posizione del gruppo di Rosselli a cavallo degli anni trenta: "Dal 'partito d'azione', dagli anarchici e dai repubblicani, in forza della stessa posizione di rivolta, "G.L." eredita una propensione che è stata qualificata da altri come terroristica (e che forse gli stessi organizzatori del movimento credevano tale all'origine)" (18).
Berneri è tra i primi a rendersi conto dell'importanza, per la lotta antifascista, dell'arrivo a Parigi di Rosselli e Lussu, come dimostra un passaggio di una lettera spedita a Luigi Fabbri in Uruguay: "Tu sei troppo lontano per vedere la situazione di qui. Questa è migliorata, specie dopo la venuta di Rosselli e di Lussu" (19). Berneri conosceva i Rosselli sin dai tempi della sua frequentazione del Circolo di Studi Sociali, fondato a Firenze proprio dai fratelli socialisti sull'impulso di Gaetano Salvemini, loro comune maestro (era stato, tra l'altro, relatore di tesi dell'anarchico lodigiano). A Parigi, Berneri riallacciò i legami sia con Carlo Rosselli sia con Salvemini, che era stato tra i fondatori di G.L., sia con gli altri uomini di punta del movimento: per alcuni mesi essi progettarono insieme diversi attentati. Un "promemoria della polizia politica a sua eccellenza il capo del governo" del 6 dicembre 1929, frutto dell'azione spionistica di Menapace, informava minuziosamente Mussolini dell'attività antifascista di Berneri: in particolare, delle sue richieste di finanziamento a Recchioni e del progetto di un attentato alla Società delle Nazioni di Ginevra in collaborazione con altri anarchici e con Rosselli, Cianca e Tarchiani di G.L. (20).
Certo, l'uscita di scena momentanea di Berneri, nel gennaio del 1930, fu un grave colpo per questo sodalizio. Ed è pur vero che solo qualche mese più tardi, nell'autunno del 1931, G.L. aderì alla Concentrazione antifascista, fatto con il quale essa si allontanò da quegli anarchici che, come Berneri, erano disposti ad un'alleanza pratica e ad un confronto teorico con questo movimento; tuttavia G.L. rimase ancora per molti mesi favorevole alle azioni "terroristiche" e solo nell'estate del 1932, a causa del fallimento di alcune azioni e della dura repressione che aveva colpito i militanti del movimento in Italia, inizia per G.L. "un declino dell'attività ardita" (21).
È pertanto possibile che, anche dopo l'allontanamento di Berneri, deluso anche per le posizioni filoconcentrazioniste che G.L. stava sempre più assumendo, e fino almeno all'estate del 1932, membri del gruppo di Rosselli e alcuni anarchici abbiano collaborato per portare a termine "azioni ardite", tra cui il tentativo di Sbardellotto. In questo caso, è plausibile che Alberto Tarchiani, che insieme ad Emilio Lussu era tra i più convinti propugnatori di attentati a Mussolini, sia stato della partita, così come non è improbabile che lo stesso Lussu sia stato in qualche modo coinvolto nel tentativo di Michele Schirru (22). In una lettera scritta nel 1980, in un periodo in cui era venuta meno l'opportunità politica di un certo riserbo su questi fatti, lo stesso Aldo Garosci – che nella Vita di Carlo Rosselli, libro pubblicato all'indomani della Liberazione, quando i membri di G.L. si affacciavano sulla scena pubblica nazionale con grandi speranze politiche, aveva decisamente negato il coinvolgimento di Tarchiani nel tentativo di Sbardellotto – sottolineò un punto molto importante: "L'abbandono dei conati terroristici si ebbe definitivamente dopo il processo Bovone... meno, naturalmente, che per gli attentati a Mussolini, che continuarono a venir studiati dal futuro ambasciatore Tarchiani" (23).
Nell'opuscolo già ricordato fatto stampare da G.L. alla fine del 1932, Il Tribunale Speciale fascista, scritto da Gaetano Salvemini, pur prendendo le distanze dalle azioni individuali di "terrorismo" e pur negando responsabilità di G.L. nel caso Sbardellotto, si difese l'azione e il contegno di questi e di Michele Schirru, definendoli eroici (24).
