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AntifascismoResistenza
25 marzo 2008
Che cos'è il confino?
 Provvedimento di pubblica sicurezza consistente nell'obbligo di dimorare in un comune della repubblica italiana diverso dalla residenza del confinato o in una colonia agricola, per un periodo da uno a cinque anni, con l'obbligo del lavoro e con l'osservanza delle prescrizioni stabilite dalla legge e dall'autorità competente. Nel codice penale Zanardelli, il confino era considerato una pena. Durante il fascismo, il confino fu quasi esclusivamente applicato alle persone ritenute svolgenti attività contraria alla politica del regime. L'istituto del confino è stato profondamente mutato, con la legge 27 dicembre 1956, n. 1423, al fine di dargli una disciplina coerente con la Costituzione. In base a tale legge è lasciata al questore la facoltà di diffidare a cambiare condotta quelle persone il cui comportamento risulti socialmente e moralmente riprovevole. Qualora le persone suddette non abbiano cambiato condotta nonostante la diffida del questore, quando siano pericolose per la sicurezza pubblica o per la pubblica moralità, può essere applicata ad esse, nei modi stabiliti dalla legge citata, la misura della sorveglianza speciale della pubblica sicurezza. Alla sorveglianza speciale può essere aggiunto, ove le circostanze del caso lo richiedano, il divieto di soggiorno in uno o più comuni o in una o più province. Nei casi di particolare pericolosità, può essere imposto l'obbligo del soggiorno in un determinato comune. La misura di prevenzione è applicata con provvedimento del tribunale, che ne stabilisce altresi la durata.



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25 marzo 2008
Emilio Lussu
 Emilio Lussu (Armungia4 dicembre 1890 – Roma5 marzo 1975) è stato un politico, scrittore e militare italiano.

Emilio Lussu

La famiglia di Emilio apparteneva al ceto benestante di Armungia (piccolo centro situato nel Gerrei e confinante con l'estrema punta meridionale della Barbagia), ma grazie all'esempio paterno egli visse in un clima sostanzialmente egualitario. Il paese di Armungia è stato spesso presentato da Lussu sotto un'aura mitologica, come luogo di formazione dei suoi valori più profondi (rispetto dell'uomo e del lavoro, partecipazione democratica) e in definitiva della sua identità sarda (la lingua natale, le tradizioni, l'orgoglio delle radici e la loro difesa contro la sopraffazione coloniale). Questo patrimonio iniziale si rafforzò in una prospettiva più consapevolmente politica nel rapporto con le correnti repubblicane e socialiste del Novecento a Cagliari, Roma e Parigi[1] [2]

==Lussu e la Grande Guerra==merda cacca

A Cagliari si laureò in giurisprudenza nel 1914. Nel periodo universitario Lussu si schierò con gli interventisti democratici (repubblicani, salveminiani), perché l'Italia entrasse nella Prima guerra mondiale contro gli Imperi centrali (Impero tedesco e Austria). Vi prese parte direttamente, come ufficiale di complemento nella Brigata Sassari, costituita su base ragionale per la maggior parte da contadini e pastori sardi.

Nel 1916 la Brigata fu inviata sulle montagne intorno ad Asiago per creare un fronte che resistesse a qualunque costo alla discesa degli austriaci verso Vicenza e Verona; le vittorie dei sardi nei primi scontri furono seguite da un potente contrattacco che li vide impegnati sino al luglio dell'anno successivo, sul Monte Zebio e nei pressi di Monte Castelgomberto, in una sfiancante e sanguinosa lotta che, più che per avanzare, si conduceva per la tenuta delle posizioni. Era del resto questa la vera guerra di trincea, ed era la guerra di una truppa gestita dai suoi distanti generali con modi ed intenzioni che oggi apparirebbero intollerabili.

Questa esperienza ispirò al Lussu il capolavoro per il quale è principalmente noto, Un anno sull'Altipiano, scritto nel 1937 (di questo romanzo è stata fatta un riduzione cinematografica ad opera di Francesco Rosi dal titolo Uomini contro del 1970); si tratta di un'importantissima memoria, di un prezioso documento sulla vita dei soldati italiani in trincea che, per la prima volta nella letteratura italiana, descrive l'irrazionalità e il non-senso della guerra, della gerarchia e della esasperata disciplina militare in uso al tempo.

Dotato di un algido razionalismo, l'autore poté lucidamente dimostrare nel suo scritto la profonda differenza fra ciò che davvero accadeva ai soldati e quanto invece ne conosceva l'opinione pubblica; dipinse in tutti i suoi drammatici aspetti quanto fosse inutilmente crudele la disciplina militare applicata a poveri contadini analfabeti e quanto infondato fosse il rispetto dovuto ai generali ed agli ufficiali superiori, i quali avevano ed applicavano eccesso di arbitrio. In un brano di notevole efficacia, descrisse il silenzioso terrore dei momenti che precedevano l'attacco, il drammatico abbandono della "sicura" trincea per proiettarsi verso un ignoto, rischioso, indefinito mondo esterno: «...tutte le mitragliatrici ci stanno aspettando».

Si è detto che l'opera stia costantemente guadagnando modernità, se non proprio attualità, e che il suo contenuto stia con pari costanza guadagnando comprensibilità e condivisibilità man mano che la comune considerazione della guerra evolve nel senso di generale riprovazione. Effettivamente, molti dei concetti espressi nel libro hanno trovato postumo suffragio in noti movimenti culturali, ideologie politiche e sentimenti popolari di epoche successive, specialmente dopo la Seconda guerra mondiale ed altri conflitti minori.

Al libro sono stati attribuiti molti significati politici, talora per meri fini strumentali, ma essenzialmente è scritto in forma di reportage, a mezza via fra il resoconto giornalistico ed un racconto in termini familiari; le riflessioni contenute o suggerite sono piuttosto ad un livello morale o filosofico.

Essendo stato prima della stesura dell'opera un interventista ed un rivoluzionario (fece parte del movimento clandestino antifascista Giustizia e libertà), Lussu sembrò in qualche modo compiere un'inversione di marcia rispetto ai convincimenti precedenti, descrivendo con sobrietà che cosa davvero sia, nei suoi momenti più crudeli, quella guerra dapprima cercata come conflitto dell'istituzione e poi come conflitto contro l'istituzione.

Non rimase fuori dalla narrazione il tema sociale riguardante il modo in cui le classi inferiori venivano "usate" a fini bellici. La partecipazione delle masse contadine sarde alla Grande Guerra fu in effetti un momento di passaggio fondamentale che pose in termini completamente nuovi la "questione sarda". Alla luce delle lotte condotte dal movimento socialista dell'epoca (la rivoluzione russa fu essenzialmente una rivoluzione contadina) essa divenne infatti il leitmotiv di un imponente moto di popolo che, nell'immediato dopoguerra, coinvolse ampi strati delle classi lavoratrici sarde. Fra i suoi organizzatori, Lussu fu uno dei più attivi ed amati.

Alla fine della guerra, insieme a Camillo Bellieni ed altri reduci, Lussu fondò il Partito Sardo d'Azione, da subito connotato come movimento autonomista e federalista, che pose al centro della sua azione politica la "questione nazionale sarda". Fu un movimento di massa che coinvolse i contadini e pastori sardi in nome della distribuzione delle terre e dei pascoli, contro i ricchi possidenti agrari e i partiti politici da loro sostenuti e prese linfa sopratutto dall'Associazione Nazionale Reduci e Combattenti di cui praticamente tutti gli aderenti sardi vennero iscritti d'ufficio al nuovo partito. Il partito fu munito di personalità giuridica e venne formalmente costituito nel 1921, con l'obiettivo non certo accessorio di contrastare la crescita del movimento dei Fasci. Inizialmente Lussu fu incaricato di trattare una eventuale fusione tra il Partito Sardo d'Azione e il Partito Fascista, ma nel corso delle trattative, per motivi che la storiografia non è riuscita a chiarire con esattezza, si ritirò dall'incarico (il prefetto fascista Asclepia Gandolfo scrisse a Mussolini che Lussu si era ritirato poiché non gli era stata garantita una funzione di rilievo nel fascismo sardo). La fusione tra Partito Sardo d'Azione e Partito Fascista fu portata avanti da altri esponenti come Paolo Pili, ed ebbe parzialmente successo, ma non ebbe l'appoggio di altri intellettuali e dirigenti del partito come Camillo Bellieni, Francesco Fancello e lo stesso Lussu. Nello stesso anno Lussu fu eletto alla Camera dei deputati e fu in seguito tra i deputati della "secessione aventiniana", famosa forma di protesta dopo il delitto Matteotti.

Nonostante una prima sottovalutazione del fenomeno fascista, la sua posizione fu in seguito tra le più radicali e nette. Fu più volte personalmente e fisicamente colpito (e ferito) da aggressori rimasti ignoti. Nel 1926, durante uno di questi attacchi (per combinazione subíto lo stesso giorno dell'attentato a Mussolini, a Bologna), Lussu sparò ad uno degli aggressori che cercavano di introdursi nella sua casa di Cagliari, lo squadrista morì in seguito alla ferita, e Lussu venne perciò arrestato e processato. Gli fu riconosciuta la innegabile circostanza di legittima difesa, ma poco tempo dopo fu condannato a 5 anni di confino a Lipari dal Tribunale Speciale.

Dal confino Lussu evase nel 1929 insieme a Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti, che narrerà l'avventurosa evasione nel libro Le nostre prigioni e la nostra evasione pubblicato in edizione italiana solo nel 1946 (del 1929 è la prima edizione in inglese col titolo di Escape) per raggiungere Parigi, dove scrisse un libro sugli avvenimenti di quel decennio (La catena). Insieme a Gaetano Salvemini e allo stesso Rosselli diede vita al movimento antifascista "Giustizia e Libertà", ideologicamente orientato in senso socialista liberale, che proponeva metodi rivoluzionari per abbattere il regime e sradicare dalla società italiana le sue cause (culturali, economiche, politiche); compì le sue attività clandestine con il nome in codice di "Mister Mills". Nel 1936 fu in Svizzera per curare la tubercolosi contratta in prigionia, e qui scrisse un libro di stile manualistico sulla teoria dell'insurrezione.

Prese parte alla guerra civile spagnola nel fronte antifranchista (anche se soltanto brevemente, a causa delle sue cattive condizioni di salute). Il suo ritorno in Italia (e in Sardegna) avvenne solo dopo l'armistizio del 1943, in un paese ben presto occupato dai nazisti. Dopo la fusione di Giustizia e Libertà e Partito d'Azione, diventato uno dei leader della nuova formazione politica, partecipò alla Resistenza a Roma, mantenendo comunque stretti rapporti con il Partito Sardo d'Azione. Come esponente di punta dell'ala socialista del partito guidò lo scontro contro la corrente liberaldemocratica di Ugo La Malfa, un conflitto che fu la causa scatenante della scomparsa del Partito d'Azione. Il tormentato rapporto di Lussu con la dirigenza moderata e conservatrice del partito sardo post-bellico sfociò nel '48 in una rottura: la corrente lussiana fondò un nuovo partito (il Partito Sardo d'Azione Socialista), che confluì di lì a poco nel PSI.

Nel 1945 fu ministro nel primo governo di unità nazionale dell'Italia libera, quello presieduto per breve tempo dall'azionista Parri e nel successivo governo del democristiano De Gasperi.

Nel 1964 partecipò alla scissione del PSI da cui nacque il PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria) contro la politica di intese con la Democrazia cristiana avviata da Nenni. Tuttavia guardò con crescente distacco a questa nuova esperienza mano a mano che il PSIUP entrò sempre più nell'orbita del PCI.sempre con lui, dall'esperienza con il Partito Sardo d'Azione fino al PSIUP l'amico e senatore Emilio Cuccu.




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25 marzo 2008
Giorgio Amendola

Giorgio Amendola (Roma21 novembre 1907 – Roma5 giugno 1980) è stato un partigiano, scrittore e politico italiano.

 
Sua madre era l'intellettuale lituana Eva Kuhn. La sua giovinezza fu sconvolta dalla notizia della morte del padre Giovanni Amendola, liberale antifascista aggredito dalle squadre fasciste e deceduto a Cannes nel 1926, in seguito alle percosse ricevute. Dopo questo episodio, Giorgio Amendola aderì al PCI (1929), con non poche disapprovazioni da parte degli amici del padre e suoi dell'associazione antifascista goliardica, cui faceva parte. In seguito iniziò un'attività politica clandestina a Parigi dopo essersi laureato in Legge.

Arrestato nel giugno del 1932 mentre era in missione clandestina a Milano, non veniva processato dal Regime per evitare il possibile clamore che ciò avrebbe suscitato. Veniva così inviato, senza processo, al confino sull'isola di Ponza dove il 10 luglio 1934 Giorgio e la sua fidanzata francese, Germaine Lecocque, si sposarono in municipio. Liberato nel 1937, fuggiva in Francia e poi in Tunisia, per tornare nuovamente in Francia poco dopo l'inizio della guerra, sul finire del 1939. Rientrava in Italia solo nell'aprile 1943 per partecipare alla Resistenza tra le fila del PCI e delle brigate Garibaldi delle quali era Ispettore per tutta l'Italia occupata dai nazisti. Il 26 marzo 1944 chiese al Comitato di Liberazione Nazionale di approvare l'attacco di via Rasella.
Nel 1945-1946, dopo la liberazione, fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei governi Parri e De Gasperi I.

Dal 1948 fino alla morte fu deputato per il Partito Comunista Italiano, al cui interno ebbe molti incarichi. È stato a lungo punto di riferimento della corrente riformista del partito, che auspicava una stretta collaborazione con i socialisti. Gli si contrappose, con motivazioni completamente diverse, il leader della sinistra interna Pietro Ingrao.

Nel 1971 fu tra i firmatari del documento pubblicato sul settimanale L'espresso contro il commissario Luigi Calabresi.

Dal 1967 in poi Giorgio Amendola si occupò anche di scrittura: tra le opere più importanti ricordiamo Comunismo, antifascismo e Resistenza (1967); Lettere a Milano (1973); Intervista sull'antifascismo (1976 in collaborazione con Piero Melograni); Una scelta di vita (1978) e Un'isola (1980, considerata la sua opera migliore).

Tutti questi libri, autobiografici ed incentrati sul tema dell'antifascismo e della Resistenza, sono pervasi da un sottile sentimento di tristezza e solitudine. Attraverso la propria vicenda, Amendola vuole far capire al lettore cosa prova un uomo che non ha più la libertà e che prova su di sé il dramma del confino, dell'esilio e del carcere. Lo stile usato, semplice e scorrevole, contribuì a una buona diffusione di tutte le opere amendoliane.

Secondo alcuni politologi Giorgio Amendola fu, nel suo tentativo di dare vita ad una sinistra di stampo europeo, un precursore ed un ispiratore dell'Ulivo.

Nonostante il vigoroso convincimento con cui sosteneva l'ammodernamento europeista del PCI e la lotta determinata al terrorismo degli anni Settanta[1], mai rinnegò le proprie responsabilità, come quella di aver dato l’ordine ai GAP di Roma di effettuare l’attacco di via Rasella.




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25 marzo 2008
L'antifascismo nelle carceri e al confino
 La fuga da Lipari di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti (1929)


