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AntifascismoResistenza
24 marzo 2008
Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana
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Bruno Parmesan (Venezia)

Di anni 19 - meccanico tornitore - nato a Venezia il 14 aprile 1925 -. Partigiano nel Battaglione "Val Meduna", 4^ Brigata, I Divisione delle Formazioni Osoppo-Friuli -. Catturato nel gennaio 1945 a Meduno (Udine), in seguito a delazione, per opera di militi delle Brigate Nere -. Processato il 2 febbraio 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine -. Fucilato alle ore 6 dell'11 febbraio 1945, contro il muro di cinta del cimitero di Udine, con Gesuino Manca ed altri ventidue partigiani.

Udine, 10 febbraio 1945

Caro Papà e tutti miei cari di famiglia e parenti,                                          

dalla soglia della morte vi scrivo queste mie ultime parole. Il mondo e l'intera umanità mi è stata avversa. Dio mi vuole con sé.                         

Oggi 10 febbraio, il tribunale militare tedesco mi condanna. Strappa le mie carni che tu mi avevi fatto dono, perché hanno sete di sangue.                

Muoio contento perché lassù in cielo rivedrò la mia adorata mamma. Sento che mi chiama, mi vuole vicino come una volta, per consolarmi della mia dura sorte. Non piangete per me, siate forti, ricevete con serenità queste mie parole, come io sentii la mia sentenza.                                             

Ore mi separano dalla morte, ma non ho paura perché non ho fatto del male a nessuno; la mia coscienza è tranquilla.                                           

Papà, fratelli e parenti tutti, siate orgogliosi del vostro Bruno che muore innocente per la sua terra.                                                                    

Vedo le mie care sorelline Ida ed Edda che leggono queste ultime mie parole: le vedo così belle come le vidi l'ultima volta, col loro dolce sorriso. Forse qualche lacrima righerà il loro volto. Dà loro coraggio, tu Guido, che sei il più vecchio.

Quando finirà questa maledetta guerra che tanti lutti ha portato in tutto il mondo, se le possibilità ve lo permetteranno fate che la mia salma riposi accanto a quella della mia cara mamma.

Guido abbi cura della famiglia, questo è il mio ultimo desiderio che ti chiedo sul punto di morte. Auguri a voi tutti miei cari fratelli, un buon destino e molta felicità. Perdonatemi tutti del male che ho fatto. Vi lascio mandandovi i miei più cari baci.

Il vostro per sempre

Bruno




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24 marzo 2008
Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana
 

fucilazioneguttuso.jpg (18516 byte)


Ugo Machieraldo (Mak)

Di anni 35 - ufficiale in Servizio Permanente Effettivo - nato a Cavaglià (Vercelli) il 18 luglio 1909 -. Maggiore di Aeronautica Ruolo Navigante, quattro Medaglie d'Argento al Valor Militare, due proposte di Medaglia d'Argento al Valor Militare - dall'autunno del 1943 si collega all'attività clandestina in Milano - nel 1944 si unisce alle formazioni operanti in Valle d'Aosta, dapprincipio come partigiano semplice, poi come ufficiale di Stato Maggiore della 76' Brigata Garibaldi operante in Valle d'Aosta e nel Canavese -. Catturato la notte tra il 29 e il 30 gennaio I945 in località Lace (Ivrea), in seguito a delazione, da militari tedeschi - incarcerato a Cuorgnè (Torino) -. Processato dal Comando Militare tedesco di Cuorgnè -. Fucilato il 2 febbraio 1945 contro la cinta del cimitero di Ivrea, con Riccio Orla e Piero Ottinetti -. Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Mia cara Mary,

compagna ideale della mia vita, questa sarà l'ultima lettera che tu avrai dal tuo Ugo! Ed io spero che sappia portarti tanto conforto. Il tribunale militare tedesco di Cuorgnè mi ha condannato a morte mediante fucilazione ed io attendo con altri due patrioti (Orla Riccio di Borgofranco e Ottinetti Piero di Ivrea) di passare da un momento all'altro a miglior vita. Sono perfettamente sereno nell'adempiere il mio dovere verso la Patria, che ho sempre servito da soldato senza macchia e senza paura, sino in fondo. So che è col sangue che si fa grande il paese nel quale si è nati, si è vissuti e si è combattuto. Come soldato io sono sempre stato pronto a questo passo ed oggi nel mio animo è grande più che mai la forza che mi sorregge per affrontare con vera dignità l'ultimo mio atto di soldato. Bisogna che tu, come compagna ideale e meravigliosa del tuo Ugo, sappia come lui sopportare da sola con la nostra cara Nena il resto della tua vita che porterà il tuo Ugo nel cuore.

Vado ora a morire ma non posso neanche finire, ti bacio forte forte con Nena, tuo

Ugo





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24 marzo 2008
Pietro Pappagallo
 

Pietro Pappagallo (Terlizzi28 giugno 1888 – Roma24 marzo 1944) è stato un presbitero e antifascista italiano.

È noto principalmente per il suo impegno - durante la Seconda guerra mondiale - nel fornire ausilio alle vittime del nazi-fascismo.

Giunto a Roma nel 1925, don Pappagallo fece parte del Collegio dei Beneficiati della Basilica di Santa Maria Maggiore e padre spirituale delle Suore di Gesù Bambino di via Urbana; fu anche vice parroco della Basilica di San Giovanni in Laterano e segretario del cardinale Ceretti.
Durante l'occupazione tedesca, il sacerdote si impegnò nel fornire aiuto a soldati, partigiani, alleati, ebrei ed altre persone ricercate dal regime.

Il 29 gennaio 1944, il sacerdote fu arrestato dalle S.S.. Condannato a morte, fu giustiziato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine. Alcuni testimoni hanno riferito che, anche durante il periodo della prigionia, don Pappagallo condivise il proprio pasto con altri ristretti che non avevano ricevuto cibo.

Targa dedicata a Don Pietro Pappagallo, nella casa in cui visse a via Urbana, Roma:IN QUESTA CASA NEL TEMPO BUIO DELL'OCCUPAZIONE NAZISTA RIFULSE LA LUCE DEL CUORE GENEROSO DI DON PIETRO PAPPAGALLO TERLIZZI (BARI) 28·6·1888 ROMA FOSSE ARDEATINE 24·3·1944 ACCOLSE CON AMORE I PERSEGUITATI DI OGNI FEDE E CONDIZIONE CADDE NEL SEGNO ESTREMO DELLA REDENZIONE E DEL PERDONO DI DIO  IL COMUNE DI ROMA POSE NEL 53 ANNIVERSARIO DELL'ECCIDIO PER RICORDARE CHE I CADUTI PER LA LIBERTÀ SONO LE VIVE SEMENTI DI UNA UMANITÀ MIGLIORE
Targa dedicata a Don Pietro Pappagallo, nella casa in cui visse a via Urbana, Roma:
IN QUESTA CASA
NEL TEMPO BUIO DELL'OCCUPAZIONE NAZISTA
RIFULSE LA LUCE DEL CUORE GENEROSO DI

DON PIETRO PAPPAGALLO
TERLIZZI (BARI) 28·6·1888
ROMA FOSSE ARDEATINE 24·3·1944

ACCOLSE CON AMORE I PERSEGUITATI
DI OGNI FEDE E CONDIZIONE
CADDE NEL SEGNO ESTREMO
DELLA REDENZIONE E DEL PERDONO DI DIO

IL COMUNE DI ROMA POSE
NEL 53 ANNIVERSARIO DELL'ECCIDIO
PER RICORDARE CHE I CADUTI PER LA LIBERTÀ
SONO LE VIVE SEMENTI
DI UNA UMANITÀ MIGLIORE

Giovanni Paolo II, in occasione del giubileo dell'anno 2000, ha incluso don Pietro Pappagallo tra i martiri della Chiesa del XX secolo.

In sua memoria, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha conferito, 13 luglio 1998, la medaglia d'oro al merito civile:

Medaglia d'oro al merito civile

«Sacerdote della Diocesi di Roma, durante l'occupazione tedesca collaborò intensamente alla lotta clandestina e si prodigò in soccorso di ebrei, soldati sbandati, antifascisti ed alleati in fuga dando loro aiuto per nascondersi e rifocillarsi. Tradito, fu consegnato ai tedeschi, sacrificando la sua vita con la serenità d'animo, segno della sua fede, che sempre lo aveva illuminato.»


— Roma, 24 marzo 1944




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24 marzo 2008
L'olocausto del clero toscano
 
DI ENNIO CICALI

L'altissimo il tributo che la Chiesa toscana ha pagato in vite umane nella seconda guerra mondiale. Sono 75 le vittime, il numero più alto in Italia, riportate nel Martirologio del clero italiano nella 2ª guerra mondiale e nel periodo della resistenza 1940 - 1946, la pubblicazione sull’argomento più completa fino a oggi esistente.

Tra morti e dispersi nel clero secolare in Toscana sono da annoverare 47 parroci, 8 viceparroci, 7 cappellani militari, 6 appartenenti ad altri uffici, 7 chierici e seminaristi. A questi sono da aggiungere gli appartenenti agli ordini religiosi (clero regolare) e altri sacerdoti uccisi per motivi connessi alla lotta politica del dopoguerra. La diocesi più colpita è stata Arezzo con 16 caduti, seguita da Pisa con 11, Apuania 9, Prato e Pontremoli 7, Fiesole e Firenze 5. I Certosini sono i più colpiti tra gli ordini religiosi. Da ricordare l’eccidio di Farneta con l’uccisione di tutti i componenti di quella comunità. La maggior parte dei sacerdoti e religiosi uccisi avrebbero avuto salva la vita, se avessero avuto maggior cura di se stessi. Non sono in genere delle vittime occasionali. Caduti, uccisi, sacrificati; non hanno fuggito il loro posto e le loro responsabilità.

