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AntifascismoResistenza
25 marzo 2008
Klaus Barbie
 

Nikolaus Barbie detto Klaus (Bad Godesberg25 ottobre 1913 – Lione25 settembre 1991) è stato un ufficiale tedesco. Noto anche con il soprannome di Macellaio o Boia di Lione, fu il comandante della Geheime Staatspolizei (Gestapo ) nella città francese durante l'occupazione nazista della Francia.

Scampato al processo di Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale ha partecipato ad attività di Intelligence, lavorando per la CIA e nascondendosi, dal 1955, in Bolivia, operando attivamente per i servizi boliviani sotto lo pseudonimo di Klaus Altmann.

Nato a Bad Godesberg, attuale sobborgo di Bonn, da genitori insegnanti cattolici, nel 1923 si trasferì a Treviri per frequentare il Friedrich-Wilhelm Gymnasium, per ricongiungersi alla famiglia, nella cittadina del Renania-Palatinato, due anni dopo. Poco dopo perse il padre ed il fratello maggiore.

Nel 1933 si iscrisse alla Gioventù Hitleriana, cui iniziò a dedicare tutto il suo tempo. Disoccupato, lavorò come volontario nel campo di lavoro del partito nello Schleswig-Holstein e nel 1934 si aggregò al movimento di resistenza clandestino che operava nella Renania ancora sotto occupazione militare francese. Nel 1935 entrò a far parte dei "Corpi di protezione" (Schutzstaffel), le SS, e successivamente impiegato nelle fila dell'SD, il servizio segreto nazista.

Il suo primo incarico fu quello di aiuto del capo del partito nazista di Treviri, per poi essere assegnato all'ufficio centrale dell'SD. Nel 1936 venne trasferito all'ufficio dell'SD di Düsseldorf e nel 1937, in quanto membro delle SS, venne iscritto d'ufficio al Partito nazionalsocialista. Di fatto il suo compito era osservare l'attività dei circoli cittadini che si muovevano intorno alle idee non conformi alla linea del partito nazista; avendo riscosso il consenso dei suoi superiori per il suo operato, venne inviato ad un corso speciale per aspiranti ufficiali a Charlottenberg con l'intento di fargli fare carriera.

Le aspettative dei suoi superiori non furono deluse e nel 1940 Barbie ottenne i gradi di Sturmführer (luogotenente) delle SS. Nello stesso anno si sposò con la coetanea Regine Willis (da cui avrà due figli, Klaus e Maria). Venne assegnato all'ufficio dell'SD di Amsterdam, nell'Olanda occupata, dove fu incaricato della deportazione degli ebrei olandesi. Ad Amsterdam si guadagnò ben presto fama di spietato persecutore. Nella città olandese fu protagonista di un episodio in cui dimostrò la sua efferatezza: dopo aver incrociato un venditore di gelati ebreo lo uccise a colpi di pistola in mezzo alla strada perché, a suo giudizio, la vittima non lo aveva salutato con la necessaria deferenza.

Nel 1942 fu trasferito a Lione: divenne il vice del capitano Heinz Hollert, il comandante di una unità speciale (Einsatzkommando) incaricata di stroncare i movimenti di Resistenza francese, e assunse il comando della Sezione IV, la sezione investigativa impegnata nella ricerca degli ebrei. Nominato capo della Gestapo di Lione, con il grado di Hauptsturmführer, equivalente al grado di capitano, si "distinse" per la deportazione di centinaia di ebrei e la tortura ed eliminazione fisica di altre centinaia di patrioti francesi.

Stabilì il suo quartier generale all'Hôtel Terminus di Lione, che divenne presto il luogo simbolo delle torture della Gestapo nella città: escogitò il sistema di rastrellare a caso i passanti per le strade di Lione, e di torturarli sino a che qualcuno stremato dal dolore non si decideva a rivelare qualche informazione rilevante, qualsiasi informazione, anche basata su una semplice diceria. Scovò quarantaquattro bambini ebrei nascosti in un villaggio di Izieu e li fece deportare nel campo di sterminio di Auschwitz. Il 7 giugno 1943 catturò un membro della Resistenza, René Hardy, e, attraverso le informazioni estorte con la tortura, riuscì ad arrestare Jean Moulin, uno dei principali capi della Resistenza francese, insieme ad altri due patrioti francesi: Pierre Brossolette e Charles Delestraint.

Nel settembre 1944, in previsione di un'eventuale avanzata degli alleati, bruciò tutti gli archivi della Gestapo di Lione, fece uccidere un centinaio di persone che conoscevano la sua attività ed eliminò ventidue agenti che lavoravano per suo conto e che si erano infiltrati nella Resistenza.

Di ciò che fece Barbie negli ultimi dieci mesi di guerra non si sa nulla, scomparve letteralmente da ogni documento, da ogni archivio, ed anche la sua scheda personale nel registro delle SS non fornisce alcuna informazione.Nel luglio 1945 il Comando Supremo alleato pubblicò un registro di criminali di guerra da ricercare, il Central Registry of War Criminals and Security Suspects (CROWCASS).

Il registro conteneva 70.000 nominativi, e tra questi compariva un certo "Barbier", accusato dai francesi di omicidio di civili e torture ai danni di personale militare. All'inizio del 1946, il Counter Intelligence Corps, il servizio di controspionaggio americano CIC, l'attuale CIA) ebbe notizia di un gruppo di ex ufficiali delle SS che avevano intenzione di proporsi al governo alleato per collaborare alla "lotta contro il comunismo". L'organizzazione aveva base a Marburg, in Assia, e grazie ad un infiltrato gli americani vennero a sapere che il capo era Klaus Barbie, sotto il falso nome di Becker. Soltanto agli inizi del 1947 gli americani riconobbero in Barbie l'ex capo della Gestapo di Lione.

Nel rapporto l'agente suggeriva ai suoi superiori che Barbie "poteva essere una buona fonte di informazioni su persone non ancora catturate durante l'operazione Selection Board (...) in più è molto probabile che Barbie sia utile per infiltrarsi nell'organizzazione spionistica sovietica attiva nell'area di occupazione americana in Germania". Il suggerimento non venne accettato dal comando, che ordinò l'immediata cattura di Barbie, il quale riuscì a sfuggire all'arresto rifugiandosi a Memmingen in Baviera.

A Memmingen fu casualmente scoperto dall'agente del CIC Robert S. Taylor, il quale comunicò l'arresto al suo superiore, il tenente colonnello Dale Garvey. Sorprendentemente i due ufficiali americani decisero di non arrestare Barbie ma di arruolarlo. Il 18 aprile 1947 Taylor incontrò Barbie a Memmingen. Così, mentre il resto del servizio segreto americano lo cercava, Barbie per un mese lavorò agli ordini di Taylor indagando le attività di gruppi sospettati di essere filosovietici o nostalgici nazisti. Soltanto nel maggio 1947 Taylor si decise a segnalare la situazione al suo comando, ma scrisse ai suoi superiori che "il suo valore come informatore è molto più alto di qualsiasi uso se ne possa fare in prigione". Il comando non rispose. Barbie non fu arrestato e Taylor continuò a servirsene.

Nell'ottobre però il tenente colonnello Garvey decise di risolvere la posizione ambigua di Barbie e chiese istruzioni su un eventuale arresto del criminale. In assenza di risposte immediate il 29 ottobre diede l'ordine di arresto. Il comando del CIC si raccomandò che l'ordine di arresto non fosse eseguito e Garvey venne sostituito. Il suo successore, il tenenete colonnello Ellington Golden, suggerì che Barbie non fosse arrestato ma semplicemente convocato e interrogato o che almeno si utilizzasse un trattamento di favore nei suoi confronti.

Alla fine della lunga serie di interrogatori gli uomini del CIC conclusero che "Barbie è pronto a ritornare a Memmingen per riprendere il suo lavoro", veniva giudicato affidabile e a questo proposito si sottolineava che "Benché Barbie sostenga di essere un anticomunista, è probabile che la principale ragione che lo spinge a compiere i suoi sforzi e il suo impegno nel lavoro per gli alleati occidentali sia dovuto al desiderio di ottenere la sua personale libertà. Barbie appartiene ad una categoria che può essere arrestata automaticamente ed il suo attuale impiego gli garantisce la libertà personale, di vivere con la sua famiglia, uno stipendio decente, un appartamento e la sicurezza".

Il 10 maggio 1948 Barbie fu autorizzato a riprendere la sua attività a Memmingen. Per quasi un anno lavorò con il compito principale di infiltrarsi tra i comunisti tedeschi. Nel 1949 il comando del CIC ordinò il definitivo sbandamento della struttura di Barbie, che venne trasferito con tutta la famiglia ad Augsburg, nella Baviera meridionale controllata dalle forze statunitensi, per continuare ad occuparsi del partito comunista tedesco.

Fin dal 1948 i servizi francesi iniziarono a reclamare Barbie, trovando strenue resistenze nei comandi americani. Il caso arrivò sui banchi dell'Assemblea Nazionale transalpina, le richieste diplomatiche si moltiplicarono, le lettere degli ex partigiani e combattenti tempestarono gli uffici diplomatici americani in Francia. La posizione ufficiale del Dipartimento non mutò: Barbie era irreperibile e lo si stava ricercando attivamente. Mentre tutto ciò accadeva, Barbie continuava tranquillamente a lavorare ad Augsburg, a tutti gli effetti operativo alle dipendenze del 66° distaccamento US Army's intelligence arm.

Tuttavia il pericolo di essere individuato era incombente. Paradossalmente Barbie era ricercato dall'alto comando americano in Germania e dalla stessa polizia tedesca. Sarebbe bastato un banale incidente, un controllo o un tradimento per farlo cadere nelle mani "sbagliate".

Il Distaccamento 66 del CIC che aveva la responsabilità di Barbie e coordinava le operazioni di spionaggio decise che questi doveva uscire dalla Germania. La tecnica era abbastanza semplice: le persone da mettere "in salvo" venivano trasportate lungo la "via del topo", in codice Ratline, gestita da un prete croato, Padre Krunoslav Draganovic, che dall'Austria conduceva in Italia e di qui verso il Sud America.Il 12 febbraio nei documenti del CIC comparve per la prima volta il nome Klaus Altmann, che Barbie adotterà per la fuga. Il 14 febbraio il comando del CIC comunicò ad Augsburg che Klaus Altmann nei documenti d'espatrio da prepararsi doveva risultare un uomo d'affari residente ad Augsburg e diretto a Trieste. Successivamente venne emesso un documento di viaggio temporaneo con il numero di serie 0121454; si trattava di un documento in uso all'epoca per persone di nazionalità incerta o apolidi, quindi di fatto un salvacondotto per l'Italia.

A questo punto Barbie fu inserito nella via del topo e la sua gestione passò direttamente a Padre Draganovic, il quale lo accolse, e l'11 marzo Barbie continuò, con moglie e figli, il viaggio verso Genova, dove giunse il giorno seguente alloggiando all'Albergo Nazionale, nella centralissima Via Lomellini, a pochi passi dagli approdi del porto genovese, da dove partivano i "vapori" per l'America.

Barbie si ritrovò tra le mani due documenti di vitale importanza: un permesso di espatrio per la Bolivia e un permesso di viaggio rilasciato dalla Croce Rossa Internazionale. Il permesso di espatrio per la Bolivia indica che Barbie è un meccanico, possiede 850 dollari e in Italia conosce Padre Dragonovic. Inoltre, anche un altro prelato, residente in Bolivia, garantiva per lui, Padre Roque Romao, Guardiano della Comunità Francescana di Sacaba. In realtà non si sa molto di questa persona se non che sia stato di fatto il punto terminale della via del topo. Non si esclude né che fosse completamente all'oscuro che il suo nome garantisse l'entrata di un criminale nazista, né che fosse in realtà un nome di comodo.

Il 16 marzo 1951, Barbie si imbarcarcò a Genova sul piroscafo "Corrientes", alla volta di Buenos Aires, sotto la falsa identità di Klaus Altmann, un meccanico originario di Kronstadt, portando con sé la moglie ed i suoi due figli: Maria, nata nel 1941, e Klaus, nato nel 1946. Una volta arrivato in Argentina sarebbe passato successivamente in Bolivia.

Nel 1955 Barbie si trasferì in Bolivia e nel 1957 acquisì la cittadinanza boliviana con le false generalità di Klaus Altmann Hansen.
La carriera di Barbie in Bolivia fu caratterizzata da una stretta collaborazione con i governi dittatoriali più sanguinari che quel paese abbia conosciuto. Importante, e secondo alcuni decisivo, il suo contributo per la riuscita del colpo di stato di Luis García Meza Tejada nel 1980, conosciuto con il nome di Golpe della Cocaina. Secondo la testimonianza di Elio Ciolini, pubblicata su Panorama nel 1982, Barbie, nella sua veste di consigliere per la sicurezza del ministero degli interni boliviano, organizzò il golpe anche con l'aiuto dei neofascisti italiani Delle Chiaie e Pagliai. Per il governo di García Meza, Barbie si incaricò tra l'altro di far pulizia dei piccoli narcotrafficanti per poter controllare meglio il mercato. Il gruppo paramilitare che dirigeva per conto di Garcia Meza, composto da neofasciati e neonazisti di vari paesi, era conosciuto come "los novios de la muerte", i fidanzati della morte.

