.
Annunci online

AntifascismoResistenza
24 marzo 2008
P2 (Loggia Propaganda Due)


 Che cos'è

La data di fondazione della loggia massonica Propaganda Due si perde nel tempo, come spesso accade per simili consorterie. E' noto, comunque, che era un antico sodalizio che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi, fin da quando, nel secolo scorso, la massoneria, aveva avuto un ruolo centrale nelle vicende italiane. Dopo la seconda guerra mondiale era stata riorganizzata anche la loggia P2, con l'aiuto della massoneria USA, trasferendovi i massoni più in vista o che dovevano restare "coperti". Nel Dicembre 1965 il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli presenta l'apprendista Licio Gelli al Gran Maestro Gamberini, il quale lo eleva immediatamente di grado nella gerarchia massonica e lo inserisce nella loggia P2. Nel 1969 Ascarelli e Gamberini affidano a Gelli un non meglio precisato incarico speciale nella loggia. Nel 1971 Gelli diviene segretario organizzativo e ha il totale controllo della loggia. Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si sono iscritti, tra questi il generale Allavena che porterà in dote le copie dei fascicoli delle schedature del SIFAR. Nel '69 capi massonici diranno che grazie a Gelli 400 alti ufficiali dell'esercito sono stati iniziati alla massoneria al fine di predisporre un "governo di colonnelli", sempre preferibile ad un governo comunista. Nel 1972 il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia in "Raggruppamento Gelli-P2" accentuandone le caratteristiche di segretezza evitando qualsiasi tipo di controllo. Nel 1973 la loggia segreta "Giustizia e Libertà" si fonde con la P2. Alla Gran Loggia di Napoli del Dicembre 1974, qualcosa di simile a un conclave massonico alcuni tentarono di sciogliere la P2 e di abrogarne i regolamenti particolari, ma senza successo, Gelli aveva acquisito troppo potere nel frattempo. Lino Salvini, maestro del Grande Oriente d'Italia, quindi, nonostante non vedesse di buon occhio tanto potere concentrato in quella loggia, il 12 Maggio 1975 decretò ufficialmente la ricostituzione della loggia P2 elevando Gelli al grado di maestro venerabile. La loggia P2 valicherà presto i confini nazionali e conterà affiliati in diversi paesi dove non si limiterà a fare proselitismo, ma parteciperà, nei modi che la caratterizzano alla vita politica, economica e finanziaria di tali paesi. In Argentina, per esempio favorirà il golpe militare, per poi perorare la causa del ritorno di Peron, così come risulterà implicata nello scoppio del conflitto delle isole Malvinas. La loggia P2 risulterà attiva in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e non ultima in Romania, dove Gelli avrà importanti rapporti con il regime "socialista" di Ceausescu, nonostante l'anticomunismo viscerale di tutti gli aderenti alla P2. Evidentemente a Ceausescu non era rimasto niente di comunista e Gelli lo sapeva. Analizzare gli intrighi, la partecipazione a tentativi di colpo di stato o a colpi di stato riusciti, a stragi, attentati, omicidi, depistamenti, operazioni finanziarie sporche e' praticamente impossibile. Basti pensare che dopo il ritrovamento di una parte dei documenti relativi alle attività della loggia ad Arezzo il 17 Marzo 1981 e di altri a Montevideo in Uruguay e' stata costituita una commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Tina Anselmi, i cui atti sono raccolti in 76 volumi di dimensioni consistenti e che la documentazione raccolta occupa diverse scaffalature anch'esse di dimensioni consistenti. Semplicemente ci limiteremo a dare un parziale elenco delle vicende in cui la P2 e' implicata. Anche l'elenco degli iscritti che forniamo e' parziale, purtroppo però è l'unico conosciuto, si calcola comunque che gli iscritti alla loggia fossero 2500/3000 e non 963 come risulta dalle liste sequestrate ad Arezzo.

Il 10 Dicembre 1981 il Parlamento ha ufficialmente sciolto la P2. Si tratta però solo di un atto formale, in realtà Gelli, nonostante i molti anni di carcere a cui e' stato condannato, e' ancora a piede libero e ha a disposizione un'enorme patrimonio per continuare a tessere i suoi intrighi. Il "piano di rinascita democratica" sequestrato a Maria Grazia Gelli nel Luglio 1982, che rappresenta la "carta programmatica per l'Italia" della P2, e' divenuto il programma di Silvio Berlusconi, in gran parte attuato. Ma ciò che più preoccupa e' che non può essere un semplice decreto a sciogliere un simile agglomerato di "veri criminali". Finché esisteranno enormi gruppi finanziari, potentati economici, multinazionali che dominano i popoli, continueranno ad esistere cosche mafiose e massoniche come la P2. Del resto, come anche attraverso questo lavoro abbiamo cercato di spiegare la P2 travalica i confini nazionali anche formalmente, Gelli nella Primavera del 1975 ha fondato a Montecarlo l'OMPAM che nessuno si sogna di sciogliere. L'unica cosa che ci rimane da fare e' combattere simili accozzaglie di moderni fascisti con ogni mezzo necessario.

Storia ed Origini della LOGGIA MASSONICA P2

La data di fondazione della loggia massonica Propaganda Due si perde nel tempo, come spesso accade per simili consorterie. E' noto, comunque, che era un antico sodalizio che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi, fin da quando, nel secolo scorso, la massoneria, aveva avuto un ruolo centrale nelle vicende italiane.

Nell'800 la Massoneria diviene terreno d'elezione per le intese politiche fra esponenti di regioni lontane e annovera nelle sue logge Lanza e Cairoli, Depretis e Zanardelli, Crispi e Di Rudinì. Adriano Lemmi, banchiere livornese geniale e spregiudicato, grande regista dell'intrallazzo, iscritto alla Massoneria dal 1875, fu il primo a intuire l'importanza di avere a propria disposizione una loggia "coperta" per manovrare la finanza pubblica stando dietro il palcoscenico. Il suo programma massonico era semplice: via dalle logge i poveracci e i pensatori, l'obiettivo deve essere conquistare il potere: "Chi è al governo degli Stati o è nostro fratello o deve perdere il posto". La stessa filosofia che un secolo più tardi avrebbe ispirato il "fratello" Licio Gelli.

Sotto la guida di Lemmi, la Massoneria visse la sua età dell'oro: i parlamentari iscritti alle logge giunsero a essere trecento. Di fronte a questo straordinario successo, Lemmi ebbe l'idea vincente: riunire la crema della Massoneria nella loggia Propaganda 2 (a Torino esisteva già un'antichissima loggia Propaganda) e mettervisi a capo, garantendo adeguata "copertura" ai fratelli che svolgevano certe attività o ricoprivano ruoli pubblici nel mondo "profano", salvaguardando cioè‚ i fratelli "importanti" dalle curiosità dei tanti e da quelli che venivano definiti i "fratelli arrampicatori". I "fratelloni" erano esonerati dal frequentare i normali lavori di loggia e i loro nominativi non apparivano in alcun elenco ufficiale, ma erano "fratelli all'orecchio", noti soltanto al Gran Maestro il quale, al termine del proprio mandato, li comunicava oralmente "all'orecchio" del suo successore. Ma quando i fratelli così affiliati divennero tanto numerosi da non poter essere tutti ritenuti a mente, nacque l'esigenza di dar vita alla loggia Propaganda.

Anche quella P2, però, finì male, travolta dallo scandalo della Banca romana che coinvolse politici, banchieri e militari iscritti alla loggia "coperta" di Lemmi, con conseguente fuggi fuggi tragicomico di tanti fratelli pentiti. Dopo il ventennio mussoliniano, dal quale la Massoneria uscì come da un incubo, a causa delle persecuzioni del regime che ne aveva dichiarato l'incompatibilità con l'essere fascista, tornano a farsi spazio coloro che considerano la Massoneria un luogo d'incontro per affari di varia natura, meno interessati quindi alla speculazione sulla fedeltà alla tradizione massonica o ai rapporti con il cattolicesimo, causa della grande spaccatura tra clericali e anticlericali.

Dopo la seconda guerra mondiale era stata riorganizzata anche la loggia P2, con l'aiuto della massoneria USA, trasferendovi i massoni più in vista o che dovevano restare "coperti".

Nel Dicembre 1965 il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli presenta l'apprendista Licio Gelli al Gran Maestro Gamberini, il quale lo eleva immediatamente di grado nella gerarchia massonica e lo inserisce nella loggia P2. Nel 1969 Ascarelli e Gamberini affidano a Gelli un non meglio precisato incarico speciale nella loggia.

Nel '69 capi massonici diranno che grazie a Gelli 400 alti ufficiali dell'esercito sono stati iniziati alla massoneria al fine di predisporre un "governo di colonnelli", sempre preferibile ad un governo comunista.


L'attività della P2 negli anni '70 era frenetica.


C'era la pratica costante della raccomandazione e c'erano gli affari, e gli affari intrecciati col potere che lo alimentavano. Degli affari citiamo i più noti: l' Eni-Petronim, il banco Ambrosiano, il crak della Banca Privata di Sindona, la scalata al "Corriere della Sera", tutti collegati a scandali e cadaveri come quello di Calvi, penzolante sotto un ponte di Londra o quello di Ambrosoli, liquidatore della banca Privata di Michele Sindona.

A volte gli uomini della P2 si servirono delle organizzazioni criminali: mafia, camorra, 'ndrangheta. Collegamenti accertati dalle inchieste giudiziarie sul finto rapimento di Sindona, sul caso Cirillo, sulla strage del rapido 904, sull'omicidio di Roberto Calvi. I nomi degli iscritti alla P2 ritornano con ossessiva puntualità in tutte le indagini sui misteri d'Italia.

Nel 1971 Gelli diviene segretario organizzativo e ha il totale controllo della loggia. Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si sono iscritti, tra questi il generale Allavena che porterà in dote le copie dei fascicoli delle schedature del SIFAR.

Nel 1972 il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia in "Raggruppamento Gelli-P2" accentuandone le caratteristiche di segretezza evitando qualsiasi tipo di controllo.

Nel 1973 la loggia segreta "Giustizia e Libertà" si fonde con la P2. Alla Gran Loggia di Napoli del Dicembre 1974, qualcosa di simile a un conclave massonico alcuni tentarono di sciogliere la P2 e di abrogarne i regolamenti particolari, ma senza successo, Gelli aveva acquisito troppo potere nel frattempo. Lino Salvini, maestro del Grande Oriente d'Italia, quindi, nonostante non vedesse di buon occhio tanto potere concentrato in quella loggia, il 12 Maggio 1975 decretò ufficialmente la ricostituzione della loggia P2 elevando Gelli al grado di maestro venerabile.

Nella primavera del 1975, Licio Gelli fonda l'Organizzazione Mondiale del Pensiero e dell'Assistenza Massonica (OMPAM) , una superloggia internazionale con sede a Montecarlo (a tutt'oggi sembra che sia ancora attiva). Al congresso mondiale dell'OMPAM , che si svolge a Rio De Janeiro , nel discorso inaugurale Gelli afferma "...Considero superfluo ricordare a tutte le potenze occidentali che oggi il vero e grande pericolo per l'umanita' e' rappresentato dalla penetrazione del comunismo che sta abbattendo le piu' sacre ed inalienabili liberta' umane.




Guerra Interna nella Massoneria
Salvini contro Licio Gelli

Il lungo periodo di gran maestranza del Salvini venne, fin quasi dal suo inizio, dalla questione della loggia P2 e dalla presenza, alla testa di questa, di Licio Gelli.

Poco dopo la propria elezione, infatti, il 19 giugno 1970 Lino Salvini aveva delegato il Gelli a rappresentarlo presso gli iscritti alla loggia Propaganda 2 con il titolo, affatto inedito in massoneria, di “segretario organizzativo”.

Nel gennaio 1975, resosi conto dell’errore commesso e dei rischi cui la crescente intraprendenza del Gelli esponeva l’intero G.O.I., il Salvini decideva che da quel momento la loggia P2 sarebbe stata una normale loggia non “coperta” ed esonerava il Gelli dalle funzioni di “segretario organizzativo”.

Il Gelli non gradì l’“esonero” e, in occasione dell’assemblea Gran Loggia del marzo 1975, organizzò una controffensiva, facendo circolare documenti su presunte malversazioni finanziarie commesse dal gran maestro, il quale accusò il colpo e fece drasticamente marcia indietro: con decreto del 12 maggio 1975 il Salvini ufficializzava l’esistenza di una “regolare” loggia Propaganda n. 2, non “coperta” e costituita da poche decine di affiliati. Ne divenne maestro venerabile lo stesso Gelli, mentre proseguiva non ufficialmente l’esistenza di una loggia segreta P2, con a capo ovviamente ancora il Gelli. Il meccanismo si perfezionò l’anno seguente, quando la P2 “regolare” venne sospesa, inaugurando un regime di doppia verità: ufficialmente i lavori della loggia Propaganda n. 2 erano sospesi, benché in realtà la stessa loggia, nella sua versione “segreta”, non soltanto continuasse ad esistere, ormai al di fuori di ogni controllo da parte del gran maestro e del G.O.I., ma proliferasse ben oltre ogni precedente storico fino ad assumere dimensioni abnormi, reclutando in tutta Italia ed al di fuori di qualsiasi regola tradizionale. Con l’infoltimento delle fila della P2 e con l’affiliazione di personalità sempre più “importanti” nei suoi elenchi, noti soltanto al Gelli, il prestigio di quest’ultimo si accrebbe a dismisura dentro e fuori la massoneria, fino a farne una sorta di gran maestro occulto, in alternativa al gran maestro effettivo, e tanto da lasciar ipotizzare un rapporto diarchico tra il Salvini ed il Gelli.

A sua volta, l’unificazione con il “gruppo” Bellantonio fu di breve durata. Infatti nel settembre del 1975 Francesco Bellantonio venne espulso dal G.O.I. e rifondò, con una parte dei suoi seguaci, un’ennesima G. L. “di piazza del Gesù”. Gli stessi rapporti con le Grandi Logge statunitensi, tradizionale punto di forza nella “politica estera” del G.O.I., vennero messi in crisi dalla crescente diffusione in Italia, consentita e/o voluta dal Salvini, divenuto sinceramente e acriticamente anglofilo dopo il ricordato “riconoscimento”, del sistema dell’Arco Reale inglese, in concorrenza con il già presente Arco Reale americano, a sua volta collegato con l’organizzazione internazionale di questo sistema rituale “ad alti gradi”: furono necessari chiarimenti ed intermediazioni per evitare che si arrivasse ad una rottura con le Grandi Logge americane.

Costretto a dimissioni anticipate rispetto alla scadenza del proprio mandato, a causa di pressioni esercitate dalle Grandi Logge statunitensi, che minacciavano il disconoscimento, Lino Salvini si rassegnò a cedere il maglietto di gran maestro (rimase effettivamente in carica fino al 18 novembre 1978, dopo le dimissioni annunciate nell’assemblea di Gran Loggia del 18-19 marzo 1978). Al suo posto venne eletto Ennio Battelli.

L’elezione del nuovo gran maestro non segnò alcuna visibile rottura con la precedente gestione. Giordano Gamberini continuò a dirigere la Rivista Massonica (che dal febbraio 1980 cambiò formato e denominazione, mutata in Hiram), nonché ad assistere il Gelli nelle ammissioni alla P2. In particolare il Battelli continuò a mantenere un abbastanza regolare rapporto con Licio Gelli, cui, come per il passato, continuava ad essere demandata in totale autonomia la conduzione della P2, che anzi in quegli anni vide un’espansione senza precedenti, con numerose affiliazioni di importanti personaggi del mondo politico, burocratico, bancario, militare, editoriale ed industriale.

Nel 1980 il Gelli, al culmine del suo potere, rilasciò al giornalista Maurizio Costanzo, affiliato alla P2, un’intervista, pubblicata sul quotidiano Il Corriere della Sera del 5 ottobre, nella quale vantava in modo esplicito la propria influenza e le proprie “entrature” ai massimi livelli politici del Paese, suscitando accesissime polemiche su tutta la stampa.

Il 17 marzo 1981 la guardia di finanza, per ordine dei magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone, effettuò una perquisizione a Castiglion Fibocchi, dove sequestrò documenti appartenenti a Licio Gelli, tra i quali un elenco di 953 nominativi appartenenti alla “loggia” P2: vi figuravano quarantaquattro parlamentari, tre ministri, un segretario di partito, i capi dei servizi segreti, dodici generali dei carabinieri, cinque generali della guardia di finanza, ventidue generali dell’esercito, quattro dell’aeronautica, otto ammiragli, una folla di magistrati, prefetti, questori, banchieri, grandi uomini di affari, giornalisti, editori, ambasciatori, alti funzionari pubblici, etc. Lo scandalo fu enorme. Cadde lo stesso governo in carica nel Paese e fu istituita una commissione parlamentare di inchiesta, mentre il nuovo governo Spadolini provvedeva ad elaborare un testo normativo, che si sarebbe concretizzato nella legge 25 gennaio 1982, n. 17.