di Carlo Spartaco Capogreco

Con i suoi motori truccati poteva raggiungere le 30 miglia orarie. Si chiamava Dream e certo nessun altro nome gli sarebbe stato più congeniale: sapeva infatti di sogno, romanzesco e spericolato, la missione per la quale era stato acquistato. Alberto Tarchiani, Alberto Cianca e Gaetano Salvemini ne avevano predisposto i dettagli con l'ausilio dei "lupi di mare" Raffaele Rossetti (famoso affondatore della corazzata austriaca Viribus Unitis) e Italo Oxilia (che aveva guidato il motoscafo servito per l'espatrio di Turati e Pertini), e con l'operaio repubblicano Gioacchino Dolci, da poco liberato dal confino ed espatriato in Francia, mentre Marion Cave, moglie di Carlo Rosselli, aveva appositamente fatto la spola fra Lipari, Firenze e Londra.
Prima di affrontare il viaggio di andata verso le Eolie, lo scafo venne provvisto di una gigantesca riserva di carburante e, su insistenza di Emilio Lussu, anche di fucili e bombe a mano. L'organizzazione sembrava perfetta in tutti i suoi dettagli e l'ora X del gran giorno, individuata sull'Almanacco Bemporad in base alle fasi lunari, era prossima a scattare: i giorni più adatti erano compresi tra il 5 e il 7 e tra il 26 e il 28 luglio; agosto non venne neppure preso in considerazione, ché nessuno aveva più voglia di attendere. Il piano sembrava lì per scattare il 4 luglio, ma fu bloccato da un imprevisto e tutto venne spostato alla sera del 27. La notte prima, Rosselli sogna di essere inseguito da un leone che avanza velocemente verso di lui sopra un tapis roulant. Lussu, suo compagno di deportazione, non ha alcun dubbio sull'interpretazione simbolica del sogno: tapis roulant = fuga, leone = Africa; conclude, perciò, che questa volta tutto sarebbe andato per il meglio.
Ma, sopraggiunta l'ora stabilita, l'imbarcazione ancora non si vedeva arrivare. Erano già trascorse le ventuno e questo significava che, a momenti, si sarebbe conclusa la consueta conta serale e i guardiani avrebbero scoperto l'assenza di alcuni confinati. Ecco però che, dopo pochi ma interminabili minuti, l'ombra scura di uno scafo si profilò in mare nella casa nottata estiva. Lussu fece prontamente dei segnali luminosi, ai quali altri bagliori rimbalzarono dal natante, che intanto si avvicinava verso il piccolo gruppo di uomini in attesa. Il primo a salire a bordo fu Nitti, poi fu la volta di Rosselli e Lussu. Paolo Fabbri, per alcune complicazioni che avrebbero rischiato di mandare a monte tutta l'operazione, preferì rinunciare alla fuga, restando a proteggere quella dei suoi tre compagni.
Una fune gettata da bordo s'impigliò nell'elica, ma, per fortuna, il motore riprese presto ad andare e Paul Vanin - il giovane motorista, francese - lo portò rapidamente a 1800 giri. Così, tra le imprecazioni dei pescatori, il Dream passò a forte andatura in mezzo alle barche; quindi virò rapido sotto il faro di Vulcano e si lanciò verso il mare aperto a sempre maggiore velocità: Lipari divenne presto un cono d'ombra che si allontanava all'orizzonte.
L'equipaggio era raggiante. Dopo la tumultuosa gioia iniziale, gli evasi vennero però pervasi anche da una certa tristezza: vedendo scomparire le tenui luci dell'isola-prigione, pensarono a tutti i compagni rimasti lì relegati. E un pensiero particolare l'ebbero per Canepa, Magri, Domaschi, Michelagnoli, Spangaro, i loro meno fortunati predecessori. Risollevò l'umore un certo fazioso compiacimento per la beffa giocata ai miliziotti fascisti: immaginavano già le facce del commissario Cannata e del maresciallo Alò, verdi di rabbia, che giravano per Lipari mordendosi le mani. L'ultimo cono scuro emergente dal Tirreno fu quello di Alicudi; era schiarito da un'immensa luna gialla che accompagnava nella notte anche i tardivi inseguitori. Che, tuttavia, decisero presto di desistere.
Al sorgere del sole ecco sulla sinistra il profilo di Marettimo. L'isola delle Egadi era l'ultimo lembo di terra italiana: sul motoscafo si brindò perciò con più convinzione alla riconquistata libertà. Verso mezzogiorno apparve all'orizzonte l'agognata costa africana, e alle 15, a ridosso di un arido promontorio tunisino, l'ancora venne finalmente gettata in mare.
"I cuori scoppiano, le labbra sorridono involontarie. Come avessimo cambiato pelle - ha scritto Carlo Rosselli - Diciotto ore fa eravamo a Lipari, eppure, sembra già tanto lontano nel tempo. Nuovi interessi, nuove speranze urgono. Il confino è fulmineamente entrato nel reparto ricordi. Siamo tutti protesi verso l'avvenire. Vogliamo lavorare, combattere, riprendere il nostro posto. Un solo pensiero ci guiderà nella terra ospitale: fare di questa libertà personale faticosamente conquistata uno strumento per la riconquista della libertà di tutto il popolo. Solo così ci pare lecito barattare una prigionia in patria con una libertà in esilio".
Nell'estate del 1929, la temeraria fuga da Lipari di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti, noti confinati antifascisti, destò grandissimo scalpore. Da Tunisi, via Marsiglia, i tre assieme a Tarchiani raggiunsero Parigi, dov'erano ad attenderli Filippo Turati, Alberto Cianca e Gaetano Salvemini. Nella capitale francese, poterono incontrare giornalisti di mezzo mondo e fornire loro dichiarazioni sul sistema di repressione e deportazione avviato nel 1926 dalla dittatura mussoliniana: il pesante clima di omertà imposto dal fascismo alla stampa e alla società italiana poté così essere spezzato. "Fu un clamoroso successo dell'antifascismo - ha affermato Leo Valiani -, perlomeno agli occhi dell'opinione pubblica delle democrazie occidentali, che ne venne a conoscenza e che attraverso di essa venne a conoscenza dei sistemi polizieschi fascisti e della permanenza di un'opposizione, malgrado la dittatura totalitaria, in Italia". La fuga da Lipari dei tre antifascisti, inoltre, fu gravida di notevoli conseguenze sul piano politico generale, essendo direttamente collegata alla nascita, avvenuta immediatamente dopo a Parigi, del movimento Giustizia e Libertà, che non poco peso avrebbe avuto nella lotta contro la dittatura e nella Resistenza.
Il regime dovete accusare il colpo con evidente scorno e malcelata rabbia. Dalle fonti archivistiche sappiamo oggi che i servizi d'informazione italiani sin dai primi mesi del 1929 erano al corrente di una possibile evasione da Lipari di alcuni confinati: lo smacco fu quindi tanto più bruciante e, per questo, l'ira del capo di polizia Arturo Bocchini esplose con particolare violenza. Il 29 luglio a Courmayeur - dove si trovava per cura, essendo incinta e malata di cuore - fu arrestata la moglie di Carlo Rosselli, cittadina britannica, che tuttavia venne presto rilasciata in seguito al clamore suscitato sulla stampa inglese dalla notizia del suo fermo. A Fiuggi, invece, fu arrestato il giovane professore di storia Nello Rosselli, accusato di aver organizzato la fuga del fratello Carlo. Dopo due brevi soste nelle carceri di Frosinone e Palermo, il 7 agosto 1929, Nello giungeva al confino, per lui non nuovo, sull'isola di Ustica.
Anche a Lipari fioccarono punizioni e restrizioni. Il direttore della colonia di confino, commissario Cannata (che aveva forse avuto l'ingenuità di credere irrealizzabile un'evasione del genere), venne destituito dal suo incarico. Le condizioni di vita dei confinati politici (a partire dalla loro sorveglianza, divenuta assai più dura e opprimente) peggiorarono molto, e non solo a Lipari: la clamorosa fuga dell'estate 1929 segnò una svolta di segno negativo nella vita di tutte le colonie di confino. La milizia fascista avrebbe preso il sopravvento sulla polizia, cercando ogni pretesto per dare sfogo alle proprie animosità. Essa voleva ora farsi perdonare dal regime l'inefficienza dimostrata nei suoi specifici compiti di vigilanza; e lo faceva mettendo in atto una dura repressione quotidiana nei confronti dei deportati politici. Ben presto le rappresaglie e le provocazioni avrebbero colpito persino alcuni abitanti di Lipari, e avrebbero cagionato la morte dell'isolano Antonino Costa e del confinato triestino Giuseppe Filippich.
Per Carlo Rosselli, dopo l'evasione, iniziava il periodo dell'esilio, fatto di incessante iniziativa politica antifascista, inizialmente svolta in Francia e poi in Spagna, alla testa della prima formazione di combattenti volontari italiani. La sua straordinaria tempra morale e civile emerge assai bene da alcune frasi scritte da Lipari alla madre - Amelia Pincherle Rosselli - che rimase sempre al centro della vita e delle scelte dei propri figli. Ne avrebbe perderso uno, Aldo, nella I guerra mondiale sul fronte italo-austriaco e gli altri due, Carlo e Nello, nella lotta contro il fascismo. "In verità - scriveva Carlo dal confino - non rimpiango niente. Né gli studi e la carriera abbandonati, Né il distacco forzato da voi e dal mio centro normale di vita. Se ve n'è uno che ha liberamente eletto il proprio destino, son io... Non ho mai esitato, Non ho mai dubitato... Guai a violare la propria natura. Troppi anni sono vissuto in pieno dramma interiore per non apprezzare in tutto il suo valore questa sicurezza nuova tanto penosamente conquistata". E ancora: "I più hanno per solo scopo quello di farsi un posticino nel mondo come l'hanno trovato nascendo. I pochi tendono a modificarlo. E simili ambizioni si pagano ed è bene".
Carlo e Nello Rosselli furono assassinati il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l'Orne, Alençon, da terroristi d'estrema destra su mandato ricevuto da Galeazzo Ciano.




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25 marzo 2008
La nascita della dittatura
 

(1922-1926)


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Il primo governo Mussolini, al quale partecipano anche ministri liberali, ottiene il voto di fiducia di un ampio fronte parlamentare che va dalla maggioranza dei liberali al partito popolare (306 voti favorevoli e 116 contrari). Utilizzando i poteri costituzionali, tra il 1922 e il 1925, Mussolini svolge un sistematico processo di fascistizzazione dello Stato, delle sue strutture e del suo ordinamento, gettando le basi della dittatura: rafforzamento del potere esecutivo, indebolimento delle prerogative del Parlamento, integrazione delle strutture militari e politiche fasciste nell’apparato statale, riduzione del pluralismo politico per imporre il partito unico, eliminazione delle libertà costituzionali come quelle di stampa, di associazione e di sciopero. Nel 1922 nasce il Gran Consiglio del fascismo e l’anno seguente lo squadrismo viene istituzionalizzato nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, con il doppio scopo da parte di Mussolini di potersene servire contro i nemici politici ed esercitare un controllo diretto sul braccio armato del suo stesso movimento. Sempre nel 1923, viene approvata una nuova legge elettorale, la legge Acerbo, che elimina di fatto il sistema proporzionale fissando un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei seggi per la lista che ottiene più del 25%.

Le elezioni dell’aprile 1924 si svolgono in un clima di terrore e di violenza. Le opposizioni sono disunite e non riescono ad offrire una alternativa valida al "listone" fascista - cui aderiscono anche la maggior parte dei liberali, escluso Giolitti - che conquista 403 seggi contro i 106 delle opposizioni. Poco dopo però il fascismo si trova a dover affrontare una gravissima crisi. In seguito al rapimento e all’uccisione del deputato socialista Giacomo Matteotti, che all’apertura della nuova Camera aveva denunciato le illegalità e le violenze della campagna elettorale, nel paese si diffonde una ondata di proteste e indignazione. Le forze d’opposizione, dai liberali di Amendola, ai socialisti, ai comunisti, abbandonano il Parlamento e si ritirano su quello che Filippo Turati definisce "l’Aventino delle coscienze". Restano però le differenze interne – più prudenti i liberali e i socialisti, mentre i comunisti pensano ad un vero e proprio Parlamento alternativo – e il progetto di convincere il re a liquidare Musolini e indire nuove elezioni ripristinando la proporzionale fallisce.

Il 3 gennaio 1924 Mussolini pronuncia il seguente discorso alla Camera: "Dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea ed al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto". Nei giorni seguenti vengono imbavagliati i giornali di opposizione, chiusi 35 circoli politici, sciolte 25 organizzazioni definite "sovversive", serrati 150 esercizi pubblici, arrestati 111 oppositori ed eseguite 655 perquisizioni domiciliari.

Intanto la violenza contro gli oppositori si scatenava ancora una volta in modo selvaggio: Amendola, principale capo dell’opposizione dopo la morte di Matteotti, fù nuovamente aggredito, il 20 luglio 1925, da una squadra guidata da Carlo Scorza, futuro segretario del partito fascista, e morì nell’aprile successivo in Francia; la famiglia Rosselli subì tre "azioni punitive"; Filippo Turati e Gaetano Salvemini furono forzati a seguire in esilio Sturzo e Nitti.
Il 4 ottobre 1925 si ripeté a Firenze una strage di antifascisti come quella del 18 dicembre 1922 a Torino (la "notte di San Bartolomeo"). Anche alla Camera dei deputati, del resto chiusa per lunghi periodi agli oppositori, i fascisti, non permettevano praticamente più di prendere la parola. Mussolini si esprimeva contro "il parlamentarismo parolaio", che, diceva, gli faceva solo perdere tempo.

Pochi mesi dopo vengono varate le "leggi fascistissime". Approfittando dell’attentato progettato dal deputato Tito Zaniboni, denunciato in anticipo da una spia (4 novembre 1925), Mussolini fece occupare le logge massoniche, sciolse il Partito Socialista Unitario e ne soppresse l’organo La Giustizia, s’impadronì del Corriere della Sera e della Stampa, sciolse centinaia di associazioni, decretò il licenziamento di migliaia di impiegati statali, tolse la cittadinanza agli esuli politici, modificò o Statuto stabilendo che al capo del governo, nominato dal re e non più soggetto alla fiducia parlamentare, venivano attribuiti poteri speciali tra cui la nomina a sua discrezione dei ministri e la decisione sugli argomenti in discussione in Parlamento. All’inizio del 1926 vengono abolite le amministrazioni locali di nomina elettiva e il sindaco viene sostituito dal podestà di nomina governativa.

E non era finita. In seguito a un altro attentato assai misterioso, che venne attribuito al giovinetto Anteo Zamboni, linciato sul posto a Bologna il 31 ottobre 1926, Mussolini sciolse tutti i partiti — a eccezione, naturalmente, di quello fascista —, soppresse i giornali antifascisti, istituì la pena del confino, introdusse la pena di morte, creò la polizia segreta (OVRA) e il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato, col compito di reprimere i reati politici, cioè gli oppositori del fascismo, proclamò la decadenza di 120 deputati d’opposizione accusati di aver disertato i lavori parlamentari, compresi però i comunisti che a Montecitorio erano rientrati tentando di far sentire la loro voce di opposizione. Tutti questi provvedimenti, che tra l’altro aumentavano i poteri dell’esecutivo sul legislativo, passarono in novembre alla Camera e al Senato senza che fosse consentita la minima discussione. Durissime condanne furono comminate agli oppositori (da 20 a 23 anni di carcere a Gramsci, Terracini, Scoccimarro, ma furono centinaia gli antifascisti che riempirono le carceri). Le investigazioni e la repressione furono attuate soprattutto dagli uffici speciali di polizia che costituirono l’OVRA, la cui sigla, sempre rimasta misteriosa, fu inventata personalmente da Mussolini.

Col novembre 1926 si può dire che si abbia in Italia la fine di ogni vita politica e l’inizio del "regime". Comincia la "fascistizzazione" di tutte le istituzioni e di tutti i settori dell’attività nazionale: stampa, scuola, magistratura, diplomazia, esercito, organizzazioni giovanili e professionali. La soppressione di libere elezioni completa l’opera. Il regime parlamentare, a questo punto, non esiste più, sostituito da un regime autoritario a partito unico, incentrato sull’autorità del capo del governo e basato sul terrore poliziesco.




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25 marzo 2008
OVRA
 

Dopo la breve esperienza della cosiddetta "Ceka fascista", la polizia segreta di partito voluta da Mussolini come reazione al discorso di Matteotti alla Camera del 30 maggio 1924, la polizia politica fascista finì per essere riorganizzata e potenziata a partire dalla fine del 1926 per opera del nuovo capo della Polizia di Stato, Arturo Bocchini. L'OVRA era una componente della prima sezione di questa nuova polizia politica, che si occupava di movimenti, stampa e associazioni sovversive, e di stranieri. Il primo nucleo dell'OVRA nacque con l'istituzione a Milano nel 1927 di un "ispettorato speciale di Polizia", con tutte le caratteristiche di mimetizzazione tipiche di un organismo segreto, sia per quanto attiene alla sede sia alle persone che vi lavoravano (si nascondeva, infatti, sotto la sigla di una "vinicola meridionale", con funzionari e collaboratori che assumevano generalità di copertura). La direzione fu affidata all'ispettore Francesco Nudi, che restò nell'ombra così come il nuovo organismo fino al dicembre 1930, allorché l'agenzia Stefani diramò, secondo le indicazioni dello stesso Mussolini, la notizia che la sezione speciale OVRA della Direzione Generale della P.S. aveva "scoperto un'organizzazione clandestina che ordiva delitti contro il regime".

La sigla, mai spiegata, è oggetto di varie interpretazioni: «Opera Volontaria di Repressione Antifascista», «Organizzazione di Vigilanza e Repressione dell'Antifascismo», «Organo di Vigilanza dei Reati Antistatali». Probabilmente l'acronimo è stato scelto anche per l'assonanza con "piovra" o con "Ochrana", la polizia segreta zarista.

In un discorso che rimarrà famoso (il discorso dell' Ascensione) Mussolini dice: Signori: è tempo di dire che la polizia non va soltanto rispettata, ma onorata, Signori: è tempo di dire che l'uomo, prima di sentire il bisogno della cultura, ha sentito il bisogno dell'ordine: In un certo senso si può dire che il poliziotto ha preceduto nella storia il professore. Dice anche: Io devo assumermi il compito di governare la nazione italiana ancora da 10 a 15 anni. E' necessario. Non è ancora nato il mio successore.

Dal 1930 al 1943 vennero istituite 10 zone Ovra che interessarono tutto il territorio nazionale. La prima zona OVRA, che comprendeva tutta l'Italia settentrionale, venne affidata da Bocchini al già citato ispettore Nudi. L'attività investigativa e repressiva degli agenti dell'Ovra sul territorio era tenuta segreta anche alle questure, che venivano a conoscenza dell'azione dell'Ovra solo quando si passava alla fase esecutiva della operazione con arresti e fermi di antifascisti.

Non ne venne mai ufficializzata la nascita e proprio quest'alone di mistero che la avvolgeva, rese la sua azione temuta quanto efficace; in Italia regnava infatti un'atmosfera di cautela, ad esempio nell'espressione di giudizi sul fascismo, poiché si diceva che le orecchie dell'OVRA arrivassero ovunque.

Per la sua efficienza, si dimostrò uno dei più efficaci strumenti per la ricerca e la repressione degli antifascisti. Operò anche all'estero infiltrando spie tra i fuoriusciti antifascisti, sicché quando un emissario antifascista veniva inviato clandestinamente in Italia non era raro il caso che la polizia fosse al corrente della sua identità e degli obiettivi della sua missione ancora prima che egli si muovesse.

Fu sciolta nel 1943, con la caduta di Mussolini, quando il direttore era Guido Leto, e ricostituita nel territorio della Repubblica Sociale Italiana.




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25 marzo 2008
I Testimoni di Geova nella bufera del nazismo.
 

Non so quanto si sappia oggi in Italia ed in Germania sulle persecuzioni cui furono soggetti gli aderenti a questa relativamente nuova religione da regimi totalitari come quello fascista e quello nazista.

Le persecuzioni fasciste furono opera di dilettanti, se paragonate a quelle naziste che si scatenarono sui Testimoni di Geova in tutta l’Europa occupata dalle armate naziste. Le persecuzioni operate dal fascismo erano anche legate al fatto che i Testimoni di Geova agivano in un paese dove la religione cattolica era dichiarata religione di Stato, dove il clero, ormai legato mani e piedi al regime, vedeva la loro opera proselitismo come una temibile concorrenza su quello che potremmo eufemisticamente definire lo stesso “mercato” e che quindi tentava di ostacolare in tutti i modi, non rifuggendo gli organi della chiesa di segnalare o denunciare alla polizia gli apostoli della nuova religione.