Anteriormente, durante il governo militare di René Barrientos Ortuño, divenne presidente della società statale di navigazione boliviana Transmaritima. All'epoca quella società, ora scomparsa, contava una sola nave che sembra fosse dedita al commercio internazionale illegale di armi. Barbie fu anche nominato consigliere dei servizi segreti boliviani. Secondo alcune fonti potrebbe aver contribuito, come consigliere dei servizi segreti, alla cattura di Che Guevara a La Higuera nel 1967.

Nel 1971 il procuratore generale di Monaco di Baviera dichiarò chiuso il dossier Barbie, "per mancanza di prove". Dopo pochi mesi i cacciatori di nazisti Serge e Beate Klarsfeld rintracciarono Barbie, ma il governo boliviano dell'epoca negò l'estradizione. Raggiunto nel suo rifugio boliviano da numerosi giornalisti, Barbie continuò tenacemente a negare di essere il "boia di Lione". Solo nel 1972 si decise a gettare la maschera e in un'intervista al giornale Estado do Brasil ammise la sua vera identità. Poco prima del suo arresto, avvenuto per una truffa, Barbie ebbe a dichiarare a La Paz di sentirsi "ormai nell'anticamera della morte" e, poiché egli aveva perduto tutto (suo figlio Klaus era morto in un incidente d'auto e sua moglie era stata uccisa dal cancro), non gli importava più nulla di morire.

Nel 1981 una rivolta militare in Bolivia rovesciò il governo García e, nei successivi 14 mesi, si alternarono altri tre governi militari. Questi, non riuscendo a trovare una soluzione ai gravi problemi economici e sociali del Paese, decisero di riconvocare il Congresso eletto nel 1980. Nell'ottobre 1982 finì definitivamente il periodo dittatoriale e Hernán Siles Zuazo diventò Presidente a seguito di libere elezioni democratiche. Nel 1983 Barbie venne estradato in Francia.

Su Klaus Barbie furono archiviate 85 pagine da parte dell'FBI dal 1972 al 1987. Gli archivi contengono circa 43 memorie. Anche la CIA ed il Dipartimento di Giustizia statunitense erano in possesso di dossier su Barbie. I rapporti rivelavano tra le altre cose che nel 1972 sia l'FBI che il dipartimento di giustizia sapevano che Klaus Altmann era realmente Klaus Barbi.

Una curiosità: Siles Zuazo era Presidente della Bolivia sia nel 1957, quando Barbie acquisì la cittadinanza boliviana, sia nel 1983, al momento della cattura e dell'estradizione.Il processo nei suoi confronti si celebrò dall'11 maggio 1987 al 4 luglio dello stesso anno e la corte chiese conto a Barbie, oltre all'imputazione generica di crimini contro l'umanità, dei seguenti crimini:

  • Il massacro di 22 ostaggi nello scantinato dell'edificio della Gestapo durante l'estate del 1943;
  • L'arresto e la tortura di 19 persone durante l'estate del 1943;
  • Il rastrellamento di 86 persone dagli uffici dell'U.G.I.F. (Union Générale des Israélites de France) il 9 febbraio 1943.
  • La fucilazione di 42 persone (di cui 40 erano ebree) come uccisioni di rappresaglia durante gli anni 1943 e 1944.
  • La cattura, la tortura e la deportazione degli operai ferroviari di S.N.C.F. il 9 agosto 1944.
  • La deportazione ad Auschwitz di 650 persone (50% ebrei, 50% partigiani);
  • la fucilazione di 70 prigionieri del carcere lionese di Montluc-à-Bron il 17 agosto 1944 ed il 20 agosto 1944, dei quali due erano sacerdoti.
  • L'arresto e la deportazione di 55 ebrei (52 erano bambini) da Izieu.

Nel pomeriggio del 4 luglio 1987 la Corte del Tribunale di Lione condannò Klaus Barbie all'ergastolo per crimini contro l'umanità.Morì di leucemia il 25 settembre 1991, durante la sua detenzione nel carcere di Lione, in quella stessa città dove, 50 anni prima, Klaus Barbie compì atroci delitti, guadagnadosi quell'inquietante e sanguinario soprannome.




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25 marzo 2008
CROAZIA 1941-1944: UNA CATTOLICISSIMA MACELLERIA
 Il nazista Pavelic e l'arcivescovo Stepinac, alleati di genocidio
di Karlheinz Deschner

Il testo che segue è la traduzione letterale di quello  presentato da Karlheinz Deschner il 26/12/1993 in occasione  dell'ultima puntata della sua serie televisiva sulla politica dei Papi nel XX secolo. Questa serie è stata trasmessa  in Germania da Kanal 4, sulle frequenze di RTL. Il testo e' stato ripreso dalla rivista marxista tedesca "Konkret" (n.3-1994, pg.47) e tradotto in italiano a cura del Coord. Romano per la Jugoslavia.

Il Papato di Roma - divenuto grande attraverso la  guerra e l'inganno, attraverso la guerra e l'inganno conservatosi tale - ha sostenuto nel XX secolo il  sorgere di tutti gli Stati fascisti con determinazione, ma più degli altri ha favorito proprio  il peggior regime criminale: quello di Ante Pavelic in Jugoslavia.
Questo ex-avvocato zagrebino, che negli anni '30  addestrò le sue bande soprattutto in Italia, fece uccidere nel 1934 a Marsiglia il re Alessandro di  Jugoslavia in un attentato che costò la vita anche al ministro degli Esteri francese. Due anni più tardi  celebrò con un libello le glorie di Hitler, "il più grande ed il migliore dei figli della Germania", e ritornò  in Jugoslavia nel 1941, rifornito da Mussolini con armi e denari, al seguito dell'occupante tedesco. Da despota  assoluto Pavelic si pose nella cosiddetta Croazia Indipendente a capo di tre milioni di Croati  cattolici, due milioni di Serbi ortodossi, mezzo milione di Musulmani bosniaci nonchè numerosi  gruppi etnici minori. Nel mese di maggio cedette quasi la metà del suo paese con annessi e connessi  ai suoi vicini, soprattutto all'Italia, dove con particolare calore fu accolto e benedetto da Pio XII  in udienza privata (benchè già condannato a morte in contumacia per il doppio omicidio di  Marsiglia sia dalla Francia che dalla Jugoslavia). Il grande complice dei fascisti si accommiatò da lui  e dalla sua suite in modo amichevole e con i migliori auguri, letteralmente, di "buon lavoro".
Così ebbe inizio una crociata cattolica che non ha  nulla da invidiare ai peggiori massacri del Medioevo, ma piuttosto li supera. Duecentonovantanove  chiese serbo-ortodosse della "Croazia Indipendente" furono saccheggiate, annientate,  molte trasformate persino in magazzini, gabinetti pubblici, stalle.  Duecentoquarantamila Serbi ortodossi furono costretti  a convertirsi al cattolicesimo e circa settecentocinquantamila furono assassinati. Furono  fucilati a mucchi, colpiti con la scure, gettati nei fiumi, nelle foibe, nel mare. Venivano massacrati  nelle cosiddette "Case del Signore", ad esempio duemila persone solo nella chiesa di Glina. Da vivi  venivano loro strappati gli occhi, oppure si tagliavano le orecchie ed il naso, da vivi li si  seppelliva, erano sgozzati, decapitati o crocifissi. Gli Italiani fotografarono un sicario di Pavelic che  portava al collo due collane fatte con lingue ed occhi di esseri umani.
Anche cinque vescovi ed almeno 300 preti dei Serbi  furono macellati, taluni in maniera ripugnante, come il pope Branko Dobrosavljevic, al quale furono  strappati la barba ed i capelli, sollevata la pelle, estratti gli occhi, mentre il suo figlioletto era  fatto letteralmente a pezzi dinanzi a lui. L'ottantenne Metropolita di Sarajevo, Petar Simonic, fu sgozzato.  Ciononostante l'arcivescovo cattolico della città di Oden scrisse parole in lode di Pavelic, "il duce  adorato", e nel suo foglio diocesano inneggiò ai metodi rivoluzionari, "al servizio della Verità, della  Giustizia e dell'Onore".  Le macellerie cattoliche nella "Grande Croazia" furono  così terribili che scioccarono persino gli stessi fascisti italiani; anche alti comandi tedeschi  protestarono, diplomatici, generali, persino il servizio di sicurezza delle SS ed il ministro degli Esteri nazista  Von Ribbentrop. A più riprese, di fronte alle "macellazioni" di Serbi, truppe tedesche intervennero  contro i loro stessi alleati croati.
E questo regime - che ebbe per simboli e strumenti  di guerra "la Bibbia e la bomba" - fu un regime assolutamente cattolico, strettamente legato alla  Chiesa Cattolica Romana, dal primo momento e sino alla fine. Il suo dittatore Ante Pavelic, che era  tanto spesso in viaggio tra il quartier generale del Führer e la Berghof hitleriana quanto in Vaticano,  fu definito dal primate croato Stepinac "un croato devoto", e dal papa Pio XII (nel 1943!) "un cattolico  praticante". In centinaia di foto egli appare fra vescovi, preti, suore, frati. Fu un religioso ad  educare i suoi figli. Aveva un suo confessore e nel suo palazzo c'era una cappella privata. Tanti religiosi  appartenevano al suo partito, quello degli ustasa, che usava termini come dio, religione, papa, chiesa,  continuamente. Vescovi e preti sedevano nel Sabor, il parlamento ustasa. Religiosi fungevano  da ufficiali della guardia del corpo di Pavelic. I cappellani ustasa giuravano ubbidienza dinanzi a  due candele, un crocifisso, un pugnale ed una pistola. I Gesuiti, ma più ancora i Francescani,  comandavano bande armate ed organizzavano massacri: "Abbasso i Serbi!". Essi dichiaravano  giunta "l'ora del revolver e del fucile"; affermavano "non essere più peccato uccidere un bambino di  sette anni, se questo infrange la legge degli ustasa". "Ammazzare tutti i Serbi nel tempo più breve  possibile": questo fu indicato più volte come "il nostro programma" dal francescano Simic, un vicario militare  degli ustasa. Francescani erano anche i boia dei campi di concentramento. Essi sparavano, nella  "Croazia Indipendente", in quello "Stato cristiano e cattolico", la "Croazia di Dio e di Maria", "Regno  di Cristo", come vagheggiava la stampa cattolica del paese, che encomiava anche Adolf Hitler  definendolo "crociato di Dio". Il campo di concentramento di Jasenovac ebbe per un periodo  il francescano Filipovic-Majstorovic per comandante, che fece ivi liquidare 40.000 esseri  umani in quattro mesi. Il seminarista francescano Brzien ha decapitato qui, nella notte del 29 agosto  1942, 1360 persone con una mannaia.  Non per caso il primate del paradiso dei gangsters  cattolici, arcivescovo Stepinac, ringraziò il clero croato "ed in primo luogo i Francescani" quando  nel maggio 1943, in Vaticano, sottolineò le conquiste degli ustasa. E naturalmente il primate, entusiasta  degli ustasa, vicario militare degli ustasa, membro del parlamento degli ustasa, era bene informato di  tutto quanto accadeva in questo criminale eldorado di preti, come d'altronde Sua Santità lo stesso  Pio XII, che in quel tempo concedeva una udienza dopo l'altra ai Croati, a ministri ustasa, a diplomatici  ustasa, e che alla fine del 1942 si rivolse alla Gioventù Ustasa (sulle cui uniformi campeggiava  la grande "U" con la bomba che esplode all'interno) con un: "Viva i Croati!". I Serbi morirono allora,  circa 750.000, per ripeterlo, spesso in seguito a torture atroci, in misura del 10-15% della  popolazione della Grande Croazia - tutto ciò esaurientemente documentato e descritto nel mio  libro La politica dei papi nel XX secolo [Die Politik der Paepste im XX Jahrhundert, Rohwohl 1993; si veda pure "L'Arcivescovo del genocidio", di M.A. Rivelli, ediz. Kaos 1999]. E se non si sa nulla su questo  bagno di sangue da incubo non si può comprendere  ciò che laggiù avviene oggi, avvenimenti per i quali lo stesso ministro degli Esteri dei nostri  alleati Stati Uniti attribuisce una responsabilità specifica ai tedeschi, ovvero al governo Kohl-Genscher.
Più coinvolto ancora è solo il Vaticano, che già a suo tempo attraverso papa Pio XII non solo  c'entrava, ma era cosµ impigliato nel peggiore degli orrori dell'era fascista che, come già scrissi  trent'anni fa, "non ci sarebbe da stupirsi, conoscendo la tattica della Chiesa romana, se lo facesse santo".  Comunque sia: il Vaticano ha contribuito in maniera  determinante alla instaurazione di interi regimi fascisti degli anni venti, trenta e quaranta. Con i  suoi vescovi ha sostenuto tutti gli Stati fascisti sistematicamente sin dal loro inizio. E' stato il  decisivo sostenitore di Mussolini, Hitler, Franco, Pavelic; in tal modo la Chiesa romano-cattolica si  è resa anche corresponsabile della morte di circa sessanta milioni di persone, e nondimeno della morte  di milioni di cattolici. Non è un qualche secolo del Medioevo, bensì è il ventesimo, per lo meno dal  punto di vista quantitativo, il più efferato nella storia della chiesa