La difesa del G.O.I. e del suo gran maestro Battelli fu assai debole, né altrimenti sarebbe stato possibile, in quanto era emerso che le attività semi clandestine del Gelli si erano svolte all’insaputa della Comunione ma non della ristretta cerchia di governo dell’Ordine. Con sentenza del 31 ottobre 1981 la corte centrale del G.O.I., presieduta da Armando Corona, decretò l’espulsione del Gelli dall’Ordine.

La loggia P2 valicherà presto i confini nazionali e conterà affiliati in diversi paesi dove non si limiterà a fare proselitismo, ma parteciperà, nei modi che la caratterizzano alla vita politica, economica e finanziaria di tali paesi. In Argentina, per esempio favorirà il golpe militare, per poi perorare la causa del ritorno di Peron, così come risulterà implicata nello scoppio del conflitto delle isole Malvinas.

La loggia P2 risulterà attiva in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e non ultima in Romania, dove Gelli avrà importanti rapporti con il regime "socialista" di Ceausescu, nonostante l'anticomunismo viscerale di tutti gli aderenti alla P2.



17 marzo 1981- La villa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi in provincia di Arezzo è stata perquisita dai carabinieri per ordine dei magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone. Sembra che si sia trovata, fra l'altro, una lista di 962 iscritti alla loggia, denominata P2, di cui Licio Gelli è "maestro venerabile" (Comunic. Ansa del 17 marzo 1981, ore 12,18)

I giudici milanesi Turone e Colombo arrivarono alla scoperta degli archivi di Gelli indagando sul finto rapimento e il soggiorno in Sicilia del bancarottiere Michele Sindona. Dovettero muoversi autonomamente con l'appoggio di pochi fidati e segretamente, omettendo di avvertire i loro stessi vertici, in quanto la P2 contemplava nei suoi ranghi quasi la totalità delle più alte cariche dello Stato.

6 MAGGIO 1981 - Roma - La sede della massoneria italiana a Palazzo Giustiniani è stata perquisita per ordine della magistratura romana. L'operazione è stata compiuta dai carabinieri, che per tutta la notte scorsa, sotto la direzione del sostituto procuratore DOMENICO SICA, hanno esaminato numerosi carteggi e il contenuto di tutti gli archivi". ( Ib. ore 13,27).

Al centro dell'inchiesta c'è l'attività della Loggia P2, il cui capo è LICIO GELLI. Il suo nome è balzato più colte in questi ultimi tempi alla ribalta della cronaca. Ciò ha indotto il procuratore Achille Gallucci ad ordinare l'apertura di un'inchiesta che comunque non interferirà sui procedimenti che su Gelli sono in corso da tempo in altre città italiane. La procura vuole accertare la fondatezza delle numerose accuse che in questi ultimi tempi sono state rivolte da quotidiani e settimanali alla Loggia P2, della quale farebbero parte personaggi di primo piano della vita nazionale" ( Ib. ore 16,30).

21 MAGGIO 1981 - ROMA - L'ufficio stampa della presidenza del consiglio dei ministri ha distribuito in serata l'elenco dei nomi degli iscritti alla P2. Si tratta di fotocopie. Ogni nome è preceduto da un numero di fascicolo e da un numero di gruppo; segue un "codice", al quale talvolta segue il numero della tessera e un appunto relativo alle quote sociali". (Ib. ore 00,22).
Nella lista ci sono 52 alti ufficiali dei carabinieri, 50 dell'esercito, 37 della Guardia della Finanza, 29 della marina, 11 questori, 5 prefetti, 70 imprenditori, 10 presidenti di banca, 3 ministri in carica, 2 ex ministri, il segretario di un partito di governo, 38 deputati, 14 magistrati.

22 MAGGIO 1981 - Roma - Ordine di cattura per Licio Gelli. La procura della repubblica ha emesso ordine di cattura contro Licio Gelli e contro l'ex ufficiale dei carabinieri Antonio Viezzer. Ad entrambi viene contestato l'art. 257 del codice penale che punisce lo spionaggio politico o militare con al reclusione non inferiore a 15 anni". (Ib. ore 17,48)

5 GIUGNO 1981- Il tenente colonnello Luciano Rossi, l'ufficiale che era stato chiamato dal sostituto procuratore a testimoniare sulla Loggia P2, e sul ritrovamento dei documenti a Castel Fibocchi, viene rinvenuto cadavere al secondo piano della sede del nucleo centrale della polizia tributaria in via dell'Olmata a Roma. E stato trovato con un colpo di pistola sparato con la sua calibro 9 d'ordinanza alla tempia. Si parla subito di suicidio e il caso subito archiviato.
E' il primo "cadavere eccellente", e il primo "suicidio".

7 LUGLIO 1981 - Primo effetto (o panico) degli "affaires" P2 (Corriere, Calvi, Gelli. Ambrosiano, Sindona ecc.). La Borsa di Milano dopo una valanga di vendite che fa bruciare in un mattino miliardi su miliardi con un ribasso dei titoli del 20% sono sospese le contrattazioni e viene chiusa per 6 giorni. Quando riapre il 13, i titoli perdono un altro 10%.

9 LUGLIO 1981 - Roberto Calvi tenta il suicidio in carcere. Ha assunto dei barbiturici e si è svenato il polso destro con una lametta da barba. E' stato rinvenuto dopo cinque ore, alle sette del mattino. Ricoverato al Mangiagalli è fuori pericolo. Il mattino alle 9 doveva presentarsi dal sostituto procuratore Gerardo d'Ambrosio. Si svolge una movimentata seduta in Parlamento. Longo sulla P2 (c'è anche il suo nome fra gli iscritti) parla di "scandalismo" su tutta la vicenda e si dichiara "inorridito da certe Pubbliche amministrazioni nei riguardi di presunti iscritti alla P2".

24 LUGLIO 1981 il Governo Spadolini decide lo scioglimento della loggia P2, nell'ambito delle norme che puniscono le società segrete e i loro appartenenti.

9 DICEMBRE 1981 viene formata la commissione d'inchiesta sulla P2 (20 deputati e 20 senatori) presieduta dalla democristiana Tina Anselmi. Al suo insediamento ha affermato "Non lasceremo nulla di intentato per far luce di verità su un fenomeno tanto inquietante nella vita della repubblica" (ib 9 dic. 1982, ore 14,32).

Il 10 Dicembre 1981 il Parlamento ha ufficialmente sciolto la P2.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 18:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
Rivoluzione dei garofani
 

La Rivoluzione dei Garofani è stato il colpo di stato, eseguito da militari di sinistra appartenenti al Movimento delle Forze Armate Portoghesi (MFA), che pose fine alla lunga dittatura portoghese, il 25 aprile 1974.

Nel 1926, in Portogallo, un colpo di stato pose fine al breve periodo democratico. Nel 1933, con l'approvazione di una nuova Costituzione basata sul corporativismo e sugli ideali fascisti, António de Oliveira Salazar instaurò un regime dittatoriale di stampo fascista in Portogallo. Il partito União Nacional (Unione Nazionale), avente una vasta ideologica monarchica, corporativa, anti-socialista e neo-fascista, fu reso l'unico partito legale. Nonostante una iniziale crescita economica negli anni '40 (in cui il Portogallo restò neutrale) e la fine dell'isolazionismo politico con l'ingresso nella NATO nel 1949, a partire dagli anni '50 l'economia e la politica portoghese entrarono in uno stato di degrado, a causa delle cattive politiche economiche, delle lunghe e improduttive guerre coloniali in Africa e dell'oppressione esercitata dalla polizia politica PIDE. Salazar morì nel 1970, ma il regime continuò senza sostanziali miglioramenti con il suo successore Marcelo Caetano.

All'inizio degli anni '70 il Portogallo era il paese più povero dell'Europa occidentale, economicamente arretrato e afflitto dalla lunga guerra. Questo portò a un malcontento generale, in particolare nelle classi sociali meno agiate e all'interno delle Forze Armate.

Il 25 aprile 1974 il MFA ("Movimento das Forças Armadas"), formato da ufficiali subalterni, la maggior parte capitani, iniziò una rivoluzione non-violenta contro l'Estado Novo.
I leader dell'MFA si accordarono con Carlos Albino, responsabile del programma musicale Limite di Radio Renascença perché trasmettesse la canzone operaia Grândola vila morena, di José Afonso come segnale delle operazioni militari. Nonostante l'ascolto della canzone fosse proibito dal regime la vendita era consentita e Albino ne acquistò una copia il 24 aprile.

La Rivoluzione dei Garofani inizia ufficialmente 19 secondi dopo le 00.20, con la trasmissione di Grândola, vila morena. I principali ufficiali fedeli al regime sono arrestati e le forze dell'MFA occupano centri di importanza strategica, quali l'aeroporto di Lisbona e la prigione politica di Peniche.

Alle 9.30 le forze fedeli al governo iniziano a opporre resistenza all'MFA.

Alle 11.45 l'MFA, attraverso un comunicato di Radio Clube Portugal annuncia di avere il controllo del paese.

Alle 12.30 fanti e carristi sotto il comando di Salgueiro Maia, appoggiati dalla popolazione civile, minacciano di aprire il fuoco -cosa che effettivamente faranno tre ore dopo- contro il quartier generale della Guardia Nacional Républicana, dove si trova il primo ministro Marcelo Caetano.

Alle 16.15 elementi della polizia paramilitare DGS sparano contro la folla che circonda il proprio quartier generale, provocando una vittima e alcuni feriti.

Alle 16.30, in seguito alla minaccia di distruggere il quartier generale della GNR con un carro armato Chaimite, iniziano le trattative tra Marcelo Caetano e l'MFA.

Alle 18.00 Caetano viene raggiunto dal generale dell'MFA Antonio Spinola, che continua le trattative, in quanto il dittatore aveva chiesto la presenza di un alto ufficiale.

Alle 19.30 Marcelo Caetano si arrende all'MFA. Viene scortato da Salgueiro Maia a bordo del carro armato Chaimite fino al comando dell'MFA.

Alle 21 la DGS, l'unica forza fedele al governo che continua a combattere apre il fuoco sulla folla, uccidendo 4 civili.

Alle 22 i paracadutisti dell'MFA costringono alla resa le ultime unità della DGS, alla prigione di Caixas, Lisbona.

Alle 23.20 António de Spínola approva la legge 1/74 del 25 aprile (Destituzione dei Dirigenti Fascisti), che annuncia la destituzione del Presidente della Repubblica e del Primo Ministro, lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale e del Consiglio di Stato e il passaggio dei poteri alla Giunta di Salvezza Nazionale, composta da membri dell'MFA. Successivamente Spínola approva i decreti legge 170/74, 171/74 e 172/74 in cui ordina la destituzione i governatori civili delle province, la dissoluzione del partito unico ANP e lo scioglimento della DGS, della Legione Portoghese, la Gioventù Portoghese e di altre associazioni legate al regime.

A seguito della Rivoluzione dei Garofani ci fu un periodo transitorio, che si concluse nel novembre 1975 con il passaggio dei poteri dai militari ai rappresentanti democraticamente eletti. Durante questo periodo furono intraprese importanti riforme, tra cui la nazionalizzazione delle principali industrie e la liberazione di tutte le colonie africane. Tuttavia, ci fu anche un collasso dell'economia portoghese, che si riprese solamente nel 1991, sei anni dopo l'ingresso del Portogallo nell'UE. Oggi, il 25 aprile è festa nazionale portoghese.

La Rivoluzione dei Garofani prende il nome dai fiori offerti per strada ai militari e infilati nelle canne dei fucili.
Alla "Rivoluzione dei Garofani" è stato dedicato il recente film "Capitani d'aprile" (Capitães de Abril) della regista Maria de Medeiros (2000), di cooproduzione franco-italo-ispano-portoghese, con protagonista Stefano Accorsi.Secondo le rivelazioni del ex-gladiatore G-71 , presenti nel suo libro "The Real history of Gladio",pare che vi sia stata l'influenza della Gladio italiana nel rovesciamento del regime di Marcelo Caetano, in quanto ostile alla nuova politica della NATO e alla decolonizzazione delle colonie africane, all'epoca contese dai due blocchi. Rivelazioni che tuttavia non possono essere ne confermate ne smentite, in quanto esiste una fumosa e contradditoria inchiesta presso la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo sulle reali missioni di questa struttura e sulla veridicità di queste rivelazioni.


 




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 18:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
Teoria della strategia della tensione
 


La locuzione "strategia della tensione", utilizzata per la prima volta dopo l'attentato di Piazza Fontana, si riferisce ad una teoria interpretativa dell'insieme delle stragi e degli attentati terroristici italiani ed Europei avvenuti nei decenni successivi alla vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale e, in Italia, con particolare intensità, tra il 1969 e il 1984, ed in misura minore anche successiva.

In modo chiaro e documentato si sono raccolte abbondanti prove, di contiguità e collegamenti tra gli esecutori materiali di tale strategia, sovente individuati in appartenenti a movimenti politici, spesso legati ad ambienti di estrema destra o di estrema sinistra e di strutture afferenti ai servizi segreti civili e militari di quasi tutti i Paesi NATO e dell'Europa Orientale, e persino di Stati neutrali, come la Svizzera.Lo scopo di tale strategia sarebbe stato quello di creare allarme e terrore nell'opinione pubblica al fine di giustificare l'instaurazione di uno stato di polizia, o di una dittatura di tipo orientale, anche attraverso il confezionamento di attentati congegnati in modo tale da farli apparire ideati ed eseguiti da membri di organizzazioni dell'estrema sinistra o dell'estrema destra. Fu accertata l'attiva interferenza di servizi segreti stranieri, con l'addestramento all'estero di terroristi italiani e l'invio in Italia di armi. Fu accertata la disponibilità di 'Santuari' all'estero a disposizione di terroristi italiani implicati in attentati in Italia. Il movente principale fu di destabilizzare la situazione politica italiana, mettendo in pericolo la democrazia. In tale ottica, tra i moventi di tale strategia, soprattutto in Italia e nel quadro della Guerra fredda, sarebbe stato quello di destabilizzare il sistema politico democratico, agire sul collocamento internazionale dell'Italia, e forse rendere incerto il percorso del Partito Comunista Italiano (PCI) che, proprio negli "anni della contestazione" (1968 - 1978), arrivò ad un soffio dal divenire il primo partito italiano (34% dei consensi, nel 1976), e contemporaneamente con il 'compromesso storico' si avviava a modificare il quadro politico italiano.Il 12 dicembre 1969 avvenne un attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano. Nella strage di Piazza Fontana morirono 16 persone e 88 furono ferite.
Il 4 agosto 1974, un attentato di grande rilievo riconducibile alla stagione più calda della strategia della tensione in Italia fu la strage dell'Italicus a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, in cui morirono 12 persone e altre 105 rimasero ferite.
Il 16 marzo 1978 avvenne il rapimento di Aldo Moro e l'uccisione dei 5 uomini della sua scorta.
Il 2 agosto 1980 avvenne la strage di Bologna, in cui morirono ottantacinque persone e furono ferite oltre duecento.
Il 17 dicembre 1981 venne rapito a Verona il generale americano James Lee Dozier.
Il 15 febbraio 1984 venne ucciso a Roma il generale americano Ray Leamon Hunt, comandante in capo della Sinai Multinational Force and Observer Group.
Il 24 dicembre 1984 avvenne un attentato al treno Rapido 904.
Il 27 dicembre 1985 avvenne la Strage di Fiumicino ad opera di terroristi stranieri, con l'uccisione di 13 persone.
Il 10 marzo 1987 Licio Giorgieri, generale dell'aereonautica, fu ucciso a Roma.

Il passaggio da semplice Teoria, fatto astratto, a fatto reale necessitava di prove.
Furono raccolte prove :

  • sulla intromissione di servizi stranieri.
  • sull'addestramento di terroristi italiani in paesi stranieri.
  • sulla fornitura di armi e/o esplosivi da parte di organizzazioni straniere.[2]
  • Furono inoltre acquisite prove documentate dell'esistenza di "SANTUARI" in paesi stranieri, in cui i terroristi potevano rifugiarsi tranquilli nei momenti difficili.
  • Furono raccolte prove di viaggi di terroristi italiani per incontrarsi con terroristi italiani e stranieri in supposti istituti scolastici all'estero. Magistrati italiani che volevano perquisire tali ambienti furono ostacolati.
  • L'elemento più esplicito di prova si ebbe in occasione del sequestro del giudice Sossi e di Aldo Moro, in cui i rapitori chiesero la liberazione di terroristi detenuti, precisando esattamente lo stato nella cui giurisdizione gradivano fossero portati.

Le prove sono molte e abbondanti, non appare tuttavia sia stato effettuato un accertamento coordinato e congiunto di tali prove, tale da poter individuare i filoni conduttori di tali intromissioni nell'operato dei terroristi.
Accanto ad una mancanza di accertamento documentario vi sono molte teorie di varia parte.


 

Alex Boschetti e Anna Ciammitti nel loro libro "La strage di Bologna"(edizioni BeccoGiallo), che analizza la strage del 2 agosto 1980 e tutti i riscontri delle indagini, compresi i depistaggi attuati da Licio Gelli, considerano i NAR un punto di snodo nella strategia della tensione insieme con la P2 e la CIA per attuare uno spostamento dell'Italia verso destra con un golpe strisciante aiutato da gran parte dei rappresentanti di governo e servizi segreti (in buona parte iscritti alla loggia coperta P2).