Le cifre, pur nella loro naturale freddezza, ci rivelano inaspettati e singolari primati di sacrificio. Un bilancio purtroppo non completo, perché per molti episodi di cui si ha notizia non è possibile appurare particolari certi.

di Ennio Cicali

Don Silvestro Alberti , chierico della diocesi di Apuania, mitragliato dalle Ss mentre tentava di passare la linea Gotica per giungere a Lucca.
Padre Antonio Amadori , della Compagnia di Gesù, morto a Firenze il 25.9.1943, durante un bombardamento aereo
Marino Arinci , seminarista, ucciso da soldati tedeschi nella zona di Cintolese (Pistola), insieme a sette familiari.
Don Angelo Avetta , parroco di Montauto, morto il 13.6.1944, travolto nella rovina del ponte sul fiume Tresso, durante un bombardamento
Don Francesco Babini , parroco di Sansepolcro, fucilato dai tedeschi a Forlì il 26.7.1944, per avere ospitato alcuni ufficiali inglesi.
Don Ferrante Bagiardi , parroco dl Castelnuovo del Sabbioni trucidato dai tedeschi il 4.8.1944, insieme a 88 civili suoi parrocchiani.
Don Lino Baldini , parroco di Camporaghena di Comano (Massa), ucciso dai tedeschi sul piazzale della chiesa il 4.7.1944.
Don Ugo Bardotti , parroco a Cevoli, morto il 4.2.1951, colpito a cuore da tre sicari di Pausacco, per odio politico.
Padre Antonio Bargagli , dei frati minori. Rifugiatosi in casa amica dopo la distruzione del convento dl S. Antonio in Viareggio, Il 10.8.1944 fu ucciso da un soldato tedesco mentre stava rientrando al convento.
Don Duilio Bastreghi , parroco di Ciliano e Capannone, ucciso dai partigiani il 3.7.1944.
Don Alberto Battilocchi , vice parroco a Cesarano di Fivizzano, morto il 15.12.1944, durante un bombardamento alleato.
Don Carlo Beghè , parroco di Novegigola. della diocesi di Apuania. Ottantenne, fu prelevato dai tedeschi il 1.1.1945 e, condotto al cimitero, dovette rimanere per alcune ore sotto la minaccia del plotone di esecuzione. La fucilazione non avvenne, ma il cuore del vecchio sacerdote non resse. Si spense il 12.3.1945.
Don Giovacchino Benassai , morto il 1.9.1944, investito da un camion bellico.
Don Giuseppe Bertini , parroco di Molina dì Quosa (Pisa), ucciso dai tedeschi nell’estate del 1944 insieme con alcuni civili.
Don Giorgio Bigongiari , cappellano di Lunata (Lucca), deportato e ucciso dai tedeschi a Massa il 10.9. 1944.
Padre Martino Binz , dei certosini della Farneta di Lucca, fucilato per rappresaglia dai tedeschi il 6.9.1944.
Don Fiorino Bonomi , viceparroco di Fosdinovo (Apuania): catturato dai tedeschi insieme a giovani partigiani fu condotto a Monzone, seviziato e ucciso nella notte del 15.9.944,
Padre Eligio Bortolotti , dei padri giuseppini, parroco a Querceto (Firenze), fucilato dai tedeschi il 5.9.1944.
Don Rinaldo Cacioli , della diocesi di Arezzo, morto il 4.2.1941 in Africa settentrionale per ferite da un bombardamento aereo, croce di guerra al v. m.
Padre Giacomo Caneschi , il 2.9.1944, mentre si trovava sul piazzale del Quadrante alla Verna, fu colpito da un proiettile e morì poco dopo dissanguato.
Padre Raffaele Cantero , dei certosini della Farneta di Lucca, fucilato per rappresaglia dai tedeschi a Massa Marittima Il 10.9.1944, insieme a 11 confratelli.
Don Giuseppe Casarosa , cappellano a Pontedera, morto in 21.1.1944, durante un’incursione aerea.
Don Antonio Casucci , frate predicatore, ucciso dai tedeschi, insieme alla madre, il 25.8.1944, a S. Domenico di Fiesole
Padre Osvaldo Cavaterri , cappuccino, cappellano militare, morto a Pontedera il 5.8.1941. Era in servizio.
Don Giovanni Ceccarelli , parroco di Pastina, morto il 10.7.1944, durante un cannoneggiamento.
Padre Giovanni Crisostomo Ceragioli , dell’Ordine dei Frati Minori, cappellano militare di un battaglione di camice nere; per i militi era «Fratel Lupo». Il 12.5.1944 fu preso prigioniero con altri confratelli, da partigiani comunisti, nel convento di Montefollonico. Alcuni giorni il suo cadavere fu trovato riverso in una buca.
Padre Cipriano Cerboni , cappuccino, morto a Montepulciano il 16.8.1944 per l’esplosione di una bomba.
Frate Mariano Cipriani , laico professo dei Servi di Maria nel convento di Montesenario, morto il 2.9.1944, durante un bombardamento.
Padre Antonio Clerc , certosino, fucilato nei pressi di Massa, il 10.10.1944.
Padre Antonio Compagnon , dei certosini della Farneta di Lucca, di origine francese; professore di filosofia, fucilato per rappresaglia dai tedeschi a Massa Carrara il 10.9.1944.
Padre Giovanni Corsini , cappuccino, presidente del sanatorio di Cisanello, morto il 24.7.1944, mentre faceva il Ringraziamento della Messa nella cappella del santuario, colpito da una cannonata.
Padre Antonio Gabriele Costa , dei certosini della Farneta di Lucca; partigiano combattente, fucilato a Massa Carrara il 10.9.1944 insieme a 11 confratelli. Medaglia d’oro al valore militare.
Don Bianco Cotoneschi , parroco di Pullicciano (Firenze), fucilato dai tedeschi l’1.8.1944 sotto l’accusa di avere incitato la popolazione a battersi.
Ivo Cristofani , seminarista, fucilato dai tedeschi a Castelnuovo dei Sabbioni il 4.8.1944, insieme al suo parroco e a numerosi parrocchiani.
Padre Bruno D’Amico , dei certosini della Farneta di Lucca, fucilato dai tedeschi il 10.9.1944.
Don Giuseppe Del Fiorentino , parroco di Bargecchia (Lucca), ucciso dai tedeschi il 29.8.1944.
Don Dolfo Dolfi , canonico della cattedrale di Volterra. Fu fermato dai partigiani a Poggibonsi; arrivato a Volterra fu percosso, gli fu rotta una gamba in tre punti, morì dopo inaudite sofferenze l’8.9.1945.
Padre Pio Egger , dei certosini della Farneta di Lucca, di origine svizzera, fucilato dai tedeschi a Massa Carrara il 10.9.1944.
Padre Paolo Facchini , passionista, morto il 15.6.1944, a Pitigliano, durante l’avanzata dell’esercito americano, stroncato da due colpi di mitraglia.
Mons. Carlo Ferrari , della diocesi di Grosseto, cappellano dell’aeroporto. Mentre si recava all’aeroporto, fu investito da una moto delle Ss tedesche, e non fu soccorso.
Don Giuseppe Fondelli , parroco di Meleto di Cavriglia (Arezzo), catturato dalle Ss e fucilato con tutti gli uomini del paese, 92 persone, il 4.8.1944.
Don Sante Fontana , parroco a Comano, ucciso dai partigiani il 16.1.1945, tacciato ingiustamente di filonazifascista. Prima dell’uccisione fu derubato, vessato e martoriato in vari modi.
Don Sebastiano Fracassi , canonico della cattedrale di Arezzo, ucciso nel suo letto dai tedeschi a Civitella della Chiana, il 29.6.1944.
Don Luigi Frizzotti , della diocesi di Apuania, morto il 15. 1. 1944 per le ferite riportate nel bombardamento di Bondano di Marina di Massa.
Padre Mauro Galoppi , cappuccino, morto a Castiglion Fiorentino il 5.5.1944, dilaniato da una granata.
Don Italo Gambini , parroco di San Jacopo di Livorno, membro del Cln di Rosignano; il 9.7.1944 a Castiglioncello fu dilaniato da una mina anticarro mentre accompagnava alcune persone in luogo sicuro.
Don Modesto Gavilli , parroco di Badia al Pino (Arezzo); colpito da una bomba lanciatagli dai tedeschi mentre correva incontro ai soldati inglesi. Morì a Città della Pieve l’11.7.1944.
Don Renzo Gori , vicario della chiesa dei Ss. Pietro e Paolo in Livorno, fucilato dai tedeschi a Massa, per avere collaborato con i partigiani, il 23.10.1944.
Don Luigi Grandetti , parroco a Pieve Offiano, presso Casola in Lunigiana, morto per le conseguenze di un’aggressione subita il 17.12.1946, per odio di parte.
Don Eugenio Grigoletti , parroco di Adelano in comune di Zeri (Massa Carrara); i tedeschi lo fucilarono nella sua canonica il 3.8.1944, avendo trovato, durante una perquisizione, alcuni indumenti appartenenti a militari americani.
Don Italo Grotti , della diocesi di Arezzo, morto il 2.12.1943 durante un bombardamento, mentre si recava alla pia casa di riposo, di cui era cappellano, per confortare i suoi vecchi.
Don Omero Guidotti , parroco di Montopoli Valdarno, morto il 20.7.1944, durante un bombardamento.
Don Ornello Guidotti , cappellano a Campi Bisenzio, morto il 31.8.1944, per lo scoppio di una granata.
Padre Accurzio Hausler , dell’Ordine dei Frati minori, assistente dei giovani di Azione Cattolica a Chiusi. Cappellano militare. Disperso in Russia dalla fine del 1942. Forse è morto nei pressi di Woronesc (Russia) nel febbraio 1943.
Don Luigi Janni , parroco di Vinca (Massa Carrara), ucciso dalle Ss insieme al padre e alla sorella il 24.8.1944, mentre assisteva le vittime della strage ivi compiuta.
Padre Benedetto Lapuente , dei certosini della Farneta di Lucca, di origine spagnola; fucilato dai tedeschi il 10.9.1944.
Don Alcide Lazzeri , arciprete di Civitella della Chiana (Arezzo), abbattuto da raffiche di mitra mentre assisteva i suoi parrocchiani che stavano per essere fucilati in massa dai tedeschi il 29.6.1944.
Don Innocenzo Lazzeri , parroco di Farnocchia (Lucca); ucciso dai tedeschi il 12.8.1944, insieme con altre 138 persone, nella strage di Sant’Anna di Stazzema (Lucca).
Don Giuseppe Lorenzelli , priore di Corvarola di Bagnone. Accusato di essere filofascista fu ucciso dai partigiani il 27.2.1945, nei pressi della parrocchia di Jera.
Don Umberto Lotti , cappellano militare a Firenze, fu deportato in un campo di concentramento a Linz (Austria) e vi morì il 25.7.1944.
Padre Odorico Magini , cappuccino, morto a Prato il 10.1.1944, in seguito a incursione aerea.
Don Pietro Maraglia , parroco di Cerignano presso Fivizzano, morto nel 1947 per le conseguenze di un’aggressione per odio di parte.
Padre Giorgio Maritano , dei certosini della Farneta di Lucca, fucilato dai tedeschi a Massa Carrara il 10.9.1944.
Seminarista Santi Massi , della diocesi di Arezzo, morto il 7.8.1944, a seguito di eventi bellici.
Don Giovanni Mazzoni , della diocesi di Arezzo, cappellano militare al 3° reggimento bersaglieri, morto in Russia il 25.12.1941, mentre soccorreva un ferito. Medaglia d’oro al v.m.
Padre Raffaele Mazzucchi , dei Servi di Maria, fucilato dai tedeschi il 27.7.1944 a Camaiore (Lucca) per avere collaborato con i partigiani.
Don Aldo Mei , parroco di Fiano (Lucca); catturato in chiesa e tradotto nella pia casa di Lucca, vi fu seviziato con l’accusa di avere collaborato con i partigiani; fucilato dai tedeschi la sera del 4.8.1944.
Don Domenico Mencaroni , parroco di Toppole (Arezzo); accusato di collaborare con i partigiani, fu fucilato ad Anghiari il 17.7.1944.
Don Salvatore Menguzzo , parroco a Molina di Stazzema (Lucca). Sotto l’accusa di essersi prodigato nel prestare aiuto alla popolazione e ai partigiani feriti, il 12.8.1944 fu impiccato dai tedeschi. Questi ultimi incendiarono poi la parrocchia con i lanciafiamme; nel rogo trovarono la morte i fratelli, il padre, la cognata e due nipotine del sacerdote.
Don Primo Migliorini , parroco di S. Flora a Torrita, morto ad Arezzo nel bombardamento del 2.12.1943.
Padre Rosario Mirabene , frate predicatore, fucilato dai tedeschi l’8.8.1944 a Campi Casentino (Arezzo).
Padre Bernardo Montes de Oca , dei certosini della Farneta di Lucca; fucilato dai tedeschi il 6.9.1944 a Montemagno (Pistoia).
Don Luigi Montuschi , parroco di S. Maria in Crespino sul Lamone (Firenze), fucilato dai tedeschi il 17.7.1944.
Don Ermete Morini , parroco di Massa dei Sabbioni, sgozzato dai tedeschi il 4.7.1944.
Padre Cornelio Motzel , dell’ordine dei Frati minori della Verna, cappellano militare, morto in Russia l’11.10.1942.
Don Adolfo Nannini , parroco di Cercina, ucciso dai partigiani il 30.5.1944.
Padre Michele Nota, dei certosini della Farneta di Lucca, fucilato dai tedeschi a Massa Carrara il 10.9.1944.
Padre Riccardo Orlandi , delle Missioni estere di Milano, morto a Pisa il 31.8.1943, durante un bombardamento aereo.
Don Angelo Orsini , parroco di Calcinaia (Pisa), fucilato dai tedeschi il 22.4.1944.
Don Oreste Pacini , parroco di Ville di Terranova, morto il 27.7.1944 a seguito dello scoppio di una granata.
Don Attilio Palandri , della diocesi di Pescia, cappellano militare, disperso sul fronte russo tra il 15.1 e il 31.1.1943.
Giuseppe Pasqui , seminarista di Arezzo, ucciso dai tedeschi a Civitella della Chiana il 19.6.1944 insieme al suo parroco.
Padre Raffaello Pericchi , parroco di Chiusi della Verna (Arezzo), catturato e fucilato a tradimento dai tedeschi il 14.6.1944.
Don Aladino Petri , pievano di Caprona, ucciso il 27.6.1944 per motivi politici, insieme con un giovane, mentre di sera tornava alla canonica.
Chierico Giuseppe Pierami , della diocesi di Apuania. Morto il 2.11.1944 in luogo imprecisato. Fu catturato dai tedeschi, insieme al padre e ad un fratello, durante un rastrellamento. Riuscirono a fuggire sui monti al di la della linea gotica, ma tutti e furono uccisi dai partigiani non si sa per quale motivo.
Don Angelo Quiligotti , canonico di Pontremoli, fucilato dai tedeschi sui monti dello Zerasco (Massa Carrara) il 4.8.1944, sotto l’accusa di avere fatto parte di formazioni partigiane.
Don Michele Rabino , parroco di San Terenzo Monti di Fivizzano (Massa Carrara), fucilato dai tedeschi il 19.8.1944, assieme a 170 civili della località.
Don Libero Raglianti , parroco di Valdicastello (Lucca); catturato e deportato dia tedeschi nell’agosto 1944, fu successivamente ucciso in e poca e località imprecisate.
Don Dante Ricci , parroco di Faeto (Arezzo) massacrato dai tedeschi l’11.7.1944.
Don Giuseppe Rocco , parroco di S. Sofia Marecchia, ucciso il 4.4.1945 da tre slavi, più volte sfamati alla sua mensa.
Padre Paolo Roggi , frate, ucciso dai tedeschi il 4.7.1944, a Castiglion Fiorentino (Arezzo), sotto l’accusa di essere un informatore dei partigiani.
Padre Francesco Rosbach , dei certosini della Farneta di Lucca, fucilato dai tedeschi a Massa Carrara il 10.9.1944.
Frate Francesco M. Rossi , laico novizio dei Servi di Maria, morto il 2.9.1943 durante un bombardamento, nel convento di Montesenario.
Padre Ignazio Rossi , parroco di Vittoria Apuana (Massa Carrara), ucciso dalle Ss tedesche nell’orto del suo convento, dove era rimasto malgrado l’ingiunzione a sfollare.
Don Raffaele Rossi , vice parroco a Castelnuovo Garfagnana, morto il 15.2.1945, insieme con altre trenta persone, durante un bombardamento aereo, mentre in un rifugio confortava e assolveva i presenti.
Padre Rufino Sani , fucilato dai tedeschi nel giardino del convento di San Casciano Val di Pesa (Firenze) il 29.4.1944.
Don Ubaldo Sazzini , parroco di Polcanto, morto per lo scoppio di una mina l’8.9.1944, mentre soccorreva una persona gravemente ferita per lo scoppio di un altro ordigno.
Don Sabatino Scarpelli , della diocesi di Firenze, cappellano militare del reggimento «Ariete», caduto in combattimento il 26.2.1942 a Marsa Matruch (Africa). Medaglia d’argento al v. m.
Padre Francesco Serafini , dei Benedettini Vallombrosani, cappellano militare, morto a Camaiore il 20.11.1941 per setticemia. Era in servizio.
Don Giuseppe Simi , canonico della collegiata di Pietrasanta (Lucca), ucciso dai tedeschi il 16.8.1944, insieme con altri civili.
Don Emilio Spinelli , parroco di Campogialli, ucciso da un sicario sconosciuto il 6.5.1944 per odio di parte.
Don Giuseppe Tani , parroco di Casalenovole (Arezzo), catturato e tradotto nelle carceri di Arezzo insieme al fratello, dirigente provinciale della Resistenza, nella notte del 15.6.1944, fu con lui ucciso nella cella del carcere.
Renzo Tognetti , seminarista di Pisa, partigiano, fucilato dai tedeschi in data imprecisata del 1944.
Don Giuseppe Torelli , parroco di San Pancrazio (Arezzo); catturato dai tedeschi con numerosi abitanti della stessa località, ne subì la sorte comune: i tedeschi, dopo averli rinchiusi in un magazzino della fattoria, li mitragliarono in massa e diedero i loro corpi alle fiamme.
Don Fortunato Trioschi , parroco di Crespino del Lamone (Firenze), fucilato dai nazifascisti il 17.7.1944.
Don Mario Tucci , parroco a Castello di Calice di Cornoviglio, morto il 25.4.1945 per lo scoppio di una mina sul Monte Perpoli in Garfagnana.
Don Giuseppe Turi , vice parroco a Casole d ’Elsa, morto il 30.6.1944 sotto un bombardamento aereo.
Don Ezio Turinesi , parroco di Partina (Arezzo), ucciso dai tedeschi il 5.9.1944, nel bosco di Camaldoli.
Don Angelo Unti , parroco di Lunata (Lucca), deportato e ucciso dai tedeschi in data imprecisata del 1944.
Don Vannino Vanni , della diocesi di Chiusi, cappellano militare, morto per inanizione il 4.4.1943 nel campo prigionieri di Tambow (Russia).
Don Pilade Vattancoli , della diocesi di Modigliana, cappellano militare alla piazza marittima di Pola, morto il 1.11.1942 per causa di servizio.
Don Pietro Veneziani , parroco della chiesa di S. Stefano e S. Cecilia a Firenze, morto il 4.8.1944, a seguito del crollo della chiesa che non aveva abbandonato pur sapendo che la zona era stata minata dai tedeschi.
Padre Marcello Verona , frate carmelitano; catturato con altri giovani patrioti da reparti delle Ss fu torturato e poi fucilato a Mirteto di Massa il 12.8.1944.
Don Arturo Vincetelli , parroco di San Francesco in Carrara, ucciso da una granata tedesca il 20.4.1945.