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25 marzo 2008
argentina: i nazisti sotto l'ombra di Peron
 Nazisti, l'elenco della vergogna
RIVELAZIONI Quanti furono i criminali di guerra compromessi con il regime
hitleriano finiti in Argentina? Ecco il rapporto finale della commissione che ha
indagato quei fatti

di GIOVANNI MARIA PACE

Buenos Aires

Nel 1945 furono processati e condannati a Norimberga i più alti gerarchi del
nazismo, da Goering a Hess, da Keitel a von Ribbentrop. Dopo la punizione
esemplare dei protagonisti il mondo dimenticò; però; i comprimari, che pure
erano stati gli ingranaggi senza i quali la macchina dello sterminio non avrebbe
potuto funzionare. Quanti erano questi gregari? Certamente molti, se solo nelle
zone di occupazione occidentali vengono arrestate, all'indomani della resa
tedesca, 182.000 persone sospettate di partecipazione a crimini nazisti (e 5000
condannate). Ma ciò; che più conta è che, confusi nella massa degli assolti dopo
sommario esame e degli sbandati che vagavano per l'Europa, ci sono personaggi
.minori., per modo di dire. Parliamo dei Mengele, degli Eichman, dei Priebke,
dei Klaus Barbie nonchè di Walter Rauff, l'inventore dei camion-camera a gas;
Eduard Roschmann, l'ex comandante del ghetto di Riga giunto nel '48 a Buenos
Aires da Genova con un passaporto della Croce Rossa intestato a Federico
Wegener; Fridolin Guth, implicato nel colpo di stato del '34 a Vienna che costò;
la vita al cancelliere Dolfuss e torturatore in Francia. Queste figure
intermedie possono contare sulla tolleranza delle autorità alleate che nel clima
di incipiente Guerra Fredda consentono di fatto agli ex nazisti di occultarsi in
patria o di emigrare in paesi lontani. Nessuno meglio degli hitleriani può;
infatti difendere l'Occidente dal bolscevismo.
Tra il '45 e il '48 sono centinaia di migliaia le persone di lingua tedesca che
si muovono lungo la rat- line, la .via dei topi. che dall'Europa continentale
conduce a Genova e agli altri imbarchi per il Sud America, soprattutto per
l'Argentina, dove molti .ex. trovano una seconda patria. Dei criminali di guerra
approdati nel paese, l'Argentina ne estrada ben pochi: Juan Bohne, il
terminatore di handicappati, dementi e altri .inquinatori. della razza; Eduard
Roschmann, comandante del ghetto di Riga; Bilanovic Sakic, responsabile del
campo di concentramento di Jasenovac, nella Croazia ustascia; Josef
Schwammberger, comandante altoatesino del ghetto di Przemsy e da ultimo Erich
Priebke (Adolf Eichmann, l'ideologo della .soluzione finale., non viene
estradato ma rapito dai Servizi israeliani). Si tratta di un piccolo gruppo, a
fronte del quale c'è il gran numero di coloro che rimangono impuniti, dei
manovali dell'Olocausto che in Argentina riprendono una vita tranquilla col
beneplacito dell'esordiente regime peronista e il viatico di Washington.
La presenza nazista in Argentina è stata per lunghi anni accantonata dagli uni
ed esagerata dagli altri a seconda delle circostanze e dello schieramento
politico. Ora uno studio pluridisciplinare e approfondito fornisce di questo
inquietante capitolo della storia nazionale un quadro molto più obiettivo. E' il
rapporto finale della Comisiò;n para el Esclarecimiento de las Actividades del
Nazismo en la Argentina (Ceana) a suo tempo istituita presso il ministero degli
Affari Esteri dal presidente Menem e di cui è coordinatore scientifico lo
storico Ignacio Klich dell'università di Westminster in Gran Bretagna..
Professor Klich, si stenta a capire perchè dei criminali di guerra siano
riusciti a vivere indisturbati in Argentina.
.Produrre prove di colpevolezza utilizzabili in giudizio non è facile, guardi il
caso recentissimo di Konrad Kalejs, il nazista lettone ritenuto corresponsabile
della morte di trentamila ebrei ma che l'Inghilterra ha dovuto rilasciare. I
dati necessari a inchiodare i colpevoli vanno cercati con perizia, ciò; che non
sempre è stato fatto dalle stesse organizzazioni ebraiche..
.C'è confusione sulla dimensione del fenomeno, nel senso che sulla diaspora dei
nazisti circolano le cifre più stravaganti, vedi i sessantamila criminali di
guerra che secondo l'ex funzionario del dipartimento americano della Giustizia
John Loftus sarebbero stati nascosti dagli Alleati in Argentina. Dal canto suo
il Centro Wiesenthal ha segnalato alla nostra Commissione, nel 1998, ventidue
nomi di criminali residenti nel paese, ma a tutt'oggi l'elenco rimane privo di
conferma. La Ceana si è invece basata solo su documenti o testimonianze
attendibili..
Quale conclusione avete raggiunto?

.Abbiamo ricavato una lista di 180 individui - criminali di guerra condannati o
sospettati, o collaborazionisti - approdati in vario modo in Argentina. Di
questi, una trentina sono tedeschi, più di cinquanta di origine croata, e circa
cento tra francesi e belgi. Da notare che i criminali gerarchicamente più
importanti (e meno noti) non sono arrivati dalla Germania ma da altri paesi, mi
riferisco a Pavelic e Ostrowski..
Peróñ cercava tecnici tedeschi, operai specializzati e, con minore
interesse, laboriosi contadini italiani. Come mai accettò; due feroci capi di
stati filonazisti come il croato Ante Pavelic e il bielorusso Radislaw
Ostrowski?

L'Argentina non era mai stata favorevole all'immissione di gente proveniente
dall'Europa orientale e dai Balcani. Se Perón accolse quei due lo fece
per intercessione o pressione di qualcuno, cioè per via di condizionamenti
venuti da fuori..
Da parte di chi? Degli americani, del Vaticano? Intende dire che la Chiesa
cattolica fu connivente?

Sì, e qualcosa in più. Lo storico italiano Matteo Sanfilippo ha potuto provare
l'intercessione del cardinal Tisserant a favore di cinque fuorusciti del regime
di Vichy che si trovavano a Roma e che, tornando in Francia, avrebbero subito le
conseguenze dell'aver collaborato coi tedeschi. E' noto anche l'aiuto fornito a
ex nazisti dal vescovo austriaco Alois Hudal, rettore del Collegio germanico di
Roma e da padre Draganovic, l'ex colonnello ustascia divenuto capo di San
Girolamo degli Illirici, sempre a Roma: troppi dati per ignorare che da parte di
alcune personalità ecclesiastiche ci fosse l'intento di agevolare l'ingresso in
Argentina di certi personaggi..
Emerge un ruolo di papa Pacelli nella vicenda?

.Difficile dirlo perchè il papa non firmava, come non firma, le lettere della
Segreteria di Stato. Quando si potrà finalmente accedere alla documentazione
vaticana e dell'episcopato argentino la domanda troverà risposta. Per il momento
si può; solo ipotizzare che i Tisserant, gli Hudal, i Draganovic non agirono
autonomamente ma come parte di una struttura, di un piano generale della Santa
Sede..

L'aiuto più importante venne però; dal regime peronista. E' così?
Lo schema che vede il Vaticano e la Croce Rossa come promotori e Perón
come esecutore di una politica immigratoria filonazista va rivisto. La
responsabilità della venuta, per esempio, degli ustascia non si può; attribuire
esclusivamente all'Argentina, che li ha ricevuti, o al Vaticano. Nella partita
ci sono altri giocatori. Padre Draganovic era stato un agente del
controspionaggio dell'esercito degli Stati Uniti in Austria prima e in Italia
poi. Quindi per chiarire le complicità che permisero a Pavelic e compagni di
approdare sulle rive del Rio de la Plata occorre guardare non solo all'Italia e
all'Argentina ma al contesto dell'epoca: con la Guerra Fredda, i nemici di ieri
diventano gli alleati di oggi. L'ambasciatore degli Stati Uniti in Yugoslavia,
che era stato incaricato d'affari in Argentina fino all'elezione di
Perón, nel '47 va a Washington e tutto fa credere che ci sia un piano
degli Usa e del Vaticano, d'accordo con l'Argentina, per favorire l'emigrazione
degli ustascia e di altri ricercati..
Il quadro delineato dalla Ceana è dunque più complesso.
.La stessa definizione di .criminale di guerra. si dimostra elastica, e non solo
nella logica peronista. Prendiamo il caso di Walter Schreiber, l'infettivologo
che dirigeva la sperimentazione .scientifica. sui prigionieri dei campi di
concentramento. Per posizione gerarchica è difficile non considerarlo
responsabile di lesa umanità , ma non è mai stato formalmente incriminato. La
ragione è che nessuno aveva interesse a farlo. Al processo di Norimberga,
Schreiber è infatti testimone dell'accusa a favore dell'Unione Sovietica e più
tardi viene utilizzato dall'Air Force americana come spia. Ora, questo medico
può; non avere compiuto personalmente esperimenti su cavie umane, ma
indubbiamente è stato più importante di Joseph Mengele, l'.angelo della morte.
di Auschwitz e suo probabile sottoposto. Eppure Mengele, il pesce piccolo,
diventa agli occhi dell'opinione pubblica il simbolo stesso della degenerazione
della medicina nazista, tanto che i giudici della Repubblica federale ne
sollecitano l'estradizione prima dall'Argentina e poi dal Paraguay; mentre
Schreiber, il pesce grosso, viene lasciato tranquillo per il resto dei suoi
giorni..

"LA REPUBBLICA": Giovedì, 24 Febbraio 2000.
Cosi' Peron accolse gli
indesiderati


Così Perón accolse gli indesiderati
Le vere cifre della fuga dall'Europa
Per mezzo secolo, sulla fuga dei nazisti dall'Europa e in Argentina si sono
affastellate le cifre più incredibili, si è favoleggiato di sommergibili carichi
di camerati e di tesori, si è ipotizzata l'esistenza di una rete di omertà ,
chiamata Odessa, per il trafugamento di SS in cerca di nuova identità : una
mitologia ispirata dal favore con cui il primo peronismo accolse indesiderabili
di ogni tipo, ma sottoposta a critica dalla storiografia più recente. L'avvocato
difensore di Erick Priebke in Argentina, Pedro Bianchi, sostiene per esempio di
essere stato testimone, nella sua qualità di giovane diplomatico, della consegna
da parte di Perón di duemila passaporti in bianco (Llorente e Rigacci, El
ultimo nazi, Editorial Sudamericana). Ma Ignacio Klich e i suoi colleghi della
Commissione di indagine hanno consultato gli archivi del ministero degli Esteri
senza trovare traccia di alcun Bianchi.
Anche sulle ricchezze trasferite dai nazisti circolano fantasiose ricostruzioni.
Il Centro Wiesenthal ha rivelato che ai tempi di Per¢n venticinque
dall'Argentina al Paraguay per essere vendute. Ma la sola presenza certificata
di oro nazista in Argentina Š quella delle monete consegnate dall'ambasciata del
Reich alla legazione svizzera e quindi al governo di Buenos Aires dopo la
rottura dei rapporti diplomatici con l'Asse, avvenuta nel gennaio del 1944. Di
altre transazioni in oro ad esempio tra Argentina e Portogallo .per riciclare
danaro sporco., che proveniente da depredazioni naziste, mancano le prove.



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 25/3/2008 alle 13:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 marzo 2008
Cattolici contro Ortodossi
 

CATTOLICI CONTRO ORTODOSSI

di Nunzio Miccoli

Le religioni omologate al potere sono intolleranti, non solo quelle monoteiste, perché gelose dei loro seguaci dai quali provengono le loro entrate, perciò ne sono nate le guerre di religione, in cui la religione è un pretesto per favorire il sacrificio dei combattenti, la religione nobilita la guerra, nel senso che le conferisce una causa apparentemente nobile e così rende facile l'abnegazione dei combattenti, però l'oligarchia, anche quando si professa religiosa, è in realtà sempre atea.

Le religioni minoritarie hanno invocato la tolleranza ma, una volta arrivate al potere, hanno preteso privilegi e sono divenute intolleranti, con l'aiuto della religione, gli ebrei conquistarono Canaan, con l'aiuto della religione, l'Europa cristiana si espanse in guerra, con la religione e la spada si diffuse l'islamismo. 

Il cattolicesimo settario e monopolistico ha cacciato ebrei, pagani, eretici cristiani, protestanti e ortodossi, l'Islam ha fatto la stesa cosa con zoroastriani, cristiani ed ebrei, di seguito riporto alcuni indirizzi della politica della chiesa cattolica verso la chiesa ortodossa, poco conosciuta ai più.

Nel 1941 la Jugoslavia fu invasa dal nazifascismo e la Croazia proclamò la secessione dalla Jugoslavia, facendo capo del nuovo stato il cattolico e fascista Ante Pavelic, che costituì il governo ustascia, che proclamava la superiorità razziale dei croati cattolici sui serbi ortodossi.

La dittatura ustascia di Pavelic trovò il pieno e convinto sostegno della santa sede e di tutto il clero croato, rappresentato dall'arcivescovo di Zagabria, Alojzije Stepinac, avviò una campagna di persecuzioni razziali contro serbi ed ebrei, arrivò a sterminare 50.000 ebrei e tutti i rabbini, con l'avallo del cattolicesimo croato permeato d'antigiudaismo. 

I croati distruggevano villaggi serbi e deportavano ebrei, il Vaticano ricevette un appello per intervenire ma non intervenne, anche perché i croati promettevano salva la vita agli ortodossi che si convertivano al cattolicesimo, previo il pagamento di una tassa alla chiesa cattolica.