Destabilizzare per stabilizzare, quindi una presa violenta del Paese così come era teorizzato dal manuale trovato nella valigetta di Gelli "Field Manual" di provenienza CIA che forse finanziò e favorì tale situazione per non permettere l'accesso al governo dei comunisti in Italia, sarebbe stato cioè un coinvolgimento dei servizi segreti italiani, uno dei cui direttori, Vito Miceli, fu arrestato nel 1974.

Gian Adelio Maletti, l'ex capo dell'ufficio D del SID (dal 1971 al 1975), ora cittadino sudafricano e con diverse condanne pendenti in Italia (tra cui quelle relative ai depistaggi dei servizi nelle indagini sulla strage di piazza Fontana) il 4 agosto 2000 rilascia un'intervista al quotidiano La Repubblica in cui parla del coinvolgimento della CIA nelle stragi compiute dai gruppi di destra: secondo Maletti non sarebbe stata determinante nella scelta dei tempi e degli obbiettivi, ma avrebbe fornito ad Ordine Nuovo e ad altri gruppi di destra attrezzature ed esplosivo (tra cui, in base alle indagini effettuate allora dal SID, anche quello impiegato nella strage di piazza Fontana) con lo scopo di creare un clima favorevole ad un colpo di stato simile a quello avvenuto nel 1967 in Grecia e del fatto che al SID, nonostante questo servizio informasse il governo di quanto scoperto, non fu mai chiesto di intervenire.

Le proteste e le interrogazioni parlamentari per le deviazioni dei servizi segreti (quindi principalmente il SID) portarono nel 1977 ad una riorganizzazione che avrebbe dovuto dare maggiori garanzie democratiche.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 18:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
António de Oliveira Salazar
 

António de Oliveira Salazar (Santa Comba Dão28 aprile 1889 – Lisbona27 luglio 1970) è stato un politico e economista portoghese.

António de Oliveira Salazar

Dopo gli studi nel seminario di Viseu, passa al diritto, nell'Università di Coimbra, e inizia la propria carriera come insegnante di economia nella stessa Università.

Combatte l'anticlericalismo della prima Repubblica scrivendo sui giornali cattolici e per i suoi legami con la Gioventù cattolica portoghese si presenta alle elezioni del 1921 e viene eletto, ma rinuncia al mandato dopo due giorni.

Dall'instaurazione della Repubblica (il 5 ottobre 1910), il Portogallo è in preda ad una instabilità politica violenta: tra conflitti sindacali, lotte tra clericali ed anticlericali, riforme promesse e non realizzate, colpi di stato più o meno sanguinosi (ben due capi di governo vengono assassinati, nel 1918 e nel 1921), dal 1910 al 1926 si succedono ben 45 governi, quasi tutti sotto la pressione dei militari.

Nel 1926 una nuova dittatura militare, presieduta dal generale Carmona (che resterà presidente fino al 1951), mette fine alla Repubblica, e lascia il Portogallo completamente esposto alla crisi economica.

Il portafoglio delle Finanze viene offerto a Salazar, che però lo lascia dopo 13 giorni, non ritenendo di avere le condizioni politiche per lavorare. Lo riprende nel 1928, questa volta con pieni poteri, e in un anno, applicando una politica di rigido contenimento della spesa, riesce a riportare il bilancio non solo in pareggio, ma addirittura in attivo, risultato che tutti avevano fallito per un secolo.

Sull'onda di questo successo Salazar nel 1932 viene nominato Presidente del Consiglio. In questa veste, introduce una nuova Costituzione che gli dà i pieni poteri ed il controllo totale dello stato: è il fascismo portoghese, teorizzato come Estado Novo (Stato nuovo), analogo, nella natura e nei princìpi corporativi, al fascismo di Benito Mussolini in Italia, al quale del resto esplicitamente si ispira.
Da allora, Salazar manterrà il potere per oltre 35 anni, grazie al sostegno della Chiesa, degli agrari, degli industriali e dei banchieri, sopprimendo i sindacati, la libertà di stampa ed ogni altro tipo di opposizione politica o di dissidenza che possa danneggiare l'egemonia del regime.
Il supporto politico del salazarismo è il suo partito unico, l'Unione Nazionale, creato nel 1933.
Il supporto repressivo è la polizia politica segreta creata nel 1933, la PIDE (Polícia Internacional e de Defesa do Estado) - che sopravviverà alla morte dello stesso Salazar con il nome di DGS (Direcção Geral de Segurança).

Durante la Guerra civile spagnola (1936 - 1939), esibisce una neutralità di facciata ma invia 2.000 uomini a supportare Francisco Franco contro i Repubblicani di sinistra.

Ritratto di António de Oliveira Salazar
Ritratto di António de Oliveira Salazar

Riesce a tenere il Portogallo fuori dalla seconda guerra mondiale, anche se per affinità ideologica preferirebbe che vincessero le forze dell'Asse, e firma con Franco un patto di neutralità sul conflitto in corso.

Mantiene relazioni commerciali con entrambi i contendenti, a tutto beneficio dell'industria portoghese. Fornisce tungsteno al regime nazista, e contemporaneamente consente agli anglo-statunitensi di installare basi militari nelle Azzorre per sorvegliare l'Atlantico.

Quando viene annunciata la morte di Adolf Hitler, nel 1945, fa esporre le bandiere a lutto. Parallelamente, circa 100.000 ebrei si erano rifugiati in Portogallo, durante la guerra. Salazar dà istruzioni esplicite ai propri ambasciatori di limitare la concessione dei visti a persone che vogliono fuggire dalla Francia invasa dalla Germania. Eppure durante l'estate del 1940 Aristides de Sousa Mendes, console portoghese a Bordeaux, concede visti ad un gran numero di ebrei, salvandoli dall'Olocausto. Salazar lo rimuove dalle sue funzioni, e benché, finita la guerra, si compiaccia pubblicamente che il Portogallo abbia salvato tanti ebrei, non lo riabiliterà mai.

Nel 1949 il forte anticomunismo di Salazar lo spinge a far entrare il Portogallo nella NATO, pur praticando in generale una politica isolazionista all'insegna dello slogan "fieramente soli", il cui risultato è una lunga stagnazione economica e culturale nel paese.

Convinto colonialista, Salazar continua a considerare territorio portoghese anche i territori d'oltremare (Guinea Bissau, Mozambico e Angola, nel 1951 ribattezzati "province"), benché tutto il resto dell'Europa stia progressivamente lasciando l'Africa e i costi crescenti e la richiesta di soldati impoveriscano ulteriormente il paese, e nonostante la violenta insurrezione angolana del 1961. Da notare che, come Mussolini nel Regno d'Italia, Salazar non ricoprì mai la carica di capo dello Stato, ma vi fu sempre un altro personaggio politico ad essere il presidente della Repubblica: Carmona, fino al 1951, poi Craveiro Lopez e quindi Tomàs.

Nel 1968 viene colpito da un infarto invalidante e deve abbandonare il potere - ed è rimasta nella leggenda la storia secondo cui per alcuni mesi nessuno osò annunciargli che non era più il Presidente del Consiglio.

Muore nel 1970. Gli succede Marcelo Caetano, che durerà fino alla Rivoluzione dei garofani, il 25 aprile 1974.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
Organizzazione Gladio
La presenza di una struttura stay-behind in Italia risale al 1949, seppure con un nome diverso da Gladio 

Gladio è il nome di un'organizzazione clandestina di tipo "stay behind" ("stare in retroscena") promossa dai servizi d'informazione italiani e dalla NATO per contrastare un'eventuale invasione sovietica dell'Italia.

Malgrado Gladio sia propriamente utilizzato in riferimento solo alla "stay-behind" italiana (o, secondo alcuni, la principale e più duratura tra diverse stay-behind che operarono in Italia), il termine è stato applicato dalla stampa anche ad altre operazioni di tipo stay-behind. Durante la guerra fredda, quasi tutti i paesi dell'Europa occidentale organizzarono reti stay-behind sotto controllo NATO.

L'esistenza di Gladio, sospettata fin dalle rivelazioni rese nel 1984 dal membro di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra, durante il suo processo, fu riconosciuta dal Presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti il 24 ottobre 1990, che parlò di una "struttura di informazione, risposta e salvaguardia". Gladio è stata accusata di aver tentato di influenzare la politica interna usando la strategia della tensione.
Stemma associato all'Organizzazione Gladio

Stemma associato all'Organizzazione Gladio

Negli anni '50, era comune negli ambienti NATO la convinzione che, in caso di guerra contro l'Unione Sovietica, questa avrebbe potuto occupare inizialmente gran parte del territorio dell'Europa occidentale, in quanto le forze corazzate sovietiche avrebbero potuto agevolmente travolgere le prime linee di resistenza. Si ipotizzava che una prima linea di resistenza effettiva avrebbe potuto essere approntata sul Reno. Questo avrebbe comunque comportato la perdita di buona parte della Germania Occidentale, dell'Italia settentrionale e della Danimarca.

Durante la Seconda Guerra mondiale, gli Alleati avevano coordinato l'attività dei movimenti resistenziali nei paesi occupati dall'Asse attraverso una rete di organizzazioni, coordinate da una speciale branca dei servizi d'informazione del Regno Unito, il SOE (Special Operations Executive). Il SOE venne dismesso dopo la fine del conflitto, ma fu riattivato all'inizio degli anni '50, come nucleo di una nuova organizzazione che aveva il compito di porre in essere una rete di resistenza nei vari paesi europei, nel caso questi fossero stati occupati dall'Armata Rossa o nel caso i comunisti avessero preso il potere attraverso un colpo di stato.

Un primo gruppo di nazioni (Stati Uniti, Regno Unito, Francia) costituì dunque il CPC, Comitato per il coordinamento, per pianificare, in caso d'invasione, le attività comuni svolte dai rispettivi servizi d'informazione in supporto alle operazioni militari dell'Alleanza atlantica. La struttura di coordinamento era sottoposta alla direzione del Comando supremo delle forze alleate in Europa (SHAPE).

Oltre ai tre paesi fondatori, diversi altri paesi NATO entrarono successivamente nella struttura. L'Italia lo fece in via ufficiale nel 1964, ma già in precedenza erano attivi accordi bilaterali tra SIFAR (l'allora Servizio d'Informazione delle Forze Armate) e CIA tesi ad arruolare ed addestrare nuclei di operativi in grado di organizzare la resistenza armata sul territorio occupato da un'invasione o controllato da "forze sovversive".

Nel 1964, oltre all'Italia, i paesi aderenti erano Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania Occidentale, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. In seguito, aderirono anche Danimarca e Norvegia. Altri paesi NATO, come Grecia, Turchia, Spagna e Portogallo non entrarono mai, a quanto risulta, nel comitato di coordinamento. Peraltro, organizzazioni simili, pur non collegate con la struttura NATO, vennero probabilmente create in quasi tutti i paesi occidentali che temevano un'invasione sovietica, compresi stati neutrali come Austria, Finlandia, Svezia e Svizzera.

L'esistenza di queste forze militari NATO clandestine rimase un segreto strettamente sorvegliato durante tutta la guerra fredda fino al 1990, quando il primo troncone della rete internazionale fu reso pubblico in Italia. Il suo nome in codice era Gladio, la parola che indica la corta spada a doppio taglio usata dai Romani. Il governo ne ordinò lo scioglimento il 27 luglio 1990. L'Italia insistette che identiche forze armate clandestine erano esistite anche in tutti gli altri paesi dell'Europa occidentale. Questa ammissione si rivelò corretta e successive ricerche trovarono che nel Belgio, le forze segrete della NATO erano state denominate in codice SDRA8, in Danimarca Absalon, in Germania TD BJD, in Grecia LOK, nel Lussemburgo Stay-Behind, nei Paesi Bassi I&O, in Norvegia ROC, nel Portogallo Aginter, in Svizzera P26, in Turchia Contro-Guerriglia ed in Austria OWSGV. I nomi in codice degli eserciti segreti in Francia, in Finlandia, in Spagna ed in Svezia rimangono tuttavia sconosciuti.

Al momento solo Italia, Belgio e Svizzera condussero indagini parlamentari, mentre l'amministrazione del presidente americano George H. W. Bush rifiutò di commentare, essendo nel mezzo dei preparativi per una guerra contro Saddam Hussein nel Golfo Persico, e temendo potenziali danni per l'alleanza militare."

Operante in tutta la NATO, Gladio era coordinata dal Clandestine Planning Committee, l'organo multinazionale controllato dal Belgio dallo SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe). In un articolo dell'"International Herald Tribune" datato 13 novembre 1990, Joseph Fitchett parla della "Resistenza della Nato", e dice che queste reti anticomuniste, finanziate in parte dalla CIA, erano presenti in tutta Europa, comprese nazioni neutrali come Svezia e Svizzera.Lo scopo principale dell'Operazione Gladio era di contrastare una possibile invasione dell'Europa occidentale da parte dell'Unione Sovietica e del Patto di Varsavia attraverso sabotaggio e atti di guerriglia dietro le linee nemiche. La NATO temeva il fatto che l'Unione Sovietica possedesse un'ampia superiorità per potenza militare convenzionale, da cui l'Europa occidentale e la NATO non avrebbero potuto sperare di sconfiggere l'Armata Rossa in un conflitto diretto senza ricorrere all'uso delle armi nucleari. Le organizzazioni "stay-behind" della NATO rappresentavano una possibilità di combattere nel caso di una sconfitta militare dovuta alla supremazia militare dell'Unione Sovietica. Le sue cellule clandestine erano destinate a "stare nascoste" (stay behind in inglese, da cui il nome) in territori controllati dal nemico e comportarsi come movimenti di resistenza, conducendo sabotaggi, guerriglia e uccisioni. Vennero considerate altre forme di resistenza clandestina e non convenzionale, come le "operazioni false flag" (attentati e simili operazioni rivendicate sotto falsa bandiera per fomentare divisioni politiche), e attacchi terroristici.

Gladio aveva come asse centrale il Gehlen Org, utilizzando molti ex nazisti, e si presume che la loggia massonica segreta P2 abbia lavorato con esso (il Gran Maestro, Licio Gelli, era un membro di Gladio). Il fondatore della CIA Allen Dulles fu una delle persone chiave nell'istituire l'operazione Gladio, e la maggior parte delle operazioni di Gladio fu finanziata dalla CIA. Il leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro (assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978) talvolta è stato associato da qualcuno a Gladio. Il suo omicidio tuttavia mise fine al compromesso storico tra il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC), che sembra fosse uno degli obiettivi della strategia della tensione seguita da Gladio.

Sebbene la temuta invasione sovietica fosse divenuta, col passar degli anni, sempre più improbabile, le organizzazioni "stay-behind" e le loro strutture continuarono ad esistere.

Negli ultimi decenni, in particolar modo dopo la fine della guerra fredda e la dissoluzione dell'Unione Sovietica, sono emersi numerosi indizi e sospetti sulle relazioni intrattenute da queste organizzazioni o da personaggi ad esse collegate con l'eversione di destra e con tentativi di colpo di stato.

In Italia, si è ipotizzato il coinvolgimento di Gladio, o di sue strutture e suoi membri, nella cosiddetta strategia della tensione. In Germania l'esecutore di un attentato nel 1980 a Monaco di Baviera, ha riferito che l'esplosivo proveniva da un deposito della Stay-behind tedesca. In un articolo del 7 novembre 1990 del quotidiano francese "Le Monde", un ufficiale della Gladio francese affermò che "a seconda dei casi, avremmo dovuto contrastare o favorire il terrorismo di estrema sinistra o estrema destra"[2]. Secondo un articolo del dicembre 1990 del "Guardian" a firma di Ed Vulliamy, la prima ragione della scoperta di Gladio fu "un gruppo di giudici che esaminavano lettere scoperte a Milano in ottobre, nelle quali, prima del suo omicidio, il leader democristiano Aldo Moro affermava di temere che "un'organizzazione ombra" accanto ad "altri servizi segreti dell'Occidente […] potrebbero essere implicati nella destabilizzazione [politica nde] del nostro Paese"[3].

Secondo la recente storiografia azioni di Gladio o di gruppi dei Servizi italiani all'interno della strategia della tensione potrebbero anche rientrare negli obblighi determinati dalle direttive del Piano Demagnetize.

Gladio viene costituita con un protocollo d'intesa tra il Servizio italiano e quello statunitense del 26 novembre 1956, nel quale però vi era stato un esplicito riferimento ad accordi preesistenti: nella relazione inviata dal presidente del Consiglio Andreotti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e sulle stragi il 17 ottobre 1990 verrà segnalato che con quella intesa tra SIFAR e CIA erano stati "confermati tutti i precedenti impegni intervenuti nella materia tra Italia e Stati Uniti".

Nel giugno 1959 il Servizio segreto italiano entrò a far parte del "Comitato di pianificazione e coordinamento", organo di SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe) (si veda il documento desecretato). Nel 1964, del "Comitato clandestino alleato (ACC)", emanazione del suddetto Comitato di pianificazione e coordinamento e costituito tra paesi che intendevano organizzare una resistenza sul proprio territorio, in caso di aggressione dall'Est e, a quanto sembra, anche nell'eventualità di "sovvertimenti interni".