Sul comportamento tenuto da Sbardellotto durante il processo in parte si è già accennato. Egli rifiutò di firmare la domanda di grazia, così come rifiutò l'assistenza religiosa prima di essere fucilato. Morì effettivamente eroicamente, come eroico e disperato fu il suo tentativo di liberare l'Italia dalla dittatura. Sulle ultime ore di Sbardellotto esiste anche una testimonianza diretta, quella del secondino che aveva sorvegliato il giovane anarchico nelle ore precedenti la fucilazione. La testimonianza fu raccolta da un giornalista de "Il Momento" e pubblicata nel quotidiano romano il 17 ottobre 1946. Ugo Fedeli, importante militante libertario e storico del movimento operaio, ne riportò ampi stralci in un suo studio sull'antifascismo anarchico pubblicato in parte solo recentemente nel "Bollettino Archivio Giuseppe Pinelli". Da tale racconto si ricava che Sbardellotto trascorse le ultime ore serenamente, rimpiangendo solo di non essere riuscito nell'intento di sopprimere il tiranno. Secondo la testimonianza, quando fu svegliato, alle quattro del mattino, per essere condotto di fronte al plotone di esecuzione, accese una sigaretta, si vestì lentamente, come se si preparasse per avviarsi al lavoro, ed uscì dalla cella. Prima di imboccare le ripide scalette, accese un'altra sigaretta, si soffermò sul cancello che immette alla rotonda, si volse indietro e con un largo gesto della mano abbracciò tutti i compagni di carcere che non avrebbe mai più visto: "Arrivederca tutti!" gridò. Ed uscì tra le guardie a testa alta. E prima che la raffica troncasse quella giovinezza offerta ad un ideale di libertà, gettò in faccia al mondo il suo grido di fede: "Viva l'anarchia" (25).
Nel ricordo del secondino c'è però ben di più che la descrizione del fermo contegno tenuto dall'anarchico di fronte alla morte. Sbardellotto avrebbe infatti confidato un particolare che non risulta né dagli atti processuali né dalle ricostruzioni della vicenda in riferimento al terzo e ultimo viaggio in Italia compiuto dall'anarchico di Mel per uccidere Mussolini. "Ero a Piazza dell'Esedra, sotto i portici. Lui passò a pochi metri da me", avrebbe detto Sbardellotto alla guardia. "Stavo per lanciare la bomba, calcolai la distanza, freddamente, ma all'ultimo momento un pensiero mi trattenne: lui era circondato da migliaia di persone e la bomba aveva un raggio d'azione di duecento metri, sarebbe stata una carneficina. Centinaia di innocenti avrebbero pagato per una colpa non loro. Lui doveva pagare, lui solo. Non lanciai la bomba, ma ormai era tutto finito" (26). Secondo la versione "ufficiale" Sbardellotto non sarebbe riuscito ad avvicinarsi a Mussolini in nessuno dei tre tentativi da lui compiuti per uccidere il dittatore. Nella conversazione con il secondino l'anarchico di Mel avrebbe invece sostenuto proprio il contrario, e cioè di essere riuscito ad avvicinare il "duce" tanto da averlo a portata di tiro, ma di aver scelto di non lanciare le bombe per non causare una strage.
È possibile che il secondino abbia romanzato il suo racconto, o che se lo sia addirittura inventato di sana pianta? È possibile che a romanzare la storia sia stato lo stesso Sbardellotto, per rendere più umana la sua immagine agli occhi dei posteri, un'immagine che il regime, attraverso i suoi esponenti e i suoi organi propagandistici, presentava fin dal giorno successivo al suo arresto come quella di un mostro? E perché, qualora questa testimonianza sia veritiera, l'anarchico non decise di usare, al posto delle bombe, la pistola che pure aveva con sé?
Improbabile che, a distanza di tanti anni, si possa sciogliere questo ulteriore dubbio. Certo è che Sbardellotto doveva essere ben cosciente del fatto che difficilmente, per usare un eufemismo, avrebbe potuto incontrare Mussolini a tu per tu, in una piazza e in una strada deserte. Tuttavia, egli potrebbe anche essere stato assalito, proprio all'ultimo momento, da un dubbio paralizzante di fronte alla possibilità di causare una strage: pensiero che, pur con tutto l'amore possibile nei confronti della libertà e con tutto l'odio immaginabile nei confronti della tirannia, non ci sentiremmo di biasimare. Le vittime innocenti sarebbero state certe, la fine del regime liberticida molto meno, e operare un male certo in virtù di un bene solo probabile, è scelta etica - e politica - quantomeno drammatica. Comunque sia, la parabola umana e politica di Angelo Sbardellotto è destinata a rimanere per molti aspetti non del tutto chiara. I testimoni dell'epoca sono tutti morti, e nessuno ha più voglia di ricordare un evento che sembra accaduto secoli fa. Se Magrì non avesse rispolverato questa vicenda, nessuno, nemmeno al suo paese, avrebbe più parlato della storia di Sbardellotto.