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24 marzo 2008
La battaglia di Cetica
 

La progressiva organizzazione e l'asserragliamento dei partigiani sulle montagne fra il Valdarno e il Casentino valse alla zona il nomignolo di "piccola repubblica del Pratomagno", anche se si trattava di una realtà meno complessa rispetto alle vere repubbliche partigiane sul versante emiliano dell'Appennino.

Cetica, già da tempo interessata da attività partigiana, era una delle possibili vie di accesso alle montagne più alte e quindi era presidiata da alcuni distaccamenti della Brigata "Lanciotto".
L'alba del 29 giugno 1944 truppe tedesche, fra le quali unità di élite come uno dei battaglioni della "Brandemburg", e repubblicane salirono verso Cetica utilizzando avanguardie travestite da partigiani.

Scoperti a pochi chilometri dall'abitato iniziarono ad azionare i mortai e a convergere da più parti. Una squadra della II compagnia della "Lanciotto" viene accerchiata e annientata ma gli attaccanti si concentrano soprattutto nella demolizione delle case e in violenze sulla popolazione. I partigiani ricevono rinforzi dai monti e riescono a fermare i nazi-fascisti e infine a respingerli, salvando parte del paese ed il mulino.
Sulla via del ritorno i tedeschi verranno a loro volta attaccati dai partigiani di Lazio Cosseri che li avevano preceduti.
Alla fine della giornata saranno contati dodici partigiani e undici civili fra le vittime dell'attacco, gli aggressori avranno perso cinquantacinque soldati.

Cetica è ricordata come il primo deciso successo in battaglie di difesa, un tipo di azione inconsueto per i partigiani, e che soprattutto fu scuola per l'avvenire.


Vasco Palazzeschi "Mara"

 Lazio Cosseri - Giulio Bruschi - Vasco Palazzeschi 'Mara' Vasco Palazzeschi, "Mara" racconta la battaglia di Cetica