Il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti, capo del governo italiano, rivelò alla Camera dei Deputati l'esistenza di Gladio, che fu quindi la prima organizzazione aderente alla rete "stay-behind" ad essere resa pubblica. Oltre a prepararsi per una invasione sovietica, il ramo italiano avrebbe dovuto agire in caso di elezione in Italia di un governo comunista. Poiché l'Italia era la nazione in cui era più probabile l'elezione a mezzo di libere elezioni di un governo a guida comunista (il PCI raccolse, dal 1963 in poi, una percentuale sempre superiore al 25% del voto popolare, con punte del 34,4%, e alcune correnti della DC reputavano possibile un suo coinvolgimento nel governo), il ramo italiano di Gladio divenne anche la più grossa organizzazione "stay-behind" della NATO.

Quando l'esistenza di Gladio divenne di pubblico dominio venne pubblicato un elenco di 622 "gladiatori", ufficialmente tutti i partecipanti dalla fondazione allo scioglimento dell'organizzazione, ma da più parti questa lista è stata considerata incompleta, sia per il ridotto numero di operativi, ritenuto troppo basso rispetto ai compiti dell'organizzazione estesi in quasi 40 anni, sia per l'assenza nella lista di alcuni personaggi che da indagini successive (e in alcuni casi per loro stessa ammissione) avevano fatto parte dell'organizzazione.

L'attentato di Piazza Fontana del 1969, che inaugurò gli anni di piombo in Italia, e la Strage dell'Italicus del 1974 furono attribuite da alcune indagini ed inchieste ad operativi di Gladio. Nel 1989 Stefano Delle Chiaie, accusato di aver avuto un ruolo nell'attentato di Piazza Fontana, fu arrestato a Caracas, in Venezuela ed estradato in Italia. Delle Chiaie fu comunque assolto dalla Corte d'Assise di Catanzaro nel 1989, assieme all'altro accusato Massimiliano Fachini, dal momento che non c'erano prove del loro coinvolgimento nell'attentato. Secondo il membro di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra: "L'esplosione del dicembre 1969 fu probabilmente il detonatore che convinse le autorità politiche e militari a dichiarare uno stato di emergenza"[5]

Nel 1977 i servizi segreti italiani vennero riorganizzati, al fine di evitare derive antidemocratiche: la Legge 801 del 24 ottobre 1977 istituì il SISMI (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare), il SISDE (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica) e il CESIS (Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza), ovvero un servizio segreto civile, uno militare ed un organismo di coordinamento, presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri. L'omicidio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1982, ad opera della mafia a Palermo è considerato come parte della strategia della tensione, a causa degli arresti operati dallo stesso ai danni delle Brigate Rosse negli anni precedenti, ed in particolare dei membri storici Renato Curcio e Alberto Franceschini nel settembre del 1974, nonché della sua inchiesta in merito al rapimento di Aldo Moro nel 1978.

Il membro di Avanguardia Nazionale Vincenzo Vinciguerra confessò nel 1984 al giudice Felice Casson di aver compiuto l'attentato terroristico di Peteano il 31 maggio 1972, nel quale tre carabinieri erano rimasti uccisi. Fino all'interrogatorio di Vinciguerra, erano state le Brigate Rosse ad essere accusate dell'attentato.

Nel novembre 1995 i terroristi neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro vennero condannati all'ergastolo in qualità di esecutori materiali della Strage di Bologna del 1980, per la quale era stata accusata l'influenza diretta di Gladio; Licio Gelli, capo della loggia P2 ed ex agente dell'OSS/CIA, fu condannato per aver sviato le indagini, così come Francesco Pazienza e gli ufficiali del SISMI Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte. Il fondatore di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie, che era stato coinvolto nel Golpe Borghese del 1970, venne anch'esso accusato di coinvolgimento nella strage di Bologna[6].

Nel 2000 il rapporto del Gruppo "Democratici di Sinistra- L'Ulivo", stilato in seno ad una Commissione parlamentare, concludeva che la strategia della tensione era stata sostenuta dagli Stati Uniti d'America per "impedire al PCI, e in certo grado anche al PSI, di raggiungere il potere esecutivo nel paese".Secondo Daniele Ganser, il generale Gian Adelio Maletti, ex capo del controspionaggio italiano (direttore Reparto D del Sid), confermò nel marzo del 2001 che la CIA avrebbe potuto promuovere il terrorismo in Italia.

Gladio in Austria

Nel 1947 in Austria venne svelata una struttura segreta stay-behind, che era stata costruita da due appartenenti all'estrema destra, Soucek e Rössner. Il cancelliere Theodor Körner graziò gli accusati in circostanze non chiarite. Nel 1965 le forze di polizia scoprirono un deposito di armi stay-behind in una vecchia miniera vicino a Windisch-Bleiberg, circostanza che costrinse le autorità austriache a rilasciare una lista con la posizione di altri 33 analoghi nascondigli in Austria.

 Gladio in Belgio 

L'assassinio del presidente del Partito Comunista Belga Julien Lahaut, nel 1950, ebbe un significato nazionale e internazionale, nel quale venne sospettata l'influenza della rete anti-comunista Gladio [7]. Nel 1985 il Massacro del Brabante venne collegato ad un complotto interno all'organizzazione stay-behind belga SDRA8, alla gendarmeria belga SDRA6, al gruppo di estrema destra Westland New Post, e alla Defense Intelligence Agency (DIA), il servizio segreto del Pentagono. Nel 1990, il quartier generale della struttura stay-behind del Comitato Clandestino Alleato (ACC), si incontra il 23 e 24 ottobre dello stesso anno sotto la presidenza del generale belga Van Calster, direttore del servizio segreto militare belga (SGR). Nello stesso anno, il Parlamento Europeo condanna in una risoluzione la NATO e gli Stati Uniti, per aver manipolato la politica europea tramite le strutture stay-behind.

Gladio in Finlandia 

Nel 1945 il ministro degli interni finlandese Leino svela la chiusura di un esercito segreto stay-behind. Nel 1991 i mass media svedesi rivelano che un gruppo segreto stay-behind era esistito nella neutrale Finlandia, con una base in esilio a Stoccolma. Il ministro della difesa finlandese Elisabeth Rehn etichetta la rivelazione come "una favola", aggiungendo cautamente "o almeno una storia incredibile, di cui non so nulla.".

Gladio in Francia 


Nel 1947 il ministro degli interni francese Edouard Depreux rivelò l'esistenza di un esercito segreto stay-behind in Francia, dal nome in codice "Plan Bleu". L'anno seguente, venne creato il "Comitato Clandestino dell'Unione Occidentale" (WUCC), per coordinare la guerra segreta non ortodossa. Nel 1949 il WUCC viene integrato nella NATO, il cui quartier generale viene stabilito in Francia, con il nome di "Clandestine Planning Committee" (CPC). Nel 1958 la NATO fonda il Comitato Clandestino Alleato (ACC) per coordinare la guerra segreta. Quando la NATO stabilisce il nuovo quartier generale europeo a Bruxelles, l'ACC, con il nome in codice SDRA11, viene nascosto all'interno del servizio segreto militare belga (SGR), che ha il suo quartier generale vicino a quello della NATO.

L'illegale Organisation de l'Armée Secrète (OAS) viene creata con membri della stay-behind francese e ufficiali della Guerra francese in Vietnam. Nel 1961 l'OAS inscenò un fallito colpo di stato ad Algeri, col supporto della CIA, contro il governo De Gaulle.

Le reti La Rose des Vents ("Rosa dei venti") e Arc-en-ciel ("Arcobaleno"), erano parte di Gladio. Secondo voltairenet.org, François de Grossouvre era il capo di Gladio in Francia, fino al suo presunto suicidio avvenuto il 7 aprile 1994[8]. Il capitano Paul Barril, assieme ad altri, sostiene che venne assassinato.

Gladio in Germania

Nel 1952 l'ex ufficiale delle SS Hans Otto rivelò alla polizia criminale di Francoforte l'esistenza dell'esercito stay-behind fascista tedesco BDJ-TD. Gli estremisti di destra arrestati vennero misteriosamente trovati non colpevoli. Nel 1976 il segretario del BND Heidrun Hofer venne arrestato dopo aver rivelato i segreti dell'esercito stay-behind tedesco al marito, che era una spia del KGB.

Nel 2004 il capo dello spionaggio Norbert Juretzko pubblicò un libro sul suo lavoro al BND. Entrò nei dettagli riguardo al reclutamento di partigiani per la rete di stay-behind. Venne cacciato dal BND dopo un processo segreto contro di lui, perche il BND non riuscì a trovare il vero nome della fonte russa "Rubezahl" che aveva reclutato. Un uomo con lo stesso nome che Juretzko aveva fatto, venne arrestato dal KGB a causa del suo tradimento per il BND, ma era ovviamente innocente, il suo nome era stato scelto a caso da Juretzko, prendendolo dall'elenco telefonico.

Secondo Juretzko, il BND costruì la sua branca di Gladio, ma scoprì dopo la caduta della DDR che era completamente noto alla STASI. Quando la rete venne smantellata, emersero ulteriori strani dettagli. Un direttore dello spionaggio aveva tenuto l'equipaggiamento radio nella cantina di casa, con la moglie che eseguiva le chiamate di prova ogni 4 mesi, sulla base del fatto che l'equipaggiamento era troppo "prezioso" perché restasse in mano a civili. Juretzko lo venne a sapere perché il direttore aveva smantellato la sua sezione della rete così velocemente che non ci fu tempo di adottare misure quali il recupero di tutte le atrezzature tenute nascoste.

I civili reclutati come partigiani stay-behind erano equipaggiati con una radio a onde corte clandestina, con una frequenza fissa. Questa era dotata di una tastiera cifrata, che rendeva inutile l'uso del codice Morse. Avevano inoltre da parte ulteriori atrezzature per segnalare a elicotteri o sottomarini di sbarcare agenti speciali che avrebbero dovuto stare nelle loro case mentre preparavano operazioni di sabotaggio contro i comunisti.

Secondo il perpetratore della bomba dell'Oktoberfest del 1980 a Monaco, gli esplosivi provenivano da un nascondiglio di Gladio vicino al villaggio di Uelzen.


Gladio in Grecia
In Grecia l'esercito stay-behind Forza d'Incursione Ellenica prese il controllo del ministero della difesa greco e diede vita ad un colpo di stato installando il "Regime dei Colonnelli" (1967-1974), che si renderà in seguito protagonista di maltrattamenti, violenze e torture tra le più efferate degli ultimi cinquant'anni, anche se tra le meno note.

 Gladio in Norvegia

Nel 1957 il direttore del servizio segreto norvegese (Etterretningstjenesten), Vilhelm Evang, protestò duramente contro la sovversione interna del suo paese tramite gli Stati Uniti e la NATO e ritirò temporaneamente l'esercito stay-behind norvegese dagli incontri del CPC. Nel 1978 la polizia scoprì un nascondiglio di armi stay-behind e arrestò Hans Otto Meyer che rivelò l'esistenza dell'esercito segreto norvegese.

 Gladio nei Paesi Bassi

Un grande nascondiglio di armi venne scoperto nel 1983 vicino al villaggio di Velp nei Paesi Bassi. Il governo fu costretto a confermare che le armi erano correlate ai progetti NATO di guerra non ortodossa.

Gladio in Portogallo

Nel 1966 la CIA crea la Aginter Press, la quale, sotto la direzione del Capitano Yves Guerin Serac, dirige un esercito segreto stay-behind e addestra i suoi membri alle tecniche di azione sotto copertura, comprese esercitazioni di attentati terroristici, assassinii silenziosi, tecniche di sovversione, comunicazioni clandestine, infiltrazione e guerra coloniale. Nel 1969 in Mozambico la Aginter Press assassina Eduardo Mondlane, capo del movimento di liberazione FRELIMO (Frente de Libertação de Moçambique).

 Gladio in Spagna

Nel maggio 1976, un anno dopo la morte di Francisco Franco, due Carlisti vennero uccisi da terroristi di estrema destra, tra cui l'operativo di Gladio Stefano Delle Chiaie e membri dell'Alleanza Anticomunista Argentina (Tripla A), dimostrando collegamenti tra Gladio e la "Guerra Sporca" sudamericana. L'anno seguente, col supporto di terroristi di estrema destra italiani, la stay-behind compie la strage di Atocha, a Madrid, dove in un attacco a un ufficio legale strettamente legato al Partito Comunista di Spagna uccidono cinque persone.

Gladio in Svezia

Nel 1951 l'agente della CIA William Colby, in servizio alla stazione CIA di Stoccolma, aiuta all'addestramento di eserciti stay-behind nelle neutrali Svezia e Finlandia e nei paesi NATO di Norvegia e Danimarca. Nel 1953 la polizia arresta l'estremista di destra Otto Hallberg e scopre l'esercito stay-behind svedese. Hallberg viene liberato e le accuse contro di lui vengono misteriosamente lasciate cadere.

Gladio in Svizzera 

Nel 1990 il Colonnello Herbert Alboth, ex comandante dell'esercito segreto stay-behind svizzero (P26), dichiara in una lettera confidenziale al dipartimento della difesa di essere disposto a rivelare "tutta la verità". Viene trovato in seguito nella sua casa, accoltellato con la sua stessa baionetta. Il dettagliato rapporto parlamentare sull'esercito segreto svizzero viene presentato al pubblico il 17 novembre.

 Gladio nel Regno Unito

Nel Regno Unito, il primo ministro Winston Churchill creò lo Special Operations Executive (SOE) nel 1940, per assistere i movimenti di resistenza ed eseguire operazioni di guerriglia in territorio occupato dall'Asse. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, le organizzazioni stay-behind vennero istituiti grazie all'esperienza e al coinvolgimento di ex ufficiali del SOE.

L'organizzazione britannica funzionò fino agli anni '60.


 Le richieste FOIA 

Tre richieste FOIA (Freedom of Information Act) sono state presentate alla CIA, la quale le ha respinte con la replica standard: "La CIA non può confermare né smentire l'esistenza o l'inesistenza di registrazioni che rispondano alla vostra richiesta." Una richiesta venne presentata dal National Security Archive nel 1991; un'altra dalla commissione del Senato italiano guidata dal Senatore Giovanni Pellegrino nel 1995, riguardante Gladio e l'omicidio di Aldo Moro; l'ultima nel 1996, da Olivier Rathkolb, dell'Università di Vienna, per conto del governo austriaco, riguardante gli eserciti segreti stay-behind, dopo la scoperta di un nascondiglio di armi.







permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 17:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
LA RESISTENZA ANTINAZISTA TEDESCA
 Chiunque abbia letto con un po' di attenzione il libro programmatico "Mein Kampf" che Adolf Hitler scrisse durante la sua detenzione nella prigione di Landsberg, dopo il fallito putsch di Monaco, nel novembre 1923, poteva rendersi conto della sorte che il futuro Führer avrebbe riservato ai suoi avversari e agli ebrei. Purtroppo ben pochi lo hanno preso sul serio e, quando l'hanno fatto, era ormai troppo tardi.


Cominciò così:

Il 30 gennaio 1933 il Presidente della Repubblica Maresciallo Hindenburg concedeva a Hitler l'investitura di "Reichskanzler". Scattò immediatamente il dispositivo, meticolosamente preparato e studiato, per neutralizzare qualsiasi tentativo di opposizione.

Il 4 febbraio 1933 entrano in vigore le norme per limitare la libertà di stampa, di riunione e di associazione.

Il 27 febbraio 1933 i nazisti inscenano l'incendio del Reichstag (il Parlamento) attribuendone la responsabilità ai comunisti che saranno arrestati in massa.

Il 28 febbraio 1933 una legge "a difesa del popolo e dello stato" provoca, praticamente, lo scioglimento dei partiti democratici.

Il 5 marzo 1933 i nazisti, avendo ottenuto la maggioranza assoluta nelle elezioni, invalidano il mandato di 81 deputati comunisti.

Il 20 marzo 1933 il capo della polizia Heinrich Himmler comandante delle SS, annuncia l'istituzione del primo campo di concentramento a Dachau per dirigenti sindacalisti, comunisti, socialdemocratici, cattolici, che saranno "protetti dalle giuste rimostranze della popolazione".

Il 26 aprile 1933 viene istituita la polizia segreta di stato, la Gestapo.

Il 10 maggio 1933 sulle piazze di molte città tedesche si bruciano  i libri che i nazisti non considerano consoni alle loro idee.

A questo punto, chi non intendeva adeguarsi alla situazione, subendo la tracotanza nazista, aveva due scelte: cercare nell'esilio in paesi ospitali il modo di poter creare - dall'esterno - le condizioni per rovesciare il regime nazista e ripristinare nel paese la libertà e la democrazia, oppure ritirarsi nell'ombra per salvaguardare nella clandestinità il proprio patrimonio ideologico.


Le voci dall'esilio

Man mano si aggravava l'emarginazione di chiunque non aderisse al partito nazista o alle sue organizzazioni satelliti, rendendo praticamente impossibile ogni attività professionale e problematica perfino l'incolumità personale, molti tedeschi dovettero prendere una decisione radicale e dolorosa: emigrare.