Monsignor Stepinac definiva i serbi rinnegati della chiesa cattolica, mentre Pavelic e i miliziani ustascia erano ricevuti con tutti gli onori in Vaticano, il nunzio a Zagabria, monsignor Marcone, era in ottimi rapporti con Ante Pavelic, per i sacerdoti e frati francescani croati, lo stato croato era una loro creatura.

In quest'opera di conversione Sidonje Scholz, a capo dei missionari cattolici, fece torturare ed uccidere un sacerdote serbo, a sua volta fu ucciso dai serbi e perciò fu definito martire dalla chiesa cattolica croata.

In Croazia, i frati francescani ustascia, come padre Simic Knin, prendevano parte agli attacchi contro la popolazione ortodossa, avevano campi di sterminio diretti da Vjeroslav Luburic, l'Auschwitz croata era diretta dal francescano Miroslav Filipovic-Majstorovic, che divenne maggiore della milizia e comandante dei gruppi speciali di liquidazione, però non era il solo frate aguzzino in Croazia.

Con questi sistemi in pochi anni in Croazia perirono 600.000 persone, però il Vaticano continuò a sostenere la dittatura ustascia in Croazia, Montini era convinto che la Croazia era un baluardo contro il bolscevismo e nel 1942 il segretario di stato Maglione manifestò il suo personale disprezzo verso i serbo-ortodossi.

Il nunzio Marcone cercò di giustificare il trattamento inflitto ai serbo-ortodossi e monsignor Alojzije Stepinac ricordò al Vaticano le benemerenze del regime, che aveva abolito l'aborto, la pornografia, la massoneria e lottato contro il comunismo, condannato la blasfemia, introdotto l'educazione religiosa a scuola e nelle caserme, aveva favorito le scuole confessionali, aumentato la dotazione per il clero, costituito un corpo di cappellani militari, costruito e riparato chiese, senza ricordare che alcune di queste chiese erano state tolte agli ortodossi. 

Con la caduta del nazismo, Ante Pavelic, prima di fuggire, affidò a monsignor Stepinac 36 bauli colmi di preziosi, sottratti agli ortodossi, che furono custoditi in Vaticano e amministrati dalla banca vaticana IOR, tra i fuggiaschi vi erano anche vescovi compromessi, come Ivan Saric e Jozo Garic, che si nascosero in conventi francescani austriaci.

Monsignor Stepinac invece rimase a Zagabria, il governo di Tito propose alla santa sede di richiamarlo a Roma, ma questa rispose di no, perciò fu arrestato e condannato a sedici anni di reclusione e poi scarcerato dopo cinque.

Alla fine del 1946 "L'Osservatore Romano" commentò che Stepinac era stato araldo della fede cristiana contro il comunismo, il 12 gennaio 1953 papa Pacelli gli attribuì la porpora cardinalizia, egli morì di morte naturale nel 1960 e nel 1998 fu beatificato da Giovanni Paolo II.

Anche Pavelic fu nascosto da monsignor Dragonovich in un convento di francescani in Austria, poi nel 1947 era a Buenos Aires, sotto la protezione del generale Peron, caduto Peron, fuggì a Santo Domingo, dove ottenne la protezione del dittatore Truijllo, nel 1959 si stabilì a Madrid, sotto la protezione di Franco, ospitato in un convento francescano, dove morì nel febbraio del 1960, Giovanni XXIII gli fece pervenire la sua benedizione. Tutti questi dittatori erano, come Mussolini, figli diletti della chiesa cattolica.

Gli Usa, per interessamento del Vaticano, con il piano Odessa e il canale dei topi avevano fatto fuggire in Sudamerica criminali ustascia e nazisti, tra loro era anche Adolf Eichmann, nel 1960 fu catturato in sudamerica dai servizi segreti israeliani, il cardinale Antonio Caggiano, vescovo di Buenos Aires, protestò energicamente per la sua cattura.

Il Vaticano, entrato in possesso del tesoro degli ustascia, non voleva più restituirlo, Ante Pavelic chiese, a tale proposito, l'aiuto di Peron, però senza risultato, comunque, in Vaticano monsignor Dragonovich riuscì a trafugare una parte del malloppo, aiutato da monsignor Cippico, che fu ridotto allo stato laicale dal papa e poi fu arrestato dalla polizia italiana, per esportazione illegale di capitali, cioè del malloppo ustascia.

George Zivkovic, serbo ortodosso, oggi cittadino americano, ha deciso di chiedere la restituzione di quel tesoro al Vaticano e all'ordine dei francescani, perciò, con altri concittadini, ha intentato causa al Vaticano, accusandolo anche di ricettazione. La santa sede ha invocato l'immunità, perché stato sovrano, ed ha chiesto al governo americano di intervenire, tentando portare la controversia giudiziaria sul piano politico.

Nel 1927 Mussolini creò per Ante Pavelic, un centro d'addestramento al terrorismo vicino Parma, poi, negli anni trenta, l'Italia ospitò due campi d'addestramento, dove i terroristi croati erano istruiti all'uso delle armi contro i serbi; nel 1934 re Alessandro di Jugoslavia fu ucciso ed i responsabili avevano denaro e passaporti italiani, per questo delitto Pavelic fu condannato a morte in Francia, ma Mussolini si rifiutò di estradarlo e Pavelic continuò a vivere in Italia, a spese del governo italiano, era rifornito di denaro e armi da Mussolini, ospitato in campi d'addestramento nelle isole Eolie, inoltre aveva l'accesso a radio Bari per trasmissioni di propaganda dirette in Jugoslavia.

Il 10.4.1941, dopo l'invasione della Jugoslavia, i fascisti croati, capeggiati da Ante Pavelic, proclamarono l'indipendenza della Croazia.

L'arcivescovo di Zagabria Stepinac era un nazionalista ed aveva partecipato a parate naziste e fasciste, nello stato croato furono tollerate solo la religione islamica e quella cattolica, mentre ebrei e ortodossi subivano persecuzioni.

Chiese e monasteri ortodossi furono distrutti, preti e vescovi ortodossi furono torturati e assassinati, solo nel 1941 in Croazia 100.000 civili furono uccisi e la chiesa ortodossa di Glina fu trasformata in mattatoio.

Nello sterminio si distinsero i figli di San Francesco d'Assisi, i cui conventi erano depositi d'armi per gli ustascia, il francescano Augusto Cevola girava con la pistola sotto la tonaca, invitando il popolo ad assassinare gli ortodossi, altri francescani occupavano il posto di boia in campi di concentramento dove si eseguiva la decapitazione di massa, anche il prete cattolico Bozidar Bralo viaggiava con un mitra e partecipava all'eccidio di serbi. 

Dopo il crollo del nazi-fascismo, i conventi francescani divennero luoghi di rifugio dei massacratori ustascia in Austria, a Klagenfurt, in Italia, a Modena, e in Francia, protetti dalla chiesa cattolica, in Vaticano il cardinale Tisserant condannò le gesta di questi francescani, però Pio XII protesse Pavelic e Stepinac che avevano assicurato la conversione di 250.000 ortodossi al cattolicesimo.

Nel corso della seconda guerra mondiale, in Croazia furono assassinate centinaia di migliaia di persone, in larga maggioranza ortodosse, il papa appoggiò l'invasione della Russia da parte dei nazisti e non protestò per la distruzione delle sue chiese ortodosse, da parte dei comunisti e dei nazisti, perché voleva la diffusione del cattolicesimo in quel paese. 

A Roma era stato creato un seminario speciale, il collegium russicum, il quale istruiva i preti in russo e ucraino, per la futura campagna missionaria in Unione Sovietica, nel 1940 a tale proposito ci fu collaborazione tra generale dei gesuiti e nazisti, un anno prima dell'attacco tedesco i seminaristi gesuiti del collegio attraversarono in incognito i confini sovietici, per operazioni di spionaggio, in pratica il collegio era un'istituzione per la formazione d'agenti e spie vaticane. 

I nazisti agevolarono l'attività missionaria dei preti cattolici nei territori occupati, come hanno sempre fatto le potenze coloniali europee, anche perché i tedeschi sapevano che il papa voleva la distruzione della Russia comunista.

Altri vescovi e preti ustascia criminali hanno trovato asilo in Spagna, Austria, Svizzera, Egitto e Usa, il prete Dragonovich, che uccise 60.000 persone, dopo la guerra scomparve in Vaticano, divenendo professore al seminario cattolico tedesco.

Adolf Eichmann fuggì con l'aiuto di padre Benedetti, che teneva collegamenti con l'organizzazione clandestina Odessa, altri nazisti si rifugiarono all'estero con l'aiuto del Vaticano, tre loro erano Bormann, Mengele e Barbie.

Alla fine del 1946 "L'Osservatore Romano" commentò che Stepinac era stato araldo della fede cristiana contro il comunismo, il 12 gennaio 1953 papa Pacelli attribuì a monsignor Stepinac la porpora cardinalizia, questo morì di morte naturale nel 1960 e nel 1998 fu beatificato da Giovanni Paolo II.

Nel 1917, allo scoppio della rivoluzione in Russia, il cardinale Gasparri aveva sperato che ne nascesse un indebolimento della chiesa ortodossa, per estendere l'influenza della chiesa cattolica in quelle terre, poi fu disilluso dall'avvento del comunismo. Nel 1923 Mussolini a Rodi costrinse la chiesa ortodossa a recidere i legami con Costantinopoli, per riconoscere l'autorità del papa,

La chiesa cattolica promosse le crociate non solo contro l'Islam, ma anche per sottomettere la chiesa ortodossa, con la caduta di Gerusalemme in mano turca nel 1070, papa Urbano II indisse la prima crociata, ai partecipanti prometteva la remissione dei peccati.

Ben presto i bizantini presero le distanze dai crociati, che avevano preso a saccheggiare anche città cristiane e chiese ortodosse, si unirono ai crociati avventurieri, uomini d'arme spiantati e contadini affamati. Molte volte la chiesa ortodossa russa è stata minacciata dal proselitismo cattolico.

A Zara, sotto controllo dei crociati, arrivò Angelo Alessio, figlio dell'imperatore spodestato di Costantinopoli, che propose ai crociati una deviazione per Costantinopoli, per rimettere sul trono suo padre, promettendo in cambio la fine dello scisma religioso.

Così iniziò la quarta crociata (1202-1204), sotto papa Innocenzo III, in quell'occasione i cristiani entrarono a Costantinopoli ortodossa e la saccheggiarono, era accaduto che Alessio e i capi della religione ortodossa rifiutarono di mantenere gli impegni, allora i crociati si diedero al saccheggio, violentarono donne e religiose, in quell'occasione Venezia s'impossessò di tesori d'arte di Bisanzio e di tante isole dell'Egeo.

Pacelli nel 1939 approvò l'invasione della Cecoslovacchia da parte dei nazisti, a capo della Slovacchia fu messo il collaborazionista prete Tiso, cattolico e antisemita, che instaurò un regime fascista e fu promosso dal papa monsignore. Tiso dichiarò che il suo regime si sarebbe ispirato al nazionalsocialismo tedesco e al cattolicesimo romano, così furono abolite libertà, partiti, perseguiti ortodossi, protestanti ed ebrei.

Sotto di lui il 90% dei preti slovacchi pregò per Hitler, Tiso inviò truppe a fianco della Germania in Polonia e Unione Sovietica e favorì l'apertura di campi di concentramento. Nel 1945 monsignor Tiso fu condannato dagli alleati come criminale di guerra, però fu difeso fino all'ultimo dal Vaticano.

Anche nella repubblica ceca l'alto clero collaborò con i nazisti, il governatore tedesco scrisse nel 1944 a Hitler dicendo di appoggiarsi all'alta gerarchia della chiesa cattolica ceca.

Hitler indusse il papa a non condannare l'invasione della Polonia cattolica e ad utilizzare i polacchi per una crociata contro i sovietici, Pio XII acconsentì, a patto che gli interessi della chiesa in Polonia fossero salvaguardati.

D'altra parte, i sovietici, nella parte di Polonia da loro occupata, fecero persecuzioni religiose, chiudendo scuole e chiese cattoliche, esattamente come avevano fatto i cattolici dopo la prima guerra mondiale, a spese degli ortodossi, nei territori passati dalla Russia alla Polonia.

Nei balcani l'espansionismo papale si era servito dell'Austria e dei croati, dopo il crollo della Turchia e dell'Austria avvenuto nel 1918, il Vaticano fu teso a contrastare la chiesa ortodossa nei balcani, perciò negli anni '20 e '30 dispiegò un'intensa attività in Jugoslavia, attraverso l'azione cattolica, appoggiandosi sulla Croazia.

Dopo la seconda guerra mondiale si sentì la stessa esigenza, d'altra parte in Ucraina negli anni '20 la chiesa uniate cattolica fu costretta dal regime comunista a fondersi con quella ortodossa, nel 1950 la cosa si ripeté in Slovacchia, dove il regime comunista ordinò l'eliminazione della chiesa cattolica uniate, che dovette fondersi con la chiesa ortodossa.

Pavelic in Croazia praticò deportazioni e stermini, cioè fece della pulizia etnica d'ebrei, zingari, ortodossi e comunisti, il Vaticano non reagì a questi massacri, il primate di Croazia era l'arcivescovo Stepinac, rappresentante dello stato anche in Vaticano, che sosteneva il regime. 