Prima del 1927 non troviamo negli archivi italiani alcuna menzione dei Testimoni di Geova eccetto una sentenza emessa dal Tribunale militare di Alessandria contro Remigio Cuminetti che nel 1917 rifiutava di prestare servizio militare in quanto Testimone di Geova.

Dopo il 1927 negli archivi troviamo rapporti di polizia, di prefetti, segnalazioni del ministero dell’Interno a prefetti e questori, rapporti dell’OVRA, rapporti che riguardano perquisizioni, interrogatori ed informazioni su aderenti, amici e simpatizzanti.

Era ovvio, in quegli anni bui del regime fascista che cercava di inculcare nelle teste degli italiani l’idea della necessità di lottare per il raggiungimento di fini che ancora non erano del tutto precisati, che un gruppo che esaltava il pacifismo e rifiutava d’indossare una qualsiasi divisa e di portare le armi dava fastidio al regime imperante tanto più che essi si proclamavano politicamente neutrali.

Comincia così il Ministero dell’Interno con una sua circolare ad interessarsi di loro delegando gli organi di polizia ad indagare sugli abbonati a “La Torre di Guardia”. In quel periodo la confusione regnava sovrana nella burocrazia poliziesca italiana: si confondevano i Testimoni di Geova con i Pentecostali ed altre “sette” religiose come risulta dalla circolare 027713 del Ministero dell’Interno che aveva come oggetto “Sette religiose dei Pentecostali ed altre”.

Il Tribunale Speciale dedicò una piccola parte del suo tempo anche a loro; infatti la sentenza Nr.50 dell’aprile 1940 condannò 26 Testimoni di Geova a complessivi 186 anni di carcere. Altri 22, indagati dall’O.V.R.A. furono condannati ad anni di confino e 89 di loro vennero ammoniti o diffidati.

La persecuzione in Italia ebbe origini diverse da quella feroce che i Testimoni di Geova sperimentarono nello stesso tempo nella Germania nazista. In Italia le origini della persecuzione si trovano in grembo a Madre Chiesa, alla denuncia di preti cattolici che si vedono assediati, specie in qualche piccolo paese, dalla incessante propaganda degli attivisti alla ricerca di proseliti e denunciano verbalmente o con scritti la “setta” come un pericolo per l’integrità dello Stato fascista. A Milano, si legge in un rapporto dell’O.V.R.A. che il loro ufficio venne chiuso dalla Questura “a causa della reazione del clero cattolico e dell’intonazione antifascista dei libri distribuiti".

In Germania la persecuzione assume aspetti feroci e brutali. Uomini e donne, famiglie intere vengono deportate. I fucilati, i decapitati e gli impiccati assommano a parecchie centinaia. Vengono umiliati, sbeffeggiati, scherniti ed indicati al pubblico ludibrio prima, ed arrestati poi, per l’attaccamento alla loro fede che indica un solo Signore e proibisce non solo manifestazioni di carattere militare, ma persino di pronunciare il saluto in cui si riconoscevano milioni di tedeschi, lo “Heil Hitler”.

La politica nazista, sin dai primi giorni dell’avvento al potere di Hitler, è chiaramente indirizzata al totalitarismo alla formazione di uno Stato dittatoriale in cui nessuna scheggia della vita sociale possa o debba rimanere fuori dagli scopi più o meno velatamente dichiarati e perseguiti dal regime nazista. Spariscono, o meglio vengono disciolti partiti politici, sindacati (anche quello cattolico) ed associazioni che potrebbero costituire una resistenza politica al dilagare del nazismo. Politicamente i Testimoni di Geova sono neutrali; non si interessano di politica, seguono i loro principi tra i quali ve ne sono tre in conflitto permanente con il nazismo: 1) Geova, Dio, è il Sovrano Supremo; 2) I veri cristiani sono politicamente neutrali; 3) Dio risusciterà coloro che si saranno dimostrati fedeli a lui sino alla morte.

Era chiaro che basandosi su questi principi, da cui essi non erano disposti a transigere, il conflitto con il nazismo, la sua dottrina ed il suo autoritarismo era inevitabile.

Non era possibile, per chi aveva deciso di dedicare la sua vita al Dio in cui credevano ed a cui attribuivano la loro salvezza, urlare per le piazze o salutare il prossimo con un “Heil Hitler” che avrebbe implicato un’ammissione di salvezza attraverso un essere umano, Hitler. Inoltre, pur essendosi sempre dichiarati politicamente neutrali, ma sostenendo l’avvento del regno di Dio, erano considerati praticamente come dei sovversivi nella Germania nazista. Né più, né meno, dei comunisti o dei socialisti. Avevano voglia di dire e richiamarsi all’epistole in cui si richiedeva già ai tempi dei romani di “sottoporsi alle autorità superiori” e dichiarare di non aver mai fomentato una rivolta, una ribellione! Per il solo fatto di non accettare l’ordine costituito del regime nazista, col suo contorno di bandiere, di sfilate, di irrigimentazione della gioventù e degli adulti in vari corpi indossanti sgargianti divise, erano considerati dei sovversivi e come tali da mettere al bando della società tedesca. O, meglio, da rinchiudere nelle galere o nei campi di concentramento dopo aver tentato in vari modi, sempre brutali e feroci, di farli desistere dal loro atteggiamento.

Per i nazisti, i Testimoni di Geova incarnavano tutto ciò che essi odiavano: il movimento era internazionale, influenzato dall’ebraismo attraverso l’Antico Testamento e della sua escatologia.

Infatti, pur avendo in comune con la religione cattolica e protestante i testi sacri da cui essi trovavano ispirazione e fondavano il loro Credo, al contrario sia dei cattolici che dei protestanti seguivano i principi religiosi dei sacri testi con ortodossia e solo raramente si erano permessi di biasimare le altre chiese che per secoli avevano consentito ai cristiani di armarsi e combattere, quando uno dei comandamenti comuni a tutte e tre le religioni prescriveva di “non ammazzare”!

Il loro disinteresse per la politica venne meno negli anni venti. Essi non avevano alcuna intenzione, né l’avranno successivamente di partecipare alla vita politica del loro paese: erano immersi completamente nelle loro attività professionali ed in quella religiosa. Sennonché, a partire dal 1927 inizia ad avere una certa risonanza nella stampa e nell’opinione pubblica tedesca il programma dei nazionalsocialisti enunciato da Hitler alcuni anni prima nel suo “Mein Kampf”.

I testimoni di Geova che già da anni stavano richiamando - attraverso le loro riviste - l’attenzione dei discepoli sugli sviluppi militari che avvenivano nella repubblica di Weimar, nel 1929 nell’edizione tedesca di una loro rivista intitolata “L’età d’oro” qualificarono il nazionalsocialismo come “un movimento che sta agendo direttamente al servizio del nemico dell’uomo, il diavolo”.

Era un articolo prettamente religioso, non politico, ma denunciando il nazionalsocialismo come un movimento al servizio del diavolo, lo stesso articolo assumeva una valenza politica chiaramente contraria a quel movimento.

Alcune settimane prima dell’avvento al potere di Hitler la stessa rivista riportava: ”Incombe la minacciosa ombra del movimento nazionalsocialista. Sembra incredibile che un partito politico dalle origini così insignificanti e dalla politica così poco ortodossa possa nel giro di pochi anni assumere proporzioni tali da eclissare la struttura di un governo nazionale. Eppure Adolf Hitler ed il suo partito hanno compiuto questa rara impresa”.

Eccetto queste considerazioni, nelle pubblicazioni dei Testimoni di Geova che in quegli anni inondarono letteralmente la Germania non troviamo né incitamenti politici, né indicazioni di voto. Il governo degli uomini esulava dalla mentalità dei Testimoni di Geova. Essi erano e si consideravano teoricamente dei sudditi, più che dei cittadini.

Ma per il nazismo ciò non era sufficiente. Qualche mese dopo l’ascesa al cancellierato di Hitler, con le camicie brune scorrazzanti in tutta la Germania ad arrestare, bastonare e deportare i loro avversari politici, la sede dei Testimoni di Geova di Magdeburgo venne confiscata per la prima volta (4 aprile) e le circa 200 persone che lì dentro svolgevano la loro attività che in sostanza culminava con l’organizzazione della loro opera di proselitismo che si diramava nei vari Land tedeschi, vennero sbattute fuori.

Il 28 aprile, ritirata l’ordinanza di confisca, la sede fu loro restituita. Paventando altre misure, risultando chiara l’avversione che le autorità locali naziste manifestavano continuamente contro di loro, i Testimoni di Geova organizzarono una grande assemblea a Berlino alla quale parteciparono oltre 7.000 adepti e durante la quale chiarirono pubblicamente le loro intenzioni: “La nostra organizzazione non è politica in nessun senso. Insistiamo solo nell’insegnare alla gente la parola di Geova Dio, e questo senza impedimenti”.

Non era nemmeno concepibile nelle menti naziste di tollerare delle persone che si dichiaravano neutrali, ma che non s’impegnavano in maniera assoluta a divulgare il verbo nazista. Anzi.

Essi però intendevano svolgere quella che era la loro missione: insegnare la parola di Dio alla gente, il che equivaleva a continuare la loro azione di proselitismo. Per chiudere definitivamente la partita la sede di Magdeburgo venne nuovamente e per sempre confiscata. 650 quintali di pubblicazioni di carattere esclusivamente religioso vennero bruciati; le loro adunanze vennero sistematicamente interrotte; si procedette da parte della polizia ai primi arresti ed alle sanguinose bastonature degli adepti alla nuova fede.

Subito dopo queste operazioni della polizia, ormai asservita al nazismo, appaiono sui settimanali e sulle pubblicazioni in genere della loro comunità articoli e testimonianze che mettono in evidenza la brutalità dei nazisti pur non entrando né in una polemica di carattere politico, né in dichiarazioni di avversione al nazismo. Dapprima si cerca con gli scritti di infondere coraggio ai Testimoni di Geova tedeschi e di informare l’opinione pubblica di ciò che stava avvenendo in Germania. Già nell’agosto 1933 la loro rivista “Golden Age” riportava la testimonianza di un giornalista su quella che definiva la rivoluzione nazista in Germania: “E’ stata realizzata a prezzo di indicibili sofferenze e difficoltà, come possono attestare le migliaia di cittadini onesti e patriottici che sono stati privati della casa e dell’impiego, le migliaia di oppositori politici che ora sono rinchiusi dietro il filo spinato dei campi di concentramento e condannati ai lavori forzati a motivo della loro opposizione, e le poche migliaia che si sono autoesiliati per sfuggire ai terrori del nuovo regime”.

Il numero del 1° novembre 1933 della “Torre di Guardia” non si limita ad infondere coraggio, esso passa all’attacco e nonostante le persecuzioni in atto e scrive: ”Non li temete !” in un articolo dedicato ai loro correligionari tedeschi.

In febbraio J.F. Rutherford, presidente della Watch Tower Society, invia una lettera di protesta direttamente a Hitler nella quale gli pone anche un termine ultimativo: il 24 marzo 1934. O lui fa cessare tutte le persecuzioni contro i Testimoni di Geova ed ordina ai suoi funzionari e poliziotti di lasciarli radunare pacificamente per adorare Dio, oppure tutte le loro pubblicazioni nelle varie lingue riporteranno testimonianze sulla brutalità e ferocia che i suoi correligionari sono stati costretti a subire nella Germania nazista.

La risposta venne data non da Hitler, ma dalle autorità di polizia che spedirono nei campi di concentramento decine e decine di Testimoni di Geova.

Il 7 ottobre 1934 in 49 paesi si riunirono le assemblee straordinarie dei Testimoni di Geova per protestare contro i trattamenti persecutori e le violenze inflitte ai loro correligionari in Germania che approvarono il testo di un telegramma che venne spedito a Hitler e che terminava con la seguente frase: ”Astenetevi dal perseguitare ulteriormente i Testimoni di Geova, altrimenti Dio distruggerà voi ed il vostro partito”.

Le persecuzioni vennero intensificate, Hitler urlò: “questa genia sarà sterminata in Germania!”.

La campagna d’informazione dei Testimoni di Geova continuò. Chi si aspettasse di trovare in quella campagna accenni o motivazioni politiche rimarrebbe deluso: essi non vengono mai meno a quel principio di neutralità politica che fa parte dei loro principi fondamentali. Ubbidiscono alle leggi dei governanti perché a ciò li spinge la loro lealtà verso Dio, ma esiste in loro un confine insuperabile. E’ quello che passa attraverso i doveri che essi hanno nei confronti dell’uomo ed i doveri che hanno nei confronti di Dio.

La loro rivista descrive l’inferno nazista ed il suo sistema “spionistico”: “Può introdursi in qualunque abitazione privata, può far ricorso alla tortura, e non ci si può appellare contro le sue iniziative o le sue decisioni. Può operare arresti e incarcerare sulla scorta di semplici sospetti senza che le sue vittime ne sappiano le ragioni”.

La campagna di stampa da loro iniziata prosegue durante tutto il periodo che il nazismo impera in Germania. La rivista “Consolation” nel 1937 denuncia gli esperimenti con gas venefici che si fanno nei Lager (Dachau): nelle loro pubblicazioni apparvero gli schemi, le piantine, mirabilmente disegnate dei campi di concentramento. La pubblicazione di quelle di Esterwegen e di Sachsenhausen, quest’ultimo aperto da pochi mesi nel 1936, lasciarono stupefatti tutti coloro che si occupavano, specie nelle Americhe della politica nazista.

Particolarmente importante mi sembra il caso di segnalare che nonostante tutte le ricerche effettuate dalla polizia nazista, mai, dico mai, essa riuscì a scoprire dove venivano stampate le molte pubblicazioni dei Testimoni di Geova. La segretezza assoluta veniva mantenuta dagli adepti che nonostante le torture e le bastonature da parte della Gestapo mai si lasciarono sfuggire un nome o un'indicazione che permettesse ai loro persecutori di scoprire una tipografia od un indirizzario.

Le dichiarazioni di un alto funzionario della polizia berlinese: ”E’ difficile trovare in Germania i luoghi in cui si continuano a stampare le pubblicazioni degli Studenti Biblici (cosi venivano chiamati i Testimoni di Geova), nessuno parla, nessuno tradisce i compagni”. E’ il miglior complimento che potesse provenire alla loro comunità dallo Stato nazista.

La stampa dei loro opuscoli e delle loro opere religiose proseguì nonostante gli sforzi e la rabbia della Gestapo che abbondò in fucilazioni, torture, imprigionamenti e deportazioni e continuò sino alla fine della guerra.

L’azione repressiva e brutale contro i Testimoni assume forme di una violenza inaudita quando i primi di loro chiamati alle armi si rifiutarono di indossare l’uniforme e di portare le armi. Dapprima si cercò di convincerli con le bastonate. Sembrava impossibile agli addetti agli uffici di leva che delle persone si rifiutassero ostinatamente di prestare il servizio militare. I poliziotti investiti del caso ritennero che dopo una buona dose di bastonate questi reprobi avrebbero accettato di prestare il servizio militare.

Ma inutilmente. Nemmeno dopo le prime fucilazioni ci furono Testimoni che abiurarono la loro fede. Si pensò, da parte degli organi di polizia (in quanto l’esercito aveva considerato il rifiuto come un affare che non lo riguardava e che doveva essere demandato per la soluzione alla polizia, la quale si lavò le mani e passò tutte le pratiche alla Gestapo), che la cosa migliore consistesse nell’arresto e nel rinchiuderli nelle segrete delle carceri. Molti Testimoni di Geova trascorsero tempi lunghissimi in celle buie, umide, senza alcun conforto, senza un libro di preghiere, senza una notizia dei familiari prima di essere inviati in un campo di concentramento.

Alle loro donne che professavano la stessa fede non toccò una sorte migliore. Vennero strappate alle loro famiglie, lasciando spesso mariti e figli nel completo abbandono, rinchiuse dapprima nelle carceri e, dopo che i tentativi delle SS per farle abiurare non sortirono alcun risultato, furono deportate. Dapprima finirono nel Lager di Lichtenburg, successivamente con l’apertura di quello di Ravensbrueck si provvide ad inviarvene parecchie centinaia. Nonostante le sofferenze e le angherie subite nelle carceri e nei Lager dimostrarono un attaccamento alla religione professata che non ebbe uguali. Come i loro mariti e fratelli si erano sempre rifiutati di collaborare con qualsiasi cosa che fosse legata alla guerra, così le Testimoni di Geova a Ravensbruek si rifiutarono, assieme alle deportate russe, di lavorare nelle industrie che fossero collegate alla produzione bellica.

Sino all’inizio della guerra in quel Lager le deportate politiche, oppositrici del nazismo formavano due gruppi ben distinti: le Testimoni di Geova e le politiche tedesche, per lo più appartenenti ai movimenti di sinistra, comuniste e socialiste. Le altre, zingare, criminali e asociali per lo più prostitute, facevano parte di un gruppo ben distinto contro il quale le SS infierivano molto meno, anzi, le consideravano loro docili strumenti e cercavano in tutti i modi di affidare loro incarichi interni più o meno fiduciari (capoblocco, caposquadra, scrivano, lavori in cucina) e le adibivano ai lavori meno pesanti e meno faticosi.

Tutte le deportate avevano la possibilità di scrivere una lettera al mese sul foglietto postale che conteneva 16 righe. Alle testimoni di Geova, invece, veniva consegnato un foglietto che recava stampata in testa al foglio, in caratteri maiuscoli sotto le norme che regolavano la corrispondenza da e per il Lager, la scritta: “Sono tuttora una testimone di Geova”. Per loro valeva la norma che la corrispondenza non dovesse superare le 5 righe.