Se ne andarono scrittori come Lion Feuchtwanger, Alfred Döblin, Heinrich e Thomas Mann, Stephan e Arnold Zweig, Anna Seghers, il commediografo Bertold Brecht, il regista Max Reinhardt, il musicista Bruno Walter, lo scienziato Albert Einstein, tanto per citare solo alcuni nomi ben noti anche in Italia.

Resistendo a minacce e intimidazioni, rischiando ricatti e rappresaglie a danno dei familiari e degli amici rimasti in Germania, gli uomini che avevano scelto l'esilio tentarono, prima di tutto, di illuminare e mobilitare l'opinione pubblica contro le malefatte del nazismo, in secondo luogo di incoraggiare la formazioni di una coscienza critica antinazista nel loro paese d'origine. Essi tenevano conferenze, parlavano alla radio, pubblicavano libri e articoli nei quali descrivevano la drammatica realtà del Terzo Reich.

Già nel 1933 si costituisce a Parigi la Società degli scrittori tedeschi in esilio

Nel 1934 la direzione del Partito Socialdemocratico in esilio, lancia da Praga un appello alla classe operaia di tutto il mondo incitandola al boicottaggio della Germania nazista.

Nel 1935 viene fondata a Parigi la "Società Lutezia" per la costituzione di un fronte popolare antinazista. Lo stesso anno a Bruxelles, i quadri del Partito Comunista sfuggiti all'arresto elaborarono un programma analogo.

Nell 1942 si forma a Città del Messico il "Movimento antinazista per una Germania libera".

Queste sono solo alcune delle iniziative più note. Sebbene i risultati fossero modesti, la Resistenza dell'emigrazione ebbe il merito di riavvicinare fra loro elementi che, in patria, si erano duramente contrastati. Passando dalle parole ai fatti, 5.000 volontari tedeschi hanno combattuto nelle file delle Brigate Internazionali, nella guerra di Spagna, a fianco delle forze democratiche, contro Franco sostenuto da Mussolini e da Hitler.


La rivolta nel silenzio

Dichiarati fuori legge, con le sedi e i beni confiscati, i partiti che avevano tentato di impedire la scalata del potere ai nazisti, cercavano affannosamente di sopravvivere nella clandestinità. I succesi iniziali dei nazisti per ottenere il consenso della popolazione, rendevano ancora più problematica ogni iniziativa per ristabilire la democrazia.

Allo sbaraglio


Mentre, per una specie di metastasi, il cancro del nazismo corrodeva tutta la vita del paese, per reazione esso procurava varie forme di resistenza. Si trattava, in genere, di iniziative individuali o di piccoli gruppi non collegati fra loro, limitate alla stampa e alla diffusione di volantini e giornaletti clandestini, alla critica velata, alla contestazione di fatti anche marginali nei luoghi di lavoro, al sabotaggio della produzione, alla non collaborazione. La Resistenza antinazista tedesca è rimasta isolata dalla popolazione e non ha goduto del supporto degli Alleati. Nacque così quella che viene definita l'emigrazione interna.




Cercando di ricostruire una mappa della Resistenza antinazista tedesca, ci s'imbatte subito nel nome di Ernst Niekisch che, per anni, attraverso una sua rivista, si è strenuamente opposto al nazismo.

Arrestato una prima volta alla fine del 1934, poi rilasciato, poi ancora imprigionato nel 1937 fu condannato all'ergastolo per alto tradimento. Gli Alleati lo salvarono miracolosamente nel 1945, quando si trovava ancora nella prigione di Brandenburgo.

Anima della "Organizzazione leninista" è stato Walter Lowenheim che giocò la famosa beffa alla Gestapo, pubblicando una serie di libelli ferocemente critici verso il nazismo, sulla cui copertina figuravano titoli anonimi come "Schopenhauer e la religione".
Nel 1935 Lowenheim e alcuni suoi amici arrestati e processati per attività illegale, furono condannati a lunghi anni di prigione.

A Mannheim Georg Leichleiter pubblicava una rivista alla quale collaboravano uomini di diversa estrazione politica. Leichleiter venne arrestato e impiccato nel 1942.

Nello stesso anno la Gestapo arrestò Harro Schulze - Boysen, sua moglie e i componenti di quella che è nota come la "Orchestra rossa" un gruppo eterogeneo di ufficiali, alti funzionari, aristocratici, intellettuali di sinistra infiltrati in posizioni chiave, dediti allo spionaggio in favore dell'Unione Sovietica. Finirono tutti sul patibolo.

I fratelli Hans e Sophie Scholl, del movimento della "Rosa bianca" che operavano nell'Università di Monaco, furono presi e ghigliottinati nel 1943. Hans Leipert prese il loro posto e continuò l'attività clandestina finchè non fu a sua volta preso e giustiziato nel 1945.

Del gruppo capeggiato da Herbert Baum (arrestato e impiccato nel 1942) facevano parte soprattutto ebrei, uomini e donne, precettati al lavoro coatto nelle industrie dell'armamento della zona di Berlino. Furrono tutti deportati quando le SS scoprirono i loro sabotaggi.

"Pirati della stella alpina" si chiamavano i giovani di Düsseldorf distintisi in agguati a gerarchi nazisti e nell'aiuto prestato a lavoratori coatti e prigionieri di guerra russi che essi riuscivano a nascondere nella clandestinità.

Da Colonia come dirigente del Comitato nazionale "per una Germania libera" Willi Tollmann riuscì a creare una delle più vaste strutture della Resistenza tedesca che cadde nella rete della Gestapo nel 1944. Tollmann fu torturato a morte nel KZ Brauweiler.

Cattolici e protestanti, socialdemocratici e sindacalisti comunisti, liberali e conservatori si riunivano per discutere il futuro assetto della Germania nella tenuta del conte Helmut James von Moltke a Kreisau in Westfalia.Molti membri di quello che è noto come "circolo di Kreisau" furono poi coinvolti nell'attentato contro Hitler del 20 luglio 1944 e, come lo stesso von Moltke, ne subirono le terribili conseguenze.

Il "Fronte popolare antinazista" è stato creato a Monaco da Hans Hutzelmann e da sua moglie, in stretta collaborazione con l'organizzazione clandestina di assistenza ai prigionieri di guerra sovietici. Scoperti, forse per una delazione, furono fucilati entrambi nel 1945, poco prima della fine della guerra.

Può considerarsi emblematica la vicenda di quei due modesti proletari berlinesi che, dopo la morte del loro unico figlio sul fronte russo, si misero a distribuire bigliettini di protesta contro la guerra e il regime, infilandoli nella cassetta della posta. Scoperti, affrontarono coraggiosamente la ghigliottina. La vicenda è narrata magistralmente da Hans Fallada nel libro intitolato "Ognuno muore solo".

Col passar del tempo, mentre la mano del regime diventava sempre più pesante, alcuni si resero conto che le sole parole non avrebbero mai modificato l'organizzazione politica della Germania. Occorreva togliere di mezzo Adolf Hitler.

Diversi attentati furono progettati, ma nessuno andò a buon fine, perchè l'imperizia e la sfortuna giocarono contro ogni tentativo. E la Gestapo riuscì a sventarli tutti.

Solo Georg Elser, l'8 novembre 1939, riuscì a piazzare una bomba nella Birreria di Monaco dove, come tutti gli anni, Hitler avrebbe celebrato l'anniversario della fondazione del partito nazista. La bomba scoppiò pochi minuti dopo che il Führer, modificando il suo programma, aveva lasciato la sala. Vi furono otto morti e molti feriti. Elser fermato per puro caso mentre tentava di riparare in Svizzera, venne poi deportato a Dachau, dove fu assassinato facendo intendere che era stato vittima di un bombardamento aereo.

Questi sono solo alcuni episodi dei quali sono stati protagonisti uomini e donne d'ogni estrazione sociale, di diversa cultura e convinzione politica, che non si sono adeguati perchè hanno capito dove il nazismo avrebbe condotto il loro paese: alla guerra e al disastro.

Gott mit uns

In tutti i suoi discorsi Hitler chiamava sempre in causa Dio. E che quel Dio (quale Dio?) stesse dalla parte dei nazisti, stava sempre impresso sui cinturoni di chiunque vestisse una qualsiasi divisa.

In una delle sue conversazioni confidenziali, registrate da Rauschning, Hitler affermò che "o si è cristiani o si è tedeschi". Dunque il nazismo doveva essere la fede sostitutiva di quella religiosa.

Tuttavia, già nel luglio 1933 egli firmò un concordato con la Chiesa cattolica alla quale lasciava piena autonomia nell'esercizio del culto, in cambio della sua rinuncia a sostenere il partito cattolico "Zentrum" avverso al nazismo.

Ma quando, insorgendo contro la soppressione dei minorati fisici e mentali nel programma "Eutanasia" il vescovo di Münster, conte Clemens von Galen, osò richiamarsi ai valori morali della Chiesa, egli fu deportato a Dachau dove è morto. Quando la situazione divenne incandescente il Papa Pio XI intervenne con la famosa enciclica "Mit brennender Sorge" (con cocente preoccupazione) con la quale dissociava la Chiesa cattolica dalla politica nazista e ne condannava l'attività antireligiosa. Peraltro la Chiesa cattolica condivideva l'atteggiamento anticomunista del nazismo e non entrò mai in conflitto con lo Stato e le istituzioni dal partito, tacendo sulle sorte degli ebrei.

Diversa fu la vicenda nella quale si trovò implicata la Chiesa protestante. Esisteva in Germania, anche prima dell'avvento del nazismo, un movimento religioso dei "Deutsche Christen" (i cristiani tedeschi) razzista, antisemita, nazionalista e, quindi, vicino ai nazisti, che tentava di imporsi come elemento dominante del protestantesimo. Nel 1933 i "Cristiani tedeschi" pretesero che uno dei loro venisse elevato alla dignità di Vescovo del Reich.

Nel sinodo protestante di Barnam, nel maggio 1934, il pastore Martin Niemüller, fondatore della "Lega di emergenza dei pastori" proclamò la costituzione di un movimento dissidente che assunse la denominazione di "Chiesa confessante".

Il protestantesimo si spaccò in due, le adesioni al nuovo movimento furono numerose ed immediate. Ma fu dura anche la risposta dei nazisti. Niemüller e 700 pastori protestanti, aderenti al movimento, furono arrestati per oltraggio all'ideologia nazista e deportati nei campi di concentramento. Ben pochi sopravvissero alla deportazione.

Tuttavia, in quegli anni, i nazisti moderarono i loro interventi negli affari ecclesiastici, limitandosi a chiedere a sacerdoti e pastori lealtà allo stato, anche se questa entrava ogni tanto in rotta di collisione con l'etica del loro ministero.

La coscienza di molti fedeli fu messa a dura prova dalle pretese dei nazisti di interferire anche nella sfera privata dei cittadini. Il dissenso si manifestava soprattutto nell'educazione dei figli che i nazisti cercavano di sottrarre all'autorità dei genitori, allontanandoli dalle famiglie, per farne dei militanti e dei militari perchè essi già allora avevano in mente la guerra.


Gli ebrei

A questo punto sorge la domanda: e gli ebrei?

No, gli ebrei, colpiti dalle vergognose leggi di Norimberga e da 200 editti che preludevano alla "soluzione finale" programmata dalla Conferenza di Wannsee, non sono stati in grado di opporre alcuna resistenza. 280.000 emigrarono (su una popolazione ebraica di 525.000 persone). Gli altri affrontarono rassegnati ed inermi la persecuzione. Solo nel ghetto di Varsavia, poi a Sobibor, a Treblinka, ad Auschwitz alcuni di essi vendicarono con le armi in pugno lo sterminio delle loro famiglie.


L'ora dei generali

Evidentemente solo le forze armate e in modo particolare l'esercito potevano dire una parola decisiva.

Senonchè il 2 agosto 1934, dopo la morte del Presidente Hindenburg, nell'assumere la carica di Führer e Cancelliere del Reich, Hitler si era cautelato impegnando l'appoggio e la fedeltà delle forze armate, col seguente giuramento: "Giuro dinnanzi a Dio che presterò obbedienza incondizionata al Führer del popolo e del Reich tedesco, Adolf Hitler, capo supremo delle forze armate e voglio essere pronto in ogni momento a rischiare la mia vita per mantenere il mio giuramento".

Dopo di che Hitler concesse alle forze armate tutto quello che esse reclamavano: l'infrazione del trattato di Versailles, il riarmo, la coscrizione obbligatoria, la promessa della rivincita dalla disfatta del 1918. L'esercito ha ricevuto armi e mezzi illimitati, Goering ha creato dal nulla un'aviazione modernissima, la marina vantava corazzate e sommergibili, il meglio della tecnica cantieristica. La carriera militare offriva, oltre al prestigio sociale, sostanziosi benefici. L'aristocrazia, ignorata dal partito, si ritrovò compatta nei quadri degli ufficiali.

Quando, il 5 novembre 1937, riunendo nella Cancelleria di Berlino gli alti comandi delle tre armi, con un discorso di quattro ore Hitler espose il suo programma di guerra, indicandolo come prioritario, fu chiaro a tutti quale ruolo le forze armate avrebbero svolto nel futuro della Germania.

L'innato senso del dovere, il culto della tradizione, una falsa concezione dell'onore, il vincolo del giuramento frenarono grandemente l'ambiente militare nella presa di coscienza della necessità di togliere a Hitler e ai suoi uomini le leve del comando.

Dopo che Hitler aveva annesso l'Austria, il 12 marzo 1938, in un tripudio di popolo e senza che nessuno osasse muovere un dito, fu chiaro a tutti che il prossimo obiettivo sarebbe stato la Cecoslovacchia.

Basandosi sulle informazioni riservatissime delle quali disponeva, il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Ludwig Beck, maturò la convinzione che la politica aggressiva di Hitler avrebbe avuto conseguenze disastrose. La Germania era circondata da nazioni nemiche, che sarebbero accorse in aiuto della Cecoslovacchia, dipendeva dall'estero per gran parte delle materie prime strategiche, aveva scorte insufficienti di generi alimentari e di carburante. L'alto grado di addestramento delle forze armate poteva servire per una guerra lampo, ma non sarebbe stato sufficiente nel caso di un conflitto di lunga durata.

Sondando cautamente le opinioni dei comandanti delle grandi unità e trovando consenso, Beck si rese conto che nulla si potesse intraprendere senza il Comandante in capo dell'Esercito, maresciallo Walter von Brauchitsch. Quando gli fu chiaro che il maresciallo, pur riconoscendo la validità delle sue preoccupazioni, tergiversava e non avrebbe mai preso alcuna iniziativa, Beck dette le dimissioni.

Gli succedette il generale Franz Holder, avversario deciso del nazismo, che dedicò tutta la sua capacità ed energia per perfezionare il piano cospirativo già abbozzato. L'alternativa era nel persuadere Hitler a desistere dal suo proposito o rovesciare il regime nazista con un colpo di stato.

L'operazione doveva scattare prima che venisse ordinato l'attacco alla Cecoslovacchia, che avrebbe automaticamente provocato l'intervento della Francia e dell'Inghilterra, cioè la guerra.

Von Brauchitsch, questa volta, sembrava deciso ad agire ma sprecò l'occasione perchè, con la mediazione di Mussolini, Chamberlain e Daladier dettero mano libera a Hitler, nel famigerato accordo di Monaco del 29 settembre 1938.11 colpo di stato non fu più possibile.

E Hitler continuò per la sua strada. Il 23 agosto sbalordì il mondo concludendo un patto di non aggressione con Stalin.

Il 1º settembre 1939 attaccò la Polonia, provocando la seconda guerra mondiale.

Lo scoppio del conflitto, con la mobilitazione generale e gli spostamenti delle truppe, portò scompiglio nelle file della Resistenza antinazista. Molti contatti s'interruppero, ma altri si stabilirono.

Benchè l'euforia dei primi successi giocasse in favore del regime, il gen. Holder riprese a tessere la trama del complotto, al quale aderirono anche personalità politiche di spicco.

Quando Hitler dette all'Alto Comando l'ordine di preparare l'attacco alla Francia, violando la neutralità del Belgio, dell'Olanda e del Lussemburgo, gli ufficiali aderenti al complotto si resero conto che occorreva a tutti i costi toglierlo di mezzo. Brauchitsch e Holder erano pronti a un' azione, ma ad un certo punto qualche cosa s'inceppò. Holder temendo d'essere scoperto annullò gli ordini già impartiti. A questo punto Brauchitsch, Holder e gli altri congiurati si dedicarono ai loro impegni militari, cercando di ignorare i crimini che venivano perpetrati praticamente sotto i loro occhi.

Il 6 giugno 1942 in vista dell'attacco all'Unione Sovietica il Comando Supremo emanò un'ordinanza secondo la quale i commissari politici dei reparti sovietici appena catturati, dovevano essere immediatamente fucilati. L'ordine suscitò indignazione specie fra gli alti gradi dell'Armata del Centro, quella che avrebbe dovuto puntare su Mosca. Il Capo di Stato maggiore dell'Armata, gen. Hanning von Tresckov, rifiutandosi di trasformarsi da combattente in assassino, insabbiò l'ordine e quando fu il momento mandò a Berlino rapporti contraffatti.

Fu quella la scintilla che riattizzò i motivi della Resistenza.