La decisione di portare una compagnia della Brigata "Lanciotto" a Cetica non fu presa a cuor leggero. Al Comando di brigata si erano discussi a fondo i prò e i contro e, pur non sottovalutando i rischi che la decisione comportava per il reparto impiegato e per la popolazione, prevalse la tesi a favore della necessità di rafforzare la nostra posizione in Cetica. In precedenza vi avevano già organizzato un posto di ascolto radio e distaccato un piccolo nucleo per questo servizio. Ora eravamo in attesa del lancio di armi. Da tempo avevamo trasmesso le nostre parole d'ordine: «Amerigo viene - Amerigo ritorna - Amerigo verrà» e avevamo preparato nei pressi dell'Uomo di Sasso il campo per riceverlo. Non ci rimaneva che attendere di ricevere via radio la parola d'ordine annunciante l'arrivo dell'aereo, perciò si doveva restare permanentemente in ascolto.
Questo lancio purtroppo non arrivò mai e i sacrifici sopportati durante le numerose nottate passate all'addiaccio all'Uomo di Sasso ottennero, dall'aereo "amico", soltanto qualche raffica di mitraglia preannunciante quella certa diffidenza che riscontrammo poi da parte degli Alleati nei confronti delle Brigate garibaldine.
Ma la necessità di rafforzare la nostra presenza in Cetica era confortata anche da altri importanti motivi. Obiettivo principale era quello di chiudere questa porta d'accesso al Prato Magno, così come già si erano chiuse quelle di Pian di Sco', Castra, Montemignaio-Pian Scaglioni. Si doveva impedire a ogni costo che il Prato Magno, ormai liberato, potesse ritornare in mano nemica e divenire un luogo di rifugio e di sosta per i nazifascisti in ritirata o, peggio ancora, un caposaldo di resistenza atto a contrastare l'offensiva alleata. Oltre ai motivi militari, come quello anzidetto, cui si può aggiungere l'organizzazione di una base avanzata, dalla quale far partire rapide incursioni offensive, c'era la necessità di assicurare il rifornimento di viveri e di tutto quanto era necessario alla popolazione e alle forze partigiane, divenute ormai consistenti in tutta quella regione.
D'altra parte, pur non sottovalutando l'insufficiente dotazione di fuoco a disposizione di una nostra compagnia rispetto a quella delle forze nemiche in caso di scontro frontale, ritenemmo di avere raggiunto un grado soddisfacente di efficienza per armamento, disciplina e solidarietà del reparto incaricato, che si veniva poi a rafforzare tenendo conto dei rapporti di collaborazione raggiunti con la popolazione tutta. Non credo di dire cosa non rispondente alla pura verità se affermo che la popolazione faceva tutt'uno con i partigiani e poteva ritenersi forza combattente di prima linea, pienamente cosciente della buona causa per cui combattere e della inevitabilità dei rischi da affrontare.
A Cetica, con l'arrivo della nostra 2a Compagnia, fu data una sistemazione organica a questi rapporti di collaborazione, già da tempo stabiliti in varie forme e, in alcuni casi, in modo molto estemporaneo. Fu anche possibile realizzare un più preciso assetto del rapporto di lavoro. È da ricordare il largo impiego, regolarmente retribuito, di boscaioli per la costruzione di capanne e per il trasporto di viveri o di altri materiali necessari, nonché l'organizzazione di distribuzioni di generi alimentari (carne, zucchero, grano ecc.) iniziate già da tempo, e la sistematica collaborazione per una sempre più efficiente rete d'informazioni.
Infine la porta di Cetica fu chiusa. In Prato Magno nessuno poteva più entrare senza il nullaosta del nostro Comando. Chiunque, per lavoro o per qualsiasi altra ragione, avesse avuto la necessità di transitare entro la "piccola repubblica del Prato Magno", doveva munirsi dì un lasciapassare della nostra Brigata.
Su richiesta degli interessati e nel caso che la nostra permanenza si fosse prolungata, si era già pensato di rilasciare speciali autorizzazioni per la caccia, resa necessaria per migliorare le risorse alimentari. Così i nostri rapporti con la popolazione si consolidarono sempre più.
Esercito di liberazione e popolazione si unirono saldamente e non mi pare sia neanche il caso di ricordare che mai nessuno ebbe a lamentare la minima mancanza di riguardo a cose o persone da parte dei nostri giovani combattenti. Eravamo tutta una famiglia e, come tali, ci comportavamo da ambedue le parti in piena fraternità di intenti.
Lungo sarebbe raccontare gli innumerevoli episodi, rievocare i tanti fatti di guerra e i più cari ricordi legati ai fraterni rap¬porti stabiliti. Credo però di poter affermare, specialmente per i giovani, che coloro che vissero quella breve esperienza della "piccola repubblica del Prato Magno" ebbero modo di intravvedere cosa potrebbe essere una società realizzata con quei vincoli di solidarietà umana, di libertà e di giustizia. Né mi pare inopportuno riconoscere, certo autocriticamente, che durante questi anni avremmo dovuto fare qualcosa di più per rievocare quei momenti in incontri organizzati. Ma torniamo ai ricordi: la battaglia di Cetica. Accadde il 29 giugno.
Ricorrendo a un infame inganno, tedeschi e repubblichini, mascherati da partigiani, tentarono di cogliere di sorpresa la 2a Compagnia accampata in Cetica. Probabilmente pensavano di poterla distruggere nel sonno, ma avevano fatto male le loro previsioni, perché tre chilometri prima di arrivare a Cetica si trovarono di fronte ad un imprevisto: una nostra pattuglia, che faceva come di consueto buona guardia, li avvistò e non esitò a ingaggiare combattimento e a inviare una staffetta al Comando di compagnia.
Fu questo un primo importante successo che permise di prendere rapidamente e per tempo le misure atte a difendere la posizione e a far evacuare la popolazione, onde metterla in salvo, nel mentre che si informava il Comando della Brigata "Lanciotto".
Abbiamo già detto che il reparto era bene organizzato e sperimentato al combattimento. Senza esitare, disciplinatamente, i tre distaccamenti furono disposti in semicerchio sulle parti più alte, decisi a resistere a oltranza. Ma, a questo punto, ci trovammo di fronte a una nuova infamia: tedeschi e repubblichini, sempre camuffati da partigiani, venivano avanti facendosi scudo di donne e ragazzi costretti con la minaccia delle armi, per impedire a noi di rispondere al fuoco. Questa vile azione permise loro di arrivare su Cetica e, appoggiati dal fuoco dei mortai, iniziarne la distruzione.
La nostra resistenza non venne però meno neppure di fronte a questa situazione. Ciò valse a salvare una parte dell'abitato e il mulino, e a far ripiegare gli attaccanti verso altra direzione. Quello di Cetica fu un vero e proprio combattimento, di tipo inconsueto per noi, addestrati all'attacco a sorpresa seguito da rapida ritirata, come è nella pratica della guerriglia. Qui, al primo scontro frontale per difendere la posizione, riuscimmo a far seguire le iniziative necessarie a manovrare, fronteggiare e respingere con opportuni rinforzi, inviati dal Comando di brigata, le forze nazifasciste spedite da Montemignaio con l'obiettivo di stringere i difensori di Cetica in un cerchio di fuoco e distruggerli.
Fallito questo obiettivo, i tedeschi e i fascisti, che erano riusciti a raggiungere Cetica e a distruggerla quasi completamente più con l'inganno che con la forza delle loro armi, si resero ben presto conto che non avrebbero potuto mantenere la posizione nemmeno per un giorno. Infatti, nel primo pomeriggio, iniziarono la loro frettolosa ritirata e non si resero nemmeno conto che una nostra compagnia si apprestava a tender loro un'imboscata sulla strada di Pagliericco, dove subirono gravi perdite, lasciando sul terreno una cinquantina di morti.
In tutta la battaglia i tedeschi subirono una perdita accertata di 55 uomini ed ebbero numerosi feriti. Anche per noi purtroppo il bilancio di questa giornata fu pesante: dieci partigiani caddero combattendo, sei rimasero feriti. Assassinati dai fascisti e dai tedeschi caddero anche dodici civili che, a mio avviso, vanno considerati autentici appartenenti alla Resistenza, in quanto la popolazione fu sempre attiva al nostro fianco. Andarono inoltre perduti molti quintali di grano, granturco, zucchero, pasta e altri generi alimentari; molti capi di bestiame rimasero uccisi, furono distrutte case e mobilio della popolazione di Cetica.
Non fa parte del nostro costume metterci l'abito retorico dell'eroismo, ma quella fu davvero una dura giornata. Con dolore immenso, ma senza drammi, seppellimmo i nostri morti, curammo i feriti e subito ci preoccupammo di portare un aiuto concreto a quella generosa popolazione, rimasta in maggioranza spogliata di ogni avere. Distribuimmo quanto avevamo potuto salvare: diversi quintali di zucchero, grano, farina gialla, pasta. E inoltre una somma di denaro (110.000 lire), coperte e capi di vestiario.
Vi furono numerosi episodi di partigiani che si tolsero parte del loro vestiario, lasciandosi addosso il minimo indispensabile, per dimostrare, in uno slancio generoso di solidarietà, tutto l'affetto fraterno che li legava alla popolazione di Cetica; legami profondi, indistruttibili, perché nati nel dolore e nella lotta. Noi rimanemmo quasi senza viveri e, per una quindicina di giorni, si andò avanti con castagne secche, un po' di zucchero e dell'immangiabile carne arrostita (senza sale e senza pane).
Ma anche questa difficoltà fu superata, alla maniera partigiana, che sapeva fare di necessità virtù. La lotta non era finita e altre battaglie impegnative ci attendevano. Iniziammo la riorganizzazione e il 7 luglio, al Passo di Castra, in una riunione di comandanti e commissari politici, Potente espose la proposta del Comando unico toscano: unire le brigate "Lanciotto", "Sinigaglia", "Caiani" e "Fanciullacci", organizzandole in un'unica Divisione. La proposta fu accettata da tutti e, dopo avere eletto democraticamente i comandanti e i commissari della nuova formazione, il 10 luglio la Divisione "Arno" emetteva il suo primo ordine del giorno, che praticamente avviava la marcia per la liberazione delle città e dei villaggi delle nostre contrade, fino alla liberazione di Firenze.



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24 marzo 2008
I TRATTATI DI PACE E L’ITALIA

I trattati

La conferenza di pace del 1919 finì per ignorare i principi stabiliti dal presidente americano Wilson per una pace giusta, che non permettesse prevaricazioni , e che rispettasse il principio dell'autodeterminazione dei popoli.

Sotto la spinta di Francia e Inghilterra il Trattato di Versailles impose condizioni particolarmente dure alla Germania.

In Germania è deposto l'imperatore e nasce la repubblica. Piccole repubbliche divennero anche Austria e Ungheria, mentre rinasceva la Polonia come stato indipendente. Poco dopo anche la Turchia divenne una repubblica.

I TRATTATI DI PACE E L’ITALIA

 

barricate popolariL’Italia ottenne il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, Trieste e l’Istria. Restarono invece aperte la questione della città di Fiume e quella della Dalmazia.

L’Italia ambiva ad ottenere sia l’una che l’altra, ma questo risultato era reso difficile da varie ragioni. Innanzi tutto, a Fiume la maggioranza della popolazione era italiana ma in Dalmazia era slava. L’accordo di Londra del 1915 prometteva all’Italia la Dalmazia ma non Fiume. Inoltre quello di Londra era un accordo segreto: Wilson, secondo le sue convinzioni, non voleva riconoscerlo. Infine il nuovo regno iugoslavo non voleva cedere la regione dalmata e tutta la diplomazia europea era impegnata a sostenere la Iugoslavia dopo averla creata col compito di stabilizzare i Balcani.

Vittorio Emanuele Orlando, per parte sua, non riuscì a far valere le richieste italiane con sufficiente capacità e determinazione. Quando vide parzialmente sconfitte le sue ambizioni abbandonò Parigi per protesta

Molti furono scontenti di questo risultato e si diffuse nel nostro paese l'idea della vittoria mutilata dalla sconfitta subita sul tavolo delle trattative. La Dalmazia andò a far parte della Jugoslavia, un regno multinazionale costituito artificialmente allo scopo di stabilizzare la regione. Dal'unione di Boemia, Slovacchia e Moravia nacque la Cecoslovacchia, Varie regioni del Medio Oriente vennero sottratte alla Turchia e affidate alla Francia e all'Inghilterra col sistema dei mandati internazionali.

Europa e America

La Società delle Nazioni

Nel 1920 fu istituita a Ginevra la società delle Nazioni col proposito di garantire la pace nel mondo, sostenendo e anche imponendo la via della trattativa pacifica per risolvere i conflitti tra gli stati. I risultati furono deludenti.