Nel 1942 a Ravensbrueck in due blocchi si trovavano deportate quasi 600 Testimoni di Geova, per lo più donne di casa, contadine, qualche impiegata. Erano assenti le intellettuali.

Una ventina d’anni fa, durante una mia visita di alcuni giorni al Lager di Buchenwald, ebbi l’occasione di conoscere Margarete Buber Neumann che durante la sua lunga deportazione a Ravensbrueck venne nominata capoblocco di un blocco in cui erano rinchiuse solo Testimoni di Geova. Parlando di Buchenwald le raccontai l’effetto che fece su di noi italiani quando, in un momento terribile della mia deportazione, feci amicizia con Victor, una persone di circa quarant’anni, Testimone di Geova che un giorno con la massima calma mi spiegò che per lui era sufficiente mettere una firma sotto una dichiarazione d’abiura per essere l’indomani liberato. Nessuno dei miei compagni italiani, le dissi, voleva credere che i Testimoni di Geova avesse quella possibilità di lasciare il Lager e venire liberati. Solo dopo che gli anziani politici tedeschi del mio blocco mi assicurarono che le parole di Victor corrispondevano alla verità cominciammo tra di noi a discutere. Non riuscivamo a comprendere (ed eravamo tutti politici) come si potesse rimanere a Buchenwald per non firmare un foglio nel quale era scritto solamente che si abiurava una religione.

Gli raccontai che avevo incontrato Victor durante una giornata di lavoro a Weimar e che lo avevo visto, appena arrivati a Weimar, abbandonare il Kommando ed andarsene senza scorta non so dove. Ritornò puntuale all’ora in cui si doveva ritornare nel Lager.

Mi spiegò che anche nel suo Lager vi erano parecchie Testimoni di Geova che avevano dei Passierschein che consentivano loro di uscire dal Lager per recarsi nelle case dei maggiorenti SS dove accudivano ai bambini, tenevano in ordine la casa, sistemavano il giardino e in una parola facevano le governanti di quella famiglia. Altre invece erano incaricate di badare al porcile, alla colombaia, al canile ed alla conigliera delle SS.

Il suo blocco era citato sempre come modello: le Testimoni di Geova erano ordinatissime, pulite, solidali tra di loro. Mai una discussione, mai un furto né di pane, né d’altro, mai un litigio. La cosa che più soffrivano queste donne, secondo lei, era la impossibilità di dedicarsi allo studio della Bibbia. La morte era considerata come una liberazione, come un avviamento sulla strada che portava alla vicinanza di Geova che - loro lo sapevano - non le avrebbe mai abbandonate.

Le SS, pur avendo bisogno di loro avevano verso di loro comportamenti difformi: mi raccontò che vi erano delle donne vere e proprie aguzzine che sfogavano i loro bassi istinti su di loro maltrattandole, ingiuriandole e bastonandole per un nonnulla, altre invece provavano per loro se non della stima, una certa considerazione.

Gli amici che mi feci a Buchenwald tra i Testimoni di Geova erano indubbiamente stimati dalle SS le quali sapevano che mai avrebbero tentato la fuga o avrebbero promosso una rivolta. Erano sempre vestiti molto bene, direi quasi eleganti nei nostri confronti e da loro io ed altri due o tre italiani con cui avevamo fatto amicizia sempre attraverso Victor fummo spesso aiutati. Voglio però ricordare che a uno di loro che lavorava nel deposito vestiario del Lager, quando gli chiedemmo di procurare un cappotto per il nostro compagno Settomini che aveva uno di quelli zebrati che non riparavano assolutamente dal freddo, si rifiutò. Ci disse che il nostro era un incitamento a rubare! La sua religione glielo vietava.

Dovemmo attendere delle settimane, sinché un compagno tedesco del mio blocco che lavorava anche lui nel deposito vestiario riuscì a procurarglielo.

Non sto qui a raccontare tutte le torture, le angherie, le uccisioni che i Testimoni di Geova dovettero sopportare nella Germania nazista per il solo fatto di credere in Geova e di seguirne alla lettera i comandamenti. Voglio solo ricordare che pagarono l’attaccamento alla loro fede con oltre settecento martiri, barbaramente assassinati dal nazismo.




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25 marzo 2008
IL SISTEMA NAZISTA - Quel Reich che doveva
 IL SISTEMA NAZISTA - Quel Reich che doveva
dominare il mondo per 1000 anni
L'IRRESISTIBILE
ASCESA
DI ADOLF HITLER