L'offensiva contro l'Unione Sovietica fu scatenata il 22 giugno 1941 ma dopo due anni di folgoranti successi la situazione si capovolse. Il 2 febbraio 1943 a Stalingrado 250.000 uomini della 6ºArmata si arresero al nemico.

Fu l'inizio della fine. La necessità di eliminare Hitler sul quale ricadeva tutta la responsabilità della situazione, non più arrestandolo, ma uccidendolo, divenne chiara ed impellente.

La congiura degli ufficiali trovò nel colonnello Claus von Stauffenberg, grande mutilato, pluridecorato, discendente da un'orgogliosa famiglia aristocratica, l'uomo giusto.
Nella sua posizione di Capo di Stato maggiore delle forze armate di riserva di stanza nel territorio del Reich, con inaudita audacia e tenacia, egli riusci a creare un'ampia organizzazione clandestina, composta soprattutto da ufficiali al comando di unità dislocate nei punti strategici, elaborando un piano insurrezionale (il "piano Walkiria") che avrebbe permesso di inferire un colpo mortale al regime nazista, affidando ad un governo provvisorio il compito di negoziare la pace.

Egli poteva contare su uomini come il Capo dei servizi segreti, ammiraglio Canaris, il notissimo Borgomastro di Lipsia Carl Goerdeler, l'ex ambasciatore a Roma Ulrich von Hassel, gli ex ministri Schacht e Noske, i marescialli Rommel, Kluge e Von Witzleben, tanto per citare alcuni nomi.

Il 20 luglio 1944 Stauffenberg collocò personalmente una bomba sotto il tavolo intorno al quale Hitler era riunito con i suoi più stretti collaboratori. La bomba, scoppiando, danneggiò il locale, ma Hitler se la cavò con poche escoriazioni. Quando si rese conto della vastità della cospirazione ordinò una spietata repressione. Ufficiali e civili che rispondendo solo alla voce della propria coscienza avevano tentato di salvare il salvabile furono barbaramente giustiziati. La Resistenza, decapitata, non si riprese più. Nove mesi dopo gli Alleati ammainavano la bandiera con la svastica su una Germania ridotta ad un cumulo di macerie.


Il prezzo della libertà

La Resistenza antinazista tedesca è stata sostanzialmente diversa da quella dei paesi occupati. Essa non fu mai un movimento di massa, ma coinvolse tuttavia migliaia di uomini e di donne che hanno pagato con l'arresto, la tortura, la deportazione e la vita il proprio coraggio. Perfino le loro famiglie e i loro amici subirono le conseguenze del loro operato.

Braccata da una polizia potentissima ed onnipotente, esposta alla delazione, privata dei suoi uomini migliori (basti pensare al pubblicista Karl von Ossiestky, premio Nobel per la pace mentre si trovava nel KZ Esterwegen, dove morì oppure a Ernst Thälmann, il prestigioso segretario del Partito Comunista, assassinato nel KZ Buchenwald) la Resistenza antinazista tedesca ha scritto pagine di grande dignità e coraggio morale.

Mettendo insieme i tasselli della documentazione che gli storici sono riusciti a reperire dopo la fine della guerra, si è accertato che 1.600.000 tedeschi sono stati schedati dalla Gestapo. Dato che i nazisti hanno distrutto tutti gli archivi, quando la resa incondizionata reclamata dagli Alleati era diventata ineluttabile, le informazioni sulla repressione dell'opposizione antinazista sono spesso incomplete e contraddittorie.

Bisognerebbe poter spulciare le migliaia di sentenze pronunciate dai cosiddetti Tribunali del Popolo per misurare la reale consistenza e dimensione di un movimento che solleva il popolo tedesco da ogni responsabilità per i crimini commessi dai nazisti.



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
La Resistenza tedesca a Hitler:I vescovi e l’attentato


Che cosa sapevano le gerarchie ecclesiastiche tedesche del tentato colpo di Stato del 20 luglio 1944? Erano a contatto diretto con i dissidenti e al corrente del piano dei cospiratori contro Hitler? Un documento finora sconosciuto agli storici attesta che…

di Stefania Falasca

 

Hitler e Mussolini ispezionano il quartier generale del Führer a Rastenburg, distrutto dall’attentato del 20 luglio 1944
«Coûte que coûte… costi quel che costi, l’attentato va fatto». Henning von Tresckow, il più risoluto tra gli avversari del regime nelle alte gerarchie dello Stato nazista, aveva sentenziato così la necessità di «un ultimo e decisivo gesto» per porre fine alla barbarie nerocrociata. Alle 12.00 di quel 20 luglio 1944, a Rastenburg, l’aristocratico colonnello Claus Schenk von Stauffenberg si raccoglie pochi minuti in preghiera prima di entrare nella “Tana del lupo” piazzando l’esplosivo che l’avrebbe fatta saltare in aria. Ma quel giorno, ancora una volta, Adolf Hitler uscì indenne dall’appuntamento con la morte. Il colpo di Stato, che avrebbe potuto forse risparmiare la vita a milioni di persone e riscattare almeno l’onore della Germania, era fallito. Il resto è storia nota.
Quella sera stessa Stauffenberg e gli altri militari congiurati vengono fucilati. Hitler, rivolgendosi al popolo tedesco, dichiara che il tentativo di eliminarlo non era stato che l’opera di «una sparuta cricca di ufficiali ambiziosi e irresponsabili», contro i quali avrebbe agito «come noi nazionalsocialisti siamo abituati a fare»: «Voglio che siano impiccati, appesi come bestiame a ganci da macello»1. A «sbrigare in fretta la faccenda» delega il sanguinario presidente del Volksgerichtshof, il Tribunale del popolo, Roland Freisler. L’8 agosto le prime impiccagioni. Anche la stampa internazionale non si discosta da quanto viene ripetuto in Germania. Il New York Times scrive che l’attentato a Hitler faceva pensare più «all’atmosfera di un cupo mondo criminale che a ciò che ci si aspetterebbe da un normale corpo di ufficiali di uno Stato civile». L’Herald Tribune non è da meno: «Agli americani non dispiacerà che la bomba abbia risparmiato Hitler e che ora egli si liberi personalmente dei suoi generali. D’altronde gli americani non hanno nulla da spartire con gli aristocratici, in particolare con quelli che onorano i colpi di pugnale». Anche il premier inglese Winston Churchill, che pure era a conoscenza di molte cose, anche di quelle riguardanti i tentativi alla fine degli anni Trenta messi in atto dalla resistenza tedesca per rovesciare il regime, nel suo messaggio alla Camera dei comuni del 2 agosto ’44, liquida l’attentato alla “Tana del lupo” «come una lotta di potere tra generali del Terzo Reich»2.
La caccia all’uomo da parte degli uomini del Volksgerichtshof, iniziata la sera stessa dell’attentato, portò in poche settimane all’arresto di seicento persone. A metà agosto il numero arrivò a cinquemila. A metà settembre, quando si pensava che tutti i maggiori responsabili fossero stati giustiziati, gli investigatori scoprirono documenti segreti contenenti i progetti di un colpo di Stato che era stato preparato sul finire degli anni Trenta. Messo di fronte alla sorpresa di quanto fosse ramificata la dissidenza, lo stesso Hitler, che inizialmente aveva pensato alla messa in scena di processi spettacolari, con udienze riprese e cronache radiofoniche, dovette ben presto rinunciarvi e alla fine la stampa non diede più neanche notizia delle avvenute esecuzioni.
Anche se la storiografia sul nazismo per molti anni è stata pressoché unanime nel sostenere che durante la dittatura non ci fu alcuna forma di opposizione al regime hitleriano, e l’identificazione tra nazisti e popolo tedesco ha soffocato nel silenzio le morti di questi uomini, è da tempo dimostrato che la resistenza che sfociò nell’attentato del 20 luglio non fu l’impresa di pochi ufficiali privi di retroterra, ma un vero tentativo di colpo di Stato, pianificato con cura e con una vasta e ramificata partecipazione in cui confluirono diversi ambienti della dissidenza militare e civile. Tra le numerose testimonianze esemplari rese in aula durante i processi davanti al Tribunale del popolo, spicca quella del borgomastro di Lipsia, Carl Friedrich Goerdeler, leader della dissidenza civile, il quale difese con forza e coraggio il lavoro condotto per anni dalla resistenza civile e militare. «Per lui» scrive il suo biografo «il 20 luglio non fu semplicemente un colpo di Stato, ma si trattò della sollevazione di un popolo intero rappresentato dalle menti migliori e più nobili di tutti i ceti, di tutti i partiti dalla destra alla sinistra e di entrambe le Chiese cristiane»3.
Il polo della dissidenza civile del nazismo era costituito a Berlino dagli aderenti al cosiddetto Circolo di Kreisau che si riunivano intorno ad alcune figure di alto spessore morale e religioso come erano il conte Helmuth James von Moltke e il conte Peter Yorck von Wartenburg. Del Circolo facevano parte diversi intellettuali, socialisti, teologi e membri della Chiesa luterana e alcuni gesuiti, come il padre Alfred Delp, redattore della rivista Stimmen der Zeit, il padre Augustinus Rösch, provinciale della Baviera, con il suo segretario padre Lothar König, insieme a ex sindacalisti ed ex esponenti del Zentrum, il vecchio partito di centro di ispirazione cristiana. Nel Circolo di Kreisau molti degli aderenti erano contrari per motivi religiosi al tirannicidio. Ma a partire dal ’42, sotto la spinta degli avvenimenti polacchi e quando si venne a conoscenza delle camere a gas riservate agli ebrei e ai dissidenti, alcuni perorarono la teoria del male minore, che si riteneva più consona alla dottrina cristiana4. Quasi tutti i membri del Circolo e i suoi simpatizzanti furono arrestati, torturati e giustiziati. Il primo fu il conte Peter Yorck. Appeso ai ganci da macello l’8 agosto ’44. Al teologo luterano Dietrich Bonhoeffer toccò il 9 aprile del ’45. Padre Alfred Delp salì sul patibolo il 23 gennaio di quell’anno, insieme al conte von Moltke.
Una lettera dell’arcivescovo di Friburgo, Konrad Gröber, inviata in quei giorni al nunzio a Berlino, informa intorno a quei fatti: «Se scrivo a vostra eccellenza questa volta è per chiederle di informare la Santa Sede che attualmente molte persone, una volta facenti parte del Zentrum, sono state arrestate ieri mattina. […] Soltanto qui a Friburgo saranno una cinquantina gli uomini e le donne, cattolici della migliore qualità, colpiti da questa sorte. […] Io ho fatto sinora ciò che era in mio potere. Ho ritenuto però mio dovere interessare anche vostra eccellenza, dato che si tratta di personalità che sono note sia al Santo Padre sia a lei personalmente. Aggiungo che questa ondata di arresti non ha colpito ecclesiastici»5.
Pio XII con il cardinale di Monaco Michael von Faulhaber

Contatti a rischio
Ma che cosa sapevano le alte gerarchie ecclesiastiche dell’attentato? I presuli tedeschi erano al corrente del piano predisposto dai cospiratori? E quale fu il loro atteggiamento?
La Gestapo di Colonia, in una relazione inviata a Berlino, rilevava «che molti si erano meravigliati dell’assenza di commenti da parte dei vescovi» e che «la maggior parte del clero depreca in cuor suo che l’attentato a Hitler sia fallito». La riservatezza assunta dalla Chiesa cattolica nei confronti dell’attentato venne così commentata da un gerarca nazista: «È tipico l’atteggiamento del clero che non vi sia stato nemmeno un sacerdote, compresi i vescovi, che abbia trovato una parola di sdegno per l’attentato dei traditori contro il Führer o si sia rallegrato per la sua salvezza»6.
Il nunzio apostolico presso il Reich, Cesare Orsenigo, come ha ampiamente argomentato il gesuita Giovanni Sale, storico e scrittore della Civiltà Cattolica, è da ritenere «che fosse stato tenuto completamente all’oscuro dai congiurati sui preparativi dell’attentato a Hitler del 20 luglio». «La dinamica dei fatti che egli espone nella forma di una nota informativa inviata alla Segreteria di Stato vaticana a un anno di distanza dal fallito attentato» afferma Sale «evidenzia che la tesi da lui sostenuta a riguardo è quella del finto complotto politico» e che comunque egli «all’indomani dell’attentato accettava per buona, come tutte le cancellerie europee, la versione dei fatti divulgata da Hitler»7.
È stato invece rilevato che negli anni 1942-43 il Vaticano non fosse totalmente all’oscuro riguardo al tentativo di rovesciare Hitler. La Santa Sede disponeva anche di altri canali d’informazione per mezzo dei quali lo stesso Pio XII si teneva in contatto con la resistenza tedesca. E non solo attraverso le notizie segrete portate dall’avvocato, cattolico praticante, Josef Müller, «l’uomo di collegamento tra i servizi segreti tedeschi dell’Abwehr e il Vaticano». Da un rapporto dei servizi segreti americani (Oss), datato 20 agosto ’44 e basato su un colloquio dell’agente H. Stuart Hughes con il gesuita bavarese Georg Leiber, che era stato segretario di Pacelli all’epoca della nunziatura in Germania ed era in contatto con Pio XII, emerge che le fonti di informazioni del gesuita Leiber si trovavano in quella dissidenza che includeva alcuni membri del Circolo di Kreisau, il generale Hans Oster, leader della resistenza presso il controspionaggio militare, Hans von Dohnanyi e anche il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer8. Dopo l’arresto di questi e di Müller, il tramite tra i dissidenti e il Vaticano divenne Hans Bernd Gisevius, delegato dell’Abwehr in Svizzera, il quale il 20 luglio era fra i congiurati presenti nell’edificio della Bendlerstrasse dove Stauffenberg e gli altri alti ufficiali vennero fuciliati. Non è inoltre un mistero che lo stesso Stauffenberg, cattolico praticante, era amico di alcuni aderenti al Circolo di Kreisau, oltre che di alcuni influenti gesuiti e di numerosi prelati tedeschi.
Ci si chiede a questo punto se alcuni di questi prelati abbiano incoraggiato con il loro consiglio o con la loro tacita approvazione l’attentato contro il dittatore; attentato che alcuni congiurati consideravano, utilizzando categorie concettuali proprie della morale cattolica, come un vero e proprio tirannicidio.
La fonte scritta da cui emergono gli elementi che provano i contatti e gli interscambi tra gli ambienti della dissidenza attiva sia civile che militare e le alte gerarchie ecclesiastiche tedesche è rappresentata dal diario e dalle lettere del conte von Moltke, fondatore del Circolo di Kreisau.
Dal diario di von Moltke sappiamo che alcuni autorevoli vescovi erano vicini alla resistenza. Nel diario si fanno i nomi dei due prelati tra i più decisi avversari del nazismo: Konrad von Preysing, vescovo di Berlino, e Clemens August von Galen, vescovo di Münster; a questi si aggiungono il vescovo di Fulda, Johannes Dietz, presidente della Conferenza episcopale, e il cardinale di Monaco Michael von Faulhaber. Il vescovo von Preysing risulta persino nella lista dei «partecipanti saltuari» alle riunioni del Circolo che avvenivano a Berlino solitamente nella casa di Peter Yorck. Von Moltke era entrato in relazione con il vescovo nel settembre del 1941 e a partire da questa data gli incontri tra i due divennero frequenti: «Il pomeriggio trascorso ieri con Preysing» annota nel suo diario von Moltke «è stato molto soddisfacente. Mi è sembrato che anch’egli ne fosse soddisfatto. […] Mi ha subito invitato a ritornare ed è ciò che farò a intervalli regolari di circa tre settimane»9. Il 13 novembre il conte ritornò dal vescovo. L’incontro fu confidenziale. Il vescovo gli parlò tra l’altro dell’anziano arciprete della Cattedrale Bernhard Lichtenberg che era stato arrestato con l’accusa di «atteggiamento antinazista» per aver pregato insieme con gli ebrei e gli lesse il resoconto degli interrogatori speditogli quello stesso giorno dalla Gestapo10. Il legame tra “l’anima” del Circolo di Kreisau e il vescovo di Berlino, come risulta da diversi altri passi del diario, divenne intenso.
Il 1° agosto 1942 von Moltke scrive: «Alla sera arrivarono da Monaco il padre Delp e il padre König che, passando per Fulda, si erano incontrati con il vescovo di quella città. […] Credo che tra questa gente si sia creata la base di fiducia necessaria per andare avanti, tanto più che, cosa ancora più importante, Delp, che era venuto su incarico dei vescovi Faulhaber, Preysing e Dietz, trasmise a Karl Miriendorff e a me l’invito a un incontro…»11. Nel gennaio del 1943 von Moltke, di passaggio a Monaco (dove incontrò i suoi amici gesuiti Rösch, König, Delp e l’avvocato Josef Müller), ebbe occasione di incontrare il cardinale von Faulhaber e lo mise al corrente dei piani che si stavano preparando. «Dopo essere stato ad ascoltare» annota nel suo diario il conte, «il cardinale insistette per la stipulazione di un concordato tra il Vaticano e il nuovo Stato tedesco»12, quello che avrebbe dovuto instaurarsi l’indomani del colpo di Stato.
È certo inoltre che poco prima del 20 luglio lo stesso artefice dell’attentato Stauffenberg si era incontrato con il vescovo von Preysing. Il presule tuttavia, anche a guerra finita, non volle mai rivelare il contenuto di quella conversazione. Né fece parola riguardo ai suoi contatti diretti con i membri della dissidenza. Sappiamo tuttavia, come ricorda il gesuita tedesco Peter Gumpel, che il vescovo di Berlino era nel mirino delle investigazioni portate avanti dal Tribunale del popolo, ma von Preysing scampò alle grinfie del famigerato Roland Freisler per la morte di questi, avvenuta nel febbraio del ’45 durante un bombardamento aereo.