L'espansione americana

bambini tedeschi giocano con una montagna di banconote svalutateL'Europa del dopoguerra risultò più divisa che in precedenza, con nuove frontiere che spesso crearono problemi politici, economici e sociali. La generale crisi economica europea fu aggravata dal problema del rimborso dei debiti e dei pesantissimi danni di guerra che fu imposto alla Germania di pagare. Tutto questo favorì l'affermazione e lo sviluppo di Stati Uniti e Giappone.

Paura del comunismo

Il ritorno in patria di grandi masse di ex combattenti, la crisi economica che li accolse, l'emozione provocata dalla Rivoluzione Russa favorirono il diffondersi del malcontento, di idee estremiste, di speranze rivoluzionarie.Alla nascita dei primi partiti comunisti si contrappose lo sviluppo di idee e movimenti di estrema destra. Nei paesi più colpiti dlla crisi economica e sociale, come Germania e Italia, essi avrebbero successivamente condotto a forme di governi dittatoriali.

sede del sindacatoItalia nel dopoguerra

Come tutte le nazioni uscite dalla guerra anche l'Italia soffrì di gravi difficoltà economiche. La disoccupazione, la riconversione industriale da militare a civile, il ritorno dei reduci furono problemi giganteschi per il nostro paese. Le classi a reddito fisso furono particolarmente colpite dalla crisi economica, anche perché danneggiata più delle altre dall'inflazione causata dalle enormi spese militari.

Il biennio rosso

 

Forte emozione suscitarono anche in Italia le notizie che arrivavano dalla Russia. Il movimento operaio e socialista pensò allora che anche per il nostro paese fosse giunta l’ora della rivoluzione.
Agli scioperi causati dalle difficoltà economiche e volti a ottenere migliori condizioni di lavoro e salari più alti, si aggiunsero manifestazioni di contenuto dichiaratamente politico.
Così i due motivi, le richieste economiche e la pressione rivoluzionaria, finirono col mescolarsi e confondersi.
Si diffusero parole d’ordine come le fabbriche agli operai e la terra ai contadini.
Nel mezzogiorno gruppi di braccianti tentarono di occupare le terre incolte.
A Torino nel 1919 si costituirono in diverse fabbriche dei consigli di operai che tentarono di gestire e controllare la produzione ma ebbero vita breve e non vi riuscirono.
Nell’estate del 1920 furono occupate dagli operai le più grandi fabbriche del Nord, inclusa la Fiat.
Il biennio1919-20, caratterizzato da frequentissime agitazioni politico- sindacali, venne chiamato biennio rosso, dal colore delle bandiere portate dai manifestanti ed esposte nelle fabbriche occupate.
Le agitazioni si diffusero anche nelle campagne della pianura padana, innescando duri scontri fra proprietari e braccianti, con violenza da una parte e dall’altra, soprattutto in Emilia e Romagna.

La Rivoluzione socialista in Italia?

Coloro che pensavano, anche in buona fede, di poter realizzare in Italia una rivoluzione come quella sovietica vivevano un’illusione o un sogno. Essi non tenevano conto di tre fatti:

  • Le condizioni di vita nel nostro paese erano molto difficili in quegli anni, ma noncomizio socialista certo tragiche come quelle della Russia del 1917. Il popolo russo era alla disperazione, disposto ad accettare qualsiasi cambiamento, invece molti italiani nel 1920 avevano qualcosa da difendere: un modesto lavoro, una piccola rendita, una piccola proprietà. Essi giudicavano la rivoluzione come un salto nel buio.

  • La classe operaia non costituiva la maggioranza: gli operai erano allora picchiatori fascisti fotografati col manganello2.400.000; i coltivatori piccoli proprietari, spesso di orientamento cattolico o anche moderato, erano oltre 2 milioni; altri 2 milioni erano le persone legate agli impieghi pubblici o alle Forze Armate, anch’esse in maggioranza di tendenza moderata o conservatrice. 

  • Lo stesso movimento operaio era diviso: molti operaia erano cattolici, riformisti, repubblicani e non credevano nella rivoluzione socialista. Lo stesso movimento operaio era diviso: molti operaia erano cattolici, riformisti, repubblicani e non credevano nella rivoluzione socialista.

Le agitazioni operaie ebbero in conclusione risultati economici positivi: i lavoratori ottennero miglioramenti nel salario e nelle condizioni di lavoro; la durata massima della giornata lavorativa passò da 10-11 ore a 8 ore.

Ebbero tuttavia anche degli effetti politici negativi, perché spaventarono fortemente la borghesia: non solo i grandi proprietari di industrie o di terre ma, ancora di più, il ceto medio, i piccoli borghesi che cominciavano a costituire una classe sociale decisamente numerosa. Il timore di una possibile rivoluzione li avrebbe presto spinti ad appoggiare il fascismo di Benito Mussolini.

UN PARLAMENTO SENZA MAGGIORANZA

manifesto dei lavoratoriA causa della lunga durata della guerra le elezioni in Italia vennero tenute nel 1919, a sei anni di distanza da quelle che si erano svolte nel 1913. Nel frattempo la guerra aveva cambiato tante cose e i mutamenti intervenuti ebbero precisi riflessi sulla composizione del nuovo Parlamento.

Il Partito socialista ottenne 156 deputati in confronto ai 48 del 1913, il Partito popolare ne ebbe 100 in confronto ai 33 cattolici eletti nel 1913. I liberali persero la maggioranza. Avevano infatti ottenuto poco più di 200 deputati rispetto agli oltre 300 eletti nel 1913.

Poiché nessun partito aveva la maggioranza per governare, sarebbero stati necessari degli accordi solidi e duraturi fra forze politiche diverse. Questo risultato però non fu raggiunto.

Le nuove elezioni, tenute nel 1921,non cambiarono sostanzialmente le cose. I governi che nacquero da questi parlamenti divisi furono così sempre più deboli sostenuti da maggioranze raccogliticce e pericolanti. Alla prima difficoltà esse si disfacevano, provocando così la sostituzione del precedente governo con uno nuovo, altrettanto precario.

GLI ULTIMI GOVERNI LIBERALI

Gli esponenti politici liberali, che avevano governato l'Italia prima della guerra, si trovarono di fronte a situazioni per loro nuove, che spesso non riuscirono a capire né a padroneggiare.

Neppure l'abilità politica del vecchio Giolitti si rivelò alla lunga sufficiente. In qualche caso egli riportò ancora dei successi: durante l'occupazione delle fabbriche egli rifiutò di far intervenire la polizia e l'esercito aspettò che il movimento si esaurisse da sé, che terminassero le scorte di materie prime nei magazzini delle aziende occupate, che gli stessi operai si rendessero conto che l'occupazione non portava a nulla. Nello stesso tempo favorì le trattative fra gli industriali e sindacati e, praticamente, obbligò gli industriali a concedere ai lavoratori i miglioramenti di salario richiesti. A quel punto gli operai cessarono l'occupazione e l'idea di una rivoluzione simile a quella sovietica si mostrò per quello che era: un'illusione.

Anche fra i moderati e i conservatori alcuni capirono che la soluzione di Giolitti era, in quel momento, la migliore possibile per tutti.
Tuttavia, svariati industriali e soprattutto molti grandi proprietari terrieri, anch'essi costretti ad accettare accordi sindacali svantaggiosi, cominciarono a sostenere il nascente movimento fascista. Essi consideravano la mediazione di Giolitti come un'imposizione ingiusta.
Nacquero nel 1920 la Confederazione generale dell'industria la Confederazione generale dell'agricoltura, due grandi organizzazioni padronali costituite per trattare uniti e avere maggiore forza, non solo verso i sindacati dei lavoratori ma anche verso il governo.
Non riuscì però il tentativo giolittiano di portare al governo i socialisti.
Paralizzati dalle divisioni e cercando di evitare una spaccatura dal partito che poi ebbe luogo ugualmente, essi finirono per rifiutare ogni responsabilità.

Del resto anche i liberali erano tutt'altro che uniti al loro interno. Anche fra loro c'erano conservatori, riformisti, democratici; molti erano nazionalisti e sostenitori della necessità di un governo forte e autoritario.

Socialisti e cattolici

Nel 1919 i cattolici italiani costituirono un proprio partito politico, il Partito popolare, guidato dal sacerdote don Luigi Sturzo.

Nelle elezioni politiche dello stesso anno sia cattolici che socialisti ottennero un notevole successo. Avrebbero potuto sfruttarlo per dare una svolta decisa alla politica italiana per cambiare profondamente le cose ma le loro divisioni interne, spesso assai aspre, glielo impedirono.

Il partito socialista italiano continuava a restare diviso in due correnti: i riformisti e i massimalisti. Era nata, poi la seconda rivoluzionaria guidata da Antonio Gramsci e da Amedeo Bordiga. Uscita dal partito socialista esse diede vita nel 1921, a Livorno, al Partito comunista d'Italia.

La scissione comunista rese più debole la sinistra italiana, che risultò frazionata in due partiti separati e avversari. Anche il partito cattolico fu condizionato dallo scontro fra due tendenze: una liberale moderata e una popolare riformista. Riuscì a restare uniti ma solo evitando di prendere iniziative troppo nette e definitive, che avrebbero scontentato una delle due parti.

Appoggiò i governi liberali ma lo fece debolmente senza convinzione e con forte diffidenza sempre pronto a togliere il proprio sostegno al governo in carica. Per lo stesso motivo quando in seguito sarebbe stato necessario contrapporsi efficacemente al fascismo furono singoli deputati cattolici a farlo ma non l'intero partito con la sua organizzazione.

BENITO MUSSOLINI E LA NASCITA DEL PARTITO FASCISTA

 

Mussolini a cavalloIn questa situazione confusa cominciò a trovare spazio il movimento fascista, fondato da Benito Mussolini. Mussolini era stato dapprima socialista massimalista e direttore dell’Avanti!, quotidiano del partito. Era poi divenuto nazionalista e sostenitore dell’intervento italiano nella prima guerra mondiale. Molto ambizioso e deciso, era ben poco legato ai progetti e ai programmi politici, che soprattutto nei primi anni, ma anche dopo, cambiò con una certa frequenza e disinvoltura. Mussolini raccolse sempre maggiori consensi facendo leva sia sulle emozioni e paure di molti italiani, sia sugli interessi economici di una parte della società.

  • Sfruttò i risentimenti e le inquietudini di tanti ex combattenti spesso privi di un lavoro soddisfacente e, per di più, offesi dalla propaganda della sinistra che, nella polemica politica, spesso li bollava come militaristi, responsabili o complici delle sofferenze causate dalla guerra;

  • ottenne l’appoggio dei nazionalisti, di coloro che sostenevano l’idea della "vittoria mutilata", di quelli che sognavano un’Italia potente e "rispettata all’estero" e un governo autoritario all’interno;

  • trovò il sostegno decisivo della classe dirigente, dei proprietari terrieri, dei piccoli borghesi moderati, intimoriti dalla propaganda rivoluzionaria.