di FERRUCCIO GATTUSO
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1933: Hitler con i membri del suo primo ministero.
Alla sua sinistra Goering, a destra Goebbels
Quando Adolf Hitler prese il potere in Germania, il 30 gennaio 1933, non lo fece come dittatore ma seguendo un percorso, nella forma costituzionale, perfettamente democratico. L'ex imbianchino e caporale decorato al valore della Prima guerra mondiale, l'ipnotico retore austriaco che tra i tavoli delle birrerie di Monaco aveva infiammato i reduci umiliati, i disoccupati, i perdenti di una Storia rivoltatasi contro il destino tedesco, aveva ottenuto la carica di capo del governo come ogni abile politico prima di lui: conquistando il favore della gente, raccogliendo voti. Il primo governo Hitler fu infatti un governo di coalizione, nel quale il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori possedeva soltanto tre ministeri su undici. La storiografia non ha smesso di interrogarsi sulle responsabilità oggettive del popolo tedesco nella scalata al potere di una delle più grandi figure criminali di questo secolo, quel che è certo però è che - benché per avvicinarsi alla massima carica del governo tedesco Hitler avesse blandito con astuzia ogni ceto sociale, minimizzando gli aspetti estremistici del suo progetto politico - la Germania degli anni Trenta conosceva perfettamente il percorso di questo carismatico personaggio venuto dal nulla. Un libro, il Mein Kampf, stava ad attestare dove si dirigesse l'utopia del programma hitleriano, e ciascun tedesco poteva cancellare ogni dubbio sulle intenzioni del nazismo semplicemente andando ad acquistarne una copia in libreria. La Germania, quindi, non voleva vedere. Troppo profonde le ferite dalle quali stava cercando di guarire, troppa la paura che un fantasma, "innaturale" per la tradizione culturale e mentale tedesca, si impossessasse del paese: il disordine. La Germania di Weimar era infatti un territorio attraversato da continue incertezze politiche, economiche e sociali, un humus pericoloso dal quale, dopo la crisi del 1929 germogliata in America e dilagata in Europa, gli estremismi politici trovavano una straordinaria capacità di fioritura. Gli scontri tra simpatizzanti comunisti e nazisti, e tra questi e le forze dell'ordine, erano infatti cronaca quotidiana. Ultimamente, solo un storico attento (e contestato) come Ernst Nolte ha riportato alla memoria storiografica la responsabilità che, in quegli anni, ebbero entrambi gli estremismi, rosso e nero, e come quest'ultimo seppe sfruttare la paura della piccola e grande borghesia per la Rivoluzione che sembrava alle porte anche in Europa.
Il vento del leninismo soffiava sul continente, e la stessa socialdemocrazia ne sembrava travolta. Quello che i nazisti offrivano al popolo tedesco era ciò che esso anelava di sentirsi dire: il recupero dell'orgoglio nazionale, il ritorno all'ordine e alla stabilità, la difesa di determinati privilegi di corporazione. È erroneo, però, definire il nazismo un movimento conservatore. Esso fu, piuttosto, un incoerente miscuglio di reazione e rivoluzione, e questo secondo aspetto - che potremmo tranquillamente definire "di sinistra", basti considerare la forte carica anticapitalista, e socialista del movimento delle SA - ebbe una non secondaria importanza. Il colore scelto dallo stesso Hitler, con intento provocatorio, per i vessilli nazisti fu proprio il rosso nel quale campeggiava un cerchio bianco contenente la svastica, simbolo del partito. Un deliberato proposito di vaghezza ideologica caratterizzò quindi i primi passi del partito nazista, che intendeva così blandire il maggior numero di tedeschi. Mentre le forze politiche concorrenti rappresentavano un preciso blocco sociale e determinati interessi, i propagandisti nazisti arrivavano a modificare il proprio messaggio a seconda dell'uditorio che si trovavano di fronte. Alcuni attivisti non si fecero scrupolo a cantare vecchie canzoni socialiste, modificandone il testo, e in qualche occasione, tra affiliati, si chiamavano "compagni", come era d'uso tra gli attivisti di sinistra. Agli agricoltori, i nazisti promettevano un ritorno alle felici tradizioni rurali della vecchia Germania; agli Junker (i grossi possidenti terrieri prussiani) assicuravano il mantenimento dei vecchi privilegi e dei rigidi rapporti tra grandi e piccoli proprietari di terra; ai commercianti e piccoli borghesi promettevano una politica dura verso i grandi monopoli economici e capitalisti, così come sarebbero stati inflessibili contro il marxismo che minacciava la libera impresa e la proprietà privata; agli operai, infine, i nazisti promettevano una politica sociale attenta al popolo lavoratore (non dimentichiamo che la dicitura completa del partito era Partito Nazionalsocialista dei lavoratori, ndr).
Un aspetto "programmatico", però, non subiva adattamenti di sorta: era il razzismo. Nei cosiddetti Venticinque Punti del programma hitleriano, infatti, questo elemento, insieme al disprezzo per la Repubblica di Weimar e un nazionalismo intransigente, assurgeva a vero e proprio segno distintivo dalle altre forze politiche. Alle elezioni nazionali del settembre 1930, i nazisti ottennero sei milioni e mezzo di voti e risultarono il partito più votato dopo i socialdemocratici. È proprio nella caotica situazione politica dei primi anni Trenta che il partito nazista riesce a sfruttare la situazione e a raccogliere un consenso sempre maggiore nelle frequenti consultazioni elettorali, conseguenza di un'instabilità politica che, oggi, definiremmo "all'italiana". Ancora nel 1932, il governo tedesco indisse nuove elezioni nazionali nel tentativo di creare uno straccio di maggioranza in grado di garantire una normale legislatura. In questa occasione i nazisti eseguirono un autentico capolavoro propagandistico e "di convincimento", bilanciando astutamente un'abile campagna di attivismo (parate, dimostrazioni, convegni) a veri e propri atti di squadrismo per zittire la voce degli avversari. Entrambi questi comportamenti diedero ai tedeschi una duplice sensazione: che i nazisti fossero dotati di uno slancio idealistico superiore agli
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Norimberga 1933: manifestazione
per la vittoria del Nazismo
altri attivisti (ogni strada era coperta da manifestini, volantini, i marciapiedi erano dipinti con svastiche) e che - come conseguenza - il futuro fosse ineluttabilmente loro. Nei piccoli centri, in occasione di queste lezioni, il partito nazista raccolse i maggiori consensi. Pur non diventando la maggioranza assoluta, i nazisti divennero però il classico ago della bilancia, una forza dalla quale non si poteva più prescindere. Conservatori e nazionalisti si rassegnarono quindi ad assistere alla scalata alla carica di Cancelliere di Hitler, nominato nel gennaio 1933 dal presidente Hindenburg. L'inverno che fece da cornice a questo simbolico "passaggio di consegne" tra una Germania e l'altra, quella tradizionalista e austera del vecchio eroe di guerra Hindenburg e quella esaltata ed aggressiva di Hitler, fu premonitore di un inverno della ragione che sarebbe calato sul paese. Hitler non perse tempo nel costruire a veloci tappe le fondamenta di un sistema totalitario senza precedenti nella storia europea (al di là degli Urali, peraltro, il totalitarismo era già realtà, e quello stesso anno avrebbe ricevuto la definitiva consacrazione con il consolidamento del potere di Stalin, ndr): ogni elemento fu sfruttato, nulla fu lasciato al caso, e diversi pretesti permisero a Hitler di impossessarsi del potere assoluto. Il primo passo avvenne nel febbraio di quell'anno: il giorno 27 un giovane anarchico olandese appiccò il fuoco al Reichstag di Berlino. Questo atto servì di pretesto a Hitler per sostenere che la Germania era sul punto di cadere sotto il maglio della rivoluzione comunista.
Il giorno seguente ottenne dal presidente Hindenburg l'approvazione di un decreto che va ricordato come il primo mattone del regime nazista: le "Leggi per la Difesa del Popolo tedesco". Ossia, fuor da ogni eufemismo politico, la sospensione "temporanea" dei diritti civili. Sfruttando un'emergenza, quindi, Hitler otteneva il nulla osta per scatenarsi contro i propri nemici, sicuro di non pagarne le conseguenze. Le formazioni paramilitari delle SA e delle SS ne approfittarono immediatamente per scatenarsi contro ebrei, comunisti, oppositori in genere. 40.000 uomini agli ordini del Führer ottennero la completa immunità e non ebbero problemi a distruggere le sedi dei partiti avversari, bruciare il loro materiale propagandistico, arrestare i nemici, chiudere le tipografie "sgradite", interrompere i raduni socialdemocratici. In questo clima allucinante, a marzo, si tennero nuove elezioni, che diedero ai nazisti la maggioranza tanto agognata: insieme agli alleati nazionalisti, essi ottennero il 52 % dei voti. Nasceva così un "legittimo" governo di coalizione. Due settimane dopo Hitler strappava da un Reichstag obbediente una "Legge sui pieni poteri" (Ermächtigungsgesetz), che dava al gabinetto governativo (al Führer, cioè) il potere di promulgare leggi, stabilire il bilancio, firmare trattati con paesi stranieri e attuare emendamenti alla Costituzione. La libertà era morta definitivamente. Il progetto di nazificazione della Germania partì senza indugi e prese l'asettico nome di Gleichschaltung (coordinamento, allineamento).
Come prima cosa i partiti che non fossero quello nazista (anche gli alleati nazionalisti) vennero sciolti, in secondo luogo i sindacati vennero aboliti. Il "coordinamento" significava, d'ora in poi, una sola cosa: ogni istituzione, organizzazione, associazione, ogni entità che si proponessero di riunire individui doveva passare sotto il controllo del partito nazista. "Questa fu la rivoluzione nazista - scrive Alan Bullock, tra i migliori storici dell'hitlerismo - prodotto di tre elementi. Il primo fu l'utilizzazione dell'autorità legalmente ottenuta per impadronirsi delle risorse dello stato e del suo apparato amministrativo. I nazisti si garantirono così il controllo della polizia, la neutralità delle forze armate e il potere (che esercitarono senza scrupoli) di liquidare ogni funzionario sospetto non diciamo di opposizione ma di semplice indifferenza nei confronti del nuovo regime. Il secondo elemento fu il terrorismo, che consisteva non nella violazione della legge e dell'ordine ma in qualcosa di ancor più sconvolgente, cioè nella deliberata ignoranza della loro esistenza. […] Al potere coattivo del terrorismo si aggiunse il potere di attrazione di una martellante propaganda condotta per mezzo della radio, della stampa e del cinema per annunciare la rinascita nazionale della Germania. E questo fu il terzo elemento". Hilter, la cui autorità era ovviamente assoluta, puntò alla costruzione di un sistema di potere dove qualsiasi carica sotto di lui avesse uno o più corrispettivi e concorrenti in altre sezioni. Questa particolare sovrapposizione burocratica, benché potesse sembrare autolesionista e assurda ai fini dell'efficienza amministrativa, permetteva ad Hitler di mantenere saldo il potere, senza far apparire all'orizzonte scomodi rivali. Gauleiter, ufficiali, presidenti di varie associazioni si videro assegnare poteri i cui confini non erano perfettamente definiti. Le sovrapposizioni tra gli organismi del partito e quelli tradizionali dell'amministrazione, poi, era totale, causando continui conflitti di competenza. Il risultato era che nessuno sapeva di chi fosse superiore: l'unica cosa certa era che, sopra tutto e tutti, ci fosse il Führer.
La tanto decantata efficienza teutonica, quindi, risultò nel regime nazista un falso mito: l'organizzazione del partito e dello stato, in continua concorrenza, subirono gravissimi rallentamenti ed inefficienze. Sempre secondo questa logica del "divide et impera", gli stessi uomini vicini al Führer ottennero onorificenze e potere, ma per tutta la durata del regime vissero in continua competizione e odio reciproco. Hermann Göring divenne primo ministro e ministro degli Interni della Prussia, commissario del Reich per l'Aviazione, commissario per il Patrimonio Forestale del Reich. Questi poteri gli permisero di controllare, in concorrenza con i generali competenti, la Luftwaffe, e di agire a livello internazionale, in concorrenza con il Ministeri. Rudolf Hess, il fido compagno di cella che scrisse sotto dettatura il Mein Kampf, divenne "vice-Führer", ed ottenne un grosso potere nel partito, ma quasi subito Hitler conferì a Robert Ley, capo del Fronte Tedesco dei Lavoratori (il sindacato di regime) la carica parallela di capo dell'organizzazione del partito. Hess e Ley per tutti gli anni trenta si ostacolarono e avversarono vicendevolmente.
Questo caos, ai livelli più alti come a quelli inferiori, divenne un triste epitaffio della mitica amministrazione pubblica tedesca che, sin dai tempi di Federico il Grande, pretendeva dai "servitori dello stato" un'eccezionale preparazione professionale e altrettanto eccellenti studi, oltre che l'obbligo a passare esami di dura selezione. Ovviamente i peggiori scontri tra funzionari pubblici e membri del partito si ebbe nell'ambito del ministero degli Interni. Il titolare del ministero fu Wilhelm Frick, ex ufficiale di polizia a Monaco, collaboratore di Hitler sin dai giorni del Putsch fallito del 1923. Nell'aprile 1933 Frick introdusse la "Legge per la ricostruzione dell'Amministrazione Pubblica": essa causò l'espulsione dagli uffici pubblici di ebrei, comunisti, socialdemocratici, ma riuscì a mantenere nei ranghi coloro che semplicemente non erano iscritti al partito. Abilmente, Frick riuscì così a mantenere una decorosa struttura di base all'amministrazione, più di un milione e mezzo di funzionari che, altrimenti, avrebbero perso il posto. La nazificazione della Germania continuò inarrestabile nei due anni a seguire. Il 1935 si rivela una anno fondamentale sulla strada dell'edificazione totalitaria. A quel tempo risalgono infatti le "Leggi di Norimberga", con le quali il regime cominciava a dare una struttura ed un rigore al progetto razzista di discriminazione prima e annientamento poi degli ebrei e delle altre "razze inferiori" (slavi, ad esempio). Con queste leggi Hitler assecondava le spinte di quella frangia di partito che vedeva nell'adottamento di misure razziste un elemento fondante della rivoluzione nazista. La persecuzione, quindi, veniva regolamentata, e avrebbe raggiunto il culmine (ovviamente, prima della scientifica adozione delle misure riguardanti la "Soluzione Finale", quindi la barbarie di Auschwitz) con la famigerata Krsitallnacht, la Notte dei Cristalli tra il 9 e il 10 novembre del 1938 quando SA, SS e simpatizzanti nazisti si scatenarono (la stampa parlò di "attacco spontaneo del popolo tedesco") contro i negozi e i luoghi di culto degli ebrei. "Gli aggressori - scrive Bullock - restarono impuniti, mentre gli ebrei furono multati di un miliardo e duecentocinquanta milioni di marchi e si videro confiscate dallo stato tutte le somme che le società di assicurazione avrebbero dovuto pagare per risarcirli dei danni.
A questa cosiddetta notte dei cristalli seguì la vendita coatta di imprese e di beni mentre gli ebrei venivano sfrattati, arrestati in massa e mandati ai lavori forzati". Riguardo la nascita delle Leggi di Norimberga, la leggenda narra che il 14 settembre 1935, il giorno prima di pronunciare il discorso annuale al raduno del partito a Norimberga, Hitler decise di rendere più duro il proprio testo. Per questo motivo convocò Frick e, insieme a lui, stabilì nella notte i punti cardinali che avrebbero stroncato per sempre lo stesso concetto di cittadinanza per gli ebrei. Il giorno seguente, i cittadini tedeschi di origine ebraica si sentirono dire che non erano più tali. Non solo: la "Legge per la difesa del sangue tedesco e dell'onore tedesco" proibiva i matrimoni tra cittadini tedeschi ed ebrei, vietava agli ebrei di impiegare personale femminile non ebreo di età inferiore ai 45 anni, e di esporre la bandiera del Reich. Questi provvedimenti, che potremmo ben definire epocali e che sono passati alla storia come il paradigma della persecuzione razziale, nacquero quindi in modo casuale. Ovviamente, per reagire all'adozione di queste abominevoli armi legislative, gli ebrei (e qualsiasi cittadino tedesco non nazista) non potevano trovare aiuto nel potere giudiziario.
La nazificazione, infatti, agì con straordinaria efficacia anche nei confronti della Magistratura. Come nel caso dell'amministrazione pubblica, Hitler puntò a inserire elementi fedeli al partito tra i magistrati. Bisogna anche dire che, a quel tempo, la Magistratura tedesca era caratterizzata da convinzioni sicuramente conservatrice autoritarie, e quindi accettò la "colonizzazione" nazista come il minore dei mali. Oltre ai magistrati, anche avvocati e giudici finirono nelle maglie del regime. Gli avvocati furono obbligati ad iscriversi all'unico Ordine possibile, l'Associazione Nazista degli Avvocati, che intimava ai propri membri di fare il saluto nazista in tribunale e "svolgere il proprio dovere di elettori" in occasione delle consultazioni. La stessa procedura giudiziaria subiva una sorta di rivoluzione ideologica: ad esempio, un avvocato diventava responsabile dello spergiuro del proprio assistito, ed un giudice che non "avesse agito nell'interesse dello stato nazionalsocialista" era passibile di dimissioni
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Giugno 1936: si inaugura
la fabbrica della Volkswagen
coatte. Ovviamente, come in ogni sistema totalitario (basti confrontare l'esperienza sovietica nel periodo delle purghe staliniane) il potere del pubblico ministero accrebbe a dismisura, usurpando molti poteri del giudice (visione di lettere scritte all'imputato e al suo avvocato, vaglio delle richieste di grazia, etc…). "Poiché il nazionalsocialismo e la giustizia sono una cosa sola, non vi dovrebbero essere distinzioni tra il giudice ed il pubblico ministero": questa era una delle considerazioni assolutamente normali durante gli anni del regime hitleriano. La nazificazione dell'ordine giudiziario portò ad un aumento incredibile dei reati: se nel 1933 i reati punibili con la pena di morte erano solo tre, dieci anni dopo erano quarantasei. La pena capitale non era sempre vincolata al tipo di reato, ma ai presupposti di "redenzione" dell'imputato. Accadeva che si fosse condannati a morte anche per semplice truffa, se non si riusciva a dimostrare alla corte la propria capacità di diventare un elemento utile al popolo tedesco. Nuovi reati minori si affacciarono sul codice civile e penale: scarso entusiasmo verso Hitler, aspetto semitico, lamentele nei confronti del governo. La sospensione del principio dell'habeas corpus, poi, decretò che ogni cittadino tedesco poteva essere arrestato senza processo: ciò permise ad SS e Gestapo - che dal 17 giugno 1936 finirono entrambe sotto il ferreo controllo di Heinrich Himmler - di agire indisturbate nei confronti di chi giudicavano "sospetto". "Nacque così - scrive Alan Bullock - quello che gli storici tedeschi chiamano l'esecutivo illegale, un apparato con cui il Führer, verso nessuno responsabile tranne che verso se stesso, poteva spazzare via ogni ostacolo al suo potere di agire al di fuori della legge o addirittura contro di essa. Il terrorismo e la polizia segreta, come la propaganda e la censura, erano componenti essenziali della società totalitaria che i nazisti stavano creando e produssero il consueto accompagnamento di delazioni, persecuzioni e corruzioni".
Qualcuno cercò di opporsi a questo stato di cose, ma fu una netta minoranza. Che fosse annichilito dal controllo soffocante del regime su ogni individuo, o sinceramente entusiasta per la "nuova Germania" che andava profilandosi all'orizzonte, il popolo tedesco cessò di essere protagonista dei destini del proprio paese. Un esempio di come il regime potesse soffocare il dissenso intellettuale fu quello del coraggioso giornalista Carl von Ossietzky, insignito del premio Nobel per la pace, direttore del giornale di sinistra berlinese Die Weltbühne, e feroce accusatore dei nazisti e delle Forze armate. Von Ossietzky fu boicottato dal regime, impedito a recarsi a Stoccolma per ricevere l'onorificenza, arrestato e deportato nel campo di concentramento di Esterwegen, dove fu torturato e minato per sempre nella salute. La propaganda nazista, per compromettere la sua immagine, diffuse a più riprese la notizia che si era convertito al nazismo. Il 14 maggio 1938 Von Ossietzky, nonostante le pressioni internazionali per la soluzione dell'esilio e l'intervento di personaggi carismatici come Albert Einstein, moriva in un ospedale tedesco, all'età di 48 anni. Da quell'occasione la Germania non riconobbe più il Premio Nobel. "Quando un avversario mi dice: io non mi schiererò con te, io gli rispondo calmo: tuo figlio è già con noi… Tu passerai, ma i tuoi discendenti sono già adesso nel campo nuovo. Tra non molto conosceranno solo questa nuova comunità". Queste inquietanti parole pronunciate da Hitler fanno ben comprendere come il Terzo Reich puntasse ad un dominio millenario, e desse molta importanza a "seminare" le proprie idee in quelli che sarebbero stati i cittadini tedeschi del futuro: i giovani. Questo millenarismo, la convinzione di stare creando non solo una nuova Germania, ma una nuova comunità prima all'interno dei confini tedeschi, poi in tutto il mondo, rese il regime nazista estremamente sensibile in due campi, in effetti tra loro complementari: l'educazione scolastica (di cui parleremo nella seconda puntata, ndr) e la religione.
Agendo sulla cultura, e quindi sulla memoria del paese, e minando alla base le chiese cristiane (un contro-potere che il regime faceva bene a temere), i nazisti puntarono a creare una nuova società dove i giovani non avrebbero avuto altro dio all'infuori del Führer, e il normale anelito alla trascendenza sarebbe stato sostituito da una vaga mistione di cristianesimo e paganesimo. Il controllo delle Chiese ebbe il via con un alleanza con la Chiesa luterana per indebolire e delegittimare la Chiesa cattolica, anche se in seguito gli stessi luterani si resero conto che i nazisti puntavano al controllo assoluto del pensiero religioso. Nacque così il Movimento Cristiano tedesco, un gruppo di ispirazione nazista, che velocemente si allargò fino a inglobare qualsiasi associazione di attivismo religioso. Una sorta di culto pagano intorno alla figura del Führer e alle ricorrenze della storia nazista venne sostituito alle tradizionali festività religiose. Il vero Natale nazista divenne quindi il 20 aprile, compleanno di Hitler, una delle festività più importanti. Il 30 gennaio, anniversario della presa del potere, era un'altra festività importante; il Primo Maggio, il 21 giugno, Solstizio d'Estate; in settembre, il raduno di Norimberga; il 9 novembre anniversario del Putsch fallito
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Invasione della Saar: comincia
la politica aggressiva di Hitler
a Monaco nel 1923; la Festa del Raccolto in ottobre; il 21 dicembre, Solstizio d'Inverno (la Julfest), si assumeva il compito di sostituire e sminuire il Natale cristiano. Il rito matrimoniale assunse modalità paganeggianti: accanto ai voti religiosi le coppie dovevano sottostare a giuramenti alla Germania e a Hitler. Le SS addirittura compivano riti nazisti per il battesimo dei propri figli e ogni altro sacramento. I nazisti dapprima sostennero quello che chiamarono "cristianesimo positivo", nel quale, ovviamente, l'opposizione all'ateismo marxista e al giudaismo erano punti fondamentali. Durante la sua scalata al potere Hitler evitò qualsiasi scontro con l'autorità religiosa (la Germania era per due terzi protestante e per un terzo cattolica, ma quest'ultima Chiesa deteneva maggiore potere organizzativo), anzi cercò di ottenerne i favori stimolando i suoi rappresentanti a partecipare agli affari di stato, e attaccando in continuazione il materialismo marxista. Hitler aveva ricevuto un'educazione cattolica, ma da sempre avversava il Vaticano, rappresentato politicamente in Germania dal Partito Cattolico del Centro. Nei luterani, la cui organizzazione era maggiormente decentralizzata e, non dimentichiamolo, priva di una netta gerarchia ecclesiastica, Hitler riconosceva un avversario molto più malleabile.
Gli stessi luterani, poi, erano di idee molto conservatrici e diffidenti verso le nuove forme democratiche della Repubblica di Weimar: questo li portò, dapprincipio, a tifare per Hitler. Il Führer sfruttò questa simpatia iniziale per aumentare la presenza nazista tra i protestanti. Nacquero così associazioni come il Movimento per la Fede dei Cristiani tedeschi che, dall'interno, avrebbero dovuto lentamente erodere e infine annientare i valori che, apparentemente, sostenevano: una sorta di quinta colonna, quindi, all'interno del mondo religioso. Il Movimento venne affidato alla guida del reverendo Joachim Hossenfelder, consigliere per le questioni religiose. Hossenfelder definì i Cristiani Tedeschi "le SA di Gesù Cristo", e questo può bastare a definire l'uomo e le sue finalità. Nelle comunità protestanti, i Cristiani tedeschi avevano il "sacro" compito di instillare nei credenti un acceso nazionalismo e un feroce antisemitismo, oltre a sentimenti fortemente anti-cattolici. Per limitare la capacità di interferenza dei cattolici Hitler chiese al vice-cancelliere Franz Von Papen (ex membro del Partito cattolico del Centro) di avvicinare il Vaticano per una sorta di "compromesso": tolleranza in cambio di desistenza dall'opposizione. L'uomo di Roma deputato a rispondere all'approccio fu il cardinale Eugenio Pacelli che di lì a poco sarebbe diventato Papa Pio XII. Il Vaticano, timoroso per possibili persecuzioni nei confronti dei cattolici e, allo stesso tempo, che il nuovo regime considerasse il protestantesimo religione di stato, non tardò ad accettare. Nelle chiese cattoliche entrarono così vessilli nazisti, nelle prediche non erano inusuali riferimenti e lodi a Hitler e venivano cantate canzoni naziste durante il rito.
Il Sindacato Cattolico e la Lega Cattolica si auto-sciolsero. Il "concordato", poi, valse la parola di Hitler, cioè nulla: nel 1934 i Giovani Hitleriani cominciarono ad assaltare le sedi delle associazioni cattoliche, le SS e la Gestapo perseguitarono le figure dell'associazionismo cattolico più rappresentative e le proprietà della Chiesa cattolica vennero in parte confiscate. La Chiesa luterana, intanto, veniva fagocitata inesorabilmente dai nazisti: la riorganizzazione in 28 chiese provinciali all'interno della cosiddetta Chiesa del Reich, sotto un unico vescovo, permetteva ai nazisti un controllo pressoché assoluto. A questa alta carica fu nominato un oscuro cappellano di nome Ludwig Müller, ovviamente filo-nazista. Müller puntò con decisione a cancellare l'autorità del Vecchio testamento ("con la sua morale ebraica della ricompensa e le sue storie di mercanti e concubine") e a "ripulire" il Nuovo testamento dall'apporto del "rabbino Paolo". Poco tempo dopo, si tennero curiose "elezioni ecclesiastiche", che diedero ai Cristiani tedeschi il potere assoluto. Il Sinodo dei pastori Cristiani Tedeschi che si tenne di lì a poco impressionò l'opinione pubblica di tutto il mondo: tutti e duecento i pastori vestivano uniforme bruna, stivali militareschi e distintivi nazisti, e nei loro sermoni non si esitava ad affermare che "Cristo è venuto a noi attraverso Adolf Hitler". Al termine del sinodo i pastori cantarono la "Canzone di Horst Wessel", inno del
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1938: l'Austria viene occupata ed inglobata
nel Terzo Reich. Hitler entra trionfalmente a Vienna
partito dedicato ad un giovane (e propagandisticamente costruito) martire della causa nazista. Una figura importante per i luterani che si erano avevano inizialmente sostenuto il regime hitleriano, ma che non volevano esserne fagocitati, fu quella di Martin Niemöller, pastore berlinese che, quando avvertì le intenzioni reali di Hitler, diede vita alla Lega di Emergenza dei Pastori. Essa nel 1934 arrivò a raccogliere 7000 sostenitori, spaventati dalle operazioni dei nazisti. La repressione attuata dalla Gestapo non tardò a farsi sentire: delazioni, intimidazioni e boicottaggi portarono allo smembramento della Lega e all'accusa di tradimento dello stato nei confronti di Niemöller. Il pastore, e tutti i suoi più stretti collaboratori, finirono in campo di concentramento: i fedeli e gli attivisti si divisero terrorizzati. L'ultimo sermone di Niemöller intimò ai tedeschi queste parole: "Non siamo più disposti a tacere per ordine di un uomo, quando è Dio che ci ordina di parlare". Una volta ottenuto il potere assoluto, Hitler non avrebbe esitato a sostenere lo "sradicamento del cristianesimo dalla Germania. Perché non si può essere tedeschi e al tempo stesso cristiani!".



permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 25/3/2008 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 marzo 2008
La Resistenza nei Lager nazisti
 

Parlare della Resistenza nei Lager non è cosa facile né semplice. Udendo la parola Resistenza il lettore è portato a immedesimarla a forme di lotta armata (che ci sono anche state nei Lager), trascurando col pensiero tutte le altre vere ed infinite forme di Resistenza che nei Lager si manifestarono e presero piede soprattutto dopo il 1938 quando nei Lager, accanto ai tedeschi vennero deportati i primi "stranieri" austriaci e cecoslovacchi, seguiti poi da polacchi, francesi, belgi, olandesi, russi, ecc..

Ad un certo momento troviamo nei Lager persone deportate che rappresentano il fior fiore della democrazia delle nazioni europee ed anche di alcune extra-europee.

Prima di proseguire nel nostro discorso sulla Resistenza nei Lager nazisti, è opportuno ricordare come per parecchi anni nel dopoguerra la qualifica di "resistente" era usata salvo rare eccezioni, per indicare il partigiano.

Quello sì che era un resistente, aveva sparato contro i nazifascisti, aveva sofferto il freddo, aveva dovuto spesso miracolosamente sfuggire ai rastrellamenti in pianura ed in montagna, aveva difeso il patrimonio industriale del paese dalla distruzione nazista ed infine era sceso dai monti e dalle colline ad occupare le città ed era a lui ed al movimento partigiano di cui faceva parte che si arresero e consegnarono le armi buona parte delle truppe tedesche e fasciste. Gli altri, i deportati, i prigionieri di guerra, i lavoratori coatti, gli ebrei, ecc., erano i "reduci". Ben visti, ben tollerati, ma "diversi". Non era concepibile, né per i partigiani, né per la stampa in genere, salvo qualche eccezione, né tantomeno per l'opinione pubblica che senza le armi fosse stato possibile opporsi al nemico nazifascista. Venne così negata o risultata sbiadita la qualifica di resistente dovuta a parere mio a pieno titolo a tutta quella parte della popolazione che contribuì a mettere noi partigiani in condizione di affrontare i nazifascisti.

Mi riferisco ai ragazzi e ragazze, spesso giovanissimi di 13-14 anni che fungevano da staffette, da portaordini, da avvisatori di possibili rastrellamenti, alle donne che scendevano dai paesini di montagna (es. dalla Carnia e dal Cadore) nella pianura per barattare quello che possedevano riempendo la gerla di generi alimentari e dopo decine di chilometri di marcia portavano a noi qualcosa da mangiare. Mi riferisco anche a quelle famiglie, a quei preti e frati che, con rischio della propria vita, ci davano rifugio e ci nascondevano; a tutti coloro i quali nelle campagne e nelle città procuravano calze, scarpe, vestiti e cibo da inviare "in montagna".