In Croazia furono proibiti i matrimoni misti, proibito l'alfabeto cirillico, furono chiuse le scuole ortodosse, fu imposta la conversione forzata, i croati si appropriarono delle chiese degli ortodossi, i serbi si scavavano la fissa ed erano legati col filo di ferro, erano ammazzati con l'accetta e seppelliti vivi, alcuni erano torturati, accecati e fatti a pezzi. Gli ustascia chiedevano ai serbi i certificati di conversione al cattolicesimo, chi li esibiva era risparmiato, invece gli ebrei erano sistematicamente eliminati.

Ciò malgrado, lo stato di Croazia fu riconosciuto dalla santa sede come bastione contro il comunismo, nel massacro dei serbi il clero cattolico ebbe un ruolo di guida e il papa non si dissociò dalle azioni degli ustascia croati.

Stepinac esortava i fedeli a collaborare con Pavelic, i frati francescani ebbero un ruolo nei massacri, giravano armati, facevano omicidi, saccheggiarono villaggi e dirigevano campi di concentramento.

Tra questi frati vi era Bozidar Bralow, alle donne furono recisi i seni, agli uomini furono strappati occhi e genitali, pare che gli occupanti italiani, anche se fecero repressioni, salvassero dallo sterminio ustascia 33.464 civili, tra cui 2118 ebrei. Il vescovo cattolico di Mostar esprimeva la brama storica dell'episcopato croato per la conversione in massa al cattolicesimo degli ortodossi. 

Questo vescovo appoggiava i massacri, in generale i vescovi croati avallavano anche la politica di conversione forzata, alcuni di loro sedevano nel parlamento croato, volevano approfittare della buona occasione per un'opera d'evangelizzazione, anche il Vaticano puntava all'evangelizzazione dell'est.

Il 6.3.1942 il cardinale francese Tisserant denunciò che i francescani, tra cui padre Simic di Knin, volevano distruggere la chiesa ortodossa croata e disse che, fino ad allora, erano scomparsi 350.000 serbi dalla Croazia, però Pacelli riceveva in visita a Roma gli ustascia croati, il papa pensava che l'evangelizzazione dell'est passasse per la Croazia e riteneva che tra nazismo e comunismo fosse meglio il nazismo, inoltre l'avanzata tedesca dava l'opportunità di evangelizzare l'est. 

In Vaticano esisteva un ufficio per l'attività missionaria all'est, la congregazione per la chiesa orientale, guidata dal cardinale Tisserant, in Germania Heydrich ostacolò il piano di conversione cattolico, che chiamava piano Tisserant, e che doveva far perno sui cappellani militari, Hitler non voleva che il Vaticano divenisse il solo beneficiario della guerra all'est.

Nel 1925 i vescovi latini di Russia erano stati eliminati dai bolscevici, perciò quell'anno Pio XI, che non voleva rinunciare alla Russia, mandò in quel paese, in missione segreta, il gesuita Michel d'Herbigny, che fece vescovo, con l'ordine di nominare altri vescovi in clandestinità, questo ne nominò sei che però furono eliminati dai russi, il Vaticano ha perseguito la stessa politica in Cina, perciò ancora oggi Russia e Cina temono molto la penetrazione di questi agenti vaticani o pseudo- missionari.

Pio XI istituì una commissione vaticana per la Russia e aprì a Roma il Collegio Pontificio Russo, noto come Collegium Russicum, e il collegio pontificio ruteno, per preparare sacerdoti missionari in Urss, anche altre istituzioni ecclesiastiche cattoliche erano impegnate in attività missionarie d'evangelizzazione della Russia, come l'abbazia di Grottaferrata, vicino Roma, di Chevetogne in Belgio, di Velehrad in Moravia, vi erano impegnati redentoristi, assunzionisti, gesuiti ed il clero di Polonia.

Da Londra anche John Carmen Heenan, divenuto poi arcivescovo di Westminster, si recò in missione in Russia nel 1932, camuffato da viaggiatore di commercio, s'innamorò della sua interprete russa e fu arrestato, poi tornò in fretta in Inghilterra.

Nel 1941, dopo l'invasione dell'Unione Sovietica, questi religiosi missionari partirono per la Russia come cappellani militari e s'insidiarono in zone prescelte, dove i il popolo era rimasto senza pastori, i tedeschi ne fucilarono alcuni come disertori, mentre i russi misero quelli da loro scoperti nei gulag.

Tisserant era soprattutto interessato ai cattolici di rito orientale o bizantino dell'Ucraina, ai cui sacerdoti era permesso anche di sposarsi, secondo il papa, l'evangelizzazione doveva arrivare fino alla Russia e in Grecia, per riassorbire lo scisma orientale, secondo Pacelli la Croazia doveva servire da testa di ponte, perché tutti tornassero all'unità con Roma.

Gli ustascia in fuga avevano un bottino di 80 milioni di dollari, rubato agli ebrei e ai serbi, dopo la guerra, il Collegio di San Girolamo degli illirici a Roma divenne il quartier generale degli ustascia, che qui si procurarono documenti falsi per emigrare, nel collegio operava il professore di seminario Dragonovich, che nel 1958 fu espulso dal collegio.

Questo aiutò gli ustascia a fuggire verso il sud America, soprattutto verso l'Argentina, raccolse i preziosi degli ustascia e collaborò con gli americani a far fuggire il doppiogiochista Klaus Barbie in Bolivia, questo era stato doppiogiochista e capo della gestapo a Lione, dove perseguitò gli ebrei.

I francescani dell'Erzegovina controllano il santuario di Medjugorje, aiutati dai croati d'America hanno favorito l'affermazione del presidente Tudjman, con la definitiva disgregazione della Jugoslavia, hanno utilizzato la caritas francescana per affiancare le milizie croate contro i musulmani e i serbi, nella recente guerra civile le milizie nazionaliste croate avevano sede a Medjugorie.

L'arcivescovo di Zagabria, Stepinac, responsabile dello sterminio dei serbi, fu sottratto al tribunale di Norimberga perché nascosto dal Vaticano in un collegio di Roma e poi riparò all'estero, Ante Pavelic, sostenuto dall'arcivescovo Stepinac e da Pio XII, si accanì contro le minoranze etniche e soprattutto contro i serbi, Stepinac non condannò i frati francescani che assassinavano i serbi e fu ricevuto in udienza da Pio XII.

Nel 1990 il presidente della Croazia, Tudjman, sostenuto da Germania e Vaticano, relegò ancora una volta le minoranze in serie B, cioè negando loro gli stessi diritti dei croati, poi nel 1991, scoppiata la guerra con la Jugoslavia, diede ordine di uccidere tutti i serbi, comprese donne e bambini.

Nel 1998, quando papa Giovanni Paolo II beatificò Stepinac, il centro ebraico Simon Wiesenthal, che aveva cacciato i criminali nazisti, aveva inutilmente lanciato un appello perché ciò non avvenisse.

Il risultato di questa politica vaticano-tedesca fu una guerra che procurò 250.000 morti e molti senzatetto, anche se il Vaticano si diceva sempre contro la guerra, comunque, con l'indipendenza di Croazia e Slovenia, guadagnò nuovi seguaci e fece un concordato, economicamente vantaggioso per esso, con il governo croato.

Nel 1999 i sopravvissuti all'olocausto ustascia di Usa i hanno fatto causa presso il tribunale federale di San Francisco per un risarcimento di 18 milioni di dollari da parte dell'ordine francescano, chiedendo la restituzione del bottino rubato dagli ustascia.

I soldi trafugati furono depositati in Vaticano, il quale, poiché non deve mai rendere conto a nessuno dei propri atti, affermò che erano stati utilizzati per finanziare la ratline vaticana, cioè per far fuggire in sudamerica i criminali nazisti, il processo è in corso.

Alla vigilia della prima guerra mondiale Pacelli fece un concordato con la Serbia, a maggioranza ortodossa, che irritò l'Austria, perché minacciava il protettorato austriaco sul paese, la Serbia nel 1912 aveva sconfitto la Turchia e si era annessa territori abitati da musulmani, era anche incoraggiata dalla Russia a sfidare l'impero austriaco.

Per il Vaticano, il concordato con la Serbia serviva a sanare lo scisma ortodosso e doveva favorire l'evangelizzazione della Russia e della Grecia, con questo concordato il papa aveva il diritto d'investitura dei vescovi cattolici del paese, prima riservato all'Austria, probabilmente questo concordato arroventò il clima che portò all'assassinio dell'arciduca Ferdinando a Sarajevo e poi alla guerra che la Serbia voleva.

Il concordato garantiva libertà alla religione cattolica e finanziamenti ai suoi vescovi, cioè intaccava i privilegi della chiesa serba ortodossa, garantiva clero e scuole cattoliche, l'istituzione di seminari cattolici, il concordato doveva anche favorire la nascita di una grande Serbia, assieme alla Croazia, perché l'unico ostacolo all'unione con i croati, di stella lingua e razza, era la religione ortodossa.

Con queste premesse, nella seconda guerra mondiale i croati cattolici si scatenarono, con un risorto spirito di crociata, contro i serbi ortodossi. L'ecumenismo di Giovanni Paolo II ha ricevuto l'opposizione del patriarca di Mosca che lo ha interpretato come un tentativo d'espansione di Roma verso Mosca, anche la chiesa greca ha lo stesso atteggiamento verso Roma, come la Cina.

Nel medioevo l'impero germanico, con il sostegno dal papa, si era scontrato con il mondo slavo e ortodosso, a Filippopoli ci furono cruente battaglie tra cristiani tedeschi e bizantini, ad Adrianopoli il duca Federico I di Svevia, detto Barbarossa, fece bruciare un convento ortodosso e fece uccidere monaci ortodossi.

La Spagna musulmana fu l'obiettivo della riconquista spagnola e cristiana, conclusasi nel XV secolo, del resto anche l'Islam aveva tolto, con la forza, la Spagna ai visigoti cristianizzati, il popolo non è stato mai veramente sovrano e quindi non mette mai becco nelle vicissitudini territoriali delle nazioni.

In precedenza la Spagna era stata di iberi, cartaginesi, romani, gli arabi vi arrivarono nel 711 dal Marocco, perciò quelle condotte in Spagna furono le prime crociate cristiane e durarono sette secoli, condotte dai re d'Aragona e Castiglia contro gli islamici, con la riconquista ne furono colpiti islamici ed ebrei.

Il papa, per interesse di potere, ha diretto crociate anche contro altri cristiani. Oggi anche la chiesa ortodossa russa, sostenuta dal governo, è ostile all'espansionismo vaticano e perciò ha rifiutato anche una visita del papa nel paese, mentre in Ucraina, oggi indipendente, è guerra tra chiesa uniate, legata a Roma, e chiesa ortodossa.

Bibliografia:

- Storia criminale del cristianesimo - di Karlheinz Deschner - Vol. I - VII - Ariele editore,

- I mercanti del Vaticano - di Mario Guarino - Kaos edizioni,

- Il manganello e l'aspersorio - di Ernesto Rossi - Kaos edizioni,

- Il libro nero del cristianesimo - di Fo-Tomat-Malucelli - edizione Nuovi Mondi,

- I papi, storia e segreti - di Claudio Rendina - Newton editore,

- Il Vaticano, storia e segreti - di Claudio Rendina - Newton editore,

- Verità e menzogne della chiesa cattolica - di Pepe Rodriguez - Editori Riuniti,

- Gli italiani sotto la chiesa - d Giordano Bruno Guerri - Mondatori editore,

- La piovra vaticana - di Pippo Gurrieri - La Fiaccola editore,

- Mussolini - dio Denis Mack Smith - Rizzoli editore,

- Il gallo cantò ancora - di Karlheinz Deschner - Massari editore,

- Il secolo dell'odio - di Gianni Moraini - Marsilio editore,

- Gli italiani sotto la chiesa - di Giordano Bruno Guerri - Mondatori editore,

- Il papa di Hitler - di John Cornwell - Garzanti editore,

- Habemus papam - di David Yallop - Nuovi Mondi Media editore.

                                  

                                        




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25 marzo 2008
Nazisti in sacrestia
 Le complicità della chiesa genovese nella fuga dei criminali di guerra
Un'inchiesta del 'Secolo XIX'

da ADISTA, Agenzia d'informazione sul mondo cattolico e le realtà religiose
N°65 del 20 settembre 2003

Aiuto, sostegno logistico, documenti falsi. La Curia genovese, terminale periferico di un sostegno ecclesiastico che partiva direttamente da Roma, spianò ai criminali di guerra nazisti, ustascia e fascisti la strada verso la libertà. Chi avrebbe dovuto contribuire alla loro cattura, favorì invece la loro impunità: la denuncia viene dal quotidiano genovese "Il secolo XIX", che in una lunga inchiesta, partita il 31 luglio e durata più di un mese, ricostruisce l'intricata vicenda di quella che è stata definita la "ratline", la "via dei topi" organizzata in Europa nel dopoguerra per consentire la fuga, prevalentemente in Argentina ed in altri Paesi latinoamericani, di criminali di guerra ricercati.