    Nel clima acceso del biennio rosso, ricco anche di aggressioni e di intimidazioni da una parte e dall’altra, Mussolini fece della violenza un uso sistematico e costituì vere e proprie bande di uomini armati. Egli ebbe tuttavia l’astuzia di presentare all’opinione pubblica moderata le "squadracce" dei fascisti come strumento necessario per riportare nel paese l’ordine sconvolto dai "rossi". I continui richiami di Mussolini a uno Stato forte e autoritario e la sua dura e sprezzante propaganda contro il Parlamento ebbero successo, anche perché gli ultimi governi liberali si mostrarono in genere poco efficienti e incapaci di fronteggiare la situazione. La loro debolezza, d’altra parte, favorì il movimento fascista e le sue illegalità, che uno Stato più deciso e organizzato non avrebbe permesso.

LA VIOLENZA FASCISTA

La fine dell'occupazione delle fabbriche aveva dimostrato chiaramente che in Italia il pericolo di una rivoluzione operaia non esisteva. Le organizzazioni del movimento operaio e del movimento contadino rimanevano tuttavia molto fuori e tutt'altro che disposte a subire passivamente l'attacco dei fascisti. Gli scontri fra loro e i fascisti si fecero più aspri e frequenti con numerose vittime da ambo le parti, coinvolgendo anche persone estranee e innocenti.

Sostenuto anche con contributi in denaro da svariati agrari e industriali, le violenze, le cosiddette "spedizioni punitive" dei fascisti si intensificarono.

Gli avversari politici del fascismo che più si mettevano in vista venivano aggrediti a colpi di arma da fuoco, oppure bastonati con i manganelli, o ancora costretti con la forza a umiliarsi bevendo interi bicchieri di olio di ricino, un fortissimo purgante. Nella sola pianura padana, nei primi sei mesi del 1921, gli attacchi operati dalle squadre fasciste furono 726.

Gli obbiettivi di questa violenza mostrano chiaramente che le squadre fasciste volevano colpire e da quali interessi erano sostenute: 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni socialiste, 100 circoli culturali, 28 sindacati operai, 53 circoli ricreativi operai. Gli organi dello Stato che avrebbero dovuto mantenere l'ordine, non intervennero per reprimere le illegalità. Anzi, in alcuni casi, le forze di polizia si affiancarono alle squadre fasciste.

Talvolta il popolo seppe resistere con coraggio e dignità alle violenze. Epica fu, ad esempio, la difesa di Parma, assalita da migliaia di fascisti nell'agosto del 1922. La città si armò, alzò le barricate, respinse per oltre due giorni gli attacchi.

Le squadracce fasciste chiesero allora l'intervento dell'esercito, che accolto con entusiasmo dalla popolazione, si rifiutò di combattere. Alla fine, i fascisti dovettero ritirarsi, mentre il popolo di Parma abbandonava le barricate e riconsegnava ordinatamente la città alle autorità militari e ai carabinieri.

Marcia su Roma

Il timore dei socialisti di appoggiare dei governi borghesi e lo scarso e precario sostegno dato ad essi dai cattolici resero debolissimi gli ultimi governi liberali. Lo stesso Giolitti, dopo qualche parziale successo, dovette rinunciare.
Il governo Facta. ultimo governo liberale, fu anche il più debole. 
Il 28 ottobre 1922 i reparti armati dei fascisti, le camicie nere fecero la marcia su Roma.
 Essa si concluse con il rifiuto di Vittorio Emanuele III di firmare lo stato d'assedio e con l'incarico affidato a Mussolini di formare un nuovo governo.
Il primo governo Mussolini, appoggiato dai liberali  nazionalisti e da molti cattolici, ottenne il voto favorevole del Parlamento, nonostante l'opposizione di socialisti e comunisti.

LE ELEZIONI DEL 1924 E IL DELITTO MATTEOTTI

 

Molti continuavano a ritenere che fosse possibile trasformare il fascismo in un partito moderato e liberale.

Mussolini riceve dal re l'incarico di formare il governoMussolini lo lasciò credere e si mosse con molta abilità, emanando provvedimenti volti a guadagnare i favori dei conservatori e degli incerti. Però, nel frattempo, la violenza delle squadre fasciste contro l'opposizione di sinistra continuava.

Nelle elezioni del 1924 Mussolini presentò una lista di candidati (il cosiddetto "listone") formata sia di fascisti, in larga maggioranza, che di liberali e cattolici. Tra questi, così come ve ne furono molti che accettarono di mescolarsi coi fascisti, ve ne furono altrettanti che rifiutarono e si opposero; ricordiamo fra gli oppositori i liberali Giovanni Amendola e Luigi Albertini, e i cattolici don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi. Si oppose al fascismo anche il grande filosofo liberale Benedetto Croce. La nuova legge elettorale prevedeva un premio di maggioranza al partito che avesse avuto il maggior numero di voti. Concedendo ai vincitori una quantità di deputati più che proporzionale al numero dei voti ottenuti, essa mirava a consolidare il potere della forza politica che avrebbe governato. Contando sul clima di paura, intimidazione e violenza generato dalle squadracce fasciste, Mussolini con la sua coalizione ottenne la maggioranza assoluta: ebbe più dei due terzi dei seggi del Parlamento.

Alcuni deputati liberali e cattolici e i partiti di sinistra, tuttavia, non si rassegnarono e cercarono di svolgere il proprio ruolo di opposizione con dignità e vigore. Un uomo di grande onestà e di alto livello morale, il deputato socialista Giacomo Matteotti, denunciò in uno storico discorsi le violenze e le minacce usate dai fascisti in tutta Italia per falsare il risultato delle elezioni. Egli venne rapito da un gruppo di fascisti il 10 giugno 1924 e poi barbaramente assassinato.

L'ondata di indignazione che scoppiò nel paese portò allo scioglimento della coalizione di governo creata da Mussolini. Molti deputati socialisti, comunisti, cattolici, repubblicani e liberali abbandonarono per protesta il Parlamento riunendosi altrove: il fatto passò alla storia come secessione dell'Aventino con riferimento a quanto (al tempo di Menenio Agrippa) si diceva avesse la plebe dell'antica Roma per protestare contro il malgoverno dei patrizi.

La dittatura

La forma di protesta dell’Aventino, messa in atto dai deputati contrari al fascismo si rivelò un grave errore. Il re Vittorio Emanuele III, al quale l’opposizione aveva fatto appello, sostenne ancora una volta Mussolini e gli riconfermò la sua fiducia. Gli oppositori si trovarono soli.

Mussolini lasciò allora cadere la maschera del capo moderato e responsabile; rivendicò con precise parole le " responsabilità politica, morale e storica" del delitto Matteotti  e realizzo una serie di riforme che trasformarono l’Italia in uno stato a regime dittatoriale.

Nel corso del 1925 infatti:

  • Vennero sciolti tutti i partiti, tranne quello fascista;

  • Il potere di fare le leggi venne sottratto al Parlamento e affidato al governo, cioè allo stesso Mussolini e ai ministri da lui scelti;

  • Fu proibito lo sciopero mentre a lavoratori e datori di lavoro venne imposto d'iscriversi ai sindacati fascisti;

  • Fu limitata la libertà di stampa e di associazione;

  • Vennero creati il Ministero della cultura popolare, il Tribunale speciale per difesa dello Stato, la polizia politica. Quest’ultima (l’OVRA = opera di Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo)

  • E aveva il compito di identificare e denunciare gli oppositori del governo fascista.

 

LA CONCILIAZIONE FRA STATO E CHIESA: IL CONCORDATO

 

Uno dei problemi non risolti della politica italiana era rimasto quello dei rapporti fra Stato e Chiesa.
Di fatto i cattolici partecipavano da tempo alla vita politica e le vecchie discordie sembravano ormai quasi dimenticate. Inoltre varie trattative si erano in precedenza già svolte fra il Vaticano e alcuni governi liberali.

Mussolini comprese tuttavia che, in un paese fondamentalmente cattolico come l'Italia, chiudere in maniera ufficiale e solenne il vecchio conflitto fra lo Stato e la Santa Sede gli avrebbe procurato una larga popolarità. La Chiesa, da parte sua non poteva certo rifiutare un'offerta di rappacificazione.
L'accordo o concordato fra stato e chiesa, dopo lunghe trattative tenute rigorosamente segrete venne firmato l'11 febbraio 1929 da Mussolini stesso e dal cardinale Gasparri, segretario di stato del Pontefice.

Definiti anche col nome di patti Lateranensi gli accordi regolavano dettagliatamente i rapporti fra lo stato italiano e la chiesa cattolica. 

  • Il Vaticano viene riconosciuto come vero e proprio stato indipendente
  • Roma viene riconosciuta come capitale d'Italia;
  • Il cattolicesimo è riconosciuto come religione di stato
  • Al matrimomio religioso è conferito valore civile;
  • Lo stato paga un indennizzo al Vaticano per i territori e gli edifici persi nel 1870 con la presa di Roma;

Mussolini venne definito Uomo della Provvidenza, ma ben presto i rapporti fra stato e chiesa dovettero subire momenti di tensione: per esempio a proposito della formazione dei giovani. I Patti Lateranensi sono rimasti in vigore fino al 1984, anno in cui sono stati sostituiti da un nuovo e più aggiornato Concordato.




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24 marzo 2008
Sul ponte di Perati bandiera nera
 Canto Alpino della divisione "Julia".



Il ponte di Perati. 1940.
Il ponte di Perati. 1940.

Il seguente, dolentissimo canto degli Alpini della divisione "Julia", mandati al macello nei Balcani ("Perati" è la città di Perat, in Albania) fu ben presto severamente censurato e infine del tutto proibito dal regime fascista come "disfattista" e "sovversivo". 
Sul ponte di Perati, bandiera nera:
L'è il lutto degli alpini che va a la guera.
L'è il lutto degli alpini che va a la guera,
La meglio zoventù va soto tera.

Sull'ultimo vagone c'è l'amor mio
Col fazzoletto in mano mi dà l'addio.
Col fazzoletto in mano mi salutava
E con la bocca i baci lui mi mandava.

Con la bocca i baci lui mi mandava
E il treno pian pianino s'allontanava.
Quelli che son partiti, non son tornati:
Sui monti della Grecia sono restati.

Sui monti della Grecia c'è la Vojussa
Col sangue degli alpini s'è fatta rossa.
Un coro di fantasmi vien giù dai monti
È il coro degli alpini che sono morti.