Il fatto di essere ben visti, ben tollerati, ma "diversi" rispetto alla resistenza armata, aveva creato in molti di noi deportati, nello stesso tempo, una doppia identità di partigiano e deportato con una forte insistenza sulla prima qualifica quella di partigiano, "quasi che la seconda da sola sembrasse monca o troppo debole in confronto della prima" come molto bene viene messo in rilievo dalla Bravo e dallo Jalla.

Sempre da loro due vengono ricordati gli atteggiamenti che Lidia Beccaria Rolfi, partigiana, deportata a Ravensbruech, racconta: "quando tu tentavi di raccontare la tua avventura, tiravano fuori l'atto eroico: .... però noi .... I tedeschi li avevano ammazzati loro, i fascisti li avevano fatti fuori loro .... noi eravamo solo dei prigionieri ... ". Col passare degli anni, come dovetti accorgermi, la considerazione verso i deportati cambiò; però la parola "resistente" per noi non veniva mai pronunciata.

Anche noi deportati che operammo una scelta fummo in ciò condizionati da fatti diversi: ci fu chi preferì arroccarsi nella qualifica di partigiano; io, invece, diedi sempre preminenza alla mia identità di deportato. Mi manteneva più vicino al ricordo dei compagni lasciati nelle fosse comuni e nei forni crematori.

Eppoi la deportazione é un trauma che uno si porta dietro per tutta la vita. Qualunque cosa faccia, qualunque pensiero attraversi il suo cervello, qualunque paragone gli passi per la mente, il deportato ritorna col pensiero sempre allo stesso posto: al suo lavoro nel Lager, ai suoi compagni morti, agli odori del Lager (quando mai riuscirò a liberarmi dall'odore di carne bruciata che emanava dal camino del crematorio di Buchenwald?).

Sarà per questo, per la preferenza che ho dato alla mia identità di deportato, che trovo più facile e nello stesso tempo più importante scrivere sulla deportazione piuttosto che sulla Resistenza.

Un'altra cosa che mi preme mettere in chiaro, prima di passare a trattare della Resistenza nei Lager è la mia netta avversione a quella che noi deportati chiamiamo il Koschinskismo, cioè il sillogismo formulato da un nostro compagno ebreo tedesco per cui tutti coloro che sono stati deportati nei Lager sono e devono essere riconosciuti resistenti in quanto sono vittime della ferocia nazista.

Questo assioma deportato=resistente, a mio modo di vedere, non ha nessun fondamento. Sono troppe le categorie in cui i deportati anche politici dovrebbero essere inquadrati. Ad esempio: possiamo considerare resistenti coloro che nel Lager si sono preoccupati solo del proprio "particulare", un lavoro al riparo dalle intemperie, la caccia sfrenata ad un pezzo di pane con tutti i mezzi possibili, il disinteresse nei confronti dei compagni, la perdita della propria dignità? oppure coloro che hanno assunto la veste di provocatori, di spioni (e Dio solo sa quanti ve n'erano nei Lager e quante sono state le loro vittime), coloro che si sono macchiati di crimini comuni, coloro che bastonavano e assassinavano i compagni, ecc.? Costoro io non posso e non potrò mai accettarli con buona pace di Koscinski nel ruolo di resistenti anche se sono stati dei deportati.

Dopo queste considerazioni possiamo riprendere il discorso.

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I gerarchi nazisti avevano una particolare considerazione per i Lager; essi costituivano, con le loro centinaia di migliaia di deportati, un immenso serbatoio di forza-lavoro per l'industria tedesca in genere e per quella degli armamenti in particolare.

Dopo la sconfitta di Stalingrado, fra i più avveduti gerarchi, quelli che compresero che ormai la sconfitta della Germania era inevitabile, fece capolino una preoccupazione che andò man mano aumentando ed i Lager entrarono così nei loro pensieri con una parola, come dice Speer "Gefachrlichkeit" (pericolosità). Per costoro i Lager costituivano una polveriera pronta ad esplodere con la resa della Germania ed i deportati, secondo loro, una volta liberi difficilmente si sarebbero trattenuti dal compiere una carneficina sulla "inerme ed incolpevole popolazione tedesca".

Per altri, come Himmler, la preoccupazione era di un ordine diverso: i deportati sono testimoni della ferocia e della crudeltà nazista. In altre parole, sono custodi dei segreti dei crimini del nazismo. Perciò vanno eliminati.

Almeno sino alla fine del 1944 nessuno dei gerarchi nazisti, da quello che mi risulta, pensò o sospettò che si formassero nei Lager tra i deportati delle organizzazioni resistenzialiaventi scopi ben definiti. Ritenevano che le differenze linguistiche, gli odi nazionali ed anche razziali, l'altissimo tasso di mortalità che portava a continui ricambi di persone nei vari Lager, la polverizzazione della massa dei deportati distribuiti attraverso i trasporti senza alcun preavviso nelle centinaia e centinaia di Lager, la ferocia delle SS e l'acquisizione da parte delle stesse di spioni e provocatori tra i deportati stessi, rendessero impossibile la creazione di organizzazioni clandestine di resistenza all'interno dei Lager.

Temevano tutt'al più le fughe per le notizie che gli evasi avrebbero potuto far arrivare agli Alleati.

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La Resistenza nei Lager assume in genere aspetti, forme e dimensioni diverse da quelle che noi intendiamo solitamente; talvolta è il singolo che si oppone al terrore nazista (ricordo il caso di un ebreo ormai ridotto agli estremi che con le ultime forze e che gli erano rimaste si avventò contro un SS che passeggiava nei pressi e lo strangolò nonostante l'intervento dei lavoratori civil


i accorsi in aiuto della SS); altre volte sono piccoli gruppi che si uniscono tra loro e che hanno un denominatore comune, il partito, la nazionalità, la regione. Secondo un polacco, lo Czarnewski, a Buchenwald si erano costituiti addirittura 19 gruppi, associazioni regionali, tra i deportati politici tedeschi che durarono fino alla fine del Lager.

Anche a Dachau e Sachsenhausen si costituirono pure organizzazioni segrete su base regionale. Su questo tipo di organizzazione abbiamo molte testimonianze. Otto Horn, austriaco, deportato anche lui a Buchenwald, racconta che almeno sino a metà del 1944 i comunisti tedeschi dell'organizzazione internazionale del Lager erano raggruppati per regioni; Karl Wagner arrivato da Dachau riferisce che al suo arrivo viene incorporato nel gruppo Wirtenberghese. In altri Lager si formarono con denominazioni varie i comitati di lotta antifascista che raccolsero resistenti e partigiani selezionati (la paura degli spioni e dei provocatori è una costante nella vita del Lager). Oltre alla varietà delle denominazioni, questi comitati, queste organizzazioni resistenziali assunsero anche scopi che, pur essendo sempre di resistenza e di lotta al nazismo, vennero differenziati da Lager a Lager anteponendo, a seconda delle situazioni, le particolarità proprie di quel Lager oltre a quelle comuni della lotta antinazista. Ad esempio:

- tra le donne rinchiuse a Ravensbrueck compito fondamentale deciso dall'organizzazione, accanto al sabotaggio ed all'aiuto da prestare a chi vuol evadere, è quello della salvaguardia della dignità umana[0];

- ad Auschwitz, secondo Pilecki, si passa da un primo periodo in cui l'organizzazione si prefigge come scopi quello di rianimare il morale dei deportati, di aiutarli procurando cibo e vestiario, a cercare di far sapere all'esterno cosa succede nel Lager in modo che si creino delle bande armate pronte a combattere, ad un secondo periodo, quello che coincide con l'inizio dello sterminio della popolazione ebraica, dove l'impegno profuso da tutta questa organizzazione (formata in gran parte da ufficiali polacchi deportati) deve essere quello di far conoscere al mondo intero la nefandezza dei crimini nazisti e ciò deve essere fatto favorendo, a qualsiasi costo, le fughe di deportati debitamente istruiti che ad Auschwitz raggiunsero un livello superiore a quello degli altri Lager, tanto che Himmler intervenne con una sua circolare minacciosamente.

A questo proposito occorre dire che quando questi evasi, portatori di segreti e notizie raccapriccianti (lo sterminio degli ebrei) e aiutati dalla resistenza polacca, raggiungono Stoccolma e Londra raccontano cosa stava succedendo ad Auschwitz non vengono creduti.

Si pensi che nel febbraio 1942, quando lo sterminio ebraico era già in atto (nel Lager di Chelmo funzionava già da due mesi la gasazione), un giornale ebraico, lo "Hatzofe", raccomandò ai suoi corrispondenti "maggiore responsabilità e a non gonfiare a dismisura ogni voce allarmante"; persino il Massacro di Babi-Yar venne tralasciato dicendo che "il giornale russo che ne aveva pubblicato la notizia aveva scritto che la maggior parte delle vittime non era ebrea"!

Le organizzazioni della Resistenza nei Lager, a partire dal 1942, si trovarono di fronte un altro problema piuttosto complesso da dover risolvere, cioè di come comportarsi rispetto alla continua creazione da parte delle SS dei cosiddetti Aussenkommandos (Lager dipendenti dai campi principali) per sopperire alla necessità di manodopera per l'industria bellica. Mantenere intatta l'organizzazione del Lager principale? o inviare elementi fidati e politicizzati in questi Lager di nuova formazione affinché creino anche lì delle organizzazioni e dei comitati antifascisti? Quasi dappertutto si optò per la seconda soluzione.

Io stesso ho fatto parte nel Lager di Langenstein-Zwieberge del Comitato antifascista, l'organizzazione resistenziale del Lager che cercò in tutti i modi di aiutare i compagni deportati, tra difficoltà di ogni genere dovute principalmente all'assoluta scarsità di mezzi.

Il lavoro del Comitato consistette per lo più nel tener alto il morale dei deportati consolando gli ammalati, rincuorando gli avviliti, dando notizie sull'andamento della guerra ed incitando tutti a tener duro perché il giorno della liberazione si avvicinava.

Per una eventuale ed impossibile rivolta, vista anche la topografia della zona, avevamo a disposizione tre candelotti di dinamite, i coltelli da cucina ed i manici delle pale!

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Dopo queste parentesi possiamo dire che nei Lager troviamo comitati che si preparano per la Resistenza armata (Auschwitz, Buchenwald, Sobibor, Treblinka, tutti Lager che insorgeranno); altri che svolgono un'attività che potremmo chiamare di resistenza a carattere assistenziale (formati da gruppi nazionali, da membri di un partito, da elementi che sentono profondamente la solidarietà e la fratellanza dell'antifascismo); altri che svolgono un'azione di difesa (contro i soprusi di altri deportati, es. Kapos e Vorarbeiters, contro i delatori ed in genere contro le infamie commesse da altri deportati); altri ancora si preoccupano del sostegno morale e religioso dei loro compagni che va dalla raccolta e diffusione delle notizie (per lo più sulle operazioni belliche) sino all'aiuto di chi prepara in gran segreto un'evasione; altri comitati, organizzazioni che potremmo definire di Resistenza passiva, obbligano i loro membri alla rinunzia di eventuali incarichi nel Lager (Kapò, Vorarbeiters, Capoblocco, ecc..) per non essere costretti ad infierire sui compagni, per non dover fare la spia, ecc.. ed addirittura a suicidarsi per il timore di non resistere alle torture degli interrogatori delle SS e quindi tradire i propri compagni (qui occorre dire che l'ufficio politico della SS di ogni Lager aveva al suo servizio un gran numero di spie e di provocatori assoldati per lo più con un pezzo di pane e una razione di brodaglia).

Un altro compito che si prefissero i comitati clandestini nei Lager fu quello di ricercare tra gli aguzzini dei punti deboli quali bramosia di denaro e di oggetti preziosi (questo nei grandi Lager dove venivano ammassati e selezionati i beni degli ebrei), sfiducia nell'esito della guerra, un sottofondo tiepido verso il nazismo ed una volta individuati gli elementi su quali operare, la Resistenza si avvalse dei beni accantonati nel Lager nelle Effektenkammer o del coraggio e dell'intelligenza di alcuni suoi membri politicamente preparati che convinsero elementi delle SS a collaborare ed aiutare i deportati.

Assumono un particolare rilievo per il rischio, l'impegno ed il particolare coraggio con cui svolsero le loro attività nei campi di Auschwitz e Buchenwald due intellettuali e futuri storici della deportazione, Hermann Langbein ed Eugene Kogon che, grazie alla loro preparazione politica ed alle loro mansioni, furono in grado di accattivarsi la benevolenza dei loro superiori SS ed indirizzarli a svolgere spesso un'azione concreta a sostegno ed in difesa dei deportati in quei due Lager.

Ovviamente, man mano che gli eserciti nazisti collezionavano sconfitte, aumentava il numero degli aguzzini che avevano interesse di accumulare oro o di apparire migliori, intervenendo anche con rischi personali in favore dei deportati.

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Non penso di aver esaurito così diciamo "le categorie" nelle quali si manifestò la Resistenza nei Lager nazisti; ho voluto di proposito enunciare solo le più importanti.

Purtroppo a mezzo secolo di distanza non è facile ricostruire tutte le forme, tutte le azioni e gli episodi di Resistenza nei Lager nazisti in quanto la stragrande maggioranza dei testimoni sopravvissuti ai Lager è scomparsa, cercheremo tuttavia attraverso testimonianze e ricordi di dare un'idea di ciò che essa fu nei Lager.

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Sembrerà strano, a chi non ha vissuto la tragedia dei Lager, la raccomandazione che mi fece il Capoblocco del 43 a Buchenwald, nel consegnarmi il biglietto con cui venivo trasferito al blocco 45, di tenermi pulito sia negli abiti che nella persona. "Il mantenersi puliti ed ordinati fa parte della nostra lotta ai nazisti: loro godono quando ci vedono sporchi


e trascurati ed hanno la possibilità di paragonarci agli animali". Al momento non diedi molta importanza a tale raccomandazione. Comprenderò in pieno il senso di quel discorso sei mesi dopo nel Lager di Langenstein dove eravamo ridotti a larve umane, laceri, sporchi, pieni di pidocchi, senza un pezzo di sapone, senza un bagno (6000 deportati). Eravamo arrivati ad essere quello che lo stato nazista voleva: degli Untermenschen, dei sottouomini, una via di mezzo tra i porci e gli uomini la cui vita non aveva per i nazisti alcuna importanza.

Infatti nemmeno quando il bisogno di manodopera per le industrie belliche si fece assillante la nostra vita di deportati contava qualcosa.

Il furto di un arnese, un lavoro eseguito male, il rifiuto di lavorare se non veniva aumentata la razione di cibo, ad esempio, venivano considerate azioni di sabotaggio ed erano punite con la fucilazione e l'impiccagione. Ricordo a proposito di quest'ultimo rifiuto la fucilazione dei 7 alpini italiani deportati a Dora, Lager per politici, avvenuta il 15 dicembre 1943.

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Come ho accennato sopra, in tutti i Lager di una certa importanza sorsero quei comitati o quelle organizzazioni di lotta antinazista (che non so perché si chiamarono sempre "di lotta antifascista") che nella clandestinità assoluta gestivano il Lager operando al suo interno.

La massa dei deportati non solo non avvertì l'esistenza di simili comitati, ma nemmeno sospettò che esistessero.

Il segreto che li circondava era protetto dalle regole della clandestinità. Nessuno dei deportati sapeva più delle poche cose che era indispensabile conoscesse per poter svolgere la sua attività in modo che se anche fosse stato scoperto e sottoposto a tortura, potesse fare il minor danno possibile all'organizzazione.

(Un discorso a parte andrebbe fatto a questo punto sugli italiani a Buchenwald: inguaribili chiacchieroni, che D. Ciufoli[0] fosse il rappresentante italiano nell'organizzazione internazionale era il segreto di Pulcinella).

Se non erro, la prima importante uscita allo scoperto di una tale organizzazione avvenne a Buchenwald nella primavera-estate del 1938.

Nei Lager la distinzione dei deportati nelle varie "categorie" era contraddistinta da un triangolo che ognuno portava cucito all'altezza del cuore. I triangoli vennero introdotti nei Lager nel 1937quando accanto ai politici (triangolo rosso) vennero portati i testimoni di Geova (triangolo violetto) ed i criminali (triangolo verde) che presero così nel gergo del campo il nome di "verdi". Più tardi avremo anche triangoli di altro colore e la stella gialla per gli ebrei.

Con il trasferimento dalle carceri ai Lager di oltre 2000 criminali tedeschi avvenuto nel marzo 1937, le SS dei vari Lager affidarono a costoro gli incarichi più importanti nella gestione interna del Lager (Capiblocco, Capisquadra, Kapos, ecc.). Furono giorni durissimi per i politici e per gli ebrei tedeschi deportati successivamente. I verdi giravano per il Lager con al braccio la fascia che indicava le loro funzioni e con un bastone in mano per mettere in evidenza la loro autorità. A Buchenwald arrivarono parte di questi 2000 verdi sin dall'apertura del Lager (luglio 1937). Il loro passatempo era di angariare politici ed ebrei, bastonarli, far loro la spia alle SS e arrivare anche ad ucciderli.

Per le SS ciò non aveva e non avrà neanche successivamente alcuna importanza. Importante, e questo lo è sempre stato nei Lager, era che il numero dei deportati, morti più vivi, quadrasse, cioè che non vi fossero delle fughe.

Dentro ai Lager avvennero risse furibonde tra "verdi" e separatamente politici ed ebrei. Sinché nel 1938 a Buchenwald, sotto la guida di Karl Barthel, che era stato il più giovane deputato della repubblica di Weimar, i politici ed i giovani ebrei si unirono e si ebbero scontri con morti e feriti da entrambi le parti. I "Verdi" comprendendo di essere braccati ed in netta minoranza si asserragliarono nelle loro baracche da dove uscivano solo in folti gruppi. Anche in quella occasione le SS non mancarono di andare in loro aiuto; li fecero trasferire tempestivamente nel Lager di Mauthausen che allora, settembre 1938, era stato aperto da poche settimane.