L'antefatto
L'inchiesta del "Secolo XIX" prende avvio dalle notizie contenute nei documenti degli archivi della Direzione nazionale delle migrazioni, in Argentina, resi pubblici lo scorso luglio per decisione del presidente Néstor Kirchner. Con questa decisione, Kirchner aveva dato seguito ad un impegno preciso preso con il Centro Simon Wiesenthal, specializzato nella ricerca dei criminali di guerra, che voleva chiarezza in merito alle precise denunce delle collusioni tra governo argentino e reduci del Reich contenute in un libro, intitolato "La auténtica Odessa", pubblicato dal giornalista Uki Goñi nel dicembre 2002. Lo scrittore aveva passato un anno negli archivi dell'Hotel de Inmigrantes, un vecchio albergo che custodisce i fascicoli del Centro di Immigrazione di Buenos Aires, cercando le tracce del passaggio di alcuni immigrati "eccellenti" in Argentina nel dopoguerra. Rovistando tra centinaia di migliaia di cartoline di sbarco aveva trovato anche quelle relative a molti gerarchi nazisti, fascisti e ustascia, rintracciando i numeri dei relativi dossier custoditi nell'archivio riservato dell'hotel. Il quotidiano argentino "Página 12" nei mesi scorsi ha seguito con interesse le rivelazioni del libro di Goñi, rilanciandole e facendole divenire un caso nazionale: per tutte queste ragioni, a luglio, i dossier sono stati messi a disposizione degli studiosi, anche se, per ora, secondo quanto scrive "Panorama" del 29 agosto, sono saltati fuori solo due dei 49 fascicoli richiesti dal centro Wiesenthal, contenenti informazioni su appena 17 dei 68 criminali di guerra segnalati.

Le complicità della Chiesa nella "ratline"
In una intervista rilasciata a "Página 12" e ripresa il 29 luglio dal "Corriere della Sera", Goñi racconta i motivi che spinsero l'allora presidente argentino Juan Domingo Perón a stringere un legame coi nazisti: "Perón faceva un favore ai nazisti che portava in Argentina. Faceva un piacere a se stesso, nell'idea che questa gente avrebbe potuto essergli utile come agenti anticomunisti. Faceva un favore agli Alleati eliminando i collaborazionisti che non avrebbero potuto portare davanti alla giustizia. Infine rendeva un servizio alla Chiesa. Uno dei documenti che ho trovato mostrano che il cardinale argentino Caggiano andò in Vaticano nel '46 offrendo a nome del governo di Buenos Aires il proprio Paese come rifugio ai criminali di guerra francesi nascosti a Roma".
Insomma, Peron collaborò a creare una sorta di rete internazionale che doveva favorire l'ingresso di criminali di guerra nel proprio Paese. Con il sostegno anche di una parte delle gerarchie ecclesiastiche. A Buenos Aires agivano i cardinali Antonio Caggiano e Santiago Copello. Dalla seconda metà del 1947 ai primi anni Cinquanta il terminale europeo della "rotta dei topi" fu a Genova in via Albaro, al numero 38 presso Villa Bombrini, ora sede del Conservatorio e all'epoca sede della Daie, Dirección Argentina de Immigración Europea. L'ufficio era retto da un ex capitano delle Ss, Carlos Fuldner, amico di Peron.
"Era l'ufficio della Daie in Genova - spiega Uki Goñi - che si occupava di far pervenire a Buenos Aires l'elenco dei criminali nazisti da mettere in salvo. A Buenos Aires la pratica veniva evasa dalla Sociedad Argentina de Recepción de Europeos fondata nel maggio del '47 da Pierre Daye, un criminale di guerra belga in stretti rapporti con Peron e con l'arcivescovado argentino. Tanto stretti che le prime riunioni della Sociedad si tennero alla Casa Rosada e che la prima sede della Sare si trovava in via Canning 1358, un vecchio palazzone di proprietà della curia di Buenos Aires".
Fuldner redigeva a via Albaro gli elenchi dei nazisti da far fuggire, li spediva in Argentina e da lì, in poche settimane, giungevano i visti di ingresso, completi delle foto dei criminali ma intestate a nomi fittizi. Da Genova, la pratica passava a Roma, dove la Sede della Croce Rossa rilasciava i passaporti relativi ai nomi falsi, rispedendoli a Genova. Fatto ciò, bastava trovare posto per i fuggitivi sulla prima nave che salpasse per l'Argentina. È ormai certo che, in quegli anni, passarono per Genova, e di lì fuggirono in Sudamerica, criminali del calibro di Klaus Barbie ("il boia di Lione"), Adolf Eichmann (il pianificatore dello sterminio degli ebrei, rapito dal Mossad nel '61 e impiccato in Israele l'anno dopo), Josef Mengele (il "dottor morte"), Erich Priebke, il dittatore croato Ante Pavelic.

Il ruolo della Curia genovese
Goñi sostiene il diretto coinvolgimento del card. Giuseppe Siri (eletto vescovo ausiliare di Genova l'11 marzo 1944, e arcivescovo della stessa città il 14 maggio 1946) nel sostegno alla rete di fuga per i criminali di guerra, tramite le due associazioni, entrambe da lui fondate, che la Curia genovese possedeva per l'assistenza dei profughi (una tesi contenuta già nelle risultanze della Ceana (Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina, costituita da Menem nel '97) e raccontata nel libro "La via dei demoni", del giornalista di "Repubblica" Giovanni Maria Pace). Una di queste associazioni si chiamava Auxilium ed era nata nel '31, come ente di assistenza e beneficenza. La seconda, chiamata "Comitato Nazionale Emigrazione in Argentina", nacque invece nel '46. Racconta Goñi nel suo libro che il nome di Siri comparirebbe negli archivi del Nara (National Archives and Records Administration) del Maryland, Stati Uniti. In una nota del Central Intelligence Group (Cig, creata da Truman nel '46 e sostituita alla fine del '47 dalla Cia), datata 21 gennaio 1947 e recuperata da Goñi nel corso delle ricerche per il suo libro, si afferma che Siri dirigeva "una organizzazione internazionale il cui scopo era favorire l'emigrazione di europei anticomunisti in Sudamerica (...). Questa classificazione di anticomunista deve estendersi a tutte le persone politicamente impegnati contro i comunisti, ovvero fascisti, ustascia, e altri gruppi simili".
Operativamente sarebbero stati tre sacerdoti ad impegnarsi in prima persona per preparare la fuga dei criminali. Uno era un prete croato, Karl Petranovic: dai primi mesi del 1946 ai primi mesi del '52 avrebbe gestito direttamente i rapporti tra Vaticano, Croce Rossa, Auxilium e Comitato nazionale emigrazione in Argentina. In Croazia era stato parroco di Ogulin e cappellano di un reggimento ustascia. Fuggito nel '45, passò prima a Trieste e poi a Milano, presso il cardinale Shuster, che lo avrebbe inviato a Genova, raccomandandolo a Siri con questo biglietto, il cui contenuto è stato rivelato il 2 agosto dal "Secolo XIX": "Eccellenza reverendissima, don Carlo ha conoscenza, in lingua e in cultura, della situazione dei rifugiati e dei profughi di guerra dell'Est e della Germania. Per questo è persona che può sostenere l'opera di carità dell'Auxilium". A Genova Petranovic, racconta "Il Secolo XIX" (4/8), "dipendeva direttamente dalla Curia genovese" e si occupava di fare "la spola tra Auxilium e Comitato nazionale per l'emigrazione in Argentina. Ha il diritto di usare la Mercedes nera, con targa diplomatica della Città del Vaticano, di Siri; viaggia spesso, di notte, tra Genova e Roma, e ritorna, sempre di notte, portando una 'valigia diplomatica'. Contiene i passaporti per una nuova vita dei nazisti in fuga" (2/8). Petranovic, che si allontanò da Genova nella primavera del '52, oggi ha 83 anni e vive in Canada, in una zona al confine con gli Stati Uniti, ospite di una comunità di suore.
A Genova operava un altro sacerdote. Era don Edoardo Dömöter, francescano di origine ungherese, divenuto, alla fine degli anni '50, parroco della chiesa di Sant'Antonio di Pegli. Secondo quanto riportato dal "Secolo", Goñi ha rintracciato negli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra una richiesta, la numero 100940, sottoscritta e inoltrata da padre Dömöter alla sede genovese della Croce Rossa di passaporto per tale Riccardo Klement, in realtà Adolf Eichmann.
A fare da spola tra Genova e Roma, tra un ufficio aperto in Albaro dalla delegazione argentina e gli uffici romani della Croce Rossa per procurare documenti falsi, c'era, infine, don Krunoslav Stjepan Draganovic, che per Giovanni Maria Pace era un "ex colonnello ustascia" ("Repubblica", 24/2/2000), e che fu fondatore della Confraternita Croata del Collegio di San Girolamo degli Illirici
È lui che ha firmato il passaporto rilasciato dalla sede genovese della Croce Rossa il 16 marzo del 1951 intestato a Klaus Altmann, meccanico di origine tedesca in procinto di imbarcarsi sul piroscafo "Corrientes" alla volta di Buenos Aires, sotto la cui falsa identità si nascondeva Klaus Barbie. Il documento originale, racconta il 27 agosto "Il Secolo XIX", fu trovato da Uki Goñi nella sede ginevrina del comitato internazionale della Croce Rossa.
Sull'attività di Draganovic a favore dei criminali di guerra il 28/8 "Il Secolo XIX" ha pubblicato il testo di un rapporto del Foreign Office inglese nel quale si dice che il prete, definito "la mente che sta dietro l'organizzazione ustascia in Italia", interveniva "ripetutamente e vigorosamente al quartier generale della Croce Rossa Internazionale di Roma" nel tentativo "di influenzare la graduatoria di profughi croati che si stanno prendendo in considerazione per l'assistenza". "L'influenza della Confraternita di San Girolamo sui campi profughi - dice il rapporto (che cita anche Petranovic come "persona che con ogni probabilità coincide con il collaborazionista croato ricercato P. 993") - sta aumentando sempre più e pare che al dottor Draganovic siano stati accordati strumenti e mezzi di natura ufficiosa che gli consentono di recarsi di persona ai campi per consultare i vari leader ustascia".
La rete di ecclesiastici impegnati nel facilitare la fuga di nazisti e fascisti secondo le ricostruzioni fatte dal Goñi e riferite dal "Secolo XIX" facevano capo, a Roma, a mons. Alois Hudal, rettore fino al '52 del Collegio tedesco di S. Maria dell'Anima, e vescovo con manifeste simpatie naziste che da Roma inviava le richieste di visti. Racconta "Il Secolo XIX": "Nella relazione conclusiva presentata dal Ceana nel 1999 si fa riferimento in particolare a una lettera del 31 agosto 1948 in cui il vescovo Hudal spiega a Peron che i visti richiesti non sono per profughi ma 'per combattenti anticomunisti il sacrificio dei quali durante la guerra ha salvato l'Europa dalla dominazione sovietica'".




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25 marzo 2008
Le donne partigiane: le staffette
 


Mentre la guerra di liberazione volge al suo epilogo vittorioso, la nostra cronaca sarebbe incompleta se tacessimo della funzione avuta da una brigata che non combatté eppure partecipò a tutti i combattimenti, fu presente sempre, ovunque operò senza rumorosi spari, ma la sua azione fu altrettanto efficace e necessaria che quella delle armi più perfezionate: si tratta delle partigiane infermiere, staffette, informatrici.

La Resistenza, per quanto grande potesse essere il coraggio degli uomini, non sarebbe stata possibile senza le donne; la loro funzione è stata meno appariscente, ma non meno essenziale. Né vi è alcun confronto possibile con la partecipazione delle donne alle lotte del risorgimento e alle guerre per l'indipendenza nazionale. Si trattò allora, fatta eccezione per le giornate insurrezionali cittadine e delle rivolte popolari, di poche elette, di fulgidi esempi ma non di fenomeno di massa.

«Caratteristica fondamentale della resistenza femminile che fu uno degli elementi più vitali della guerra di liberazione è proprio questo suo carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dalla iniziativa spontanea di molte» .

I primi corrieri e informatori partigiani furono le donne. Inizialmente portavano assieme agli aiuti in viveri e indumenti le notizie da casa e le informazioni sui movimenti del nemico. Ben presto questo lavoro spontaneo venne organizzato, ed ogni distaccamento si creò le proprie staffette, che si specializzarono nel fare la spola tra i centri abitati e i comandi delle unità partigiane.

Le staffette costituirono un ingranaggio importante della complessa macchina dell'esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone. Delicato e duro, quasi sempre pericoloso era il loro lavoro; anche quando non attraversavano le linee durante il combattimento, sotto il fuoco del nemico, dovevano con materiale pericoloso, talvolta ingombrante, salire per le scoscese pendici dei monti, attraversare torrenti, percorrere centinaia di chilometri in bicicletta o in camion, spesso a piedi, non di rado sotto la pioggia e l'infuriare del vento. Pigiata in un treno, serrata tra le assi sconnesse di un carro bestiame, la staffetta trascorreva lunghe ore, costretta sovente a passare a notte ne e stazioni o in aperta campagna sfidando i pericoli dei bombardamenti e del tedesco in agguato.

Spesso dovevano precedere i fascisti che salivano, per avvertire in tempo i nostri, e talvolta restavano coinvolte nel rastrellamento. Dopo i combattimenti non sempre i partigiani in ritirata potevano trascinarsi dietro i colpiti gravemente. Se c'era un ferito da nascondere rimaneva la staffetta a vegliarlo, a prestargli le cure necessarie, a cercargli il medico, a organizzare il suo ricovero in clinica.
Non di rado, dopo la battaglia, la staffetta restava sul posto nel paese occupato, per conoscere le mosse del nemico e far pervenire le informazioni ai comandi partigiani. Durante le marce di trasferimento erano all'avanguardia: quando l'unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato, la staffetta per prima entrava in paese per sincerarsi se vi fossero forze nemiche e quante, se fosse possibile o meno alla colonna partigiana proseguire.
Durante le soste di pernottamento e di riposo le staffette andavano nell'abitato in cerca di viveri, di medicinali e di quant'altro occorreva. Infaticabili, sempre in moto notte e giorno per stabilire un collegamento, ricercare informazioni, portare un ordine, trasmettere una direttiva; spesso nella piccola busta che la staffetta nascondeva in seno vi era la salvezza, la vita o la morte di centinaia di uomini.