Alpini della Julia in alto il cuore
Sui monti della Grecia c'è il tricolore.
Gli alpini fan la storia, ma quella vera
Scritta col sangue lor, e la penna nera




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24 marzo 2008
Giovanni Lazzetti " Il Ballonaio "


A Borgonovo Val Tidone il 16 gennaio 1920 nasce uno dei personaggi italiani più mitici. Si chiamava Giovanni Lazzetti ma lo chiamavano Il Ballonaio perchè suo papà aveva un banco di giocattoli e vendeva i palloncini.
E' stato un incubo per i fascisti ed i tedeschi, tanto che, quando lo catturarono il carcere si riempì per tutta la notte di fascisti che andavano per vedere il mitico Ballonaio, all'inizio per deriderlo e insultarlo, ma poi gli chiedevano come aveva fatto a scappare quella certa volta, dove fosse stato quella certa sera. I repubblichini gli rievocavano le sue azioni in un clima quasi da osteria, e lui rideva e scherzava con loro tutta la notte ben sapendo che poi al mattino l'avrebbero fucilato. Il ballonaio ha fatto cose incredibili e anche da pazzo incoscente. Un suo compagno disse che lui era il re dell'improvvisazione. Una volta con i suoi compagni fermò un autocarro sulla via Emilia che portava ben 800 fucili armi preziose che lui portò ai suoi partigiani. Nell'occasione, fece prigionieri l'autista e gli altri occupanti e poi vide che l'autista aveva un lasciapassare. Non contento sequestrò il lasciapasssare all'autista, si travestì da tedesco con 2 suoi compagni (non sapeva una parola di tedesco) e andò in pieno centro a Piacenza alla Caserma Sant'Anna (passando 3 posti di blocco) e qui si fece consegnare 2 mitragliatrici pesanti, 2 casse di munizioni, 600 coperte, 500 paia di scarpe, 800 metri di tela. Poi tranquillamente, facendo un giro strano intorno a Piacenza (per evitare i posti di blocco), se ne tornò sulle montagne.
Un giorno il Ballonaio fece evadere dal carcere di Borgonovo Val Tidone 18 suoi compagni. Quel giorno alcuni detenuti videro il Ballonaio che arrivava al carcere in mezzo a 2 carabinieri. Con molta tristezza tutti pensarono che fosse stato preso dai
fascisti. Arrivati alla porta della prigione, i due carabinieri (finti) e il Ballonaio si misero a discutere col custode che non voleva aprire la porta perchè voleva vedere l'ordine di carcerazione scritto. Il ballonaio si stufò della discussione e vide che all'interno i carcerati potevano circolare nella stanza, allora tirò fuori un pugnale ed una pistola e li passò ai compagni detenuti dallo spioncino chiamandoli. Questi immobilizzarono il custode, si fecero dare la chiave e furono tutti liberati.
Il Ballonaio con un suo compagno volevano rapire un maresciallo tedesco per farsi dire da lui la parola d'ordine per entrare nella polveriera di di Ca' Trebbia. Seppero che il maresciallo andava sempre in una certa osteria alla fine del servizio, perchè gli piaceva una ragazza che lavorava nel locale. Così il Ballonaio ed i suoi amici si travestirono da tedeschi e andarono all'osteria. Il ballonaio entrò e gli altri aspettavano fuori. Ad un certo punto però il ballonaio uscì con il maresciallo tedesco ed un altro militare che lo tenevano fermo per le braccia. Allora un suo compagno chiamato Il Milanese fece partire una raffica sopra le loro teste. I due tedeschi spaventati mollarono la presa. Il Ballonaio corse dentro nell'osteria e si buttò a tuffo contro una finestra spaccando tutti i vetri. Il giorno dopo tutti erano disperati pensando che fosse stato catturato, quando, verso mezzogiorno ricomparve a Borgonovo con la massima tranquillità su un calesse.
Un giorno la Bionda di Voghera e due tedeschi avvistarono il Ballonaio su un ponte. La Bionda di Voghera era una ragazza giovanissima molto bella e molto malvagia, specializata nelle torture più raffinate nei confronti dei partigiani. Subito i tre uscirono dall'auto e la Bionda di Voghera sparò dei colpi in aria per fermare il Ballonaio, ma lui scappò sotto il ponte e poi nel cortile di un abitante della zona. Questi aveva un cane molto cattivo attaccato alla catena vicino ad un forno, Il cane continuava ad abbaiare e ringhiare. I tedeschi chiesero al proprietario se lì fose passato il Ballonaio e se si fosse nascosto nel forno. Lui disse che era impossibile perchè quel cane di sicuro l'avrebbe fatto a pezzi se si fosse avvicinato, tanto era cattivo. E così i tre se ne andarono amareggiati. Dopo un pò il padrone restò basito vedendo il Ballonaio tranquillo uscire dal forno e accarezzare il cane che si limitava a
ringhiare senza fagli del male.



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24 marzo 2008
Giusti tra le nazioni

La stele che, all'ingresso di Yad Vashem, ricorda i Giusti
La stele che, all'ingresso di Yad Vashem, ricorda i Giusti

 Dopo la Seconda Guerra Mondiale, Il termine Giusti tra le nazioni (in ebraico: ????? ????? ?????, traslitterato Chasidei Umot HaOlam) è stato utilizzato per indicare i non-ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita per salvare la vita anche di un solo ebreo dal genocidio nazista conosciuto come Shoah.Il termine Gentile giusto è utilizzato nella tradizione ebraica per indicare i non ebrei che hanno rispetto per Dio. Nella tradizione ebraica, infatti, le numerose norme e precetti contenute nella Torah, nella Mishnah, nella Gemara e nelle Halacha, devono essere rispettate esclusivamente dagli ebrei, che sono tenuti a rispettare il patto che i loro antenati hanno stipulato con Dio. Al confronto delle 613 mitzvot che gli ebrei devono rispettare, i non ebrei sono tenuti a rispettare i principi etici contenuti nelle leggi noachiche: non uccidere, non commettere adulterio, avere un tribunale (un ordinamento legislativo e giudiziario), e così via.

Nel 1962, una commissione guidata dalla Suprema corte israeliana ha ricevuto l'incarico di conferire il titolo onorifico di Giusto tra le nazioni. La Commissione - di 35 membri - e' formata da personalita' pubbliche volontarie, professionisti e storici, molti dei quali sono essi stessi dei sopravvissuti. La Commissione e' presieduta da un ex giudice della Corte Suprema: Moshe Landau (dal 1962 al 1970), Moshe Bejski (dal 1970 al 1995), Jakov Maltz (dal 1995).

Per svolgere il proprio compito la Commissione segue criteri meticolosi ricercando documentazione e testimonianze che possano avvalorare il coraggio ed il rischio che i salvatori hanno affrontato per salvare gli ebrei dalla Shoah.

Chi viene riconosciuto Giusto tra le nazioni viene insignito di una speciale medaglia con inciso il suo nome, riceve un certificato d'onore ed il privilegio di vedere il proprio nome aggiunto agli altri presenti nel Giardino dei giusti presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme. Ad ogni Giusto tra le nazioni viene dedicata la piantumazione di un albero, poiché tale pratica nella tradizione ebraica indica il desiderio di ricordo eterno per una persona cara. Dagli anni Novanta tuttavia, poiche' il Monte della Rimembranza e' completamente ricoperto di alberi, il nome dei giusti e' inciso sul Muro d'Onore eretto a tale scopo nel perimetro del Memoriale .

La cerimonia di conferimento dell'onorificenza si svolge solitamente presso il museo Yad Vashem alla presenza delle massime cariche istituzionali israeliane, ma si può tenere anche nel paese di residenza del Giusto se questi non è in grado di muoversi.

Ai Giusti tra le nazioni, inoltre, viene conferita la cittadinanza onoraria dello Stato di Israele.

A tutt'oggi, oltre 20.000 Giusti tra le nazioni sono stati riconosciuti.

Oltre ai benefici onorifici, i Giusti tra le nazioni possono ricevere anche una sorta di pensione ed aiuto economico se si trovano in difficoltà finanziarie, godono dell'assistenza sanitaria dello Stato di Israele e, se residenti in Israele, hanno diritto ad una pensione.

In Italia le indagini preliminari per il riconoscimento dei Giusti tra le nazioni vengono svolte dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano.

Elenco dei Giusti italiani

Sono attualmente (2008) oltre 400 i cittadini italiani non ebrei ufficialmente riconosciuti come giusti tra le nazioni a Yad Vashem.

Tra gli uomini e donne di ogni ceto che ospitarono e protessero ebrei a rischio della loro vita (e in alcuni casi sacrificando la loro stessa vita) troviamo:

  • padri religiosi cattolici (padre Armando Alessandrini, padre Pasquale Amerio, padre Francesco Antonioli, padre Benedetto Maria, padre Aldo Brunacci, padre Antonio Dressino, padre Maria Leone Ehrhard, padre Giuseppe Girotti, padre Rufino Nicacci, padre Francesco Raspino, padre Cipriano Ricotti, padre Emanuele Stablum);
  • madri religiose cattoliche (madre Maria Antoniazzi, madre Virginia Badetti, madre Emilia Benedetti, madre Anna Bolledi, madre Sandra Busnelli, madre Maria Corsetti, madre Maria Maddalena Cei, madre Maria Angelica Ferrari, madre Marta Folcia, madre Elisabetta Maria Hesselblad, madre Barbara Lavizzari, madre Marie Marteau, madre Emma Talamonti, madre Benedetta Vespigiani);

Tra i giusti italiani vi sono persone, come Giovanni Palatucci, Giorgio Perlasca o mons. Angelo Rotta, la cui azione ha portato alla salvezza di migliaia di ebrei; persone (come don Francesco Repetto e don Carlo Salvi a Genova, don Leto Casini e padre Cipriano Ricotti a Firenze, padre Aldo Brunacci e padre Rufino Nicacci a Assisi, don Arturo Paoli a Lucca, padre Benedetto Maria a Roma, don Arrigo Beccari a Nonantola, don Raimondo Viale a Borgo San Dalmazzo, ecc.) i quali si trovarono a gestire complesse reti di assistenza clandestina in collaborazione con la DELASEM; e persone che nella semplicità della loro esistenza quotidiana e nella spontaneità di un gesto di amore hanno salvato anche una sola vita.

Numerosi tra essi fecero l'esperienza del carcere, degli interrogatori e delle percosse (don Arrigo Beccari, don Alfredo Braccagni, Alfonso Canova, don Leto Casini, Leonilda Barsotti Pancani, Ferdinando Natoni, don Dante Sala, Vincenzo Tambini, e altri). Sei di essi furono deportati in Germania (Lina Crippa-Leoni e Torquato Fraccon a Mauthausen, padre Giuseppe Girotti Giovanni Palatucci a Dachau, Odoardo Focherini a Hersbruck, Enrico Sigona). Quattro di essi (Odoardo Focherini, Torquato Fraccon, padre Giuseppe Girotti, e Giovanni Palatucci non fecero ritorno dalla loro prigionia; altri morirono nella lotta partigiana, comeRinaldo Arnaldi, perito in combattimento sull'altopiano di Asiago, e Lorenzo Spada, catturato e impiccato nella piazza di Demonte (Cuneo).

La solidarietà italiana si estese ben oltre i confini nazionali: Giovanni Palatucci e Arturo Gatti in Croazia; Giorgio Perlasca, Mons. Angelo Rotta e i Cicutti in Ungheria; Guelfo Zamboni e i Citterich in Grecia; Gino Signori in Germania; Lorenzo Perone in Polonia; Fosco Annoni in Ucraina.