Secondo Eugene Kogon, che quei giorni li visse nel Lager, uno dei motivi che determinarono il trasferimento dei "verdi" deve ricercarsi anche nella concorrenza che gli stessi facevano alla SS nello spogliare gli ebrei arrivati nel Lager con i loro averi (oro, gioielli e denaro).

Da molti viene considerata questa azione come la prima effettuata da una organizzazione antifascista nei Lager.

Nel Lager, spariti i randellatori e gli spioni, tornò, se si può usare un eufemismo, la quiete. Le SS, gli assassiniì dovettero da quel tempo in avanti compierli in proprio.

Negli altri campi ed in tempi diversi la lotta proseguì senza soste: a Mauthausen, a Gusen, a Majdanek e a Gross Rosen dove i criminali avevano maltrattato ed assassinato parecchi politici tedeschi. Testimonia M. Moldawa su Gross Rosen: "là dove i "verdi" sono investiti delle funzioni non vi era altro che una fine rapida per i politici, liquidati da essi (i verdi) con l'accordo della gente di Hitler" cioè delle SS.

Un'attenzione particolare, a questo punto, è necessario concentrarla sul comportamento dei deportati polacchi.

Occorre ricordare che mentre i deportati tedeschi si fregiavano dei triangoli di vario colore a seconda della loro "categoria" di deportazione, tutti i deportati stranieri che io ho incontrato avevano il triangolo rosso da politici. Così i membri della malavita corsa tradotti dalle carceri francesi, così gli ergastolani italiani tradotti dalle carceri di Sulmona, così gli altri italiani tradotti dal carcere militare di Peschiera[0], ecc.. Questa inflazione di triangoli rossi generò nei Lager una confusione enorme: si tentava di scoprire il vero politico dal numero di matricola basso per potersi fidare. Ma anche questo modo di individuare il politico era sbagliato. I resistenti italiani, francesi belgi, olandesi, ecc. che arrivarono nei Lager negli ultimi anni di guerra erano politici ai quali venne dato il numero di matricola progressivo sempre più alto. E' illusorio quindi, come dice anche il Collotti, "pensare che il Lager fosse solo scuola di fraternità e di affratellamento. La tragedia del Lager fu quella di far correre ad ogni istante il rischio che la condizione umana si lasciasse degradare al rango di bestialità cui i nazisti volevano condannare i loro prigionieri. Il Lager esaltò le qualità umane al livello più elevato ed esasperò al livello più basso gli istinti meno nobili. Dove la solidarietà, il dovere della solidarietà, non era mediato dalla consapevolezza politica, la brutale legge della sopravvivenza imponeva l'obbligo di badare a se stessi, di rinchiudersi nella difesa non del proprio privilegio (questo sarà semmai il caso dei Prominenten) ma semplicemente del proprio particulare, nell'esasperazione del proprio egoismo, nella speranza di salvarsi isolandosi dagli altri e spesso, se necessario, a spese degli altri. La tentazione di considerare importante unicamente la propria sorte faceva parte della natura umana sottoposta alla prova così dura nell'anticamera della distruzione".

Parlare dei deportati polacchi nei Lager e del loro comportamento sarebbe una cosa lunghissima e si rasenterebbe la generalizzazione. Io stesso tra i polacchi provenienti dalla Resistenza attiva ebbi compagni amabilissimi, così come erano dei bravissimi compagni i superstiti di quei gruppi di polacchi deportati nei primi anni di guerra. Il 16 novembre 1939, arrivarono a Buchenwald, i primi polacchi, 2860 tra cui parecchi ebrei, 104 partigiani polacchi facenti parte di questo gruppo vennero rinchiusi in una speciale gabbia di 30 metri per due. Nel Lager era risaputo che dovevano essere liquidati. Con 150 grammi di pane e mezzo litro di brodaglia al giorno morirono ad uno ad uno nello spazio di un mese. Di un trasporto di 1100 resistenti polacchi arrivati nell'agosto 1940, il primo giorno di lavoro nella cava di pietre ne furono fucilati undici e dopo quattro mesi i superstiti di quel trasporto erano ridotti a meno di trecento.

Tuttavia, ac


canto a persone deportate in quanto partigiani, esponenti politici e resistenti, arrivarono in rapida successione nel Lager migliaia e migliaia di polacchi razziati nei villaggi, nei paesi, nelle città e nelle carceri dall'esercito tedesco e dalle SS, i quali di politico non avevano niente. Anche a loro venne attribuito il triangolo rosso. Erano costoro nella stragrande maggioranza dei poveri diavoli che si trovarono così al centro di una tragedia più grande di ogni loro immaginazione. Senza cultura, senza formazione politica, non sentivano alcun sentimento di fratellanza e di solidarietà con i loro compagni di deportazione. Erano ferocemente antisemiti ed anticomunisti. Fu facile per loro, grazie al desiderio unico di sopravvivenza a qualunque costo, di entrare nel giro delle SS dalle quali vennero usati ben presto come spioni, come provocatori e divennero insieme ai "verdi" i peggiori nemici dei politici delle varie nazionalità.

Sull'antisemitismo, sull'anticomunismo e sul servilismo dei polacchi nei Lager si è scritto a sufficienza, ma a parer mio non ancora abbastanza. Sull'odio che gli stessi portavano verso i partigiani e verso i combattenti della repubblica spagnola non si è ancora parlato. Solo Razola e Costante, entrambi spagnoli, parlano dei polacchi di Mauthausen e Gusen dicendo: "erano i nemici più feroci di chi aveva combattuto per la repubblica spagnola". I polacchi "erano dei ricchi che trovavano naturale bastonare ed uccidere i poveri".

Un francese Louis Deblè racconta: "erano cattivi, grandi ammiratori di Salazar e di Franco". In un altro Lager, Sachenhausen, Poitner racconta che "i polacchi forniscono (alle SS) la più grande massa di spioni". Più avanti scrive: "erano tutti nazionalisti, sopratutto sciovinisti, fascisti, antitedeschi (cioè contro i deportati politici tedeschi). I loro principali nemici non erano né le SS, né Hitler".

Accanto alla massa di costoro che crearono grossi problemi alle organizzazioni resistenziali dei vari Lager, troviamo tra i polacchi anche delle figure luminose da Massimiliano Kolbe a Marin Barko che presero volontariamente il posto di un polacco condannato a morte per rappresaglia in seguito ad una fuga, al Kapo Krassowskiche salva un compagno sostituendo il suo numero con quello di un morto, all'ing. Damazyn che a Buchenwald partecipò alla Resistenza e costruì segretamente, rischiando la vita, una radio non solo ricevente, ma anche trasmittente ad onde corte con la quale venne chiesto tre giorni prima della liberazione l'aiuto delle truppe americane.

A Mauthausen sarà Joséf Cyrankiewicz, arrivato da Auschwitz, che imprimerà una svolta e riuscirà a smantellare, così come aveva fatto ad Auschwitz, le idee della sinistra polacca antiunitaria e riuscirà a farla aderire negli ultimi mesi di guerra al Comitato antifascista internazionale.

A Langenstein invece fummo costretti, per difenderci dalla loro prepotenza e ferocia, ad eliminare 7 Vorarbeiters polacchi. Il racconto di questo triste fatto si trova depositato da anni nell'archivio dell'Istituto storico del Movimento di liberazione di Trieste.

Termino questa digressione sui polacchi ricordando anche che il maggior numero dei fucilati davanti al muro nero di Auschwitz era polacco, così come lo era una parte considerevole dei fucilati ed impiccati nel Lager di Dora.

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Riprendiamo ora il discorso sui sabotaggi. A mio modo di vedere è su questo terreno, quello del sabotaggio, che si manifesta tutta l'importanza in modo concreto, continuo e fermo delle organizzazioni resistenziali dei Lager anche se in infiniti casi il sabotaggio èopera personale di singoli deportati che non hanno alcun legame con l'organizzazione antifascista del Lager. Anzi, talvolta il sabotaggio avveniva senza che il sabotatore avesse l'intenzione di sabotare. Nel mio libro racconto l'episodio, che confidatomi da un compagno triestino a Langenstein, il quale mentre cercava solo di guadagnare alcuni minuti in più di riposo, si risolse invece in un autentico grosso sabotaggio: l'eliminazione di un impianto che trasportava il cemento per intonacare le volte del tunnel. Sempre di Langenstein e delle gallerie racconto la storia delle punte del perforatore fatte sparire nei vagoni dei detriti su mia proposta. Una storia che rischiò di finire male. Debbo confessare che in quel momento l'idea del sabotaggio non attraversò la mia mente.

Parlando dei sabotaggi bisogna andare col pensiero a quella che era la condizione di vita del deportato. Sinché egli lavorava dentro al Lager, costruiva baracche, porte, finestre, rampe di scale, bagni, gabinetti, ecc., oppure era addetto alle pulizie, era occupato come medico, e così via, non si sognava di operare sabotaggi. Sapeva che il suo lavoro sarebbe servito per migliorare le condizioni di vita dei suoi compagni e quindi era stimolato ad operare con professionalità.

Quando invece il deportato viene inviato a lavorare nelle fabbriche, e notate bene che sono tutte legate direttamente e indirettamente alla produzione di materiale bellico, comprende benissimo che lavora a sostegno della guerra nazista, in sostanza lavora contro sé stesso e lavora per prolungare la guerra ed a ritardare la sua sospirata liberazione.

Scatta così la molla del sabotaggio.

Alcuni fanno risalire l'inizio dei sabotaggi al gennaio 1942, però i miei compagni tedeschi mi raccontarono che già nel 1940 iniziarono i sabotaggi, anche se in forme poco appariscenti ma decise. Ad esempio: un'industria richiedeva al Comando del Lager l'invio di meccanici, tornitori, disegnatori, ecc.. L'ufficio statistico dei deportati, allertato dalla organizzazione, si guardava bene dall'inviare i deportati specializzati richiesti. Inviava a quell'industria il numero dei deportati richiesti, ma con professioni diverse se non addirittura contadini.

Nel 1942 incomincia la necessità di reclutare mano d'opera per le industrie tedesche. Gran parte dei lavoratori tedeschi sono mobilitati e le industrie sono costrette, per coprire i vuoti che si aprono nei loro stabilimenti a ricorrere sempre di più ai Comandi dei Lager per avere la forza lavoro necessaria.

Non si chiede più operai specializzati, si chiede genericamente un numero di deportati. Penserà poi l'industria, o meglio i suoi capi-reparto, a specializzarli usando il bastone.

Vicino a Mauthausen, la Messerschmitt apre una fabbrica per produrre dei particolari per i suoi aerei. Questi pezzi escono, ma sono fuori misura, non perfetti. Allora necessita che i tecnici della impresa perdano il loro tempo per istituire i deportati sul corretto uso delle macchine, sull'uso degli strumenti di controllo, ecc.. Dopo qualche settimana spesa inutilmente, rimandano nel Lager quei deportati finti zucconi e se ne fanno inviare degli altri. Il training procede lentamente facendo infuriare le SS che intervengono facendo lavorare il bastone. Sempre in quell'industria, racconta un russo, per evitare perdite di tempo vennero edificate le latrine vicino ai capannoni. Il risultato fu che i deportati gettavano nelle latrine un'infinità di rivetti ben riusciti.

Mi raccontava un compagno che una direttiva del comitato antifascista di Sachsenhausen apparsa addirittura scritta su alcune porte all'interno dei blocchi diceva: "Sabotare le macchine utensili, lavorare il più lentamente possibile, moltiplicare gli scarti". Nella primavera del'44 le SS scoprirono in una fabbrica dei volantini che invitavano i lavoratori civili tedeschi a forme di resistenza passive ed a operare sabotaggi.

Nelle fabbriche d'armi si sabotava regolando male certi meccanismi o tarando male gli strumenti di misura.

A Dora, dove si producevano le V-1 e V-2, il boemo Cespiva sistema in luoghi adatti degli specialisti con l'incarico di rallentare la produzione; altri hanno l'incarico di modificare la tensione di alcuni relais dopo che erano stati controllati, altri ancora di neutralizzare, quando era possibile, i sistemi elettrici di pilotaggio.

Ad Arolsen, dove esisteva una scuola guida delle SS, un lussemburghese, meccanico nell'officina manutenzione automezzi e che sarà protagonista di una storica fuga, vuotava ogni giorno una tasca di sabbia nei serbatoi delle autovet


ture in riparazione.

Nei Lager di Buchenwald ed in quello di Dora il sabotaggio raggiunge forme massicce: a Buchenwald perché esso viene organizzato dal Comitato antifascista, a Dora anche perché la costruzione delle V-1 e V-2, le armi della vendetta, costringeva ogni deportato a riflettere che il successo di quelle produzioni allontanava la fine della guerra e per lui la libertà o addirittura la sopravvivenza.

A Buchenwald, in prossimità del campo, vennero costruiti dodici grandi capannoni della fabbrica d'armi Gustloff.

Era diventata una norma sotto il nazismo costruire fabbriche vicino ai Lager o aprire un Lager nelle vicinanze di una fabbrica. Lo scopo era sempre quello: sfruttare la forza-lavoro dei deportati. Le officine Gustloff occuparono, sino al bombardamento alleato che il 24 agosto 1944 le distrusse, parecchie migliaia di deportati e producevano diversi tipi di armi: cannoni da 88 mm, cannoni antiaerei da 37 mm, quelli anticarro da 75 mm ed altre armi.

I deportati colà inviati e ritenuti dal Comitato politicamente poco affidabili venivano richiamati nel Lager e destinati ad altri lavori. Venivano sostituiti da antifascisti delle varie nazionalità di sicuro affidamento e pronti ad assumersi pienamente la responsabilità e i rischi personali.

Come raccontano Mader e Leibbrand: "la pianificazione del lavoro nella fabbrica mette in evidenza la necessità di un certo numero di macchine utensili e di materiali. Per "disattenzione" dei deportati che lavorano negli uffici, gli ordini vengono ripetuti per mesi facendo perdere tempo (migliaia di ore di lavoro) a chi produceva i macchinari, a chi li imballava e a chi li trasportava". I conflitti di competenza, creati o suggeriti dai deportati, provocarono ulteriori ritardi. Inoltre la Wehrmacht, mentre esagerava i controlli, alle minime imperfezioni pretendeva modifiche facendo rallentare ulteriormente la produzione. Soltanto tardivamente la Wehrmacht si accorse dei difetti gravi ed occulti insiti nelle armi che avevano già superato il controllo ed erano già state destinate ai reparti. Dovette rinviare alla Gustoff tutta la produzione di canne per l'artiglieria fornita durante nove mesi senza che la sua Commissione di controllo avesse in partenza potuto scoprirne i difetti.

Chi diresse questa azione di sabotaggio tra i deportati fu un russo Skobtov.

Nel 1944 all'arrivo di un ordine urgente, il Comitato fece intervenire i medici deportati che segnalarono al Comandante del Lager d'aver diagnosticato dei casi di tifo in alcuni deportati che lavoravano alla Gustloff. Costui temendo un'epidemia, che avrebbe coinvolto anche i civili che vi erano occupati, ordinò due settimane di quarantena per i deportati che lavoravano in quella fabbrica. Così anche questa fornitura venne ritardata.

Uno dei piani di produzione prevedeva la costruzione di 10.000 canne di cannone da 88 mm al mese. Vennero ordinate macchine utensili per produrne oltre 16.000 al mese e dopo 18 mesi la produzione raggiunse a mala pena le 8.000 unità. La Wehrmacht insospettita nominò una Commissione d'inchiesta che iniziò i suoi lavori poco prima del grande bombardamento alleato del 24 agosto 1944 che distrusse le officine Gustloff. Ovviamente l'inchiesta venne sospesa.

Un altro piano produttivo prevedeva la consegna mensile di 55.000 pezzi delle carabine automatiche G43.

Nel marzo 1944 furono consegnati 3.000 pezzi, in aprile 6.000 e in maggio si arrivò a consegnarne 9.000. Ad agosto ci fu il bombardamento e la produzione cessò.

Scrisse il Capo tedesco delle officine Gustloff: "gli stabilimenti erano praticamente distrutti, ma un notevole numero di macchine utensili di grande valore e precisione rimasero intatte. I deportati che aiutarono nei lavori di sgombero delle materie si sono adoperati per rendere la gran parte di esse inutilizzabili". A Dora, nonostante il terrore instaurato dal generale delle SS Dornberger incaricato di sovraintendere la produzione delle V-1 e V-2, i sabotaggi continuarono fino alla fine della guerra. In quel Lager non si andava per il sottile, il Comando SS nel dubbio fucilava ed impiccava senza pietà.

Il Tagebuch, il diario delle morti dei deportati a Dora, èterrificante, ciononostante i sabotaggi erano una cosa sentita: dallo urinare nell'olio dei trasformatori, ad allentare una vite invece di stringerla, a recidere un cavetto delle V-1 o V-2 in fase terminale, ecc.. Il sabotaggio organizzato agiva parallelamente a quello individuale e pur trascurando le cifre che ci dicono che un quinto delle 11.300 V-1 non sono riuscite a partire e che quasi la metà delle V-2 esplosero subito dopo la partenza, citiamo un documento della direzione della produzione, una direttiva speciale dell'8 gennaio 1944 che dice: "Abbiamo l'obbligo di segnalarvi che, in diverse riprese per perturbazioni, distruzioni e furti, dei danneggiamenti sono stati scientemente e volontariamente causati alle nostre installazioni".

il tributo pagato dalla Resistenza in questo Lager è stato pesante: per azioni di sabotaggio solo in pochi giorni del marzo 1945 vennero impiccati 118 deportati.

Rinunciamo a parlare di altri sabotaggi, a Steyr, ad Auschwitz, a Ohrdruf, ecc. e passiamo a parlare della Resistenza armata.