Il conte Helmuth von Moltke, fondatore del Circolo di Kreisau, davanti al Tribunale del popolo; sotto, il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer (secondo da sinistra)
Novembre ’43. Goerdeler incontra von Galen
Fin qui è tutto ciò che si conosce riguardo alla fitta e significativa rete di rapporti tra alcuni presuli dell’episcopato tedesco e i diversi ambienti della resistenza attiva che hanno portato all’attentato del 20 luglio e che la storiografia per molto tempo ha tralasciato di considerare. Tuttavia, anche la scarsa e lacunosa documentazione reperibile sull’argomento, dovuta all’inevitabile fatto che sotto una dittatura è regola ferrea non lasciare nulla per iscritto, non ha permesso di ricostruire appieno l’intensità e l’influenza di questi rapporti. Come non ha neppure permesso di formulare certezze riguardo all’effettiva e particolare conoscenza che i vescovi ebbero delle modalità di quell’«ultimo e decisivo gesto».
Ma un altro elemento viene ora ad aggiungersi e a illuminare il quadro di questi legami. Legami sostanziali che mostrano ancora una volta come anche le alte gerarchie ecclesiastiche non solo fossero vicine alla dissidenza militare e civile, ma potessero essere persino al corrente dei piani per rovesciare il regime del terrore nazista e appoggiarli. Ed è in questa prospettiva che assume un’importanza rilevante il documento che qui per la prima volta pubblichiamo: la testimonianza di Hermann Josef Pünder, ex segretario di Stato della Cancelleria del Reich, confinato in un campo di concentramento in seguito all’attentato ad Hitler del 20 luglio e amico personale del vescovo di Münster Clemens August von Galen.
Il documento è contenuto nella Positio super virtutibus riguardante il presule tedesco. La lettera di Pünder, datata 26 giugno 1946, è indirizzata all’ex segretario di von Galen, Heinrich Portmann, ed è allegata alla sua deposizione al processo canonico13. Nella lettera Pünder riferisce di essere stato il tramite per l’incontro segreto, avvenuto nel novembre del 1943 a Münster, tra il vescovo von Galen e il personaggio di maggiore spicco della resistenza civile: l’ex borgomastro di Lipsia Carl Friedrich Goerdeler. Ricordiamo che Goerdeler, esponente politico degli ambienti nazionalconservatori, si era adoperato sulla fine degli anni Trenta per indurre le potenze straniere ad assumere atteggiamenti più intransigenti verso Hitler e, divenuto il punto di coagulo delle diverse dissidenze civili e militari, fu l’uomo designato al ruolo di cancelliere dello Stato tedesco nei piani di un futuro assetto politico della Germania, una volta spodestato Hitler14.
L’incontro tra von Galen e Goerdeler, alla fine del ’43, si colloca in una fase cruciale nelle azioni della dissidenza. Dopo che nel gennaio di quell’anno le potenze alleate avevano annunciato la formula della «resa incondizionata» per la Germania, Goerdeler, come altri della dissidenza che avevano cercato di intavolare trattative per arrivare a una pace separata con le potenze occidentali, era rimasto profondamente deluso dalla richiesta. Così alla fine di luglio, dopo l’arresto di Müller e di altri componenti della resistenza presso il controspionaggio militare, Stauffenberg e gli altri militari dissidenti decisero di impostare il “piano Valchiria” per rovesciare il regime. E quando, nell’ottobre, Stauffenberg assunse le mansioni di capo di Stato maggiore dell’ufficio per gli Affari generali dell’esercito, la possibilità di poter agire in fretta si fece concreta. Pünder non riferisce il contenuto della conversazione tra Goerdeler e von Galen, ma afferma «che i due erano molto contenti della conoscenza fatta» e che Goerdeler si riteneva soddisfatto «di aver trovato anche nel vescovo di Münster una persona caldamente simpatizzante del movimento di resistenza da lui portato». Nella lettera egli attesta che il nome di von Galen risultava nei protocolli della Gestapo tra le persone visitate da Goerdeler nel periodo di preparazione del colpo di Stato. Ricorda inoltre quando, incontrandolo dopo il crollo del regime e ritornando sui fatti di quel novembre ’43, «noti ormai solo a noi due», von Galen «deplorò la morte violenta di Goerdeler che egli aveva conosciuto come tedesco retto e un uomo veramente cristiano».
Un segno ancora di quanto uomini di coscienza si erano posti con coraggio, fino alle estreme conseguenze, nel tentativo «di preservare la Germania da una miseria senza nome»15 e di riscattare sé stessi e la Germania dall’inaccettabile barbarie di quei «“piccoli uomini” che si erano creduti onnipotenti come Dio» e con i quali, aveva detto pubblicamente il vescovo di Münster, «non possiamo avere comunanza di popolo».




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
UNA ROSA BIANCA PER UCCIDERE HITLER
 LA RESISTENZA IN GERMANIA DAL 1938 AL 1945

UNA ROSA BIANCA
PER UCCIDERE HITLER

Le insanabili divisioni tra socialdemocratici, cristiano-sociali e conservatori, una spietata repressione e la connivenza di ampi strati della popolazione impedirono il costituirsi di un fronte antinazista all'interno del Terzo Reich. I pochi che si opposero lo fecero a prezzo della vita e con esiti infausti. Ma il loro sacrificio non fu vano.

Alcuni membri della Rosa Bianca: da sinistra Hans
Scholl, sua sorella Sophie e Christoph Probst
di UMBERTO STEFANI
"Quando i nazisti presero i comunisti non ho aperto bocca: non ero mica un comunista io. Quando rinchiusero i socialdemocratici sono rimasto in silenzio: non ero mica un socialdemocratico. Quando presero i cattolici non ho protestato: non ero mica un cattolico. Quando hanno preso me, non c'era più nessuno che potesse protestare". Così il pastore protestante Martin Niemöller ha rievocato, con efficacia, la tragedia della resistenza tedesca nei dodici tragici anni della dittatura hitleriana. Nelle sue parole è racchiusa sia l'essenza della lacerazione politica e ideale ereditata dalla repubblica di Weimar sia la previsione di quella che sarebbe diventata la contrapposizione tra le due Germanie dopo la seconda guerra mondiale.
La categoria della Resistenza con la R maiuscola - come ci è stato insegnato in quest'ultimo mezzo secolo fin dai banchi di scuola, con tutto il suo corollario di opposizione politica, lotta armata, sabotaggi e spionaggio - se applicata alla Germania hitleriana rischia di essere fuorviante (ammessa, e non concessa, la possibilità di accomunare i movimenti resistenziali europei in modo univoco). Se in Francia, Italia, Iugoslavia, Polonia, Grecia e più in generale in tutti i paesi occupati dalla Wehrmacht la Resistenza al nazismo ha assunto contemporaneamente, ma con gradazioni e combinazioni diverse, i caratteri di guerra patriottica, guerra di classe e guerra civile, in Germania ha invece assunto nei suoi tragici esiti finali un carattere speculativo e altamente ideale. In breve, è stata un fallimento che però sul piano morale è pesato quanto un successo.
Spazzata dalla repressione del regime, dai successi economici e di politica estera che avevano contribuito a cementare un forte consenso attorno al regime, l'opposizione a Hitler in Germania praticamente non può definirsi tale prima del 1938. Il forte partito comunista aveva già cessato di rappresentare un pericolo con la morte di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg nel gennaio 1919. "I Tedeschi non assalterebbero una stazione ferroviaria senza aver prima acquistato il biglietto d'ingresso", aveva osservato malignamente Lenin dopo il fiasco della rivoluzione subito dopo la fine della prima guerra mondiale. Durante la repubblica di Weimar la frattura lacerante tra socialdemocratici al governo e comunisti fu così aspra da compromettere la possibilità di un fronte comune di forze progressiste anche di fronte all'avvento del nazismo.
"La scissione e la confusione politica dell'opposizione a Hitler - ha scritto lo storico tedesco Hans Thamer - ebbe anche a che fare con la tecnica nazionalsocialista della presa del potere che mandò a monte, con la sua "rivoluzione legale", i modelli e le interpretazioni politiche del potere tradizionali indebolendo così le potenziali forze di opposizione. Con le loro manipolazioni apparentemente democratiche, nonché con la loro congiunzione ambivalente di tradizione e rivoluzione e di allettamento e minaccia, i nazionalsocialisti paralizzarono ogni minimo tentativo da parte degli oppositori di fare fronte comune".
Di suo Hitler ci mise, dal 1933 in poi, una spietata repressione e una lunga serie di successi politici e poi militari che placarono tutti i tentativi di ribellione, sia di sinistra, sia di tendenza conservatrice, sia provenienti dalla Wehrmacht. Migliaia di funzionari del partito comunista (KPD) furono arrestati subito dopo l'incendio del Reichstag e a metà degli anni Trenta praticamente tutte le strutture organizzative della sinistra erano completamente scardinate. Fiaccati, i superstiti affiliati al KPD si limitarono da allora in poi a una posizione di attesa, nella speranza che si realizzasse l'atteso crollo del capitalismo europeo, di cui il nazismo - in accordo con la più rigorosa ortodossia marxista - doveva rappresentare l'evoluzione ultima. L'inapplicabilità di questa teoria si palesò definitivamente con la firma del patto Ribbentrop-Molotov nell'agosto 1939, che venne giustificato dall'internazionale comunista come uno strumento per contrastare il paese imperialista per eccellenza, la Gran Bretagna.
Migliaia di funzionari del partito comunista (KPD) furono arrestati
Non meno fallimentare fu l'atteggiamento dei socialdemocratici (SPD), che non riuscirono a mettere in piedi una struttura organizzata. Alcune cellule si trasferirono in Cecoslovacchia, ma l'unico risultato fu una produzione di ciclostilati inviati clandestinamente in Germania. Al flusso di materiale "sovversivo" mise la definitiva sordina la creazione del protettorato tedesco nel 1939. Ma altrettanto indicativo fu l'atteggiamento dei generali dell'esercito nei mesi precedenti lo scoppio del conflitto. Molti di loro si erano resi conto dei rischi della politica nazista e tentarono di prendere accordi con Londra per rovesciare Hitler nel caso avesse voluto trascinare la Germania in una guerra con Francia e Gran Bretagna. Nel 1938 fu messo a punto un piano per una rivolta dell'esercito al fine di scongiurare un attacco contro la Cecoslovacchia. Ma gli accordi di Monaco impedirono di andare oltre.
Nel 1939 alcuni generali (von Brauchitsch e Ludwig Beck) assieme a Karl Goerdeler, ex borgomastro di Lipsia, e all'ex ambasciatore a Roma Ulrich von Hassel, si esercitarono in una prova di complotto da attuarsi se Hitler avesse dato il via alla guerra in occidente. Ancora una volta non se ne fece nulla, anche perché i fulminanti successi in Polonia e in Francia rafforzarono la fiducia nei confronti delle virtù strategiche del Führer. Ma la categoria resistenziale non è univoca. Intesa in senso "passivo" può essere applicata anche all'emigrazione verso altri paesi europei o extraeuropei. Non è questo il caso di molti ebrei, per i quali la scelta dell'esilio fu spesso obbligata (finché se ne presentò l'opportunità) quanto invece il caso di intellettuali, artisti e scienziati di grande spessore, profondamente legati alla propria patria.
Thomas Mann in testa a tutti, che da buon tedesco visse l'esilio come una profonda lacerazione, necessaria però a riaffermare la supremazia della civiltà contro la barbarie nerocrociata. Ma non solo lui. Basti pensare a Marlene Dietrich, che, presa la cittadinanza americana nel 1937, a più riprese rifiutò le offerte di Goebbels per farne un'eroina della filmografia nazista. Durante la guerra l'"Angelo azzurro" difese la causa alleata partecipando attivamente agli spettacoli di intrattenimento per le truppe americane. Ma la lista degli esiliati volontari è lunghissima: Albert Einstein, Joseph Schumpeter, Theodor Adorno, Ernst Cassirer, Karl Popper solo per citarne alcuni. Un esodo che privò la Germania dei suoi intelletti migliori. Per l'opposizione rimasta in Germania il periodo più buio fu quello compreso tra la sconfitta della Francia e i primi fulminei successi nella campagna di Russia. Scoraggiati, delusi e dubbiosi, i resistenti tedeschi erano divisi in tre gruppi piuttosto definiti, ognuno interprete minoritario di una avversione al regime che faticava a trovare piani d'azione comuni con gli altri. Il primo gruppo era costituito da un ristretto circolo di giovani intellettuali di estrazione cristiana imbevuti di vaghi ideali socialisti.
Facevano capo al conte Helmuth von Moltke e, dal nome della tenuta slesiana in cui erano soliti incontrarsi, presero il nome di Circolo di Kreisau. Al centro delle loro discussioni posero la ricerca di una terza via tra capitalismo e socialismo, alla quale si sarebbe giunti dopo una profonda riforma morale del paese. La liberazione dai vecchi concetti del nazionalismo, della politica di potenza e della
Scoraggiati, delusi e dubbiosi, i resistenti tedeschi erano divisi in tre gruppi
subordinazione del singolo al volere dello Stato dovevano essere, una volta eliminato il nazismo, le prime tappe per una rinascita tedesca Il secondo gruppo era invece di ispirazione nazionalconservatrice e non faceva mistero della sua volontà di ripristinare, al termine del conflitto, il ruolo egemonico dello stato tedesco-prussiano sulla scena europea. Il conservatore Karl Goerdeler, già borgomastro di Könisberg e Lipsia, e in un primo tempo sostenitore del nazismo, ne era la personalità di maggiore spicco. Infine, c'era il gruppo dei giovani ufficiali della Wehrmacht radunati attorno a von Stauffenberg, von Tresckow e Olbricht. Idealisti, romantici, meno preoccupati di teorizzare il futuro assetto istituzionale della Germania, vedevano nell'azione immediata, nell'uccisione di Hitler, il vero e unico obiettivo che avrebbe consentito al popolo tedesco di riscattarsi agli occhi del mondo e della storia. Caratteristica di tutte queste forme di resistenza era quella di provenire dall'alto, cioè da una élite della società tedesca.
Mancavano infatti gli strati sociali numericamente più ampi: non c'era la sinistra e la classe operaia, che mai avrebbe accettato di collaborare con la nobiltà prussiana per abbattere Hitler; non c'erano i vecchi esponenti della Repubblica di Weimar; assente, infine, era anche la borghesia e la classe imprenditoriale. In questo "vuoto" merita però di essere segnalata l'azione di piccoli gruppi slegati e spesso improvvisati, che svolsero azioni di scarsa utilità pratica ma di elevato valore morale. Come non ricordare quindi il sacrificio del gruppo della Rosa Bianca, fondato da i due fratelli Hans e Sophie Scholl e formato da studenti e intellettuali dell'università di Monaco. Tra il maggio 1942 e il febbraio del 1943 tentarono di opporsi al nazismo svolgendo una sotterranea attività propagandistica ispirata a ideali etico-religiosi. Ma il movimento ebbe vita breve. Scoperti dalla polizia, tutti i componenti del gruppo furono arrestati e decapitati nel 1943. A un destino simile andò incontro anche lo sparuto gruppo di intellettuali di sinistra che faceva parte del circolo della Rote Kapelle, in contatto con l'Unione Sovietica. Furono infatti scoperti e arrestati nell'agosto del 1942.
I rovesci sul fronte russo e i primi segni di disaffezione sul fronte interno diedero alle elaborazioni teoretiche dei tre principali gruppi di opposizione l'opportunità di tentare il colpo finale. Molto si è discusso sul fatto che l'attentato a Hitler del 20 luglio 1944 sia stato messo in atto quando la sconfitta era ormai certa, con i Russi che premevano verso il Reich e gli alleati saldamenti attestati in Francia. Occorre però ricordare che, se una certa dose di opportunismo poteva essere presente (ma a questa stregua una critica analoga la si dovrebbe estendere ad altri momenti della resistenza europea), gli ufficiali dovettero in ogni caso usare una estrema violenza nei confronti dello spirito di casta di cui erano imbevuti, retaggio dell'antico imprinting prussiano fatto di disciplina, rispetto della gerarchia e della legalità. Quando non furono questi elementi a bloccare le volontà dei cospiratori fu il carisma di Hitler a impedire ad alcuni dei personaggi a lui più vicini di scegliere la soluzione dell'assassinio. Tipico l'esempio di Albert Speer, architetto e ministro degli armamenti. Alcuni anni dopo la fine del conflitto così rievocò il suo atteggiamento di fronte ai progetti del 1944 per eliminare il Führer. "Su un piano razionale ormai da molti mesi, se non da prima ancora, avevo capito che solo la morte di Hitler poteva salvarci dalla catastrofe. Ma dal punto di vista psicologico, o se si preferisce emotivo, non avrei potuto mai prendervi parte. Ne ebbi un'ulteriore conferma sette mesi dopo quando, avendo elaborato un piano per eliminarlo, mi resi contemporaneamente conto che mai avrei potuto porlo in atto".
Diverso l'atteggiamento di von Stauffenberg, il più determinato tra i congiurati del 20 luglio. "Io perseguo con tutti i mezzi a mia disposizione l'alto tradimento" ebbe modo di dire senza mezzi termini durante una riunione preparatoria dell'attentato. Negli ultimi mesi di guerra per Stauffenberg non era neanche più in gioco l'esito positivo della congiura, quanto il gesto in sé. Anche il semplice tentativo di uccidere il tiranno avrebbe contribuito a riscattare moralmente il popolo tedesco da undici anni di dittatura, indipendentemente dal risultato finale dell'azione.
Nella caricatura Hitler si chiede:
"Chi è il più forte del reame?"
E i dubbi sull'esito della congiura erano assolutamente leciti, visto il provvidenziale "stellone" che nel corso del 1943 e dei primi mesi del 1944 consentì più volte a Hitler di sfuggire a tutta una serie di attentati orditi da ufficiali legati al gruppo di Stauffenberg. Due bombe piazzate nella macchina del Führer mentre era in visita al quartiere generale fecero cilecca. Il tentativo di far saltare l'arsenale di Berlino nel corso di un'altra visita non sortì alcun esito perché Hitler si trattenne solo pochi minuti. In un altro caso la bomba scoppiò in anticipo. Altri tentativi fallirono miseramente in seguito a repentini cambiamenti di programma, a inconvenienti tecnici o perché - come nel caso di von Breitenbuchs, che voleva uccidere Hitler a colpi di pistola durante un colloquio al Berghof - all'attentatore fu negato in extremis l'accesso.
Da parte alleata non si fece alcuno sforzo per incoraggiare la fronda nell'esercito tedesco. Eppure nel corso del 1943 alcuni ufficiali e civili tedeschi cercarono in diverse occasioni di avviare negoziati con gli anglo-americani. Ma il desiderio di voler mantenere quasi tutte le conquiste tedesche fatte prima dell'invasione della Polonia pregiudicarono ogni possibile dialogo. "E del resto, la riluttanza degli uomini di stato alleati era facilmente comprensibile - ha scritto lo storico Joachim Fest -. Il loro rifiuto a legarsi le mani, prima della vittoria che appariva prossima, unito alla preoccupazione di fare un affronto all'Unione Sovietica, era tutt'altro che ingiustificato. E altrettanto comprensibile è la loro incapacità ad afferrare i complessi conflitti politici e morali dei congiurati tedeschi. […] L'atteggiamento di riserbo era ulteriormente rafforzato da un innegabile risentimento nei confronti dei tedeschi, oggetto del quale era pur sempre quel tipo umano che ora si presentava loro quale portatore di un nuovo ordine mondiale, ma che in realtà sembrava soltanto il rappresentante del vecchio, vale a dire il "militarista", lo "junker" prussiano, l'"ufficiale di stato maggiore"".
Nell'aprile del 1944 von Moltke venne arrestato e il circolo di Kreisau scomparve dalla scena. Per Goerdeler e Stauffenberg non c'era un minuto da perdere, pena il rischio di veder smascherate anche le loro strutture cospirative. Non c'era tempo per contattare gli alleati né per organizzare una strategia politica a lungo termine, tanto più che con lo sbarco in Normandia qualsiasi velleità di vittoria dell'esercito tedesco stava venendo meno. Anche Rommel decise di prendere parte al colpo di stato: "Se Hitler si rifiuta di trarre le conseguenze - disse - entreremo in azione noi". Una volta eliminato Hitler il progetto dei congiurati prevedeva l'imposizione dello stato d'assedio per contrastare una rivolta delle SS costruita ad arte. La Wehrmacht avrebbe assunto il comando, occupando i ministeri, le stazioni radio e disarmando le SS ovunque si trovassero. Doveva essere la rivincita dell'antica tradizione militare prussiana contro la nazificazione delle forze armate. In un secondo momento Karl Goerdeler avrebbe dovuto prendere le redini del Paese come nuovo cancelliere. Il 20 luglio del 1944 von Stauffenberg, che in qualità di capo di stato maggiore generale dell'esercito di riserva aveva accesso alle riunioni del Führer, si presentò al quartiere generale a Rastenburg con una bomba nascosta nella valigia.
La bomba esplose e l'attentatore, fuggito pochi minuti dopo l'innesco dell'ordigno, volò a Berlino convinto che Hitler fosse rimasto ucciso. Ma per una serie di circostanze fortuite questi sfuggì ancora una volta all'attentato, cavandosela solo con qualche graffio. Intanto la macchina cospiratoria era già in movimento, non solo a Berlino ma anche a Parigi e Vienna. Stauffenberg si recò al Ministero della guerra annunciando la morte di Hitler e ordinando che l'esercito assumesse il potere contro le SS. Ma tra lentezze, indecisioni e tentativi in extremis di volgere alla propria causa altri esponenti dell'esercito si perse tempo prezioso. La notizia che Hitler era ancora vivo colse i congiurati mentre le tappe del colpo di stato non erano ancora concluse o erano già fallite. L'ordine dalla viva voce del Führer di stroncare la sedizione pose fine all'ultimo ed estremo atto di resistenza, dando il via a una barbara repressione. Come nell'atto finale di una tragedia nibelungica a mezzanotte di quello stesso 20 luglio nel cortile del Ministero della Guerra furono fucilati Stauffenberg e altri congiurati. Altri si suicidarono o furono invitati a farlo, come Rommel. Goerdeler e Tresckow furono arrestati e quindi impiccati. La vendetta fu estesa anche i familiari della sparuta pattuglia di oppositori. Così si consumò l'atto finale dell'ultima congiura contro il dittatore nazista. E le vittime principali del fallimento, oltre ai personaggi direttamente interessati, furono ancora una volta i popoli coinvolti nel conflitto. Soprattutto quello tedesco. La sopravvivenza di Hitler costò la vita a più di quattro milioni e mezzo di tedeschi negli ultimi nove mesi di guerra.
Se la resistenza interna al nazismo, nei diversi aspetti che ha assunto durante dodici anni di dittatura, può quindi definirsi inconcludente e confusa nei suoi propositi, troppo spesso divisa e sicuramente fallimentare sul piano degli effetti pratici, sul piano morale è valsa quanto un successo. Il sangue versato dai giovani studenti della Rosa Bianca, da Stauffenberg e dai cospiratori radunati attorno a lui servì a dimostrare (più del processo di Norimberga, imposto dalle potenze vincitrici alla Germania sconfitta) che un barlume di coscienza civile era pronto a rinascere sulle ceneri del Terzo Reich.