Sono andato a Mel, una calda mattina della scorsa estate, per incontrare uno dei fratelli più giovani di Angelo, che è ancora vivo e che abita nella casa di riposo del paese. Ultraottantenne, convive con i problemi di salute caratteristici dell'età avanzata. La sua memoria, comprensibilmente, non è più quella di un tempo: certi avvenimenti, però, non si cancellano mai. È stato molto gentile e disponibile, nonostante si capisca che non ha molta voglia di ritornare con la memoria ad una vicenda che l'ha coinvolto e segnato così profondamente suo malgrado. Mi ha raccontato più o meno le stesse cose che ha detto a Magrì e che sono riportate nel libro del giornalista.
Del fratello ha un ricordo legato all'infanzia: quando Angelo, nel 1924, emigrò in Francia, lui era ancora un bambino. "Dormivamo nella camera assieme. Ricordo che Angelo era un ragazzo molto vivace. Con la mamma andava poco d'accordo perché la mamma era bigotta". Gli chiedo se Angelo avesse già una coscienza politica prima di andare all'estero: "Aveva simpatie per il socialismo. Rimase assai scosso quando il 1 maggio del 1922 il socialista Edoardo Mattia fu ucciso nel paese dai fascisti a casa sua, mentre mangiava". Pochi mesi dopo, non per ragioni politiche, bensì, com'era più comune, per sopravvivenza, Angelo emigrò in Francia. Olivo ricorda il dolore della madre nel leggere la lettera che Angelo le scrisse nel '28, per annunciarle il suo rifiuto di tornare in Italia a svolgere il servizio militare. Ha scritto una lettera piena di malegrazie, "non voglio avere nulla a che fare con questa patria scalcinona", tutto un lavoro così; ha scritto che lui aveva un'altra patria e un altro dio da seguire, santi e preti, frati e monache imboscati viva l'anarchia. La mamma è rimasta male, è andata a confidarsi dal prete che le ha detto: "Guardi di non distruggerla, la nasconda, la cucia in qualche cuscino perché non si sa mai".
Proseguendo nei ricordi, la sua voce si incrina quando descrive l'interrogatorio subìto dalla polizia poche ore dopo l'arresto di Angelo a Roma. Olivo fu prelevato dalla sua casa a Mel assieme ai genitori e interrogato su eventuali complicità della famiglia. "Noi non sapevamo niente. Mi hanno interrogato, me ne hanno fatte di tutti i colori. Quella notte me ne hanno dato un pesto, per farmi parlare". Mi mostra la cicatrice che porta ancora come perenne ricordo di quelle mani gentili. "Mi hanno riempito di ceffoni. Il giorno dopo lo stesso. Loro avevano sospettato che io fossi in collegamento con la Francia e l'Inghilterra". Arguzie poliziesche. Naturalmente, Olivo e la sua famiglia furono subito liberati e scagionati, ma nel paese si creò un vero e proprio cordone sanitario intorno alla famiglia del "terrorista". Fortunatamente, i fascisti locali non andarono oltre le minacce.
Qualche anno dopo, forse per lavarsi la coscienza, Mussolini convocò a Roma proprio Olivo. Questi fu protagonista di un "epico" incontro con il "duce", che lo beneficiò di una sconcertante parabola contadina fascisticamente corretta. Olivo ricorda con ironia l'episodio. "Sono venuti a prendermi. Mi hanno detto che bisognava fare un viaggio a Roma. 'Il Duce vuole conoscerlo', si è limitato a dirmi il fascista che mi ha accompagnato in treno nella capitale. Alla stazione c'era una macchina che aspettava e che ci ha portati subito a Palazzo Venezia. 'Questo giovane va vestito con la divisa da caposquadra dell'avanguardismo: ordine del duce!', ha affermato il funzionario appena arrivati. Una volta vestito, mi hanno accompagnato nel salone. 'Duce, c'è il giovane Olivo Sbardellotto', ha esclamato l'accompagnatore, che poi si è immediatamente ritirato. Lui non ha neanche alzato la testa, continuava a scrivere. Sono passati alcuni minuti di silenzio, poi si è alzato. Incontrandolo nello sguardo, sa, mi è arrivato un po' di batticuore. 'Come va?', mi ha chiesto. 'Bene, Eccellenza'. 'Desideravo conoscerti perché voglio che tu diventi un buon fascista. Quello che è successo doveva succedere, perché anche nella pianta, quando non dà frutto, potano il ramo, per farla produrre di più: così siamo noi. E auguri di andare sempre bene'. Ha battuto il maglio sul tavolo e mi hanno portato via".