Numerose staffette caddero in combattimento o nell'adempimento delle loro pericolose missioni. Tra le altre: Giuseppina Canna a Premosello il 29 agosto del 1944, Erminia Casinghino a Varallo il 24 aprile del 1945, Ermelinda Cerruti a Feriolo di Baveno il 19 novembre 1944, Alda Genolle a Cavaglio d'Agogna il 4 aprile 1945, Rossana Re a Orio Mosso il 4 ottobre 1944, Cleonice Tommasetti a Fondotoce il 20 giugno 1944, Fiorina Gottico a Varallo Pombia il 26 aprile 1945, Veronica Ottone a Gravellona Toce il l° novembre 1944, Maria Mariotti il 16 maggio 1944 a Novara, Anna Rossetti il 22 febbraio 1945, Maria Luisa Minardi, Maria Ubezio.

Le formazioni valsesiane e dell'Ossola ebbero come principali collaboratrici e «staffette»: Teresa Mondini, addetta ai servizi di collegamento; le sorelle Dina, Lina e Tersilia Mambrini di Borgosesia; le sorelle Maria e Wanda Manfredi di Valduggia; le sorelle Wanda ed Emiliuccia Canna di Borgosesia; le sorelle Vitto, Jucci e Rosetta Caula di Varallo Sesia (infermiere ed anche combattenti); le sorelle Caterina, Angela e Maria Zanotti di Valduggia; la mamma di Angelo Zanotti e quella di Giacomino Barbaglia; Stellina Vecchio, del Comando generale delle brigate «Garibaldi»; la maestrina di Rimasco, Biancaneve di Boleto, la Mariuccia di Varallo Pombia, la Bianca di Montrigone, la Fina Rizzio e sua figlia Maria di Praveri, Maria Riolio di Lebbia, la Mariuccia di Cellio e Lilliana Fantini di Borgomanero, Maria Teresa di Maggiora, le figlie Rasario e la mamma Comoli di Raschetto, la Lina di Varallo Sesia e molte altre.
Particolarmente preziosa, inoltre, fu l'opera di Mariolina e Marcella Balconi, instancabili e coraggiose ispettrici sanitarie del Comando generale delle brigate Garibaldi.

Il comando garibaldino biellese si servì essenzialmente dell'opera di Lilliana Rossetti per il collegamento con il comando zona e col comando regionale; di Bianca Diodati, Vinca Berti, Anna Cinanni e Alba Ferrari per il collegamento con il Comando generale delle brigate «Garibaldi», che aveva sede a Milano; di Nella Zaninetti, Aurora Rossetti, Giovanna Vannucci, Teresina Comini, Rita Gallo, Nara Bertotti, Luisa Giacchini, Ughetta Bozzalla, Mercedes Falla, Bruna Giva, Maria Lastella, Eva Anselmetti, Bettina Zanotti, Ortensia Nicolò, Maddalena Curtis, Amata Casale, Silvia Berbero, Scintilla Robbioli, Maria Teresa Curnic, Alba Boschetto per i collegamenti con le diverse unità della V e della XII divisione, Lina Antonietti assicurava il collegamento con il CLN e le autorità cittadine. Va pure ricordata Caterina Negro, la vecchia «zia» dei partigiani, che malgrado la sua età avanzata non risparmiò energie per aiutare in ogni modo i patrioti che trovavano nella sua casa ospitale ristoro, collegamento e recapito. Alba Spina ed Ergenite Gili, tra le più attive e audaci, prestarono la loro opera prima nelle formazioni partigiane biellesi, e poi passarono a disposizione del comando militare regionale.

È impossibile citare e ricordare i nomi di tutte. Abbiamo avuto bisogno dell'aiuto di centinaia e centinaia di loro, della loro iniziativa, delle loro cure e del loro coraggio. Ai partigiani e ai combattenti sono state date delle medaglie, agli intriganti anche, alle donne della Resistenza poco o nulla. Ma coloro che le hanno conosciute porteranno sempre nei loro cuori il ricordo di ciò che sono state; alle staffette, alle infermiere, a tutte le donne partigiane va l'affetto imperituro dei garibaldini.

scritto di Pietro Secchia



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25 marzo 2008
Nazirock, viaggio nell'estrema destra ·
 

Un’opera di Claudio Lazzaro, già autore di Camicie Verdi sulla Lega Nord

Nazirock, viaggio nell’estrema destra

Il film distribuito dal 3 aprile dalla Feltrinelli con allegato un libro. Per capire prima di giudicare

Un documentario nella destra radicale, che in Italia ha un bacino di mezzo milione di voti. Consensi che, con questa legge elettorale, possono diventare determinanti per decidere chi governerà il Paese. Claudio Lazzaro, già autore di Camicie verdi (sulla Lega), ha girato Nazirock – Il contagio fascista tra i giovani italiani, film documentario di 75 minuti che verrà distribuito a partire dal 3 aprile dalla Feltrinelli Real Cinema, con allegato un libro con testimonianze di Furio Colombo, Antonio Pennacchi, Ugo Maria Tassinari e altri.

Lo spunto è il Campo d’Azione, raduno annuale di Forza Nuova, che si è tenuto a Marta, in provincia di Viterbo, nel 2006. Una sorta di Nashville di estrema destra, alla quale partecipano le bande di «rock identitario» ed esponenti delle formazioni radicali di mezza Europa. Nel film si mostra anche la manifestazione del centrodestra del 2 dicembre 2006 contro Prodi: tra gli oratori c’è Luca Romagnoli, leader della Fiamma Tricolore, che con Alessandra Mussolini e Roberto Fiore si è unito in un cartello di destra. Poi la telecamera torna sul palco di Marta, dove si alternano personaggi come Luigi Ciavardini, condannato a 30 anni per la strage di Bologna, e Andrea Insabato, condannato per l’attentato al Manifesto. Si parla di «cataclisma multirazziale», di «uomo nuovo», di «caccia ai vigliacchi».

Il clip del film

«Ho il cuore nero»: viaggio dentro i raduni di Forza Nuova

Si sentono gli Hobbit cantare: «Ho il cuore nero, me ne frego e sputo in faccia al mondo intero». Si vedono i banchetti con i gadget: decalcomanie naziste, stemmi con la faccia di Hitler, immagini di Mussolini. Ma ci sono anche interviste ai giovani militanti di Forza Nuova, alcuni lontani dalla caricatura che spesso se ne fa, ragazzi che spiegano tranquillamente le loro ragioni di adesione al movimento. Lazzaro, che è stato a lungo un giornalista del Corriere della Sera, ha un punto di vista evidentemente critico, ma vuole soprattutto mostrare e raccontare quello che vede. E come dice nell’introduzione, citando Pasolini: «Con i fascisti, parlo soprattutto di quelli giovani, ci siamo comportati razzisticamente. Nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del male». 

Da Il Corriere della Sera




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24 marzo 2008
Gioacchino Gesmundo
 Gioacchino Gesmundo. Clicca sulla foto per ingrandire l'immagine Di anni 35. Nato il 20 novembre 1908 a Terlizzi, in provincia di Bari. Dopo aver completato gli studi medi inferiori nel proprio paese, frequenta con successo l’Istituto magistrale superiore a Bari. Nel 1928 diventa insegnante elementare nelle scuole del Governatorato, a Roma. Iscritto all’Istituto superiore di Magistero dell’Università della capitale, nel 1932 si laurea e nel settembre dello stesso anno ottiene la carica di supplente nel Regio Liceo di Formia. Nel 1935 è trasferito a Roma, presso il Liceo scientifico Cavour, dove è presto nominato professore di ruolo. Attivo antifascista fin dagli anni ’30, alla caduta di Mussolini si iscrive al Partito comunista e, dopo l’8 settembre, entra nelle fila del movimento di liberazione, divenendo uno degli animatori del Comitato di liberazione nazionale (C.L.N.) di Roma. La sua abitazione si trasforma ben presto in un importante centro della Resistenza romana, tanto da ospitare persino la redazione clandestina dell’Unità, oltre ad armi e munizioni per i GAP, con i quali compie numerose azioni in prima persona. Il 29 gennaio 1944 però le SS irrompono in casa sua per una perquisizione. Sorpreso in possesso di due sacchi di chiodi utilizzati per compiere atti di sabotaggio, Gesmundo è immediatamente arrestato e tradotto nelle carceri di Via Tasso. Interrogato e torturato per oltre un mese, il 22 marzo è condannato a morte dal tribunale militare tedesco. La sua esecuzione tuttavia non è dovuta alla sentenza del processo, bensì alla decisione presa due giorni dopo dal comando romano delle SS, ed in particolar modo dal Ten. Col. Kappler. Inserito infatti nella lista dei detenuti da giustiziare in rappresaglia all’attentato di Via Rasella, Gesmundo viene fucilato il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine, con altri 334 carcerati. Il 24 agosto 1948 gli è stata conferita la Medaglia d’oro al valor militare e alla memoria con la seguente motivazione: "Comandante, in territorio occupato dal nemico, di una zona clandestina insurrezionale ed in seguito responsabile di importante ufficio di controspionaggio, esplicava preziosa attività organizzativa e partecipava a numerose azioni di sabotaggio che incidevano sensibilmente sullo spirito e sulla efficienza delle unità nazifasciste. Orientava ogni sua attività al potenziamento degli organi preposti alla guerra partigiana, sfidando costantemente ogni insidia e pericolo. Catturato dalle SS. fasciste e tedesche durante l’esercizio del suo incarico, venne sottoposto per un mese intero ad inenarrabili torture, stoicamente sopportate a tutela del segreto militare e politico che custodiva. Condannato dal tribunale di guerra tedesco alla pena di morte, con la fermezza degli Eroi affrontava la morte alle Fosse Ardeatine tramandando ai posteri fulgida prova di fede nella dura lotta per la conquista della libertà. Roma, 8 settembre 1943-24 marzo 1944."

Gioacchino, una guida ideologica per il partito
di Carla Capponi*

Dopo l’otto settembre Gioacchino tornò a trovarci; la mia casa era già a disposizione del PCI per le riunioni clandestine. Lallo Bruscani, Giacomo Pellegrini, Adele Bei ed Egle Gualdi vi tenevano riunioni. In una stanza ospitavamo anche i Cattolici comunisti, la casa era divenuta il punto di raccolta per la distribuzione al centro di Roma dei giornali: l’Unità e la Voce Operaia: Gesmundo mi propose di organizzare ed ospitare un corso per la formazione ideologica dei compagni. Trovammo modo di sgomberare una stanza. Gioacchino preparò un paio di lezioni su vari temi politici. Vennero a svolgerli, oltre a Gesmundo, Giacomo Pellegrini, Luciano Lusana, Mario Leporatti. La discussione più accesa ebbe luogo su due questioni:

  1. l’attesismo dei moderati, che si preparano per l’ora X restando nascosti, in opposizione alla tesi dell’intervento immediato secondo la richiesta degli alleati di colpire il nemico ovunque si trovasse;
  2. quale fosse il nemico principale da combattere, se il nazismo o il fascismo, o entrambi.

La risposta fu scritta dalla storia dei mesi che seguirono, che videro i Romani, nella stragrande maggioranza, opporsi a nazisti e fascisti con straordinario coraggio.

Io passai ai GAP centrali del PCI e non rividi più Gesmundo. L’ultima volta che mi recai a via Licia per prelevare della balistite era autunno inoltrato. Gesmundo mi mostrò un ritratto di Lenin, (forse ricavato da qualche rivista). Non gli dissi che passavo ai GAP, ma quando fui sulla porta convinta di andare a fare un lavoro più rischioso del suo, lo salutai come se non lo dovessi rivedere. "Chi sa come finirà tutto questo?" Lui, con sicurezza, sorridendo, mi rispose:"Con la vittoria della ragione, della giustizia, con la pace".

Scendevo le scale, mi richiamò, mi voltai e lui era là, inquadrato dalla porta, in alto il pugno chiuso in segno di saluto.

Era la prima volta che qualcuno mi salutava da comunista.




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24 marzo 2008
L'ATTENTATO DI VIA RASELLA
 
Subito dopo l'8 settembre 1943, nell'Italia occupata, sorgevano, in seno a gruppi e partiti politici o per iniziativa di civili e di militari, delle organizzazioni clandestine a carattere militare, che in proseguo di tempo dovevano svolgere un'azione di particolare importanza, specialmente nella liberazione dell'Italia settentrionale. Le più importanti di esse avevano un comune e superiore organo di coordinamento, la Giunta Militare, che era formata dai capi di sei di quelle organizzazioni (quelle che erano emanazioni dei sei partiti che avevano una più estesa organizzazione ed un più accentuato grado di penetrazione nella popolazione) e costituiva un organo del Comitato di Liberazione Nazionale; altre davano vita a diversi organi di coordinamento, sempre allo scopo di attuare in maniera unitaria e secondo alcune direttive generali una fattiva azione contro i nazi-fascisti.