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
"La Pasqua di Vallucciole" di Carlo Levi
 

Carlo Levi



La mattina dopo era ancora buio quando fummo svegliati da dei colpi alla porta e degli spari. Non avemmo neanche il tempo di scendere da letto che già la porta era sfondata e la casa piena di soldati tedeschi. lo ero mezzo addormentato, saranno state le cinque del mattino. Un tedesco che sembrava un cane arrabbiato, mi prese per un braccio e mi buttò giù dal letto gridando: « Fuori! » Volevo vestirmi; non mi lasciò il tempo. Mi potei infilare soltanto i pantaloni, ma le scarpe non me le lasciò prendere. A spinte e a calci mi buttarono fuori dall'uscio; lo stesso fecero al Vanni che me lo ritrovai vicino, di fuori, contro il muro della casa di faccia. Li c'era già qualcun altro, delle case vicine: tutti uomini. La casa del Vanni è una delle prime, in basso venendo da Stia.
Per terra c'erano delle cassette piene di bombe e di munizioni pesantissime. Ce le fecero caricare sulle spalle e ci misero in riga contro il muro, con le cassette addosso. Ognuno aveva un tedesco vicino, col mitra spianato. Dovevamo stare immobili. lo avevo il Vanni di fianco a me e guardavamo la casa che era ancora piena di tedeschi. Ma la moglie del Vanni e le bambine dove erano? Erano rimaste in casa e sentivamo gridare. I tedeschi sparavano dentro e fuori. Poi i tedeschi uscirono e sprangarono la porta. Non sentivamo più gridare le bambine, ma vedemmo il fuoco dalle finestre. Allora ci urlarono di metterci in fila e di camminare. Ognuno aveva un tedesco dietro. Il Vanni era davanti a me e si voltava, sotto il peso delle cassette, verso casa: ma ogni volta che egli volgeva il capo il suo tedesco gli dava un colpo sul viso con la punta del bastone ferrato. Anche il mio tedesco, quello che veniva dietro a me, mi spingeva con un bastone, e se appena facevo un passo più lento, su quelle pietre del sentiero ancora buio, sentivo nelle reni la punta del suo bastone e le bestemmie della sua voce di falsetto. Il mio tedesco era biondo, slavato, piccolo con gli occhi bianchi, tutto vestito di verde e in testa un elmo troppo grande. Sembrava un fungo, un fungo velenoso. Era un diavolo.
Così camminammo per delle ore. Ad ogni casa ci fermavamo e dappertutto la stessa storia. I tedeschi entravano: gli uomini venivano buttati fuori e caricati con le cassette: la nostra fila si allungava. Nelle case le donne e i bambini venivano ammazzati subito. E le bestie, anche, nelle stalle. E poi davano fuoco. Cambiavano soltanto il modo; qui con la benzina, in un'altra casa con le bombe incendiarie, e massacravano con le bombe, coi fucili, coi mitra, con le mazze, coi coltelli. Avevano arsenali di armi e le adoperavano. Noi si sostava, e poi si tornava a camminare nella salita, sotto il peso, e il sole era nato dietro le montagne, e vedevamo il fumo uscire da tutte le parti, e si sentiva in tutta la valle gridare, e i pianti e gli urli delle donne e delle bestie scannate egli spari e gli scoppi, e su verso il prato del Falterona si sentiva anche il cannone. La schiena ci faceva male, ma stavamo ben attenti a non fermarci, a non inciampare. Un vecchio di settant'anni, il Lucherini, che non si reggeva in piedi, si fermò, il tedesco che gli stava dietro gli sparò subito una scarica alla testa. Dalla loro casa tirarono fuori gli Orai. Lei, signor Nerini, li conosceva, è una famiglia di ciechi dalla nascita: sono tre fratelli tutti ciechi. Quelli provarono a portare le cassette sul sentiero ma come potevano fare? Lo dissero che erano ciechi ma i tedeschi li spingevano a randellate. E quando, prima uno, poi l'altro, poi il terzo caddero con le loro cassette, gli spararono nella testa e li lasciarono lì.
Verso le otto siamo arrivati alla casa del Becherucci. Lì c'è un piccolo piazzo, e subito un burroncello profondo e pieno d'alberi. Sullo spiazzo, ci fermammo, al solito, perché i tedeschi dovevano dare l'assalto alla casa. Che confusione! La casa era grande, la famiglia numerosa, c'erano molte donne e anche delle famiglie di sfollati che erano venuti quassù dalla città per sfuggire ai bombardamenti. Il fuoco e le grida salivano al cielo. I tedeschi sembravano impazziti, con una specie di ferocia frenetica. Si erano buttati su quelle donne prima di ammazzarle. Nella casa c'era anche del buon vino. Ad un certo punto, il mio tedesco, il mio angelo custode che non mi aveva mai lasciato di un passo, volle anch'egli partecipare alla festa. Lo vidi togliersi dalla cintura una bomba incendiaria e correre alla finestra d'angolo per buttarla dentro. lo non stetti a riflettere. Mi feci il segno della croce e prima di essermi accorto di quello che facevo avevo buttato la cassetta e rotolavo giù per il burroncello in mezzo alle piante. lo conosco bene quei luoghi: ci sono nato, ci sono sempre andato a caccia. Mi venne l'ispirazione di non scappare lontano. che mi avrebbero visto, ma di restare in fondo a quella piaggia, che c'è un nascondiglio dietro una roccia. In un momento c'ero arrivato. Mi buttai sotto la roccia, mi coprii di foglie secche e rimasi acquattato, senza tirare il respiro.
Passarono due o tre minuti, poi i tedeschi cominciarono a sparare dal ciglio del burroncello, verso il fondo delle raffiche di mitra, e buttarono delle bombe a mano. Ma io ero coperto dal macigno. Sentivo i colpi battere sulla pietra, ma non sapevo più dove ero. Stavo immobile.
Gli spari cessarono. Sentivo lo stridio del fuoco nella casa del Becherucci e il rovinio del tetto che cadeva, e il lamento continuo di un cane ferito. I tedeschi dovevano essersene andati. Dal mio buco sotto la pietra; io vedevo soltanto un piccolo pezzo di cielo sopra il ciglio del burrone e le fronde di qualche albero verso la cima del pendio, e spiavo immobile. E vidi sul ciglio, profilate su quella fetta di cielo bianco muoversi le gambe verdi di un tedesco che andava avanti e indietro come una macchina. Avevano lasciato una sentinella per vedere di riprendermi. Io lo guardavo fissato quelle gambe come le lancette di un orologio che segnasse le ore della mia vita.
In quel nascondiglio le urla e gli spari mi giungevano attenuate per la distanza; come di sottoterra. Le gambe andavano avanti e indietro, poi non le vidi più. Soltanto il tronco di un albero si stagliava sul cielo. Il tedesco era forse partito? Oppure si era seduto in disparte e mi spiava invisibile?
Rimasi in attesa un'ora, due ore, chissà quanto tempo. Ad un certo punto sentii un rumore come di sassi sul pensio. Era forse un rumore del bosco o il piede del tedesco? Non ne potevo più. Le braccia, le gambe, la schiena mi si erano intorpidite in quella immobilità, cosi tesa, sotto le foglie secche. Guardavo con tutta la intensità dei miei occhi su quel piccolo pezzo di cielo ed a un certo punto vidi degli uccelli sulle ultime frasche degli alberi, subito sotto il ciglione, tranquilli e in pace. Era una coppia di tordi: il cuore mi si allargò; se i tordi scendevano così sicuri, voleva dire che il tedesco non era più là, ma se ne era andato davvero, o forse si era allontanato di cinquanta passi, ed era venuto dietro a me a sinistra, dove la roccia mi copriva lo sguardo? Passò un altro tempo che mi parve infinito, e poi vidi un falchetto volare basso verso là, verso sinistra. Se l'uomo era ancora laggiù, il falchetto non si sarebbe avvicinato. Mi decisi allora a mettere fuori il capo; poi a uscire dalla mia tana e a rizzarmi in piedi. La casa bruciava ancora, ma nessuna voce si sentiva nelle vicinanze. Mi stirai, mi mossi, senza far rumore, mi parve di rinascere. Ma dove sarei andato? Da lontano, da tutte le parti della valle mi giungevano i rumori della strage; era come una grande caccia dove la selvaggina non aveva rifugio. Ed io, come un animale braccato, rientrai nel mio buco e tornai a coprirmi di foglie.



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 16:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
24 marzo 2008
Fratelli Rosselli
 

Carlo Rosselli



Nello Rosselli

I fratelli Carlo e Nello Rosselli furono due importanti figure della Resistenza italiana al fascismo.

Vissero a lungo in esilio a Parigi e furono uccisi a Bagnoles-de-l'Orne il 9 giugno 1937 da formazioni locali di estrema destra, molto probabilmente su ordine proveniente dai vertici del fascismo.

I fratelli Rosselli nacquero a Roma: Carlo nel 1899, Nello nel 1900.

Carlo, docente universitario, insegnò all'Università Bocconi e nell'istituto superiore di commercio di Genova; Nello fu storico e anch'egli docente universitario. Carlo partecipò all'attività politica come socialista unitario, mentre Nello fu uno simpatizzante liberale.

Collaborarono entrambi al foglio clandestino antifascista Non mollare e, con Pietro Nenni, alla rivista Quarto stato.

Carlo partecipò all'operazione che rese possibile a Turati di raggiungere la Corsica. Venne condannato al confino, a Lipari, da dove riuscì a fuggire rifugiandosi in Francia, dove fondò il movimento Giustizia e Libertà; partecipò anche alla guerra civile in Spagna. Anche Nello venne confinato, a Ponza; qualche tempo dopo riuscì ad espatriare raggiungendo in Francia il fratello Carlo.

Nei pressi della cittadina francese di Bagnoles de l'Orne i due fratelli caddero vittime di un agguato teso loro da alcuni sicari del gruppo filofascista La Cagoule; l'istruttoria giudiziaria condotta a Roma nel 1944-1945 identificò come mandanti del duplice omicidio, fra gli altri, Mussolini e suo genero Galeazzo Ciano.

I fratelli Rosselli furono sepolti nel cimitero monumentale parigino di Pere Lachaise, ma nel 1951 i familiari ne traslarono le salme in Italia, al cimitero di Trespiano a Firenze.

Lapide dedicata a Carlo e Nello Rosselli
Lapide dedicata a Carlo e Nello Rosselli





 




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 24/3/2008 alle 16:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
<<  24 | 25 | 26 | 27 | 28 | 29 | 30 | 31 | 32 | 33  >>

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte




IL CANNOCCHIALE