Olivo rammenta con amarezza che la benedizione del duce non gli servì proprio a nulla negli anni del regime: l'essere il fratello di quel disgraziato che aveva cercato di ucciderlo continuò ad essergli di ostacolo nelle relazioni sociali e soprattutto nella professione. Come milioni di altri suoi concittadini, Olivo, durante la dittatura di Mussolini, è stato obbligato ad essere fascista; ma in cuor suo, mi dice, fascista non è mai stato. "Non ho mai avuto nessun disprezzo del fratello", sostiene, tant'è vero che dopo l'arresto e la fucilazione di Angelo si è opposto all'idea di cambiare nome come suggeritogli da uno zio con la camicia nera. Gli domando cosa ne pensa delle idee del fratello. "A me è dispiaciuto più che altro dello screzio tra Angelo e la mamma. Non avrebbe dovuto scrivere lettere così offensive. Per il resto, ognuno ha le sue idee. Angelo aveva le sue, non me la sento di giudicarle. Ognuno va al mulino con il suo sacco": espressione che, pronunciata da un figlio di mugnaio, suona assai calzante. Olivo comunque, non ha mai approfondito le idee del fratello; non è mai stato anarchico e sottolinea che non vuole che questa storia venga usata dagli anarchici a fini propagandistici: "Non ci tengo a che gli anarchici sbandierino il nome".
A parte Olivo, di questa storia a Mel pare non sapere nulla quasi nessuno. Il regime aveva fatto tutto quanto era in suo potere per cancellare la memoria di questo ragazzo ribelle; alla famiglia Sbardellotto fu sequestrato tutto ciò che aveva a che fare con Angelo: le lettere, le foto. Tutto. Al resto hanno pensato, nel dopoguerra, il conformismo, la paura, l'indifferenza. Il tempo un gran galantuomo? La realtà è che Angelo Sbardellotto è stato semplicemente cancellato, rimosso. "Prima che uscisse il libro di Magrì non sapevamo quasi nulla", mi dice Gianni Sbardellotto, un parente alla lontana di Angelo, che gestisce una cartoleria. Mi indirizza da Giovanni Sartori, che abita lì vicino. È la memoria storica vivente del paese, un erudito cultore delle tradizioni locali (ha scritto un bel libro sulla storia di Mel). Sartori è un personaggio in vista nel paese, sia per le sue ricerche sia per i suoi trascorsi politici (è stato anche sindaco in una giunta democristiana negli anni '60). "Su quel periodo bisognerebbe mettere una bella pietra sopra e di questa vicenda in particolare sarebbe meglio non occuparsi", sostiene, forse per scoraggiarmi. Troppi, mi dice, sono stati gli odi e le vendette, da una parte e dall'altra, negli anni del fascismo e in quelli della resistenza. A che serve rivangare il passato? "Angelo è andato via troppo giovane, per il Comune e per la gente è come se non fosse mai esistito", mi risponde quando gli dico che a mio modesto parere è vergognoso che ad Angelo Sbardellotto non sia intitolata nemmeno una via. Della vicenda l'ex sindaco ha una sua idea, che probabilmente coincide con la spiegazione che in paese si sono fatti della storia. Una versione a mio avviso semplicistica che, sia detto senza nessuna volontà offensiva, mi ricorda la storiella della mamma che raccomanda al figlio di non accettare le caramelle dagli sconosciuti: la famiglia di Angelo era molto cattolica; quando Angelo è emigrato in Francia era un ragazzo ingenuo; lì ha cominciato a frequentare cattive compagnie, che l'hanno mal indirizzato.
Chissà se a Mel gli abitanti, o almeno i discendenti della famiglia Sbardellotto, vorranno recuperare la memoria storica e ricordare questo loro avo che per ben tre volte, sfidando le leggi di uno Stato totalitario, tornò dal Belgio, dove era stato spinto dalla fame, per cercare di restituire al popolo la libertà che aveva perduto: quella libertà che gli italiani, in generale, non si dimostravano allora tanto bramosi di riconquistare, come oggi non appaiono, evitando di ricordare chi per essa ha sacrificato la vita, così desiderosi di onorare



tratto da rivista Anarchica Online




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23 marzo 2008
Danilo Carnicci
 Danilo Carnicci



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