 L'azione di queste organizzazioni, che si manifestava con atti di sabotaggio ed attacchi di colonne militari tedesche, era continua fuori dei centri abitati onde rendere difficile ai tedeschi I'opera di assestamento.

 Anche nella città di Roma si effettuavano, talvolta, azioni di sabotaggio ed attentati contro autocolonne o comandi militari, allo scopo, chiaramente manife sto a mezzo di volantini, di richiamare il nemico all'osservanza della posizione di città aperta della capitale d'Italia. Difatti, malgrado questa posizione interna zionalmente riconosciuta, i principali comandi militari tedeschi si trovavano nell'interno della città aperta ed in questa erano frequenti i passaggi di truppe e di materiale bellico.
Solo dopo vari atti di sabotaggio ed attentati (uno di questi contro l'albergo Flora dove si trovavano dei comandi militari) gli ufficiali militari venivano trasferiti fuori della città aperta. Continuava peró il passaggio di truppe e di materiale destinato alle truppe operanti.
II 23 marzo 1944 alle ore 15 circa, nell'interno della città aperta, in Via Rasella all'altezza del palazzo Tittoni, mentre passava una compagnia di polizia tedesca del Battaglione "Bolzen", che da quindici giorni era solita percorrere quella strada, scoppiava una bomba che uccideva ventisei militari di quelle compagnia ed altri feriva più o meno gravemente.

 Subito dopo lo scoppio della bomba alcuni giovani, che sostavano all'angolo di Via Boccaccio, lanciavano delle bombe a mano contro il resto della compagnia e, quindi, si ritiravano verso Via dei Giardini, allontanandosi immediatamente dalla zona.
Elementi della compagnia tedesca sparavano in direzione delle finestre sovrastanti e dai tetti,un po' all'impazzata, poiché in un primo momento credevano che I'attentato fosse stato effettuato con lancio di bombe a mano da una delle case.
Immediatamente giungevano sul posto il gen.Maeltzer comandante della città di Roma, il col. Dolmann ed alcuni funzionari di polizia italiani. Successiva mente arrivava il Console tedesco a Roma signor Moellhausen con alcuni gerarchi del partito fascista repubblicano i quali avevano sentito la detonazione dal vicino Ministero delle Corporazioni, dove avevano partecipato ad una cerimonia celebrativa della fondazione dei fasci di combattimento.

 II gen.Maeltzer alla vista dei militari tedeschi morti e feriti era preso da una forte eccitazione. "Sul posto il comandante della Piazza - dichiarava il teste Moellhausen (vol. VII f. 4) - andava e veniva, grida, gesticolava ed anche piangeva, non si poteva trattenere. Secondo lui si sarebbero dovuti fucilare sul posto individui arrestati nelle vicinanze e far saltare, con i suoi abitanti, il blocco di immobili davanti al quale aveva avuto luogo l'attentato

. Intanto ufficiali e sottufficiali del comando di polizia tedesca di Roma, subito accorsi sul luogo,eseguivano un'accurata perquisizione nelle case di Via Rasella e facevano scendere sulla strada tutti gli abitanti,che erano condotti in Via Quattro Fontane ed erano allineati lungo la cancellata del Palazzo Barberini. Alle ore 15.30 circa il ten.col. Kappler giungeva al comando di polizia tedesca in Via Tasso. Informata di quanto era accaduto si avviava subito verso Via Rasella. Lungo la strada, in Via Quattro Fontane, egli era fermato dal Console Moellhausen, che ritornava da Via Rasella dove aveva avuto un forte diverbio con il Generale Maeltzer nel tentativo di fare procrastinare le intenzioni di vendetta che questi manifestava sotto I'impulso di una forte eccitazione, ed pregato da quel diplomatico di agire sull'animo del comandante della città quanto mai furibondo e capace di commettere una pazzia.

 II Kappler, giunto in via Rasella s'incontrava con il gen.Maeltzer ancora molto eccitato, al quale, dopo un fugace scambio di impressioni, rivolgeva preghiera di essere incaricato di quanto riguardava l'attentato. Avuta risposta affermativa, egli prendeva subito contatto con i suoi dipendenti diretti, fra i quali il cap. Schultz ed il cap. Domizilaff che già si trovava su posto.
Nelle prime indagini venivano raccolte quattro bombe a mano del peso di circa quattro chilogrammi, colorate di rosso e grigio e munite di miccia. Dette bombe, che risultavano essere di fabbricazione italiana, venivano avvolte dal Kappler in un fazzoletto e fatte portare su una macchina della polizia tedesca che, a dire del Kappler, poco dopo sarebbe stata sottratta da ignoti.

Intanto il Kappler,seguendo le istruzioni del gen.Maeltzer,disponeva che i civili fermati nelle case di Via Rasella fossero condotti in una vicina caserma della polizia italiana e di essi fosse fatto un elenco onde accertare quanti risultavano già segnalati negli uffici di polizia.
Alle ore 17 circa, accompagnato dal cap. Schutz che aveva già interrogato i superstiti della compagnia, egli si recava al comando della città di Roma. Ivi, alla presenza del gen. Maeltzer e di altri ufficiali di detto comando esprimeva l'opinione che l'attentato fosse stato effettuato da italiani appartenenti a partiti antifascisti. Circa le modalità di esecuzione dell'attentato egli affermava che "esso fosse stato compiuto mediante lancio di un ordigno principale da una certa altezza e di bombe probabilmente lanciate da diverse persone dai tetti di diverse case" (f. 5 vol. VII).
Altro argomento di conversazione era dato dalle misure di rappresaglia da adottare in relazione all'attentato.

 Mentre si svolgeva la discussione il Gen. Maeltzer parlava spesso al telefono. In una di queste telefonate egli usava con frequenza le parole misure di rappresaglia. Ad un certo momento il generale tedesco faceva cenno al Kappler di avvicinarsi e quindi passatogli il ricevitore ed informatolo che all'apparecchio c'era il Gen. Mackensen, lo invitava a parlare con quel generale. II Gen. Mackensen, dopo aver chiesto alcuni particolari in merito all'attenta- to, entrava subito in argomento circa le misure di rappresaglia intorno alle quali, a giudicare dal suo modo di parlare, egli aveva già discusso con il Gen. MaeItzer (dich. Kappler, f. 6 retro vol VIl) Alla domanda di quel generale, intesa a conoscere su quali persone potevano essere eseguite le misure di rappresaglia il Kappler rispondeva che, secondo accordi con il Gen. Harste, la scelta avrebbe dovuto cadere su persone condannate a morte o all'ergastolo e su persone arrestate per reati per i quali era prevista la pena di morte e la cui responsabilità fosse stata accertata in base alle indagini di polizia.

 II Gen. Mackensen quindi, rispondeva di essere disposto a dare I'ordine, ove fosse stata data a lui la facoltà, di fucilare dieci persone, scelte fra le categorie indicate, per ogni militare tedesco morto. Aggiungeva che si sarebbe accontentato che venisse fucilato solo il numero di persone disponibili fra le categorie suddette. Una conseguenza logica di questo accordo, secondo I'imputato (f. 7 - vol. VII) era che non si sarebbe fatta parola né con il Gen. Maeltzer né con le autorità superiori e che si sarebbe cercato di far conoscere l'accaduto ai rispettivi superiori al più tardi possibile.

 Dopo questa conversazione il Kappler si congedava daI Gen. Maeltzer senza comunicargli i precisi termini della conversazione ma con l'intesa di preparare un elenco di persone sulle quali doveva effettuare la rappresaglia, e si portava alla Questura di Roma onde controllare gli schedari in merito alle persone fermate in Via Rasella. Comunicato lo scopo della visita al Questore Caruso, lasciava alcuni suoi dipendenti negli uffici della Questura per il controllo degli schedari e di allontanava.

 Giunto in ufficio il Kappler dava disposizioni perché fossero accelerate le indagini circa I'attentato con l'aiuto di tutti i collaboratori italiani. Poco dopo veniva chiamato al telefono da Magg. Boblem, addetto al comando della città di Roma. Questo ufficiale lo informava che poco prima suo comando era giunto un ordine in base al quale entro le ventiquattro ore doveva essere fucilato un numero di italiani decuplo di quello dei soldati tedeschi morti. A richiesta del Kappler, il Magg. Boblem precisava che l'ordine proveniva dal comando del Maresciallo Kesselring.
Poiché il contenuto di quest'ordine si mostrava in contrasto con quanto convenuto nel suo colloquio con il Gen. Mackensen, il Ten. Col. Kappler chiedeva la comunicazione con il comando del Maresciallo Kesselring. Dopo circa dieci minuti egli parlava con I'ufficio I a T., che si occupava delle questioni territoriali. L'ufficiale addetto a questo ufficio, alla domanda intesa a conoscere se l'ordine ricevuto in precedenza proveniva dal comando superiore sud-ovest, rispondeva: "No, viene da molto più in alto".

 Alle ore 21 il Kappler aveva una conversazione telefonica con il Generale Harster, capo del BSS con sede in Verona, al quale riferiva in merito all'attentato ed al suo sviluppo. Gli comunicava pure che, in base ai dati poco prima fornitigli dalle sezioni dipendenti, egli disponeva di circa duecentonovanta persone, delle quali peró un numero notevole non rientrava nella categoria dei todeswurdige. Circa cinquantasette, infatti, erano ebrei detenuti solo in base all'ordine generale di rastrellamento ed in attesa di essere avvati ad un campo di concentramento. Aggiungeva che delle persone arrestate in Via Rasella, secondo informazioni dategli poco prima dai suoi dipendenti, solo pochissime risutavano pregiudicate ovvero erano state trovate in possesso di cose (una bandiera rossa, manifestini di propaganda ecc.) che davano possibilità di una denunzia all'autorità giudiziaria militare tedesca. A conclusione della conversa zione rimaneva d'accordo col suo superiore d'includere degli ebrei fino a raggiungere il numero necessario per la rappresaglia.

 Dopo tali telefonate egli dava disposizioni perché il mattino successivo, i fermati di Via Rasella fossero liberati ad eccezione di quei pochi che, per motivi vari, risultavano pregiudicati.
Nella stessa serata egli chiedeva al Presidente del Feldgericht Rome di autorizzarlo ad includere nell'elenco le persone condannate dal Tribunale Militare alla pena di morte, le persone condannate a pene detentive anziché alla pena di morte per concessione di circostanze attenuanti inerenti alla persona ed, infine, le persone denunziate ma non ancora processate. Quel Presidente autorizzava l'inclusione delle persone della prima e della terza categoria, ma, in ordine alle persone della seconda categoria, non intendendo assumersi la responsabilità, rappresentava I'opportunità di chiedere l'autorizzazione del Chefrichter dell'O.B.S.W. Questa autorizzazione richiesta giungeva poche ore dopo. Nella notte l'imputato, con I'aiuto dei suoi collaboratori esaminava i fascicoli delle persone considerate todeswurdige sulla base dei precedenti accordi.
Intanto si aveva notizia che altri soldati tedeschi, fra quelli gravemente feriti, deceduti. Alle otto del mattino successivo il numero complessivo dei morti ammontava a 32.




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24 marzo 2008
Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana
 

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Lorenzo Viale

Di anni 27 - ingegnere alla FIAT di Torino - nato a Torino il 25 dicembre 1917 -. Addetto militare della squadra "Diavolo Rosso", poi ufficiale di collegamento dell'organizzazione "Giovane Piemonte" - costretto a lasciare Torino, si unisce alle formazioni operanti nel Canavesano -. Catturato l'8 dicembre 1944 a Torino, nella propria abitazione, in seguito a delazione, per opera di elementi delle Brigate Nere, essendo sceso dalla montagna nel tentativo di salvare alcuni suoi compagni -. Processato l'8 febbraio 1945, dal Tribunale Co:Gu: (Contro Guerriglia) di Torino, perché ritenuto responsabile dell'uccisione del prefetto fascista Manganiello -. Fucilato l'11 febbraio 1945 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, con Alfonso Gindro ed altri tre partigiani.

Torino, 9 febbraio 1945

Carissimi,

una sorte dura e purtroppo crudele sta per separarmi da voi per sempre. Il mio dolore nel lasciarvi è il pensiero che la vostra vita è spezzata, voi che avete fatti tanti sacrifici per me, li vedete ad un tratto frustrati da un iniquo destino. Coraggio! Non potrò più essere il bastone dei vostri ultimi anni ma dal cielo pregherò perché Iddio vi protegga e vi sorregga nel rimanente cammino terreno. La speranza che ci potremo trovare in una vita migliore mi aiuta a sopportare con calma questi attimi terribili. Bisogna avere pazienza, la giustizia degli uomini, ahimè, troppo severa, ha voluto così. Una cosa sola ci sia di conforto: che ho agito sempre onestamente secondo i santi principi che mi avete inculcato sin da bambino, che ho combattuto lealmente per un ideale che ritengo sarà sempre per voi motivo di orgoglio, la grandezza d'Italia, la mia Patria: che non ho mai ucciso, né fatto uccidere alcuno: che le mie mani sono nette di sangue, di furti e di rapine. Per un ideale ho lottato e per un ideale muoio. Perdonate se ho anteposto la Patria a voi, ma sono certo che saprete sopportare con coraggio e con fierezza questo colpo assai duro.

Dunque, non addio, ma arrivederci in una vita migliore. Ricordatevi sempre di un figlio che vi chiede perdono per tutte le stupidaggini che può aver compiuto, ma che vi ha sempre voluto bene.

Un caro bacio ed abbraccio

Renzo




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