Il numero dei giusti italiani è in continuo aumento con il crescere delle testimonianze e della documentazione ma risulta ancora chiaramente sottostimato in confronto a quello registrato in altre nazioni europee. La salvezza dell’80%/85% della popolazione ebraica italiana dovette richiedere la complicità e la connivenza di migliaia di persone. Per molte di esse si ha una qualche documentazione più circonstanziata o sono emerse testimonianze attendibili, pur in assenza (ancora) di un riconoscimento ufficiale. Diamo qui di seguito un elenco (incompleto) di coloro ai quali il titolo di “Giusto tra le nazioni è stato ufficialmente riconosciuto a Yad Vashem (tra parentesi è indicato il luogo dove l'opera di soccorso è avvenuta e la data in cui l'onorificenza è stata accordata)



 




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24 marzo 2008
Giorgio Perlasca




L’infanzia e la giovinezza

Giorgio Perlasca nasce a Como il 31 gennaio 1910. Dopo qualche mese, per motivi di lavoro del padre Carlo, la famiglia si trasferisce a Maserà in provincia di Padova.
Negli anni Venti aderisce con entusiasmo al fascismo, in particolar modo alla versione dannunziana e nazionalista. Tanto che per sostenere le idee di D’Annunzio litiga pesantemente con un suo professore che aveva condannato l’impresa di Fiume, e per questo motivo è espulso per un anno da tutte le scuole del Regno.

Gli anni Trenta
Coerentemente con le sue idee, parte come volontario prima per l’Africa Orientale e poi per la Spagna, dove combatte in un reggimento di artiglieria al fianco del generale Franco.
Tornato in Italia al termine della guerra civile spagnola, entra in crisi il suo rapporto con il fascismo. Essenzialmente per due motivi: l’alleanza con la Germania, contro cui l’Italia aveva combattuto solo vent’anni prima, e le leggi razziali entrate in vigore nel 1938 che sancivano la discriminazione degli ebrei italiani. Smette perciò di essere fascista, senza però mai diventare un antifascista.

Gli anni di Budapest
Scoppiata la seconda guerra mondiale, è mandato come incaricato d’affari con lo status di diplomatico nei paesi dell’Est per comprare carne per l’Esercito italiano.
L’Armistizio tra l’Italia e gli Alleati (8 settembre 1943) lo coglie a Budapest: sentendosi vincolato dal giuramento di fedeltà prestato al Re rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, ed è quindi internato per alcuni mesi in un castello riservato ai diplomatici.
Quando i tedeschi prendono il potere (metà ottobre 1944) affidano il governo alle Croci Frecciate, i nazisti ungheresi, che iniziano le persecuzioni sistematiche, le violenze e le deportazioni verso i cittadini di religione ebraica.
Si prospetta il trasferimento degli internati diplomatici in Germania. Approfittando di un permesso a Budapest per visita medica Perlasca fugge. Si nasconde prima presso vari conoscenti, quindi grazie a un documento che aveva ricevuto al momento del congedo in Spagna trova rifugio presso l’Ambasciata spagnola, in pochi minuti diventa cittadino spagnolo con un regolare passaporto intestato a Jorge Perlasca, e inizia a collaborare con Sanz Briz, l'Ambasciatore spagnolo che assieme alle altre potenze neutrali presenti (Svezia, Portogallo, Svizzera, Città del Vaticano) sta già rilasciando salvacondotti per proteggere i cittadini ungheresi di religione ebraica.
A fine novembre Sanz Briz deve lasciare Budapest e l’Ungheria per non riconoscere de jure il governo filo nazista di Szalasi che chiede lo spostamento della sede diplomatica da Budapest a Sopron, vicino al confine con l’Austria.
Il giorno dopo, il Ministero degli Interni ordina di sgomberare le case protette perché é venuto a conoscenza della partenza di Sanz Briz.
È qui che Giorgio Perlasca prende la sua decisione: “Sospendete tutto! State sbagliando! Sanz Briz si è recato a Berna per comunicare più facilmente con Madrid. La sua è una missione diplomatica importantissima. Informatevi presso il Ministero degli Esteri. Esiste una precisa nota di Sanz Briz che mi nomina suo sostituto per il periodo della sua assenza”.
E’ creduto e le operazioni di rastrellamento vengono sospese.
Il giorno dopo su carta intestata e con timbri autentici compila di suo pugno la sua nomina ad Ambasciatore spagnolo e la presenta al Ministero degli Esteri dove le sue credenziali vengono accolte senza riserve.

Dicembre 1944 – Gennaio 1945: i 45 giorni di Jorge Perlasca
Nelle vesti di diplomatico regge pressoché da solo l’Ambasciata spagnola, organizzando l’incredibile “impostura” che lo porta a proteggere, salvare e sfamare giorno dopo giorno migliaia di ungheresi di religione ebraica ammassati in “case protette” lungo il Danubio.
Li tutela dalle incursioni delle Croci Frecciate, si reca con Wallenberg, l’incaricato personale del Re di Svezia, alla stazione per cercare di recuperare i protetti, tratta ogni giorno con il Governo ungherese e le autorità tedesche di occupazione, rilascia salvacondotti che recitano “parenti spagnoli hanno richiesto la sua presenza in Spagna; sino a che le comunicazioni non verranno ristabilite ed il viaggio possibile, Lei resterà qui sotto la protezione del governo spagnolo”.
Li rilascia utilizzando una legge promossa nel 1924 da Miguel Primo de Rivera che riconosceva la cittadinanza spagnola a tutti gli ebrei di ascendenza sefardita (di antica origine spagnola, cacciati alcune centinaia di anni addietro dalla Regina Isabella la Cattolica) sparsi nel mondo.
La legge Rivera è dunque la base legale dell’intera operazione organizzata da Perlasca, che gli permette di portare in salvo 5218 ebrei ungheresi.

La Shoah in Ungheria

Sino alla Prima Guerra Mondiale gli ebrei si sentivano ed erano pienamente integrati (nel 1910 erano 911.227 il 4,3% della popolazione della Grande Ungheria) con un volontario processo di "magiarizzazione" in tutti i campi. Questa fedeltà alla nazione e fervente patriottismo ottenne in cambio un'attenzione particolare nel reprimere ogni atteggiamento antisemita. Questo rapporto di amicizia con il popolo ungherese iniziò ad incrinarsi subito dopo la sconfitta del 1918. L'Ungheria con il Trattato di Trianon" dovette cedere oltre i due terzi del suo territorio e circa 14 milioni di abitanti. In tale atmosfera maturarono una serie di movimenti ultranazionalistici il cui scopo principale fu quello di trovare un colpevole a cui attribuire le responsabilità di tale situazione. Il capro espiatorio fu trovato negli Ebrei. Venne introdotto nel 1920 il "Numerus clausus", stabilendo che la percentuale degli ebrei ammessi a frequentare le scuole superiori e le università non potesse superare il 6% del totale degli iscritti. Negli anni '30 vi fu un sostanziale avvicinamento con la Germania nazista e nel triennio 1938-41 furono promulgate tre leggi razziali sul modello delle leggi di Norimberga. La politica verso gli Ebrei si caratterizzò da accelerazioni e rallentamenti determinati innanzitutto dagli interessi della politica ungherese che li usava come merce di scambio per ottenere "favori" da Hitler. L'Ungheria, dopo aver recuperato la quasi totalità dei territori perduti con il Trattato di Trianon, esauriva il desiderio di collaborare pienamente con i Tedeschi e di fare alla Germania ulteriori concessioni sulla "questione ebraica". Ma quando nel giugno 1941 l'Ungheria entrò in guerra alleata alla Germania, le condizioni degli Ebrei peggiorarono notevolmente. I cittadini ebrei dai 22 anni in avanti dovettero prestare servizio nei "Battaglioni di lavoro" in abiti civili e un collare al braccio che li identificasse come ebrei. Peggiorando le sorti della guerra, l'Ungheria tentò di riprendersi una autonomia consumando la rottura totale nel settembre 1943 quando riconobbe la legittimità del governo italiano di Badoglio ma soprattutto quando prese posizione in difesa degli Ebrei. A quel punto l'unica soluzione valida per la Germania fu quella di rovesciare il governo ungherese e l'operazione "Margarethe I" fu il nome in codice scelto per l'occupazione del Paese (12 marzo 1944) e il 22 venne nominato un governo gradito ai Tedeschi. In quei giorni Eichmann e i suoi più fidati collaboratori arrivarono in Ungheria e il 28 aprile partirono i primi convogli: in meno di tre mesi Eichmann riuscì a deportare oltre 300.000 persone verso i campi di sterminio. Il 6 giugno lo sbarco in Normandia degli Alleati apriva un nuovo fronte di guerra: Horthy, il Reggente, sempre più preoccupato chiese il ritiro delle truppe tedesche senza risultato. Il 28 agosto l'Armata rossa raggiungeva la Transilvania minacciando direttamente l'Ungheria. Horthy tentò di trattare una pace separata. L'11 ottobre accettava le condizioni imposte dai Russi e il 15 annunciò l'armistizio alla radio. I nazisti ungheresi, le croci frecciate, spalleggiati dai tedeschi, occuparono la sede della radio annunciando che Horthy era stato deposto incitando la popolazione ungherese a continuare la lotta a fianco dei Tedeschi. A Budapest si trovavano tra i 150.000 e i 160.000 Ebrei ed altrettanti sopravvivevano ancora nel resto dell'Ungheria utilizzati nei "Battaglioni di lavoro". Il 17 Eichmann tornava a Budapest per riprendere l'opera lasciata interrotta pochi mesi prima. Il 21 squadre di nylas iniziavano a rastrellare casa per casa gli Ebrei di Budapest. Molti vennero impegnati in lavori disumani in città, altri organizzati in 70 "Battaglioni di lavoro" e mandati in Germania, a piedi, oltre 200 chilometri in 7 giorni, al freddo e senza cibo. Chi non resisteva veniva ucciso. Altri inviati nei campi di sterminio, altri uccisi e gettati nel Danubio, altri concentrati nel Ghetto a morire di stenti. Alla liberazione dei 786.555 ebrei ungheresi (censimento del 1941) solo 200.000 sopravvissero

Il ritorno a casa
Dopo l’entrata in Budapest dell’Armata Rossa, Giorgio Perlasca viene fatto prigioniero, liberato dopo qualche giorno, e dopo un lungo e avventuroso viaggio per i Balcani e la Turchia rientra finalmente in Italia.
Da eroe solitario diventa un “uomo qualunque”: conduce una vita normalissima e chiuso nella sua riservatezza non racconta a nessuno, nemmeno in famiglia, la sua storia di coraggio, altruismo e solidarietà.

Gli anni Ottanta: la scoperta di un uomo Giusto
Grazie ad alcune donne ebree ungheresi, ragazzine all’epoca delle persecuzioni, che attraverso il giornale della comunità ebraica di Budapest ricercano notizie del diplomatico spagnolo che durante la seconda guerra mondiale le aveva salvate, la vicenda di Giorgio Perlasca esce dal silenzio.
Le testimonianze dei salvati sono numerose, arrivano i giornali, le televisioni, i libri, e lo stesso Perlasca si reca nelle scuole per raccontare quel che aveva compiuto. Non certo per protagonismo, ma proprio perché ritiene necessario rivolgersi alle giovani generazioni affinché tali follie non abbiano mai più a ripetersi.

Giorgio Perlasca è morto il 15 agosto del 1992. È sepolto nel cimitero di Maserà, a pochi chilometri da Padova. Ha voluto essere sepolto nella terra con al fianco delle date un’unica frase: “Giusto tra le Nazioni”, in ebraico.




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