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Parlare delle ribellioni e delle rivolte a mano armata avvenute nei Lager è sempre molto difficile per due motivi principali:

I) le rivolte e le ribellioni furono quasi sempre domate ferocemente dai nazisti con l'uccisione sino all'ultimo uomo;

II) nella maggior parte dei casi, se non in tutti questi tentativi di ribellione, furono protagonisti soldati ed ufficiali dell'armata rossa ex prigionieri di guerra.

Com'è risaputo, al loro ritorno in patria, una gran parte di costoro venne eliminata (arrestati, deportati, fucilati) per ordine di Stalin in quanto considerati trasgressori della disposizione da lui emanata che imponeva al soldato russo di morire, ma di non cedere un centimetro di terra all'invasore tedesco.

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Di quasi tutte le rivolte si parla grazie alla testimonianza di qualche deportato sopravvissuto di quel Lager, che certamente non era al corrente dell'organizzazione della rivolta data l'assoluta segretezza che circondava l'azione, ma che ha vissuto lo stesso l'angoscia dello sterminio dei suoi compagni attraverso il rumore degli spari delle mitragliatrici delle torrette di guardia ed èriuscito a fuggire per il varco aperto dai rivoltosi.

Oggi per raccontare questi eroismi solitari e non, siamo costretti quasi sempre a consultare la documentazione esistente presso i tribunali tedeschi o quelli dei paesi invasi, che riguarda i processi contro esponenti della SS e della GESTAPO. Fra interrogatori e contro-interrogatori di testimoni ed imputati è stato possibile in alcuni casi di rifare la storia di azioni collettive anche con la testimonianza diretta dei carnefici. Abbiamo avuto la ventura, grazie a questi processi, di conoscere lo svolgimento dell'episodio, il bagno di sangue che ne è seguito all'interno del Lager, mancandoci però la parte più importante cioè la preparazione della rivolta.

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Dalla deposizione di Rudolf Hoess, ex comandante del Lager di Auschwitz, al tribunale di Cracovia in data 14 marzo 1946 veniamo a conoscenza di un episodio che riguarda 1.700 ebrei polacchi arrivati ad Auschwitz da Bergen-Belsen (dove era stata loro fatta balenare la speranza di un espatrio in Svizzera) per essere sterminati nelle camere a gas. Quando oltre un migliaio era già nella camera a gas, scoppiò, tra quelli che dovevano ancora entrare, quello che Hoess definisce un "ammutinamento". Hoess prosegue raccontando che alcuni sottufficiali della SS entrano con le pistole in pugno nel camerone degli "ammutinati". In quel momento vengono tagliati i fili elettrici, le SS attaccate, disarmate ed uno di loro pugnalato. "In quello stanzone il buio era totale al mio arrivo ho fatto chiudere le porte ed ho dato l'ordine di asfissiare quelli che erano già nelle camere a gas. Poi, assieme alle SS sono entrato nel camerone con delle lampade portatili costringendo i deportati a rifugiarsi in un condotto a gomito da dove furono tirati fuori, ad uno ad uno, per essere uccisi su mio o


rdine con armi di piccolo calibro in una sala vicino al crematorio". Un SS morì ed uno fu gravemente ferito in questa azione.

Lo stesso giorno udendo gli spari, i deportati che lavoravano al crematorio IV si ribellarono, comprendendo ciò che stava succedendo, ma senza fortuna. Il boschetto accanto al crematorio era pieno di cadaveri vestiti, cioè di deportati che lavoravano lì dentro.

Dagli atti del processo tenutosi a Dachau (1946/47) riusciamo a ricostruire i motivi ed il succedersi dei fatti avvenuti nel Lager di Muelsen S. Michel, dipendente da Flossenbuerg il 1 e 2 maggio 1944. In quel Lager mancava tutto: i ritmi di lavoro erano disumani, le razioni di pane venivano via via ridotte per motivi disciplinari, i deportati erano costretti a vivere nel terrore imposto dal capo campo, un deportato tedesco di nome Weilbach. I prigionieri di guerra russi deportati come politici, in contatto con i loro compagni destinati al lavoro coatto fuori dai Lager, costituirono un movimento di resistenza che il 1 maggio bruciò padiglioni e baracche, massacrò a coltellate Kapos, Capiblocco, Capisquadra polacchi e bruciò lo stabilimento dove lavoravano. La rivolta venne domata dalle SS; nessuno riuscì a fuggire. Le sentinelle uccisero 195 deportati ed i sospettati istigatori della rivolta furono riportati a Flossenbuerg dove 40 di essi vennero fucilati nello spazio di qualche mese. In quest'ultimo Lager, il Weilbach si sarebbe vantato, così depone un ex deportato al processo, di aver sparato sui rivoltosi assieme alle SS, Questo episodio è raccontato da Toni Siegert che seguì il processo in un suo libro.

Un altro processo, a Dusseldorf, attraverso i suoi atti, ci racconta ciò che avvenne nel Lager di Treblinka, un campo di sterminio per ebrei che in seguito si rivoltò.

Nel novembre 1942 arrivano a Treblinka alcuni ebrei polacchi di Grodno i quali si rifiutano di spogliarsi e di entrare in quella camera a gas che eufemisticamente veniva chiamata sala docce. Neanche le bastonate li convincono a spogliarsi. Continuano ad incoraggiarsi a vicenda ed a difendersi dalle SS ucraine che continuano a bastonarli. Scoppia una bomba che ferisce gravemente una SS. Il sottufficiale della SS, Kurt Franz, uno degli imputati di questo processo, ricorda che contemporaneamente allo scoppio della granata venne ferito da una coltellata che lo mandò parecchie settimane all'ospedale. Altri SS vennero feriti più o meno gravemente, ma alla fine, secondo uno dei testi, tutti quei 2.000 ebrei furono fucilati.

Sempre durante quel processo si parlò dell'episodio Berliner; questo giovane ebreo, che aveva visto sua moglie ed il figlioletto condannati alle camere a gas, si gettò su Biala, un sottufficiali delle SS e lo tempestò a morte di coltellate urlando: "non posso fare altrimenti".

Nell'agosto 1942 abbiamo un altro episodio singolo: a un giovane ebreo viene impedito da un SS ucraino di dare l'addio a sua madre che veniva condotta alla camera a gas. Si vendica uccidendo l'SS con un coltello.

La rivolta che scoppiò il 2 agosto 1943 sempre a Treblinka è stata pure ricostruita durante il processo di Dusseldorf.

La rivolta organizzata dal Comitato antifascista iniziò con la costruzione di una doppia chiave dell'armeria delle SS. Dopodiché i deportati organizzati ed armati insorsero contro le SS tedesche e le guardie ucraine, il Lager venne incendiato e circa 500 deportati riuscirono a fuggire e a nascondersi nella foresta. Molti di costoro caddero combattendo con i partigiani, ma tanti altri furono vittime di polacchi antisemiti. Al processo sfilarono come testimoni molti deportati sopravvissuti ed a verbale sono pure le dichiarazioni delle SS imputate.

Un'altra rivolta avvenne in un altro campo di sterminio degli ebrei: a Sobibor. Vorrei consigliare a tutti la visione del film "fuga da Sobibor", prodotto sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti e che io considero uno dei più interessanti film sulla deportazione.

In questo Lager, dove nessuno aveva una qualche possibilità di uscire vivo, un capo ebreo che preparava con altri due la rivolta venne tradito da un ebreo e tutti e tre vennero fucilati.

Come risulta dalla sentenza del tribunale di Hagen, dove venne celebrato il processo contro le SS di Sobibor, nonostante le violenze continue, il piano di sollevazione del Lager non fu abbandonato. Si cercò un contatto con le guardie ucraine; queste dapprima si impegnarono ad aiutare i deportati pur di aver salva la vita, poi, invece, quasi tutte fuggirono da sole.

Nel settembre 1943 arrivò da Minsk un trasporto nel quale si trovavano anche soldati ed ufficiali russi. Uno di questi, Alexander Pechersky, si attirò subito la stima dei deportati grazie alla dignità del suo comportamento. Compresero che era un capo, l'uomo di cui il Lager aveva bisogno.

Una SS ucraina che egli aveva conosciuto nell'armata rossa, lo informò della rivolta avvenuta poche settimane prima a Treblinka e l'avvertì che da qualche settimana girava la voce che lo sterminio degli ebrei era vicino. Gli ebrei rimasti a Sobibor, ad "azione Reinhard" ultimata cioè a sterminio degli ebrei compiuto, potevano essere considerati come un reparto speciale il quale aveva come scopo la raccolta e la selezione di tutti i beni degli ebrei arrivati a Sobibor e lì sterminati nelle camere a gas. Quindi, terminato il lavoro che stavano effettuando, sarebbero stati soltanto dei testimoni scomodi di quello sterminio e come tali eliminati.

Non ritengo necessario esporre tutta l'organizzazione che fu necessaria per arrivare alla rivolta. Il 14 ottobre, dopo aver ucciso 6 SS tedesche e due ucraine, un incidente imprevisto obbligò i capi dell'organizzazione ad anticipare di qualche ora la sollevazione del campo. Corsero fuori dal Lager, dopo aver abbattuto i fili spinati, sotto il fuoco delle mitragliatrici delle torrette di guardia ed entrarono in un campo minato largo 15 metri che circondava il Lager. i primi saltarono sulle mine, ma aprirono la strada agli altri.

Ecco come spiega la sollevazione di Sobibor un rapporto della GESTAPO di Lublino: "Il 14 ottobre verso le 17 rivolta degli ebrei del Lager di Sobibor... hanno conquistato l'armeria e dopo scontri con gli effettivi rimasti nel campo (SS) sono fuggiti in direzione sconosciuta... 9 SS uccise, 1 SS disperso, 1 SS ferito, 2 guardie uccise... 300 deportati circa spariti... i rimanenti fucilati...".

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Anche Buchenwald conquista la libertà poche ore prima dell'arrivo degli americani. Accanto all'organizzazione della rivolta che il comitato clandestino aveva meticolosamente preparato con squadre dei vari gruppi nazionali, ad ognuna delle quali era stato indicato l'obbiettivo da raggiungere, troviamo l'azione di Eugen Kogon che con la complicità di un medico delle SS venne fatto uscire dal Lager, dentro una cassa che avrebbe dovuto contenere medicinali, il giorno prima della liberazione e dalla casa di un amico, da Weimar, chiamò al telefono il Comandante del Lager mettendolo in guardia da quello che potrebbe succedergli qualora avesse messo in atto operazioni contro i deportati.

Il piano di sollevazione predisposto dal Comitato antifascista era minuzioso e preciso. Agli italiani venne assegnato il settore compreso tra le sentinelle 28 e 33 della catena esterna, cioè tra la stazione ed il Baulager.

La loro azione doveva svolgersi attraverso l'azione di 5 gruppi; il primo gruppo doveva neutralizzare le sentinelle numero 28, 29 e 30, il secondo gruppo le sentinelle numero 31, 32 e 33; il terzo gruppo era di riserva ed il quinto gruppo rimaneva a disposizione del Comando della rivolta per compiti speciali mentre il quarto gruppo doveva impegnarsi nella stazione.

Gli italiani che parteciparono direttamente alla rivolta furono una settantina, mentre quelli destinati a intervenire per eventuale sostegno attendevano nei blocchi a loro assegnati.

Quando venne dato il segnale della rivolta e distribuite le armi precedentemente nascoste, si intravedevano in lontananza i carri armati che procedevano nella pianura verso Weimar.

Mentre i deportati si scatenano, spingendosi fuori del Lager in tutte le direzioni, le SS spaventate abbandonano garitte e torrette e scappa


no o si danno prigionieri, lasciando i deportati, padroni del Lager, ad attendere l'arrivo degli americani ai quali consegnano oltre 220 SS prese prigioniere.

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La liberazione del Lager ed il suo controllo a Buchenwald da parte dei deportati ha avuto una importanza eccezionale nella ricostruzione di fatti, situazioni, collusioni con l'industria, con le università avvenute durante il nazismo. Infatti le SS in fuga non ebbero né il tempo né la possibilità di bruciare gli archivi del Lager, i cui documenti rinvenuti intatti, vennero più tardi utilizzati come fonte importante per l'accusa nei vari processi per i crimini nazisti che saranno celebrati nell'immediato dopoguerra.

Gli storici hanno sempre trascurato l'importanza di questi documenti. Vogliamo qui ricordare l'enorme interesse rivestito dai "Diari" del blocco 46, dove venivano sperimentati i medicinali delle grandi industrie farmaceutiche tedesche sui deportati usati come cavie (es. alla data del 7 settembre 1943 il "Diario" espone laconicamente i risultati della sperimentazione di un farmaco, l'ASID su 70 deportati: "la serie degli esperimenti viene conclusa: 55 casi mortali") e viene messa in evidenza sia l'importanza dell'istituto scientifico "Robert Koch" che si fa promotore dell'uso dei deportati come cavie ("dato che gli esperimenti sugli animali non consentono una sufficiente valutazione, gli esperimenti devono essere effettuati sull'uomo") e le responsabilità di docenti e professori di varie Università tedesche (Lockemann di Berlino, Otto e Prigge di Francoforte) e di professori, ricercatori e dirigenti della I.G. Farbenindustrie. Si trova in quegli archivi tutta la corrispondenza intercorsa tra il Lager e tutte le grandi e piccole aziende chimiche, farmaceutiche, degli armamenti, della industria meccanica (BMW, Junker, Volkswagen, Elsag, ecc..); si trovano gli ordini relativi all'assassinio di deportati del Lager provenienti dai comandi berlinesi (es. Arno Ricke, socialista, 2 marzo 1945, Franz Mojuz id.) ed anche il documento contenente l'ordine "di sospendere la produzione delle teste rimpicciolite e dei cosiddetti articoli-regalo " (astucci di pelle umana per sigari, per occhiali, paralumi confezionati con pelle dei deportati ricoperta di tatuaggi) e così avanti.

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Concludendo, dobbiamo dire che, in genere, manca una storia della Resistenza dei tedeschi contro il nazismo. Ricordo frammentariamente quella opposta da religiosi e da gruppi, come "La Rosa Bianca", il "Circolo di Kreisau", "la Rota Kapelle", gli interventi di pastori come Bonhoeffer, di Martin Niemoeller con la sua "Chiesa confessante" e le omelie del vescovo Von Galen dal pulpito di Muenster che riuscirono a bloccare l'operazione T4 (detta eutanasia).

Gli altri tedeschi, i capi dei partiti delle organizzazioni operaie e delle centrali sindacali, già due giorni dopo l'avvento di Hitler al potere cominciano ad affluire, arrestati nei Lager che man mano vengono aperti dai nazisti e dove saranno loro gli artefici di quella resistenza che ivi si sviluppò.

Attraverso le considerazioni esposte ed il racconto di alcuni dei tanti episodi avvenuti, penso di aver dato un'idea, seppur sommaria, di quello che fu la Resistenza nei Lager nazisti.




permalink | inviato da Anpi Giovani Arezzo il 25/3/2008 alle 18:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
25 marzo 2008
«Contro gli immigrati metodi nazisti»
 Treviso, proposta choc di un consigliere della Lega: «Inutile la legge del taglione, meglio il sistema delle SS»

TREVISO - Per gestire l'immigrazione a Treviso, secondo il consigliere comunale leghista Gorgio Bettio, occorrerebbe «usare metodi da SS» ma le opposizioni evitano qualsiasi reazione ritenendo l'uscita talmente priva di senso da non meritare alcuna risposta.

PROPOSTA CHOC - È quanto accaduto - riferiscono il Corriere del Veneto e la Tribuna di Treviso - nella seduta consiliare di martedì nella quale, come avviene con regolarità, gran parte del dibattito è stato dedicato ai rapporti tra la cittadinanza e la popolazione straniera. Bettio, nel riportare un battibecco condominiale con coinquilini di fede musulmana occorso alla madre, avrebbe sostenuto nei confronti di queste persone «inutile la legge del taglione» e molto più proficui i sistemi adottati dalle SS nei confronti dei detenuti nei lager.

POLEMICHE - «È questa la cultura di chi si oppone alla riforma della legge sull'immigrazione e che sta dietro alle ordinanze di Cittadella» afferma il Ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero. «Dalle parole del consigliere della Lega Bettio emerge chiaramente quale sia la cultura politica di chi si oppone alla modifica della legge Bossi-Fini e che fa da sfondo alle ordinanze del Sindaco di Cittadella e di chi lo ha seguito su questa strada. Stavolta la Lega ha detto esplicitamente come la pensa: come i nazisti indicavano negli ebrei il capro espiatorio su cui far ricadere i problemi sociali dell'epoca, oggi c'è chi nel nostro paese indica gli immigrati come i responsabili di ogni male, speculando sulla paura sociale che ha mille origini. È chiaro come simili affermazioni indichino la necessità di costruire invece politiche di inclusione sociale degli immigrati, politiche che vadano nella direzione opposta alla barbarie e alle guerre di civiltà auspicate dagli xenofobi del nostro paese». «Solite cose che i leghisti dicono senza scopo - commenta Giampaolo Sbarra, consigliere della Rosa nel Pugno - ed alle quali abbiamo deciso di non rispondere più». Secondo Sbarra, la dichiarazione, fatta da un consigliere «di nessun peso», avrebbe il solo fine di riportare la Lega all'attenzione dei media. «Sono cattiverie verbali mostruose - ha aggiunto - che però generano spesso dibattiti senza soluzione ed alle quali, come la gran parte dei proclami del Carroccio, non fa seguito alcuna traduzione in fatti concreti». «In casi come questi per fortuna - prosegue Sbarra - ma anche in molte altre occasioni, in cui si sarebbero dovute assumere decisioni per disciplinare il consistente flusso di cittadini stranieri, la Lega ha parlato a vuoto, senza far seguire i fatti alle idee e, di fatto, creando un aumento della criminalità da quando è il Carroccio a governare la città».

04 dicembre 2007

tratto da CorrieredellaSera.it




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